FED: un cambio di regime verso la stabilità

FED: un cambio di regime verso la stabilità
KEVIN WARSH

Milano, 2 febbraio 2026.  A cura di Gunther Schnabl, Direttore del Flossbach von Storch Research Institute

La banca centrale più potente del mondo sta per nominare un nuovo presidente. Il professor Gunther Schnabl (direttore del Flossbach von Storch Research Institute) analizza le conseguenze politiche e monetarie del cambio al vertice della Federal Reserve.

Kevin Warsh apporta una notevole esperienza al ruolo.

Ha fatto parte del Consiglio dei governatori della Fed dal 2006 al 2011, dopo essere stato nominato dal presidente repubblicano George W. Bush.

Potrebbe fornire un impulso positivo, perché è generalmente considerato più un falco che una colomba, in altre parole è un forte sostenitore della stabilità monetaria.

Warsh ha descritto una volta il programma di quantitative easing della Fed come una sorta di “Robin Hood al contrario”.

Almeno finora, si è opposto all’idea che la Fed finanzi la spesa pubblica.

In diverse occasioni ha invocato un cambiamento di regime rispetto alla politica monetaria altamente espansiva in vigore dall’inizio del millennio. 

Un approccio che punta a un ritorno alle origini

Secondo Warsh, la Fed dovrebbe ridurre il proprio bilancio e astenersi dal perseguire politiche finanziarie o economiche. Ciò è perfettamente in linea con l'idea di un riorientamento della politica monetaria avanzata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, che chiede alla Fed di tornare ai suoi compiti fondamentali di stabilità dei prezzi e crescita.

Le posizioni degli altri candidati

Christopher Waller, governatore veterano della Fed, era favorevole al mantenimento dell'attuale quadro politico, compresi gli acquisti di asset su larga scala.

La governatrice Michelle Bowman è più concentrata sulla vigilanza bancaria e ha una posizione meno netta sulla politica monetaria.

Rick Rieder, investment banker presso BlackRock, avrebbe probabilmente favorito una politica espansiva per stabilizzare i mercati finanziari.

Kevin Hasset, presidente del Council of Economic Advisers, considerato uno stretto confidente di Trump, non aveva però competenze in materia di politica monetaria.

Con Kevin Warsh sembra aver prevalso il candidato più apertamente falco.

A prima vista, la scelta di Warsh sembra andare contro gli obiettivi economici di Donald Trump. 

Un aspetto che sarà chiarito nei prossimi mesi, anche perché la nomina di Warsh deve ancora essere confermata dal Senato.

Del resto, nella pratica, la politica monetaria è inevitabilmente politica. Per lealtà nei confronti di Donald Trump, Warsh potrebbe ad esempio passare da una posizione aggressiva a una più accomodante.

Ciò si inserisce in un quadro più ampio: recentemente ha infatti descritto come giustificate le richieste di Trump di tagliare i tassi di interesse. In questo contesto, Warsh ha sottolineato come un’accelerazione della produttività, guidata dall’intelligenza artificiale, potrebbe contribuire a frenare l’inflazione.

Resta tuttavia aperta la questione della credibilità: un orientamento eccessivamente accomodante rischierebbe di indebolire la reputazione della banca centrale. Un elemento cruciale per i mercati, considerando che la credibilità del suo presidente è un fattore chiave anche per la tenuta del dollaro statunitense, principale valuta di riserva globale.

Tuttavia, qualora Warsh rimanesse fedele alle proprie convinzioni, la direzione intrapresa potrebbe rivelarsi quella corretta. È plausibile che i decisori politici repubblicani, al di là del rumore generato dalle dichiarazioni spesso controverse di Donald Trump, stiano in realtà perseguendo un’impostazione di politica monetaria maggiormente orientata alla stabilità di lungo periodo. A supporto di questa lettura concorrono la posizione di Scott Bessent, i contenuti del programma elettorale del Partito Repubblicano e il crescente malcontento dell’elettorato trumpiano per il livello elevato dei prezzi dei beni alimentari e delle abitazioni.

Molto rumore per nulla

Molti elementi suggeriscono che, dietro la retorica dirompente di Donald Trump sui tagli dei tassi, si celi in realtà un riassetto strategico della politica monetaria.

Nessun altro presidente della Fed ha ampliato il bilancio del Sistema della Federal Reserve in modo altrettanto marcato e duraturo quanto Jerome Powell. Se è vero che tale espansione è stata in parte determinata da circostanze eccezionali, come la crisi pandemica, è altrettanto plausibile che si sia andati troppo oltre. La combinazione di pressioni inflazionistiche persistenti, del crescente malcontento dell’opinione pubblica per l’elevato costo della vita e dell’obiettivo dichiarato di preservare il ruolo internazionale del dollaro rende politicamente difficile sostenere un ritorno a una politica monetaria espansiva in modo permanente. In questo senso, non può esserci un’America forte senza un dollaro forte.

In tale contesto, Kevin Warsh potrebbe incarnare un cambio di passo verso una maggiore stabilità, risultando al contempo più compatibile sul piano politico rispetto, ad esempio, a Kevin Hassett.

Alla guida della Fed, potrebbe inviare segnali chiari sia agli elettori statunitensi sia ai mercati finanziari internazionali in merito al raffreddamento dell’inflazione e alla solidità del dollaro.

Una mossa che, per il Partito Repubblicano, avrebbe una valenza strategica ben oltre il ciclo elettorale del 2026.