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29. marzo 2017

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Resto del mondo

OBAMA E LA PARABOLA EUROPEA

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Di Guido Colomba
Obama ha ottenuto al G7 un risultato decisivo costringendo Angela Merkel ad abbracciare due opzioni: (1) il salvataggio dell'euro è legato al proseguimento delle sanzioni alla Russia per la vicenda ucraina; (2) l'austerity di Berlino è giunta al capolinea tanto da necessitare un nuovo policy-making con una vera gestione bancaria unificata (con la supervisione del Parlamento europeo) e politiche fiscali coordinate come ha già richiesto Mario Draghi, presidente della Bce. Con il codicillo di evitare, dopo quattro mesi di inutili discussioni, l'uscita della Grecia dall'euro chiamata a fare "scelte difficili". Quale influenza avrà tutto ciò sulla politica estera italiana (del tutto marginalizzata in occasione del G7)? La cosa più atipica è il comportamento della classe politica che, in barba alla geopolitica, sembra vivere un mondo del tutto a parte. Mentre Papa Francesco ricorda una volta di più che "il mondo vive un clima di guerra", il dibattito politico interno è purtroppo dominato da due argomenti: gli sbarchi dei migranti e la corruzione interna che riguarda anche la gestione stessa dei rifugiati. Questi ultimi per ottenere tale riconoscimento debbono aspettare in media più di dieci mesi, generando costi di gestione giganteschi che talora alimentano la corruzione. Il voto delle regionali va letto in questi termini. Un effetto di saturazione e disgusto (crescente astensionismo). Fa impressione vedere in questi giorni, gruppi di giovani eritrei, ospitati in alberghi di piccoli paesi dell'entroterra siculo e costretti a non far nulla di nulla. Non c'è dialogo operativo tra il ministero degli Interni e gli enti locali tanto da far scrivere a Sergio Rizzo (re:Corriere della Sera 8/6/15) che "la crisi delle regioni é profonda e per certi versi irreversibile". La riforma costituzionale, sottolinea Rizzo, così come è stata proposta non risolve questo problema che è alla base del crescente deficit pubblico (superiore ai 2184 miliardi di euro) e della conseguente abnorme pressione fiscale (tax rate effettiva). In questi anni di crisi economica prolungata è emerso ancora di più il fallimento del decentramento regionale caratterizzato dalla finanza allegra e la totale assenza di controlli credibili che hanno coinvolto le massime istituzioni. Sta di fatto che al G7, come ai precedenti vertici europei, nonostante gli apprezzati sforzi per controllare la finanza pubblica, si è via via affievolita la voce dell'Italia. Ne fa fede la mancata soluzione della "bad bank" tuttora respinta dalla burocrazia della Commissione europea perchè sospettata di nascondere i proibiti "aiuti di Stato". Questa situazione condiziona il successo in Italia del "quantitative easing"varato nel marzo scorso dalla Bce. All'economia reale è finora affluita ben poca liquidità proprio perchè i 190 miliardi di "bad loans" paralizzano le banche italiane specie con l'imminente arrivo di nuovi regolamenti creditizi ancora più severi. Eppure, per sapere lo stato patrimoniale di una banca, è sufficiente fare il rapporto tra i crediti lordi deteriorati e la somma del patrimonio tangibile e di quello accantonato. Un argomento che il governatore della Banca d'Italia, Visco, avrebbe dovuto approfondire specie alla luce delle reiterate dichiarazioni, dopo il crack di Lehman Brothers, sulla "solidità" delle banche italiane. Chi paga per la miopia di politica economica fatta da queste "prestigiose istituzioni"? Di pari passo continua la scellerata discussione tra gli economisti sulla presunta insufficiente "dimensione" delle aziende italiane. Ne ha fatto cenno il governatore Visco dimenticando che in un mondo di start up, di venture capital e crowd funding, sono proprio le piccole e medie aziende a garantire il 78% delle esportazioni che collocano l'Italia tra i primi dieci paesi nel mondo e al secondo posto in Europa. (Guido Colomba, editor, copyright 2015, edizione italiana) 
 

LE IMPRESE GIAPPONESI RICORRONO NUOVAMENTE AL DEBITO, ASSESTANDO UN DURO COLPO ALLA DEFLAZIONE

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GIAPPONELa giusta strategia? Rialzisti sull’azionario e ribassisti sullo yen 

Macro Alert WisdomTree Europe

-  Il ricorso al debito come fonte di finanziamento da parte delle aziende nipponiche sembra avere intrapreso un solido percorso di ripresa dal 2012 in avanti. Con un’accelerazione al 2% del PIL, l’indebitamento aziendale segnala una marcata inversione di rotta rispetto agli anni precedenti, in cui l’attenzione delle imprese sembrava concentrarsi soprattutto sulla riduzione della leva.


