IL DIVIETO DEL VINCOLO DI MANDATO IMPERATIVO CHE FAVORISCE LE "MINORANZE INVISIBILI". DALL'IDEA DI ROBESPIERRE...
Giannina Puddu, 13 gennaio 2026.
Il fenomeno del non voto, o astensionismo, si sta affermando nelle Democrazie occidentali, rivelandone la fragilità strutturale.
Per come sono state concepite e organizzate, stanno alimentando la sfiducia nella politica, il disinteresse diffuso, le aree di protesta o di passiva indifferenza, soprattutto tra i giovani.
Crescono la mancanza di fiducia nelle istituzioni, la percezione di inefficacia della politica e/o il disaccordo con l'offerta politica disponibile.
Crescono le disuguaglianze economiche e la corruzione percepita.
I governi eletti rappresentano "minoranze invisibili", disonorano le "promesse elettorali" grazie al divieto del vincolo di mandato imperativo che consente agli eletti di assumere decisioni politiche contrarie alle promesse elettorali che ne hanno garantito la nomina.
La legittimità democratica sta vacillando...
Con l'art. 67 della Costituzione, i nostri Padri Costituenti previdero che ogni parlamentare potesse esercitare le sue funzioni senza vincolo di mandato.
Secondo i "Costituenti", questo principio era alla base della Democrazia Rappresentativa, intendendo che i parlamentari non fossero ridotti alla stregua di semplici esecutori di volontà terze, elettori o partiti, ma rappresentanti liberi e responsabili di tutta la Nazione.
Ritennero che questa precondizione avrebbe garantito l'indipendenza del parlamentare e la sua azione per l'interesse generale e non per interessi particolari.
Avrebbe dovuto essere un pilastro della nostra Democrazia, mentre, a conti fatti, trascorsi 79 anni dal giorno della sua approvazione in Assemblea Costituente (22 dicembre 1947), questo "pilastro" non sta reggendo l'impalcatura democratica, anzi, pare essere il suo punto strutturale più critico.
Escludere, in Costituzione, l'obbligo di rendicontare il proprio operato politico ai propri elettori, avendo la totale facoltà di tradire la loro fiducia, non porta alla tutela dell'Interesse Generale" ma, alla prosaica costruzione dell'oscuro interesse personale dell' "eletto", libero anche di scegliere a quali carri aggrapparsi per trarre il maggior beneficio per sè.
Detto volgarmente, ci si candida, si imbroglia l'elettorato con promesse false e ci si accomoda in poltrona protetti dalla Legge.
La sola regola è: coloro che con le loro chiacchiere sanno imbrogliare meglio gli elettori vincono la poltrona!
Ci sarebbe molto da lavorare per rafforzare queste Democrazie così traballanti!
Rileggendo le pagine della Storia si comprende che la Storia si ripete, tanto da sorprenderci, ogni volta.
Questo si spiega con la natura della specie umana che contiene in sè l'opposizione perenne tra il bene e il male.
Nello scorrere del tempo, la spinta dalle due categorie si alterna con intensità mutanti, determinando fatti sociali, in attesa di una vera azione costituente calmierante che riesca a contenere, almeno, le bizzarrie dei peggiori tra noi, grandi affabulatori di professione politica.
Tale Questione Primaria, tpica degli ordinamenti che ambiscono ad essere "Democratici" è stata oggetto di approfondimenti nel passato.
Nella Francia dei francesi che, spesso, invidiamo per la loro capacità di azione politica dal basso, patria dell'Illuminismo che ha tracciato la nuova via nel percorso filosofico e politico dell'umanità occidentale, il signor Robespierre, sul punto, aveva la visione ripresa dai nostri Padri Costituenti.
Quale sarebbe il suo bilancio oggi e quale sarebbe la sua idea aggiornata?
Il 10 maggio del 1793, Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, detto l'Incorruttibile, pronunciò il discorso che segue all'Assemblea per il governo della Repubblica.
Da Incorruttibile dovrebbe ammettere la fallacia del principio che sostenne...
