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22. ottobre 2019

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Interviste

L'IMPORTANZA DI COMPRENDERE A FONDO LA CINA

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Fidelity new core RGBFidelity: una voce fuori dal coro
Milano, 10 Luglio – Questa mattina l’indice Shanghai Composite ha chiuso con un rialzo del 4,5%, proseguendo il rimbalzo del 5,8% di ieri - il miglior risultato dal 2009 – che a sua volta seguiva il calo del 5,9% registrato mercoledi. Cosa sta accadendo in Cina?
Cosa sta avvenendo sul mercato cinese Negli ultimi mesi il mercato delle azioni cinesi onshore (A-Shares) ha risentito di episodi di volatilità sia al rialzo che al ribasso. La fase ascendente iniziale è stata favorita dalla spinta del Governo, interessato a incentivare la partecipazione degli investitori locali al mercato azionario cinese ed è stata sostenuta sia dallo Stock Connect - che ha dato accesso agli investitori cinesi al mercato delle "H-share" di Hong Kong - sia dalle operazioni di margin financing, cioè l’indebitamento per l'acquisto di titoli a leva. Tuttavia, dopo l'andamento molto favorevole dell'ultimo anno, a giugno è iniziata una correzione di alcuni dei titoli più speculativi e con bilanci poco brillanti che erano stati fra i principali beneficiari della fase
rialzista di aprile e che avevano raggiunto in quel periodo valutazioni eccessive rispetto ai loro fondamentali.

