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22. luglio 2017

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Interviste

IL SISTEMA BANCARIO INTERNAZIONALE NAVIGA PERICOLOSAMENTE A VISTA

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Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

 

Di Mario Lettieri e Paolo RaimondiNAVIGARE A VISTA

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.  

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

 

*già sottosegretario all’Economia  **economista

TASSI DI INTERESSE NEGATIVI: UNA BENEDIZIONE E UNA MALEDIZIONE

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VONTOBELDalla crisi finanziaria del 2008 le banche centrali sono diventate iperattive. Prima hanno abbassato i tassi di interesse a zero. Poi hanno inondato i mercati finanziari di liquidità. Di recente, come se non bastasse, alcune hanno introdotto dei tassi di interesse negativi. Mentre queste misure hanno aiutato probabilmente l’economia e sostenuto i mercati finanziari, hanno anche creato immense sfide per gli investitori.

Di Cristophe Bernard - Chief Strategist VONTOBEL
Le autorità monetarie dell’eurozona, del Giappone, della Svizzera, della Svezia e della Danimarca stanno applicando tassi di interesse negativi – di vari gradi – sulle riserve delle banche. Inoltre molti titoli di Stato emessi dai principali paesi industrializzati sono negoziati a tassi negativi alla scadenza (vedi grafico 1). Questa situazione senza precedenti mette in dubbio le tesi tradizionali sul funzionamento del sistema finanziario. La teoria finanziaria parte dall’assunto che le persone preferiscono ottenere qualcosa subito piuttosto che in futuro: un euro domani vale meno di un euro oggi. Il diffondersi dei tassi di interesse negativi cambia il quadro: i risparmiatori di oggi devono pagare per avere il privilegio di prestare denaro. Partono implicitamente dal presupposto che la deflazione aumenterà il potere di acquisto reale dei loro risparmi nonostante i tassi nominali negativi. Un cinico potrebbe controbattere che i tassi negativi sono la prova tangibile del fallimento delle banche centrali, che non sono riuscite a raggiungere i loro obiettivi di reflazione.

Come si è giunti a tanto?

La disinflazione mondiale non è un fenomeno nuovo: da decenni la globalizzazione e internet spingono i prezzi al ribasso. A ciò si aggiunge il fatto che il rallentamento della produttività e le tendenze demografiche negative nelle maggiori economie frenano la crescita economica mondiale. E infine una serie di crisi ha lasciato il mondo nella morsa del debito: la bolla “dotcom” nel 2000, lo scoppio della crisi immobiliare “sub-prime” nel 2008 e il crollo dei prezzi delle materie prime dal 2011. Tutti questi fattori gravano sulla crescita. Per prevenire una depressione economica, le banche centrali hanno abbassato i tassi di interesse a zero ed esteso in modo massiccio i loro bilanci, acquistando grandi quantità di titoli di Stato. Poiché queste misure non hanno prodotto gli effetti desiderati, alcune di loro hanno fatto ricorso a tassi negativi.

Vincitori e vinti

Per il momento non è possibile giudicare se questa politica permetterà alle banche centrali di raggiungere i loro obiettivi. I risparmiatori sono indubbiamente tra i perdenti, mentre i debitori sono i chiari vincitori di questa politica dei tassi negativi. I più avvantaggiati sono i governi altamente indebitati, perché devono spendere meno per il servizio del debito. Questo può essere un fattore positivo, purché i responsabili politici usino questo “regalo monetario” per implementare riforme strutturali e sostenere la crescita tendenziale. Purtroppo l’esperienza mostra che i governi potrebbero essere tentati di procrastinare le riforme necessarie per paura di perdere le prossime elezioni. Tra le vittime più evidenti dei tassi di interesse negativi ci sono le società e le istituzioni finanziarie: le banche vedono schiacciati i loro margini netti sugli
interessi e gli assicuratori vedono messi in causa i loro business model. Gli istituti di previdenza hanno sempre più difficoltà a far fronte ai loro impegni. È vero che i tassi di interesse estremamente bassi spingono al rialzo i prezzi dei titoli e la qualità dei prestiti, portando una certa distensione. D’altro canto, le banche commerciali potrebbero reagire al calo della profittabilità concedendo meno prestiti – esattamente l’opposto dell’effetto auspicato con i tassi di interesse negativi. Questo è il motivo per il quale la Banca centrale europea (BCE) ha introdotto di recente un sistema in cui le banche che soddisfano certi benchmark di prestito ricevono un sussidio fino a 40 punti base.