-  Le crescenti esigenze di finanziamento delle società nipponiche rappresentano una forza emergente nell’economia del Sol Levante per consolidare l’inflazione, poiché il potere di acquisto dei consumatori resta limitato e sensibile alla stretta fiscale del governo.


-  L’indebitamento aziendale sblocca il valore del bilancio a favore degli azionisti, partendo dal presupposto che ciò alimenti le aspettative d’inflazione e scoraggi l’accumulo di liquidità. Ci si aspetta che i ritorni di cassa per gli investitori subiscano un incremento sotto forma di dividendi. Anche i tassi d’interesse reali negativi dovrebbero incentivare il ricorso al debito come fonte di finanziamento e ottimizzare la struttura del capitale delle imprese.


-  E’ possibile che lo yen resti debole, nel caso in cui il rafforzamento dell’inflazione trainata dalla domanda interna dovesse protrarsi ben dopo la fine del programma di allentamento quantitativo (QE) della Banca del Giappone (BOJ) e il successivo calo dei tassi d’interesse reali. Anche la minaccia di un prossimo irrigidimento della politica monetaria da parte della Federal Reserve (Fed) dovrebbe sostenere la pressione sullo yen contro il dollaro USA.


- La volontà delle aziende di ricorrere al credito per investire sta offrendo solide basi all’azionario del Paese del Sol Levante. Si tratta inoltre di un fattore che incoraggia l’inflazione, così che il potenziale deprezzamento dello yen potrebbe indurre gli investitori esteri a coprire le posizioni in valuta al momento d’investire nei titoli azionari nipponici