La recente ondata di vendite è, invece stata dovuta a fattori più tecnici, in quanto legata all'implementazione di azioni volte a contenere il margin financing grazie al quale molti di questi titoli erano stati acquistati a leva. Questo ha portato a oscillazioni rilevanti a seguito della chiusura di gran parte di queste posizioni a leva. E’ importante fare chiarezza. L'economia e il mercato azionario cinesi sono due cose differenti e generalmente non correlate. Negli ultimi anni, ad esempio, le piazze azionarie hanno evidenziato un andamento non in linea con la crescita economica. I fondamentali economici sono determinati da a)rallentamento della crescita del PIL a fronte della maturazione dell’economia del paese; b) le riforme volte a ribilanciare l'economia verso i consumi interni. Quando si parla del "mercato cinese" è opportuno indicare chiaramente ciò a cui ci si riferisce. Esiste un mercato cinese offshore costituito dai titoli quotati a Hong Kong. L'indice MSCI China, il benchmark per la maggior parte dei fondi UCITS, si riferisce unicamente a questo mercato. Vi è poi un mercato statunitense di ADR cinesi, in particolare di società tecnologiche come Alibaba e Baidu, le quali non sono ancora incluse nell'MSCI China, ma lo saranno entro fine anno. Vi sono infine i due mercati azionari onshore di Shenzhen e Shanghai (i mercati delle "A-share"). L'investimento nelle A-share quotate sui mercati onshore di Shenzhen e Shanghai era un tempo precluso agli investitori esteri, ma è poi diventato gradualmente accessibile, prima attraversol'attribuzione di quote agli investitori istituzionali esteri qualificati (QFII) e successivamente attraverso il collegamento delle borse di Hong Kong e Shanghai attraverso lo Stock Connect. La forte crescita registrata dal mercato azionario onshore dalla metà del 2014 è stata trainata dalla politica monetaria espansiva adottata dal Governo abbinata all’entusiasmo degli investitori privati, incoraggiati in questo dal governo che desiderava stimolare la domanda interna attraverso l'effetto ricchezza e incoraggiare le società a sostituire il debito con capitale azionario per ridurre il livello complessivo di indebitamento nel sistema. Questi investimenti si sono fondati in molti casi sul margin financing. In una certa misura, questa crescita accelerata ha interessato anche il mercato di Hong Kong (HShare) poiché gli investitori locali hanno spinto al rialzo le A-Share. Il premio che questi titoli hanno acquisito rispetto alle H-Share equivalenti ha infatti indotto gli investitori cinesi a puntare anche sul mercato offshore. Questo fenomeno, tuttavia, ha riguardato un settore circoscritto. Le azioni che hanno registrato il rally maggiore hanno tipicamente dimensioni ridotte e una bassa liquidità, e sono più inclini a repentini
movimenti rialzisti. Proprio questa tipologia di titoli è preponderante nel mercato di Shenzhen e nel suo secondo indice, il Chinext. I titoli delle imprese a grande capitalizzazione e con una maggiore liquidità non hanno registrato un balzo in avanti altrettanto ampio e dunque anche la correzione è stata di minore entità. Hong Kong non è rimasta immune alle tensioni, ma l'arretramento non è stato così ingente in termini percentuali. Il mercato azionario di Hong Kong è attualmente ipervenduto e offre dunque ottime opportunità. Prima di tutto va considerato che la volatilità di questi giorni non deriva da cambiamenti nei
fondamentali dei titoli, ma proprio da un’azione del governo di Pechino volta a contenere la portata del margin financing grazie al quale molti di questi titoli erano stati acquistati a leva, ed evitare il formarsi di bolle. Questo si inserisce in una tradizione ormai consolidata di “interventismo” del governo quando si ravvisa il rischio di eccessi sul mercato. Ricordiamo a tal proposito le misure messe in atto sui mutui in passato per evitare bolle sul mercato immobiliare. Ha avuto luogo la sospensione di oltre 1.400 titoli, non determinata dal governo, ma dalle stesse aziende per il timore di correzioni eccessive sul valore del titoli a seguito della chiusura delle posizioni a leva.
Il regolatore è intervenuto tempestivamente a fronte della volatilità stabilendo che: Le IPO sono temporaneamente sospese.
