Un richiamo che però rischia di ignorare una questione fondamentale: la Sardegna non è una terra qualsiasi sulla quale si possono calare dall’alto decisioni prese a Roma o a Bruxelles.
Nessuno mette in discussione la necessità della transizione energetica.
(NDR: noi, come moltissimi altri, nel mondo intero, riteniamo che alla base di questa "transizione" ci siano temi fasulli dal punto di vista scientifico e che l'obiettivo vero sia solo quello di "elettricizzare" per sfamare l'IA e tutte le sue sovrastrutture che necessitano di quantità abnormi di energia elettrica...).
Nessuno sostiene che le energie rinnovabili debbano essere fermate.
Il problema è un altro: dove e come vengono realizzati gli impianti.
La Sardegna paga già un prezzo altissimo in termini di servitù militari, con vaste porzioni del territorio occupate da poligoni e installazioni dello Stato.
Ora si pretende che l’isola diventi anche la piattaforma energetica del Mediterraneo, sacrificando campagne, aree agricole, siti archeologici, coste e paesaggi unici senza alcun reale beneficio per le comunità locali.
La domanda è semplice: perché installare pale eoliche e distese di pannelli fotovoltaici in prossimità di luoghi simbolo della Sardegna?
Perché immaginare impianti davanti a Barumini, nei pressi della Basilica di Saccargia, nelle Domus de Janas o davanti agli unici scenari costieri del Pan di Zucchero o di Capo Caccia?
Quale interesse pubblico giustifica la trasformazione irreversibile di paesaggi che rappresentano un patrimonio identitario e turistico di valore inestimabile, alcuni tutelati come Patrimonio mondiale universale dall’Unesco?
Esiste un’alternativa che raramente viene presa in considerazione con la stessa determinazione.
In Sardegna ci sono aree industriali dismesse, zone produttive abbandonate e siti già compromessi dal punto di vista ambientale.
Sarebbe logico concentrare lì gli investimenti nelle rinnovabili, evitando di consumare altro territorio e preservando un ambiente che costituisce una delle principali ricchezze dell’isola.
(NDR: per noi, sarebbe "logico", invece, risanare queste aree e riportarle alla loro antica bellezza)
Non è una posizione nuova.
Anni fa Vittorio Sgarbi provocò il governo Draghi suggerendo di installare le pale eoliche sulle Dolomiti anziché devastare la Sardegna.
Una battuta, certo, ma che evidenziava una contraddizione evidente: ciò che sarebbe considerato inaccettabile in altri territori italiani sembra improvvisamente possibile quando si parla della Sardegna.
Se il principio è che ogni territorio deve fare la propria parte, allora il ragionamento dovrebbe valere per tutti.
Alla presidente Meloni, che conosce bene Roma, si potrebbe provocatoriamente suggerire di immaginare qualche impianto eolico davanti al Colosseo. Probabilmente scatterebbero immediatamente proteste e vincoli di tutela.
Gli stessi criteri dovrebbero valere anche per la Sardegna.
In questo scenario sorprende anche il silenzio della presidente della Regione Alessandra Todde.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, non si percepisce finora una contrapposizione forte e concreta contro progetti che affondano le loro radici nelle scelte energetiche dei governi Draghi prima e Meloni poi.
I sardi attendono una difesa più decisa del territorio e del diritto dell’isola a scegliere il proprio futuro.
La transizione energetica è necessaria.
La trasformazione della Sardegna in una colonia energetica, invece, non lo è.