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15. dicembre 2017

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Società quotate e PMI

Bad bank sì o no?

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altIn questi ultimi giorni, in mezzo al caos del nuovo Governo che va formandosi, del vecchio che tramonta e dell'economia che stenta a ripartire nonostante la ripresa del Pil, cresciuto nell'ultimo trimestre dell'anno dello 0,1%, una parola è risuonata in molteplici corridoi del nostro Paese: “bad bank”.

Una “bad bank”, per i non addetti ai lavori, è letteralmente la parte cattiva di una banca o di un sistema di banche (in questo caso), cioè l'armadio in cui rinchiudere gli scheletri degli asset tossici accumulati negli anni, che siano essi crediti deteriorati, cioè i prestiti che possono andare incontro a perdita di valore o che difficilmente potrebbero essere recuperati, oppure investimenti con elevato valore nominale o valore di mercato vicino allo zero.L'idea viene dagli Stati Uniti, dall'ammnistrazione Obama per la precisione che ha proposto di depurare gli istituti finanziari nazionali dalle perdite derivanti dai titoli tossici.

Una bad bank sarebbe utile anche al nostro Paese, dove le banche sono sempre sull'orlo della sofferenza per mancanza di liquidità e, per essere rimessere in sesto avrebbero bisogno di un massiccio intervento.
In questa situazione, dunque, un istituto che si faccia carico dei crediti tossici, liquidandoli progressivamente magari in condizioni di mercato più favorevoli.

L'ipotesi che si sta ventilando, e che sembra trovare sostanziale consenso nei corridoi della Banca d'Italia, è quella di una bad bank di sistema, con l'appoggio pubblico oppure affidata ad iniziative private. La prima ipotesi, però, sembra quasi impraticabile. Lo stesso Ministero dell'Economia ha sottolineato che vede di buon occhio i consorzi tra banche ma senza fondi pubblici.
Non resta, quindi, che l'ipotesi consortile, che potrebbe andare a discapito degli istituti più piccoli, che potrebbero cedere a sconto i propri crediti, oppure l'ipotesi di una iniziativa affidata ad istituti di credito più grandi.

Ovviamente, quale che sia l'ipotesi vincente, ci saranno vantaggi e svantaggi per i diversi attori in campo.
 

La rinascita di Richard Ginori

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altA circa un anno dal fallimento la Richard Ginori torna a regime dopo essere stata rilevata dal gruppo Gucci.

La storia del marchio, nato nel 1735, conosce così un altro capitolo riportando le sue porcellane allo splendore originale.
L'acquisizione da parte del marchio fiorentino è avvenuta nella scorsa primavera, ma la prima collezione art del la table 2014 Richard Ginori firmata Gucci è stata presentata in occasione di HOMI, il nuovo salone internazionale della casa che si è tenuto a Milano dal 17 al 20 gennaio 2014.
Tutte le creazioni della collezione rappresentano ill forte legame del marchio con la sua storia e il suo patrimonio culturale, che rappresenta una parte molto significativa della storia industriale italiana.

Ad inizio febbraio la Richard Ginori ha celebrato questi primi segnali di rinascita con la visita in sede di Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana. “Rientreremo da Harrods e nei grandi riferimenti internazionali in modo molto significativo” ha affermato Walter Bongiorni, responsabile commerciale di Richard Ginori. 

Crisi di Governo e mercati finanziari

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altLa crisi di Governo che si è aperta ieri a seguito della riunione di direzione del Pd in cui Renzi ha chiesto di aprire una nuova fase, con un nuovo esecutivo per “uscire dalla palude”, ha turbato i mercati meno di quanto ci si potesse aspettare.

Piazza Affari ieri ha vissuto una giornata difficile ma ha chiuso in sostanziale pareggio, ad appena 20.110 punti perdendo lo 0,17%.
Durante il corso delle contrattazioni, però, l'indice Ftse Mib ha toccato ribassi ben più alti, fino a toccare quota -1,30% nel primo pomeriggio, non solo a causa dell'instabilità politica e delle attese sulle decisioni del segretario del Pd, ma anche per le cattive performance dei finanziari Mediolanum, Bpm e Mediobanca e, soprattutto a causa di alcuni fattori macroeconomici preoccupanti.