AIIB: un passo verso una nuova governance monetaria internazionale

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BRISBANE, G20

dI Mario Lettieri e Paolo Raimondi

L’adesione dell’Italia, della Germania, della Francia e della Gran Bretagna al processo di creazione della Asian Infrastructure Investment Bank promossa dalla Cina è indubbiamente un fatto molto rilevante nello scacchiere geopolitico. E’ il messaggio che l’Europea e il nostro Paese non intendono restare fuori dai processi importanti dello sviluppo economico globale. Non partecipare, semplicemente per seguire il sentiero stretto e isolato indicato da Washington, ci avrebbe pesantemente penalizzato sui mercati cinesi e asiatici in veloce crescita.
Sarebbe però errato limitare la valutazione soltanto alle grandi opportunità economiche. Insieme alla Banca di Sviluppo dei Paesi del Brics appena varata, l’AIIB è un altro tassello importante nel percorso per ridefinire l’intero sistema monetario internazionale.
In tutti i recenti summit del G20, da ultimo quello di Brisbane, si è ripetuta la stessa scena: i Brics con gli altri cosiddetti Paesi emergenti chiedevano una riforma della governance economica globale  e un loro peso maggiore nelle vecchie istituzioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale mentre gli Stati Uniti apertamente bloccavano ogni cambiamento significativo.
Adesso invece i passi verso una ridefinizione dell’intero sistema economico, monetario, finanziario e commerciale mondiale possono e debbono essere fatti alla luce del sole.
Dopo oltre settanta anni dalla sua creazione, il sistema di Bretton Woods ha terminato il suo ciclo storico ed è arrivato il momento per creare un nuovo modello multipolare, più giusto. Solo una pericolosa miopia politica può cercare di ritardare simili profondi cambiamenti, generando inevitabilmente gravi tensioni e conflitti difficilmente gestibili.
In questo processo noi riteniamo centrale e fondamentale il ruolo dei Paesi europei e dell’Unione europea. Occorre essere consapevoli delle strategie necessarie per realizzare la Grande Riforma in modo da diventarne protagonisti e non attori secondari, magari in cerca soltanto di qualche business appetibile. Ci sembra doveroso sottolineare che senza l’Unione europea e senza un euro stabile qualsiasi tentativo di riforma rischia di deragliare o di diventare una semplice questione regionale.  Si tratta, invece, di una sfida che richiede una vera maturazione del ruolo politico dell’Ue.
La Cina ha riserve in valuta e in oro per 4.000 miliardi di dollari. E’ una capacità monetaria notevole ma insufficiente a portare gli Usa sul sentiero del cambiamento necessario. Un’Europa politicamente determinata potrebbe farlo. Anche la decisione inglese di partecipare all’AIIB ha una grande valenza in quanto Londra prende una posizione completamente autonoma da Washington. Ciò sta creando riverberi importanti anche in Australia, in Giappone e nella Corea del Sud. Fatto non irrilevante, considerando che questi Paesi finora si sono tenuti in linea con gli Usa.
Circa 30 Paesi, soprattutto dell’Asia, parteciperanno alla creazione della banca, che parte con un capitale di 50 miliardi di dollari. La Russia ha già espresso il suo interesse anche se per il momento resta l’attore più attivo nella realizzazione dell’altra banca di sviluppo, quella del Brics. In questo contesto l’Unione Eurasiatica  ha recentemente annunciato di voler creare una sua unione monetaria per poter giocare un ruolo importante negli scenari di sviluppo dell’intero continente euro-asiatico e fronteggiare gli attacchi speculativi condotti dopo la manipolazione del prezzi del petrolio..
Non meno importante è il fatto che l’AIIB intende essere la banca che vuole sostenere e guidare gli investimenti di lungo termine nella realizzazione delle grandi infrastrutture di cui in Asia c’è un grande fabbisogno. In tal senso sarà un partner delle banche di sviluppo multilaterali esistenti e quindi anche di quelle del Long Term Investors Club, cui partecipa anche la nostra Cassa Depositi e Prestiti. 
Si pone di fatto come il fulcro di una nuova industrializzazione e modernizzazione tecnologica nelle zone dell’Asia e del Pacifico dove vive la maggioranza della popolazione mondiale.
E’ quindi un modello alternativo alla fallimentare finanziarizzazione dell’economia globale e alle varie “ideologie post industriali”. Il che può significare una svolta epocale.
I primi grandi progetti che intende promuovere sono legati alle Nuove Vie della Seta, quello che i cinesi chiamano “One road, one belt”, cioè la grande strada di collegamento con il resto del continente fino all’Europa creando un’ampia cintura di sviluppo economico, urbano e sociale lungo il suo percorso. Negli ultimi mesi ci sono stati anche intensi contatti e collaborazioni per collegare la nuova via della seta con il corridoio euro-asiatico “Razvitie” di sviluppo infrastrutturale che collegherà il Pacifico con l’Europa occidentale attraversando e sviluppando i vastissimi territori siberiani. 
Ne abbiamo già scritto e siamo sempre più convinti che, per la realizzazione di questi grandi progetti, sia fondamentale e insostituibile la capacità industriale, tecnologica e professionale dell’Ue.

GOLDMAN SACHS. COMMODITY E VALUTE ALLA LUCE DEL "NEW OIL ORDER"

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The commodity cycle, US dollar and EM are all linked It is no coincidence that, while the market is experiencing the end of the commodity super cycle, the dollar has strengthened and a EM to DM
rotation has begun. We believe that these dynamics are very much intertwined and reinforcing. Here we address three key questions about the oil market which we believe highlight these inter-linkages: First, how did the oil market drop so precipitously? Second, how low and for how long
do oil prices need to go? Third, where is the “new normal” for oil?

Supply, demand, technology and FX devaluations were all behind the recent drop in oil prices.

 We begin by decomposing the recent oil price decline. We find that of the $60/bbl decline in prices, $35/bbl was driven by current fundamentals, of which roughly two-thirds was due to supply and one-third demand. Longdated oil prices (which declined by $25/bbl) account for the remainder of the overall decline. Here we see two key drivers: first, the scalability of shale; and second, cost deflation, which has been reinforced by efficiency gains and commodity currency devaluations.

Faster ‘time to build’ makes capital the margin of adjustment.