GLI INTERVENTI DELLE BANCHE CENTRALI

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FIDUCIADi Yuchen Xia, Portfolio Manager in MoneyFarm

Dopo circa 10 anni durate i quali le banche centrali hanno operato per rimediare alla crisi finanziari che ha colpito l’economia globale, la fede degli investitori nell’efficace dei loro interventi ha iniziato a svanire negli ultimi anni. Il QE, i bassi tassi d’interesse, la strategia di comunicazione pubblica etc non sono stati risolutivi e gli investitori temono che banche centrali abbiano giocato tutte le carte in loro possesso per aiutare la crescita globale e generare inflazione. Inoltre,  la  lenta  crescita  economica, la  mancata  spinta  inflazionista e  i  fattori  di  rischio esterni hanno portato i policymakers a rimanere sulla difensiva, come dimostrato in particolare nei primi mesi del 2016. Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a diverse operazioni da parte delle banche centrali. Prime fra tutte, la  Banca Centrale Europea (BCE) e la Bank of Japan(BoJ) si sono mostrate le più determinate nella lotta contro la deflazione e la stagnazione economica. Il pacchetto di misure previste dalla BCE include un ulteriore taglio dei tassi d’interesse, una estensione del QE non solo nell’ammontare di titoli comprati ma anche nella tipologia di titoli comprati (oltre a titoli governativi, ora anche alcuni  titoli  obbligazionari  societari  potranno  essere  comprati) e  di  conseguenza  un  incoraggiamento  verso  la maggiore circolazione di denaro, spingendo le banche all’erogazione   di nuovi prestiti. Anche negli Stati Uniti, dove la situazione economica appare più solida, non mancano le preoccupazioni per una crescita globale lenta, come dimostrato  della FED e della sua decisione di tenere invariati i tassi di interesse. Emergono  quindi  temi  comuni  alle  banche  centrali  globali  accomunate  dalla  risoluzione  delle  medesime problematiche. La reazione dei mercati. L’intervento delle banche centrali, nonostante sia la dimostrazione di un sostegno necessario ad un’economia che fatica a crescere, ha rinvigorito la fiducia degli investitori e influenzato i mercati.  La volatilità sui mercati azionari e di credito negli ultimi anni  è stata molto correlata con il tono usato  dalle banche centrali. Un esempio recente  è l’intervento a marzo della BCE, che annunciando l’espansione del suo piano di acquisto ha avuto un impatto enorme sul mercato delle obbligazioni societarie. È importante sottolineare come anche la cosiddetta forward guidance (la strategia di comunicazione pubblica) sia a  tutti  gli  effetti  uno  strumento  di  politica  monetaria,  tramite  la  quale  una  banca  centrale  regole  le  attese  degli operatori economici. L’annuncio della BCE di nuove politiche hanno fatto, come è normale aspettarsi, indebolire l’Euro, che poi si è rafforzato in seguito alle parole di Draghi sul fatto che ulteriori tagli non saranno necessari. Le aspettative di tassi non in diminuzione hanno pesato più delle effettive politiche dispiegate. Si era osservata una reazione simile alle scelte della Boj di implementare tassi di interesse negativi, che contrariamente alle attese ha portato a un rafforzamento dello Yen. Una chiara evidenza dei limiti delle politiche monetarie in atto che tuttavia, stanno sostenendo i mercati e la loro ripresa, dopo un inizio anno difficile. L’effetto palliativo. Alcuni economisti non mancano di rimarcare il fatto che in fondo l’intervento della Bce è solo un palliativo,  un modo per temporeggiare in mancanza di riforme strutturali efficaci. La ripresa economica non potrà che passare  per i governi e il loro operato, meglio ancora se prima che l’effetto “palliativo” possa svanire.

UN MOSTRO POLITICO MANOVRATO DALLA DITTATURA FINANZIARIA

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locusteProposta di legge ASSOFINANCE:

Se c’è usura, azzeriamo tutto il debito, per interessi, per costi, per tutto il capitale. Senza l’intervento del giudice, si intende.

Giannina Puddu - Presidente ASSOFINANCE

Tutta la destra compatta contro una proposta di legge di un governo di sedicente centro-sinistra!

Contro una proposta di legge che, nella logica, ci si potrebbe aspettare dalla destra estrema, controllata e spinta da una DITTATURA FINANZIARIA.

Verifichiamo una situazione, storicamente inspiegabile, che vede la “sinistra” agire contro il Popolo, contro la Gente, contro le Famiglie , contro le famiglie più deboli che, la sinistra sarebbe chiamata, se fosse quanto vorrebbe essere e/o far credere di essere, a tutelare e non invece a saccheggiare nel suo bene più caro (la casa) per regalare immobili alle banche. Basta regali alle banche.

Incredibile!

Cos’ha in testa questo governo? Locuste?

Togliere, per legge, la casa alle famiglie in difficoltà economica, senza neppure prevedere l’intervento di un Giudice, è un’ipotesi legislativa che non potrà mai trasformarsi in legge.

Quando le banche sono in difficoltà, si sprecano parole e ragionamenti (quasi tutti senza fondamento tecnico) per motivare il sostegno economico alle banche perché non falliscano. Si salvano le banche mal gestite, con soldi del Paese. Soldi che sarebbe meglio destinare all’avvio di  un sano progetto industriale che crei posti di lavoro.