Ciò che egli disse allora per descrivere la condizione sociale del suo tempo, premessa per l'obbligo di radicale cambiamento, può, purtroppo, essere usato per descrivere la situazione attuale, 233 (!!!) anni dopo e coinvolge ogni ambiente istituzionale, allora come oggi...
Alla luce dei fatti, il Divieto di Mandato Imperativo è un principio in discussione.
Anche in Italia.
Nel 2019, presso l'Università degli Studi di Firenze - Seminario di studi e ricerche parlamentari «Silvano Tosi», Alessandro Giai, Andrea Fontana, Valentjna Juric, Jacopo Mazzuri e Marco Rhao, avevano pubblicato la loro ricerca «Il divieto di mandato imperativo: un principio in discussione».
Alle Conclusioni è scritto:
Tuttavia, dall’altra è altrettanto incontestabile che l’ultima fase del costituzionalismo moderno, quella che convenzionalmente si fa iniziare con il Secondo Dopoguerra, testimonia una prepotente esigenza di “riconnettere” popolo e istituzioni, società e stato: di fronte a un simile movimento storico, mantenere quella “separatezza” fra l’organo parlamentare e il corpo vivo della società che sembrava essersi imposta (dove più, dove meno) nel disegno costituzionale europeo almeno fino alla fine del XIX secolo, non è stato più possibile.
Robespierre:
L'uomo è nato per la felicità e la libertà, e ovunque è schiavo e infelice!
La società mira a preservare i suoi diritti e a perfezionare il suo essere, e ovunque la società lo degrada e lo opprime! È giunto il momento di ricordargli il suo vero destino; il progresso della ragione umana (l'Illuminismo- ndr) ha preparato questa grande rivoluzione, ed è a voi che è imposto in modo particolare il dovere di accelerarla.
Per portare a termine la tua missione, devi fare esattamente l'opposto di ciò che esisteva prima di te.
Finora l'arte di governare non è stata altro che l'arte di derubare e schiavizzare i molti a vantaggio di pochi, e la legislazione il mezzo per ridurre questi attacchi a un sistema: i re e gli aristocratici hanno fatto molto bene il loro lavoro; ora tocca a voi fare il vostro, cioè rendere gli uomini felici e liberi attraverso le leggi.
Dare al governo il potere necessario per garantire che i cittadini rispettino sempre i loro diritti e garantire che il governo stesso non possa mai violarli: questo, a mio avviso, è il duplice problema che il legislatore deve cercare di risolvere. Il primo mi sembra abbastanza facile; quanto al secondo, si sarebbe tentati di considerarlo insolubile se ci si limitasse a esaminare gli eventi passati e presenti senza risalire alle loro cause.
Guardate la storia e vedrete ovunque magistrati che opprimono i cittadini e il governo che divora la sovranità: i tiranni parlano di sedizione; il popolo si lamenta della tirannia; quando il popolo osa lamentarsi, accade quando l'eccesso di oppressione gli restituisce energia e indipendenza.
Volesse Dio che potessero mantenerle per sempre! Ma il regno del popolo non dura che un giorno; quello dei tiranni accende il passare dei secoli.
Ho sentito molto parlare di anarchia dopo la rivoluzione del 14 luglio 1789, e soprattutto dopo la rivoluzione del 10 agosto 1792; ma sostengo che non è l'anarchia la malattia dei corpi politici, bensì il dispotismo e l'aristocrazia.
Trovo, qualunque cosa si dica, che è solo a partire da questo periodo tanto vituperato che abbiamo avuto un inizio di leggi e di governo, nonostante i disordini, che non sono altro che le ultime convulsioni di una monarchia morente e la lotta di un governo infedele all'uguaglianza.
L'anarchia regnò in Francia da Clodoveo fino all'ultimo dei Capetingi.
Cos'è l'anarchia, se non la tirannia, che abbatte la natura e la legge dal trono per collocarvi gli uomini?
I mali della società non provengono mai dal popolo, ma dal governo.
Come potrebbe essere altrimenti! L'interesse del popolo è il bene pubblico; l'interesse dell'uomo al potere è un interesse privato.
Per essere buono, il popolo ha solo bisogno di anteporre se stesso a ciò che non è lui; per essere buono, il magistrato deve sacrificarsi al popolo.