 Previous paradigms were plagued by long time lags between when capital is spent and when production rises. But shale technology has collapsed
this time lag. Given very high decline rates, producers’ ability to quickly throttle back production has also increased, which has provided the market with more levers for rebalancing– credit, equity and cash flow. We continue to believe that this mix today will achieve the slowdown in supply growth needed to balance the global oil market by 2016. However, the short-cycle nature of shale and its ability to ramp up production quickly requires that price pressure remains in place long enough to sideline the large amount of low cost capital available until that rebalancing occurs.

 Finding a new equilibrium in the New Oil Order

The entire industry is re-pricing as costs decline and further efficiency gains are made. The level of uncertainty cannot be underestimated as these dynamics spill over into the price of commodities, currencies and consumption baskets around the world, with far-reaching market and
economic implications.

PACTA (NON) SUNT SERVANDA

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Letter From Washington DC di Oscar Bartoli

Quarantasette senatori del partito repubblicano hanno scritto una lettera indirizzata alle massime autorità iraniane nella quale sostengono che gli incontri che si stanno svolgendo a Ginevra tra una delegazione di cinque paesi occidentali e i ministri di Teheran, anche se dovessero arrivare a qualcosa di concreto, saranno poi smentiti e cancellati dai repubblicani quando vinceranno le prossime elezioni presidenziali. Per i conservatori di questo paese "pacta non sunt servanda", ovvero  si disegna la fisionomia di una nazione che non mantiene la parola data e agisce come 'double standard'. Una bestemmia per la cultura imperante anglosassone.

 Questa iniziativa del GOP è uno dei titoli di testa dei media americani insieme agli incidenti e ferimenti di agenti della polizia in quella Fergusson, frazione di Saint Louis, dove il comportamento razzista delle forze dell'ordine ha innescato dimissioni a catena a cominciare da quella dello sceriffo.

 L'attivismo dei senatori repubblicani americani a livello internazionale fa seguito all'invito rivolto al premier israeliano che si è esibito in un comizio al Congresso a pochi giorni dalle elezioni nel suo paese. Nel suo discorso Netanyahu ha criticato pesantemente le trattative in corso con l'Iran che hanno lo scopo di assicurare che non venga realizzata l'arma nucleare, mettendosi in aperta linea di contrapposizione con il Presidente della nazione che lo stava ospitando..

 Sono centinaia di migliaia le firme raccolte in pochi giorni che stigmatizzano il "tradimento" dei senatori repubblicani accusati di anteporre gli interessi di partito a quelli della comunità nazionale.

 In questo clima che si va facendo sempre più arroventato si inserisce anche la polemica nei confronti del principale e ipotetico candidato democratico ovvero Hillary Clinton. Si è scoperto che la signora ha utilizzato l'indirizzo di posta elettronica del Dipartimento di Stato, quando era ministro, per materie che esulavano dalla stretta amministrazione. Anche in questo caso i repubblicani stanno facendo l'ira di Dio e in larga parte sono riusciti a mettere in difficoltà la ex first-lady che ha dovuto ammettere di avere compiuto una leggerezza. In politica non si fanno prigionieri.

 Questi episodi confermano come, al di là della mano sul cuore esibita in ogni cerimonia ufficiale, gli Stati Uniti siano caratterizzati da una profonda divisione sociale e culturale che si ripercuote in ogni livello della vita di questa nazione che ama presentarsi come l'unico vero modello di democrazia parlamentare.

 Dopo la celebrazione dei 50 anni della marcia di Selma, dopo lo storico discorso pronunciato dal presidente Obama, dopo gli scontri razziali di Fergusson, l'America purtroppo sta dimostrando che le ferite della guerra civile conclusasi nel 1865 con oltre 600.000 morti e l'uccisione del presidente Lincoln, non sono rimarginate.

 La metà della opinione pubblica americana non tollera che alla Casa Bianca vi sia un presidente afroamericano. Potrà sembrare una semplificazione eccessiva ma il frastuono della propaganda delle destre, alimentata da imponenti interessi finanziari e imprenditoriali, ne è la quotidiana conferma.

 E' proprio il caso di dire: "God bless America", sperando che l'Altissimo trovi un po' di spazio nella sua nutrita agenda dei guai mondiali.

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