Quando, invece, le famiglie sono in difficoltà (e sono milioni, data la crisi economica che toglie lavoro e reddito da quasi un decennio, ormai) e non pagano le rate dei mutui sottoscritti per mettere un tetto sopra la testa, un mostro politico propone l’esproprio della casa. Escludendo i Giudici. Speriamo nella controffensiva dei Giudici.

Come ASSOFINANCE, proponiamo una legge che, senza il parere del Giudice, autorizzi, qualunque debitore del sistema bancario, verificata, da un tecnico competente accreditato,  la presenza di usura in corso di contratto, qualunque ne sia l’entità, ad azzerare,  completamente, nei confronti della banca erogante, qualunque debito, per interessi, per costi, per capitale.

Per chiudere, con una lapide, il contratto tra debitore e banca, sarà sufficiente l'invio, da parte del debitore alla direzione generale della banca, di una semplice raccomandata AR in cui, citata la perizia tecnica che avrà evidenziato l'usura, il debitore riferirà, formalmente, alla banca controparte,  la chiusra tombale del contratto con azzeramento totale di quanto dovuto, per qualsiasi motivo.

La stessa raccomandata dovrà essere trasmessa, a cura e spese del debitore:

1) all'asssociazione ASSOFINANCE che terrà apposito libro per l'annotazione del codice di identificazione del debito e della data di chiusura "per usura";

2) alla Banca D'Italia che osserverà l'incidenza statistica dei casi di usura, banca x banca. La stessa Banca D'Italia, sia autorizzata ed obbligata dalla medesima legge, verificato il 10° caso di usura in capo a qualunque banca X, all'immediata segnalazione dei membri del CDA della banca, alla Procura del territorio interessato che provvederà alla loro immediata carcerazione.

Questa legge, avrebbe tra l'altro, il benefico effetto di liberare le scrivanie dei Giudici e dei tribunali, dalle migliaia di pratiche per usura e/o anatocismo, generando nuovo spazio utile per le altre cause in corso. Necessario. Appunto. L'usura è un reato che dovrebbe essere perseguito penalmente. Questo elemento fondamentale, anche nei tribunali, purtroppo, rilevato l'orientamente recente della giurisprudenza, pare essere dimenticato. Perchè?

E, questa legge dovrebbe essere applicata ad ogni debito per contratti in corso e  ad ogni debito estinto entro gli ultimi dieci anni.

Pari severità per famiglie e banche.

 

Marco Palacino, Managing Director per l’Italia di BNY Mellon Investment Management

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“I mercati si sono dimostrati delusi dalle dichiarazioni odierne di Draghi. Nell’immediato, l’euro si è rafforzato superando la soglia degli 1,08 dollari e i principali mercati europei hanno perso terreno, con il FTSE Mib in calo dell’1,6% a un’ora dall’annuncio. Nonostante la reazione di brevissimo periodo, crediamo che Draghi possa ben dire di avere, ancora una volta, mantenuto le promesse fatte in precedenza. La BCE continua ad estendere il proprio piano di acquisto titoli, sia a livello temporale sia in termini di emissioni acquistabili. I mercati probabilmente si attendevano un taglio dei tassi di deposito superiore a 10 punti base, ma – proprio come negli annunci passati – il discorso di Draghi  lascia aperta la porta a nuove manovre nel corso dei prossimi mesi, a seconda di quelle che saranno le necessità dell’economia dell’Eurozona.
Cosa comporta per gli investitori la decisione della BCE? Se le stime di crescita dell’istituto per l’Eurozona (+1,5% nel 2015, +1,7% nel 2016 e +1,9% nel 2017) si dimostreranno realistiche, i mercati azionari potrebbero conoscere tre anni di crescita modesta, intervallati però da picchi di volatilità acuta. Ritengo che i listini dei Paesi centrali e semi-centrali dell’Europa saranno favoriti. Per quanto riguarda i titoli di Stato, il programma di QE ha già esercitato pressioni al rialzo sui prezzi aumentando artificialmente la domanda centrale di obbligazioni, a fronte di emissioni relativamente contenute. I nostri gestori specializzati in reddito fisso di Standish (BNY Mellon) si aspettano che le emissioni di titoli governativi europei diminuiscano ancora nel 2016, scendendo da circa 216 miliardi a 190 miliardi di euro. Questo processo, abbinato all’estensione del programma di QE, potrebbe portare i prezzi dei titoli di Stato a salire ancora, generando guadagni in conto capitale per chi era già investito ma causando non pochi grattacapi a chi invece vorrebbe allocare nuove risorse nel reddito fisso europeo. La costante immissione di liquidità avrà anche l’effetto di mantenere i default del credito societario a livelli relativamente bassi, al netto dell’influenza del prezzo del petrolio (che comunque si avvertirà sugli high yield statunitensi più che su quelli europei)”.

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