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25. maggio 2017

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Dopo il caso JP Morgan, Obama pensa a una riforma di Wall Street

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Le scommesse rischiose che hanno portato JPMorgan a una perdita di due miliardi di dollari dimostrano come la riforma di Wall Street sia necessaria.

Lo ha detto ieri il presidente Usa parlando al canale televisivo Abc.

«Jamie Dimon è uno dei più brillanti banchieri che abbiamo e nonostante ciò JPMorgan ha perso 2 miliardi di dollari». Lo ha detto il presidente Usa Barack Obama parlando alla Abc, annunciando un'inchiesta sulla vicenda. «Se succedeva a una banca più piccola il governo sarebbe potuto intervenire».

Per comprendere al meglio i possibili scenari derivanti di queste dichiarazioni ecco un'interessante analisi di Ugo Caltagirone:

Sono ore di grande apprensione alla Casa Bianca. Da una parte i guai dell'Eurozona, visti sempre più come una minaccia per gli Stati Uniti. Dall'altra il terremoto causato dalle inattese perdite di JPMorgan, col riaffiorare di fantasmi che si sperava di aver cacciato via per sempre. Nell'entourage presidenziale si parla di un Barack Obama costantemente informato su ciò che accade a Bruxelles, dove è in corso l'ennesima riunione d'emergenza dell'Eurogruppo, e letteralmente infuriato per le resistenze che repubblicani e lobbisti ancora oppongono alla piena attuazione della riforma di Wall Street. «Dopo che la riforma è stata adottata - ha detto il portavoce della Casa Bianca Jay Carney - i difensori degli interessi di Wall Street, i lobbisti, hanno speso milioni e milioni di dollari per provare a indebolire, ritardare e annacquare queste regole. Il presidente si batte contro questo, e l'affare JPMorgan dimostra come sia importante varare la riforma e attuarla pienamente». Un concetto che e Obama ha ribadito nel corso di un'intervista alla Abc, spiegando come sul caso JPMorgan sarà aperta un'inchiesta e ammettendo che se un caso del genere fosse capitato con una banca più piccola molto probabilmente lo Stato sarebbe stato costretto ad intervenire. Duro attacco della Casa Bianca anche a chi nel Congresso continua a fare ostruzionismo: «È pazzesco - ha affermato Carney - che dopo il 2008 ci sia ancora qualcuno che metta in discussione tale riforma, e continui a sostenere che dovremmo lasciare che Wall Street si scriva le regole dal sola». Forte è la tentazione a Washington, scrive il Wall Street Journal, di prendere a pretesto il caso di JPMorgan per un'ulteriore stretta sui mercati finanziari, estendendo ulteriormente il controllo del governo e rafforzando le regole. Visto che anche la Volcker Rule (quella pensata per evitare investimenti speculativi) sembra dimostrarsi insufficiente. Ma il chiodo fisso per Obama è l'Europa, e la ripercussioni che la crisi del debito può avere sull'economia americana nell'anno delle elezioni presidenziali. «Gli europei hanno fatto passi in avanti importanti, ma è ovvio che devono fare di più», ha ribadito il portavoce Carney. La Casa Bianca ha comunque sottolineato come l'amministrazione Obama sia fiduciosa sul fatto che gli europei saranno in grado di gestire la complessa situazione dell'Eurozona. Nonostante il drammatico caso della Grecia e le preoccupazioni - sottolinea il WSj - per l'aumento dei costi che Paesi come l'Italia e la Spagna devono sopportare per ripagare il proprio debito pubblico. Analisti e commentatori americani, comunque, sottolineano come a Washington si guardi con grandissimo interesse ai cambiamenti politici in atto in Europa, al dopo 'Merkozy'. E si speri come la batosta elettorale subita in Germania da Angela Merkel acceleri un cambio di strategia, con una maggiore attenzione alla crescita. La canceliera tedesca, che finora ha avuto il pallino della situazione, appare oggi «più vulnerabile di quanto si potesse credere», scrive il New York Times, sottolineando come la sconfitta della Merkel «potrebbe incoraggiare il nuovo presidente socialista francese Hollande a raddoppiare i suoi sforzi per convincere la cancelliera ad allentare la presa sui tagli al bilancio e sulle riforme strutturali nell'Eurozona, e a fare invece di più per rafforzare l'economia».

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