La borsa di Shanghai, la borsa di Shenzhen e China Securities Depository and Clearing Co. Ltd hanno annunciato la riduzione dei costi di negoziazione sui mercati A-share. Secondo l'annuncio ufficiale, le commissioni di gestione saranno ridotte del 30%, attestandosi allo 0,0487% e le commissioni di trasferimento diminuiranno del 33%, attestandosi allo 0,02%. La struttura rivista delle commissioni entrerà in vigore dal 1° agosto 2015. La China Securities Regulatory Commission ha richiesto agli investitori con quote superiori al 5% di conservare le loro posizioni. La norma mira al mantenimento della stabilità del mercato dei capitali. I 21 principali broker della Cina si sono impegnati a investire almeno RMB 120 miliardi in ETF di blue Chip. Tali broker si sono inoltre impegnati a non vendere le azioni sui rispettivi conti proprietari fino a quando l'indice SHCOMP non scenderà al di sotto della soglia dei 4.500 punti. La People's Bank of China si è impegnata ad approvvigionare di abbondante liquidità le istituzioni
finanziarie che hanno sostenuto le operazioni a leva (margin financing). La società d'investimento statale Central Huijin Investment Ltd. ha confermato di aver recentemente acquistato ETF (in genere esposti a titoli con liquidità e qualità maggiori) e continuerà tale prassi in futuro. La quota QFII sarà aumentata passando da USD 80 miliardi a USD 150 miliardi e l'area pilota del
programma RQFII sarà estesa da Hong Kong a 13 paesi o regioni, tra cui Londra e Singapore. L’autorità di vigilanza ha richiesto a circa 1000 società la cui quotazione è stata sospesa di tornare a quotarsi nei prossimi giorni. A fronte di queste misure il mercato ha ampiamente recuperato quanto aveva perso nella giornata di mercoledi.
IL VALORE DEL GESTORE
I mercati, specie quelli come la Cina, sono caratterizzati da elementi che implicano la necessità di una profonda conoscenza per poterne interpretare correttamente le dinamiche. Tale conoscenza è raramente accessibile ai privati ed è presente in misura diversa tra gli operatori professionali del settore. Fidelity è presente sul mercato cinese da oltre 30 anni, e come tale ha ricevuto dal governo cinese una delle più importanti quote QFII per investire sul mercato delle A-shares. Fidelity possiede una quota QFII pari a US$ 1,2 mld e ulteriori investimenti in A-Share tramite ELN. Per quanto ci riguarda, abbiamo mantenuto il nostro posizionamento nel mercato A-Share, soprattutto sui titoli con liquidità, capitalizzazione e qualità maggiori. A nostro avviso, non mancano tuttora le AShare di buona qualità in cui investire, con fondamentali di lungo termine che non sono rispecchiati
nelle valutazioni correnti. Ad esempio Shanghai Auto, la joint venture cinese di GM, ha un rapporto P/E a singola cifra e offre un dividend yield intorno al 5%. Fidelity ha un limite di investimento autoimposto sui singoli titoli, con una quota massima del 2,5% in ogni singolo titolo. Pertanto le misure del Governo in relazione ai detentori di quote superiori al 5%
non si applicano a Fidelity. La selezione titoli gioca un ruolo fondamentale: delle 1442 azioni sospese a giovedi mattina, Fidelity
ne ha in portafoglio una quantità del tutto irrisoria e per importi che non impattano i nostri fondi.
Le prospettive
Nonostante l’attuale situazione dovuta a fattori prettamente tecnici legati alle dinamiche dei mercati finanziari, la Cina può confermarsi anche per i prossimi anni uno dei temi di investimento più importanti in un’ottica di medio-lungo termine.
Le misure espansive in ambito fiscale e monetario dovrebbero ulteriormente stimolare la crescita del Paese, grazie anche a una impulso sempre maggiore da parte del Governo verso una rivitalizzazione dei consumi e della domanda interna. Non vediamo alcun rischio sistemico per il sistema finanziario cinese in relazione al margin financing. Il sistema finanziario cinese continua a essere supportato dal governo, che dispone di più di 3.000 miliardi di dollari di asset da destinare alle aree problematiche. “I nostri gestori - conclude John Ford, CIO Asia Pacifico di Fidelity Worldwide Investment - stanno sfruttando in modo selettivo le opportunità generate dall'attuale volatilità per aggiungere posizioni laddove si creino anomalie nei prezzi generate da eventi non collegati alle valutazioni dei fondamentali, che in molti casi hanno invece raggiunto livelli interessanti”.

