Hormuz e la trappola dei fertilizzanti: perché la crisi energetica minaccia la sicurezza alimentare globale

Hormuz e la trappola dei fertilizzanti: perché la crisi energetica minaccia la sicurezza alimentare globale
Alexis Bienvenu, Fund manager di La Financière de l’Échiquier

Milano, 13 aprile 2026. Di  Alexis Bienvenu, Fund Manager di La Financière de l'Echiquier (Redatto il 10.04.2026)

Attraverso lo Stretto di Hormuz non transitano soltanto navi cariche di prodotti petroliferi, di gas o di prodotti industriali.

Da quel punto nevralgico passano infatti anche i fertilizzanti, e soprattutto due delle tre grandi famiglie di concimi: quelli a base di azoto (urea, ammoniaca e loro derivati, grandi consumatori di gas naturale) e quelli a base di fosforo.

Per questo motivo, il blocco dello stretto da sei settimane – benché si auspichi una schiarita a breve – non fa presagire solo difficoltà energetiche immediate ma anche tensioni alimentari a scoppio ritardato.

Il combinato disposto di questi due fattori potrebbe anche arrivare, in alcuni Paesi, ad alimentare tensioni politiche tali da provocare conseguenze imprevedibili, come nel caso della “Primavera araba” del 2011, in parte innescata dall’inflazione dei prezzi alimentari sulla scia della crisi del 2008[1].

Quali sono oggi le economie particolarmente a rischio da questo punto di vista?

Dall'analisi delle vulnerabilità agricole legate al blocco di Hormuz emergono innanzitutto l'India e il Brasile, due Paesi grandi importatori di fertilizzanti prodotti nel Golfo Persico.

Stando alla North Dakota State University[2], il 54% dei fertilizzanti azotati importati dall’India transita dallo Stretto di Hormuz, così come il 45% delle importazioni brasiliane di urea, componente essenziale per i raccolti di questo gigante agricolo. Questa dipendenza dai fertilizzanti del Golfo raggiunge oltre il 70% nel caso dell’Australia, resa decisamente meno vulnerabile - rispetto ai due Paesi precedenti - dalla sua ricchezza.

Lo zolfo, sottoprodotto dell’industria petrolifera, è un’altra materia prima per uso agricolo abbondante nel Golfo e indispensabile per la produzione dell’acido solforico necessario per realizzare i fertilizzanti fosfatici.

Ora, quasi la metà dello zolfo trasportato via nave nel mondo proviene dai Paesi del Golfo.

La carenza di questo ingrediente colpisce direttamente i grandi Paesi produttori di fertilizzanti fosfatici come il Marocco, che ne è il primo esportatore mondiale, o la Cina.

Ne risente l'agricoltura locale ma anche il commercio estero di questi esportatori di fertilizzanti, nel caso soprattutto del Marocco che dipende fortemente da queste esportazioni.

Se i primi Paesi colpiti da queste perturbazioni sono nazioni povere - in particolare India, Bangladesh, Egitto o Sudan[3]- nemmeno i Paesi ricchi possono ritenersi al riparo.

Gli Stati Uniti, ad esempio, sono importanti produttori di fertilizzanti fosfatici, dipendenti dalla disponibilità mondiale di zolfo.

Ma soprattutto, se le rese dei grandi Paesi esportatori di prodotti agricoli diminuiranno a causa della riduzione delle quantità di fertilizzanti utilizzate, e se il costo dei fertilizzanti aumenterà a livello globale, l’intero pianeta finirà per essere, direttamente o indirettamente, coinvolto.

L’Europa, ad esempio, grande importatrice di soia e mais brasiliani, potrebbe risentire delle tensioni su queste materie prime quando dovrà acquistarle per nutrire il suo bestiame.

A breve termine, sarà necessario mettere in atto una gestione della crisi per aiutare i Paesi più colpiti, spesso i più deboli, pena il rischio di disordini politici.

A medio termine, dovrà essere delineata una nuova architettura delle reti di dipendenza dai fertilizzanti importati, alla stregua di quanto fu fatto per gli approvvigionamenti europei di petrolio e gas dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.

L’Europa convoca quindi una riunione il 13 aprile per delineare un piano «fertilizzanti». A più lungo termine, si parlerà sicuramente della costituzione di riserve strategiche di fattori di produzione agricoli, oltre che della creazione di una filiera di produzione sostenibile di fertilizzanti azotati. I fertilizzanti non sono infatti meno strategici – amara costatazione con l’Ucraina prima e Hormuz poi – delle energie fossili.

Il blocco dello stretto rimescola le carte in modo inaspettato. Si apre un nuovo capitolo della storia dell’agricoltura in occasione di una guerra che, in origine, non aveva alcuna finalità agricola – ma che fin dall’inizio aveva un risvolto sulfureo.