I dati macroeconomici Usa diffusi nella giornata di ieri, mercoledì 13 febbraio, hanno infatti lasciato decisamente l'amaro in bocca. Secondo tali dati, infatti, le vendite al dettaglio negli Stati Uniti sono scese nel mese di gennaio dello 0,4% e, di pari passo, sono aumentate le richieste di sussidi di disoccupazione nella prima settimana di febbraio.

Doccia fredda anche dalla Bce che nel bollettino mensile ha scritto che “si attende un lento recupero del prodotto nell'area euro” con prospettive di crescita che rimangono orientate al ribasso. L'inflazione nell'eurozona, invece, nei prossimi mesi resterà sui livelli attuali con “rischi bilanciati”.

Nonostante le turbolenze, però, lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha chiuso a 204 punti base con un tasso sui titoli decennali del 3,70%.

Secondo gli analisti questa fase di transizione politica non avrà forti ripercussioni sui mercati. Non resta che attendere di sapere quale sarà il programma economico del prossimo Governo.
 

Giorni di fuoco per Fiat

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altGiorni concitati per Fiat. A due settimane dal lancio del nuovo marchio FCA – Fiat Chrysler Automobiles, la casa torinese subisce il duro colpo del taglio del rating da parte di Moody's che declassa il Corporate Family Rating di Fiat da B1 a Ba3.

Decisione presa “in seguito alla performance più debole del previsto nell'esercizio fiscale 2013” ma anche in considerazione delle “significative sfide che la società si trova ad affrontare per raggiungere gli obiettivi di quest'anno” si legge nella nota diffusa dall'agenzia di rating.

I limiti di Fiat sono diversi, dall'accesso al cash flow di Chrysler alla dipendenza dal mercato automobilistico europeo, la cui situazione non è rosea. A pesare, inoltre, l'erosione della redditività in America Latina e la mancanza di immediati piani di aggiustamento per l'Italia.

Ed è proprio in Italia che non si ferma la lotta tra dirigenza Fiat e sindacati. La Fiom, infatti, ha chiesto all'azienda e agli altri sindacati un'assemblea unitaria per formulare insieme una proposta unitaria su occupazione e salario. Secondo Michele De Palma, coordinatore Fiom della Fiat, l'incontro con Pietro De Biasi, responsaibile delle Relazioni industriali dell'ormai ex casa torinese, ha confermato che “non ci sono elementi di garanzia per i lavoratori”.

John Elkann, Presidente di Fiat, ha avuto anche uno scontro verbale con Diego Della Valle a seguito di alcune polemiche su Rcs. “Non posso pensare che Della Valle abbia preoccupazioni su Rcs, penso che Tod's lo preoccupi” ha detto Elkann aggiungendo che Della Valle “rispetto ai suoi concorrenti è un nano”.
Da parte sua Della Valle ha replicato invitando Elkann a visitare la sua azienda: “Potrebbe anche rimanere per uno stage così potrà imparare cosa vuol dire lavorare davvero”.

Nonostante tutto il titolo ha retto in Borsa e mercoledì 12 febbraio ha segnato un rialzo dello 0,14%.
 

Produzione industriale in calo nel 2013

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Cattive notizie dai dati sulla produzione industriale dello scorso anno. Dicembre 2013, infatti, si è chiuso con un -0,7% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente confermando una tendenza che ha visto la produzione industriale dello scorso anno scendere di ben 3 punti percentuali rispetto ad un 2012 che era stato già negativo con un calo del 6,4%.

Un'Italia ancora in difficoltà, dunque, quella che esce dall'analisi Istat che, tuttavia, fa percepire lievi segni di miglioramento nel trimestre ottobre – dicembre 2013 che ha visto una lieve inversione di tendenza con un modesto +0,7%. Un aumento, tuttavia, inferiore alle aspettative di alcuni analisti.

I settori che hanno registrato una crescita maggiore sono stati quello farmaceutico, quello della produzione di apparecchiature elettriche e il metallurgico che hanno visto, rispettivamente, un aumento della produzione di +8%, +7,5% e +7,4%. Male le produzioni di macchinari e attrezzature, tessile e abbigliamento e computer.

Anche il settore automobilistico è calato con un – 2,6% medio nel 2013.

Per il nuovo anno appena iniziato, però, ci sono aspettative più rosee. Secondo il Centro Studi di Confindustria, infatti, a gennaio la produzione industriale nel nostro Paese è cresciuta del 0,3% rispetto allo scorso dicembre. Un incremento modesto che, però, fa sperare in un'inversione di tendenza.

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