LA NUOVA PELLE DELMERCATO OBBLIGAZIONARIO

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Credito globale: colli di bottiglia

Di Raymond Sagayam, Senior Investment Manager, PICTETE ASSET MANAGEMENT
Il mercato obbligazionario non è più quello di una volta.
Quest’area un tempo (relativamente) tranquilla è oggi caratterizzata da improvvisi crolli e turbolenze per il previsto rialzo dei tassi. E dato il probabile aumento della
volatilità nel medio periodo, gli investitori non possono permettersi di dare per scontata la liquidità. Prevedibile, costante, monotono: così era il mercato fixed income nel decennio precedente il 2008. Paura per il rialzo dei tassi, crolli lampo, sell-off da sette deviazioni standard: così è oggi, dopo il 2008. La vedete la differenza? Sono molti i fattori che concorrono a rendere la vita difficile agli investitori obbligazionari, ma il motivo principale di una volatilità sempre più intensa sta forse del graduale – ma costante – drenaggio di liquidità dal mercato. Questa tendenza destabilizzante è stata innescata dai regolatori circa cinque anni fa e se gli operatori di mercato non riusciranno a invertirla, o almeno ad attenuarne gli effetti, la volatilità è in agguato per tutti coloro che danno per scontata la liquidità delle obbligazioni. L’ironia è che il peggioramento delle condizioni di trading deriva dalle nuove norme concepite per rendere più sicuro il sistema finanziario. Le autorità hanno colpito duramente gli istituti finanziari per scoraggiare l’assunzione di rischi, ma così facendo hanno finito per minare la sopravvivenza di soggetti che tradizionalmente hanno svolto un ruolo cruciale sulle piazze corporate, oliandone i meccanismi: i broker-dealer. Prima del 2008, gli intermediari erano al centro del mercato obbligazionario. Oltre a fare incontrare acquirenti e venditori, rappresentavano un enorme magazzino di titoli, in cui si accumulavano grosse scorte di bond per fare fronte agli ordini di acquisto e di vendita in assenza di un investitore finale. I broker-dealer detenevano inoltre le obbligazioni invendute, nella consapevolezza che si trattava di strumenti a basso rischio e di facile copertura. Da allora, però, la funzione degli intermediari ha subito continui attacchi dal fronte normativo. Negli Stati Uniti la Volcker Rule proibisce alle banche di fare trading per conto proprio, mentre in Europa i più elevati requisiti patrimoniali previsti per gli istituti di credito e la direttiva MIFiD (Markets in Financial Instruments Directive) costringono gli intermediari a ridurre le posizioni nei titoli obbligazionari meno liquidi.
I dati testimoniano il successo delle autorità. Negli USA il volume di titoli fixed income detenuti dai principali intermediari è crollato da un picco di circa USD200 miliardi nel 2008 a meno di USD50 miliardi; in Europa la massa di obbligazioni societarie in mano alle banche è in calo dal 2009, mentre nel quinquennio precedente era triplicata. La contrazione sarebbe già abbastanza preoccupante a fronte di una normale espansione dei mercati corporate, ma il problema è che l’arretramento dei market maker coincide con un’esplosione degli investimenti in obbligazioni societarie. Gli investitori retail non hanno mai avuto tanti bond in fondi comuni fixed income e ETF. In Europa il volume di debito corporate detenuto in fondi analoghi è aumentato del 250% circa dal 2007. Negli Stati Uniti la situazione è ancora più impressionante. Nel 2008, i fondi comuni fixed income avevano circa USD400 miliardi di corporate bond, il doppio dei dealer. Oggi, ne hanno più di USD1.600 miliardi, 16 volte il volume detenuto dagli intermediari. Gli effetti di questo squilibrio sono evidenti nell’attività di trading sul mercato secondario. Sui mercati denominati in euro, sterline e dollari la percentuale di operazioni in corporate bond sul totale del debito circolante ha subito una brusca flessione dal 2007. Inoltre, se un certo numero di investitori in fondi comuni decidesse di ridurre parte delle posizioni nello stesso momento, si potrebbero creare strozzature ancora più gravi sul mercato secondario, che provocherebbero violente fluttuazioni dei prezzi. Un modo di ripristinare la liquidità potrebbe essere costituito dalle nuove piattaforme elettroniche che rappresentano il luogo di incontro fra acquirenti e venditori. Negli ultimi anni ne sono state lanciate diverse, gestite da vari soggetti come operatori di borsa, hedge fund, banche e gruppi di asset management. A nostro parere tali iniziative potrebbero rivelarsi preziose, in particolare in ambito corporate. Alcune delle nuove piattaforme di trading sono già in grado di agevolare le transazioni su grossi blocchi di obbligazioni societarie, che non sarebbe possibile eseguire altrimenti. Nonostante questi sviluppi promettenti, non è ancora chiaro se i mercati obbligazionari, su cui si scambiano numerosi titoli molto diversi fra loro per taglio, scadenza e struttura, si prestino al trading elettronico. Quello che è chiaro è che, nel quadro di un continuo inasprimento normativo, il tempo non sta necessariamente dalla parte del mercato.
Dalla crisi finanziaria, le obbligazioni societarie investment grade sono una delle asset class più ricercate per i loro rendimenti relativamente elevati e il profilo di rischio prudente. Anche l’emissione di nuovi titoli prosegue a ritmi sostenuti. Data la difficoltà di procurarsi un prestito bancario, le obbligazioni stanno diventando il veicolo di finanziamento privilegiato per molte società. Nell’eurozona i bond rappresentano oggi quasi il 50% del debito delle aziende, contro il 20% appena del periodo precedente il 2008. In futuro, però, se il mercato non troverà il modo di recuperare la liquidità perduta, le imprese potrebbero essere costrette a pagare interessi più alti. Una cattiva notizia sia per le società che hanno bisogno di liquidità sia per l’asset class nel suo insieme. Che cosa devono fare allora gli investitori? La scelta più sicura è puntare sui bond che offrono un’abbondante ricompensa per la possibile contrazione della liquidità. In un contesto volatile, la liquidità degli investimenti diventa una priorità.