Se dovessi degnarmi di rispondere a pregiudizi assurdi e barbari, osserverei che sono il potere e l'opulenza a generare l'orgoglio e tutti i vizi; che sono il lavoro, la mediocrità e la povertà a essere i custodi della virtù; che i desideri dei deboli mirano solo alla giustizia e alla protezione di leggi benevole, che apprezzano solo le passioni dell'onestà; che le passioni dei potenti tendono a elevarsi al di sopra delle leggi giuste, o a crearne di tiranniche: direi infine che la miseria dei cittadini non è altro che il crimine dei governi.
Ma stabilisco la base del mio sistema con un solo argomento.
Il governo è istituito per far rispettare la volontà generale; ma coloro che governano hanno volontà individuali, e ogni volontà cerca di dominare: se impiegano la forza pubblica di cui sono armati a questo scopo, il governo non è altro che il flagello della libertà.
Pertanto, concludiamo che l'obiettivo primario di qualsiasi costituzione deve essere quello di difendere la libertà pubblica e individuale contro il governo stesso.
È proprio questo l'oggetto che i legislatori hanno dimenticato: si sono tutti preoccupati del potere del governo; nessuno ha considerato i mezzi per riportarlo al suo giusto ordine; hanno preso infinite precauzioni contro l'insurrezione popolare e hanno incoraggiato con tutte le loro forze la rivolta dei suoi rappresentanti.
Ho già indicato le ragioni: l'ambizione, la forza e la perfidia sono state legislatrici del mondo; hanno schiavizzato persino la ragione umana corrompendola e l'hanno resa complice della miseria umana: il dispotismo ha prodotto la corruzione dei costumi, e la corruzione dei costumi ha sostenuto il dispotismo.
In questo stato di cose, si tratta di chi venderà l'anima al più forte per legittimare l'ingiustizia e deificare la tirannia.
Allora la ragione non è altro che follia; l'uguaglianza, anarchia; la libertà, disordine; la natura, una chimera; la memoria dei diritti dell'umanità, la rivolta: allora abbiamo bastiglie e patiboli per la virtù, palazzi per la dissolutezza, troni e carri trionfali per il crimine: allora abbiamo re, preti, nobili, borghesi, plebe; ma nessun popolo e nessun uomo.
Considerate anche quei legislatori che il progresso dell'illuminismo pubblico sembra aver costretto a rendere omaggio ai principi; considerate se non abbiano impiegato la loro abilità nell'aggirarli quando non riuscivano più a conciliarli con le loro opinioni personali; considerate se abbiano fatto altro che variare le forme del dispotismo e le sfumature dell'aristocrazia!
Hanno proclamato con sfarzo la sovranità del popolo e tuttavia l'hanno incatenata; pur riconoscendo che i magistrati sono i rappresentanti del popolo, li hanno trattati come padroni e idoli: tutti hanno concordato nel supporre che il popolo fosse stolto e ribelle, e i funzionari pubblici essenzialmente saggi e virtuosi.
Senza cercare esempi tra le nazioni straniere, potremmo trovarne alcuni molto eclatanti nella nostra rivoluzione e nella condotta stessa dei legislatori che ci hanno preceduto.
Guardate con quale codardia hanno elogiato la monarchia!
Con quale impudenza hanno predicato la cieca fiducia nei funzionari pubblici corrotti!
Con quale insolenza hanno degradato il popolo!
Con quale barbarie lo assassinarono!
Eppure, guardate da quale parte si trovavano le virtù civiche; ricordate i generosi sacrifici dei poveri e la vergognosa avarizia dei ricchi, ricordate la sublime devozione dei soldati e gli infami tradimenti dei generali, l'invincibile coraggio, la magnanima pazienza del popolo e il codardo egoismo, l'odiosa perfidia di questi rappresentanti!
Ma non stupiamoci troppo di tanta ingiustizia.
Uscendo da una corruzione così profonda, come potevano rispettare l'umanità, amare l'uguaglianza, credere nella virtù?
Noi, anime miserabili, innalziamo il tempio della libertà con le mani ancora avvizzite dalle catene della servitù!
