Una misura che punta a ridurre il peso delle bollette, aumentare l’autoconsumo e rendere gli enti locali più autonomi dal punto di vista energetico.
I contributi potranno coprire fino al 100% delle spese ammissibili e gli impianti dovranno essere dimensionati sui consumi reali, garantendo almeno il 70% di utilizzo diretto dell’energia prodotta.
Un investimento importante, che però porta con sé una riflessione: perché la stessa strategia non viene applicata con altrettanta decisione anche agli immobili di proprietà della Regione?
L’amministrazione regionale dispone infatti di un patrimonio edilizio vastissimo, composto da palazzi, uffici e strutture distribuite in tutta l’Isola.
Superfici che potrebbero trasformarsi in altrettanti punti di produzione energetica, contribuendo a ridurre i costi della macchina pubblica e a dare un segnale concreto sulla strada della sostenibilità.
Ad oggi, tra gli enti regionali, risulta dotata di un impianto fotovoltaico sulla propria sede soltanto l’Area, l’Agenzia regionale per l’edilizia abitativa.
Un dato che evidenzia quanto spazio ci sia ancora per un piano organico di valorizzazione energetica del patrimonio pubblico.
Il tema richiama anche il progetto proposto dal Consorzio di Bonifica di Oristano, per l’installazione di pannelli fotovoltaici lungo i canali irrigui.
Un’idea capace di coniugare produzione energetica e tutela della risorsa idrica: migliaia di chilometri di infrastrutture avrebbero potuto ospitare impianti in grado di generare energia e, allo stesso tempo, limitare l’evaporazione dell’acqua nei periodi di maggiore siccità.
Un progetto che, come altri, è rimasto però in attesa di una concreta attuazione.
Ed è proprio qui che si apre una delle questioni più attuali del dibattito energetico regionale.
Se negli anni fossero state sfruttate fino in fondo le superfici già disponibili — dai tetti degli edifici pubblici ai canali dei Consorzi di Bonifica — la Sardegna avrebbe potuto costruire una capacità produttiva diffusa, riducendo forse la necessità di concentrare nuovi impianti eolici e fotovoltaici in aree agricole e paesaggistiche di pregio.
Una strategia diversa, basata prima di tutto sul recupero e sull’utilizzo intelligente degli spazi già esistenti, avrebbe potuto contribuire a conciliare la produzione di energia pulita con la tutela del territorio.
Sicuramente oggi la Sardegna avrebbe avuto una capacità di produzione energetica molto maggiore e forse si sarebbe evitata la corsa, non solo alla speculazione energetica, ma soprattutto alla realizzazione di grandi impianti eolici e fotovoltaici nelle campagne e sulle colline dell’Isola, con il conseguente consumo di territorio e i problemi ambientali che sono ormai sotto gli occhi di tutti.