 

AGGIORNAMENTO SUL GIAPPONE

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Lo scorso 24 Marzo 2014 nell’editoriale “Perchè l’Abenomics non può fallire” analizzavamo le politiche fiscali e monetarie messe in atto dal primo ministro Shinzo Abe e dal banchiere centrale Kuroda.

A cura del team Asset Allocation di MoneyFarm.com

La domanda che tutti si ponevano era se queste politiche sarebbero riuscite a far uscire l’economia Giapponese dalla lunga fase di deflazione e crescita anemica degli ultimi due decenni.
Si può osservare che l’impatto dello stimolo monetario sull’inflazione core (esclusi i prezzi delle materie prime) c’è stato.Da un punto di vista della crescita economica, dopo un primo periodo di incertezza sull’impatto effettivo di queste politiche sull’economia giapponese, stanno finalmente arrivando i primi segnali positivi.
L’incertezza era stata causata in parte dal rialzo dell’IVA nell’aprile 2014: i consumatori avevano aumentato i consumi prima del rialzo e gli avevano poi ridotti. Questo aveva comportato una crescita del PIL fuori misura nel primo trimestre 2014 e causato tuttavia un marcato calo nei trimestri successivi, creando quindi incertezza su quale fosse il vero impatto delle politiche fiscali e monetarie sull’economia.
Malgrado quest’incertezza sulla crescita del PIL, una cosa è stata chiara sin da subito: la politica monetaria estremamente espansiva della BoJ ha causato un forte deprezzamento dello Yen contro le principali valute mondiali, favorendo quindi le esportazioni giapponesi.
Anche se il risultato sull’economia era ed è tuttora incerto, l’interpretazione dei mercati è finora stata univoca, come dimostrato dal forte rally degli indici azionari nipponici. Il NIKKEI è tornato sopra quota 20000, quota che era rimasta insuperata dagli anni 2000.
Dopo questo periodo d’incertezza e distorsioni, i primi risultati positivi sembrano finalmente vedersi anche nei dati macroeconomici. In particolare, il PIL giapponese è cresciuto dell’1% nel primo trimestre del 2015 (trimestre su trimestre) e la bilancia commerciale è in forte avanzo per via della valuta debole.
Tra gli altri elementi rilevanti c’è la rinnovata composizione del fondo pensione nazionale, il fondo pensione di maggiori dimensioni al mondo in termini di masse gestite. Tradizionalmente il fondo pensione aveva un’asset allocation prevalentemente composta da obbligazioni governative domestiche. La composizione del fondo sta gradualmente riducendo l’esposizione a obbligazioni domestiche dallo storico 60% al 35%, a favore in particolare di azioni sia domestiche che estere. L’impatto di questo cambiamento è amplificato dal fatto che gli altri fondi pensione giapponesi seguono da vicino l’asset allocation del fondo nazionale.
Questa misura è rilevante nel contesto giapponese caratterizzato da una popolazione in continuo invecchiamento. La dinamica demografica giapponese si traduce in benefici pensionistici da erogare superiori all’ammontare delle contribuzioni. Questo implica che il fondo non possa sostenere un’asset allocation caratterizzata da bassi rischi ma anche bassi rendimenti.
Il cambiamento di asset allocation dall’obbligazionario a favore dell’azionario si è rivelato finora molto opportuno in quanto l’impatto negativo sul mercato obbligazionario è stato compensato dagli acquisti di titoli di stato da parte della BoJ.
Uno degli obiettivi principali delle politiche messe in atto dal governo giapponese è quello di cambiare la cultura aziendale delle società giapponesi e il comportamento dei consumatori tramite aspettative di maggior inflazione e crescita economica.
A settembre 2014 le società giapponesi quotate avevano a bilancio utili non distribuiti per un ammontare totale equivalente a 770 miliardi di dollari americani.
Il governo vede le aziende come un mezzo per trasformare il Giappone e intende favorire una maggior profittabilità delle aziende e il maggior reimpiego degli utili sotto forma di maggiori salari, reinvestimenti e distribuzioni agli azionisti. Inoltre, maggiori rendimenti, migliorano la performance dei fondi pensione, aumentano gli introiti fiscali e i flussi di capitale dagli investitori internazionali.Da questo punto di vista, è interessante notare come malgrado la forte crescita del valore delle azioni, il rapporto tra dividendo e prezzo (dividend yield) non sia cambiato, ovvero i dividendi pagati dalle società giapponesi sono aumentati di pari passo con il valore delle azioni. Oltre ai dividendi sono aumentati significativamente i riacquisti di azioni da parte delle aziende giapponesi.È comunque ancora troppo presto per determinare se l’Abenomics è un successo. Nondimeno, gli ultimi dati ci portano a pensare che almeno non sia stato un disastro come alcuni temevano. Sicuramente, dopo decenni anni di crescita e inflazione zero, qualcosa sta finalmente cambiando nel paese Paese del Sol Levante.