Cos'era la nostra precedente educazione, se non una continua lezione di egoismo e di stolta vanità?
Cos'erano i nostri costumi e le nostre cosiddette leggi, se non il codice dell'impertinenza e della bassezza, dove il disprezzo per l'umanità era soggetto a una sorta di tariffa, e graduato secondo regole tanto bizzarre quanto numerose?
Disprezzare ed essere disprezzati, strisciare per dominare; schiavi e tiranni a turno; a volte in ginocchio davanti a un padrone, a volte calpestando il popolo: tale era il nostro destino, tale era la nostra ambizione, tutti noi, ben nati o ben educati, onesti o rispettabili, avvocati e finanzieri, magistrati o uomini di spada.
C'è da stupirsi, allora, che tanti mercanti sciocchi, tanti borghesi egoisti, nutrano ancora per gli artigiani quell'insolente disprezzo che i nobili un tempo riversavano sui borghesi e sui mercanti stessi?
Oh, nobile orgoglio!
Bella educazione!
Eppure è per questo che i grandi destini del mondo sono ostacolati!
È per questo che il cuore della nazione è dilaniato dai traditori!
È per questo che i feroci scagnozzi dei despoti d'Europa hanno devastato i nostri raccolti, bruciato le nostre città e massacrato le nostre donne e i nostri bambini!
Il sangue di trecentomila francesi è già stato versato!
Forse il sangue di altri trecentomila uomini verrà ancora versato, affinché il semplice contadino non possa sedere in Senato accanto al ricco mercante di grano, affinché l'artigiano non possa votare nelle assemblee popolari accanto all'illustre commerciante o al presuntuoso avvocato, e affinché l'uomo povero, intelligente e virtuoso non possa mantenere la compostezza di un uomo al cospetto del ricco, stolto e corrotto?
Stolti, che chiedete padroni per non avere pari, credete davvero che i tiranni adotteranno tutti i calcoli della vostra triste vanità e della vostra codarda avidità?
Credete che il popolo, che ha conquistato la libertà, che ha versato il suo sangue per la patria, mentre voi dormivate nella compiacenza o cospiravate nell'oscurità, si lascerà incatenare, affamare e massacrare da voi?
No!
Se non rispettate né l'umanità, né la giustizia, né l'onore, abbiate almeno un po' di cura per i vostri tesori, che non hanno altro nemico che l'eccesso di miseria pubblica, che voi così imprudentemente aggravate!
Ma quale motivo può muovere gli schiavi orgogliosi?
La voce della verità, che tuona nei cuori corrotti, è come i suoni che risuonano nelle tombe, e che non risvegliano i cadaveri.
Voi, dunque, a cui sono care la libertà e la patria, assumetevi il compito di salvarle, e poiché il momento in cui l'urgente necessità della loro difesa sembra richiedere la vostra piena attenzione è proprio il momento in cui l'edificio della Costituzione di una grande nazione viene frettolosamente eretto, fondatelo almeno sulle basi eterne della verità!
In primo luogo, stabilite questa massima indiscutibile: che il popolo è buono e che i suoi rappresentanti sono corruttibili; che è nella virtù e nella sovranità del popolo che dobbiamo cercare una salvaguardia contro i vizi e il dispotismo del governo. [...]
Si tratta di un modo generale e non meno utile per ridurre il potere dei governi a vantaggio della libertà e della felicità dei popoli.
Consiste nell'applicazione di questa massima, enunciata nella Dichiarazione dei diritti che vi ho proposto: la legge può solo proibire ciò che è dannoso per la società; può solo ordinare ciò che le è utile.
Evitate la vecchia abitudine dei governi di voler governare troppo;
lasciate agli individui, lasciate alle famiglie il diritto di fare ciò che non nuoce agli altri;
lasciate ai comuni il potere di regolare i propri affari in tutto ciò che non appartiene essenzialmente all'amministrazione generale della Repubblica;
in breve, restituite alla libertà individuale tutto ciò che non appartiene naturalmente all'autorità pubblica, e avrete lasciato meno spazio all'ambizione e all'arbitrio.