Nel 2015 prevale l’ottimismo tra gli investitori internazionali circa l’andamento dei mercati azionari

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 Il 50% degli investitori italiani, secondo la Franklin Templeton Global  Investor Sentiment Survey, si aspetta nel 2015 un  rialzo del mercato azionario domestico. L’85% degli investitori italiani ritiene  però che le migliori opportunità d’investimento  saranno sui mercati azionari e obbligazionari esteri.

Nel 2015 la disoccupazione, le politiche fiscali e la crisi del debito nell’Eurozona sono le principali preoccupazioni degli investitori italiani. Gli investitori internazionali rimangono ottimisti per il 2015, oltre la metà (58%) ritiene infatti che il mercato azionario domestico registrerà una performance positiva da qui a fine anno. In Italia il 50% degli investitori si aspetta nel 2015 un rialzo del mercato azionario, prevale quindi ancora il sentiment positivo tra gli investitori italiani ma risulta in calo rispetto al 2014 quando la percentuale degli ottimisti sull’andamento del mercato azionario si attestava al 57%. È questo, in sintesi, il risultato della quinta edizione della Franklin Templeton Global Investor Sentiment Survey, l’indagine 2015 condotta su un campione di 11.500 investitori intervistati in 23 paesi dell’America, dell’Africa, dell'area Asia Pacifico e dell’Europa in merito al loro approccio nei confronti degli investimenti e alle loro aspettative per il 2015 e per il prossimo decennio.

 "Gli investitori internazionali - ha commentato Sergio Albarelli, Senior Director Sud Europa e Benelux di Franklin Templeton -  sono ancora decisamente positivi circa l’andamento dei principali mercati azionari internazionali ma questo ottimismo non si può basare solo sull’analisi delle recenti performance al rialzo dei listini azionari. In questo momento è fondamentale più che mai comprendere i valori fondamentali sottostanti per ogni singola società, settore e paese perché nel futuro ci si potrebbe ritrovare a dover affrontare dei contesti di mercati differenti."

"Nell’attuale scenario di volatilità e di bassi tassi di interesse, molti investitori – continua Albarelli –   sono alla ricerca di soluzioni d'investimento caratterizzate da una gestione attiva da parte di player che utilizzino strategie in grado di ridurre la volatilità sui mercati e al contempo di fornire interessanti rendimenti aggiustati per il rischio."

 Aspettative positive sui mercati azionari per il 2015

A livello regionale, negli Stati Uniti e in Canada gli investitori (64%) sono i più ottimisti circa i futuri rendimenti dei propri listini azionari locali, a seguire i più ottimisti sono gli investitori europei (62%) e dell’area Asia Pacifico (56%). Gli investitori dell'America Latina sono meno ottimisti relativamente alle aspettative nei confronti di un andamento positivo dei propri mercati azionari domestici (46%) e anzi si aspettano una discesa dei loro listini azionari rispetto all’andamento dell’anno scorso. È interessante analizzare anche le percezioni degli investitori rispetto alle performance passata, perché l'indagine mostra come spesso la percezione degli investitori diverga dalla realtà. Quest'anno il 55 % degli investitori crede che i propri mercati azionari locali siano cresciuti l’anno scorso. Se invece si analizza l’andamento dei mercati azionari globali dell’anno scorso è possibile constatare come il 60% dei mercati non abbia chiuso l’anno con una performance positiva. Nel dettaglio solo 8 dei 23 mercati esaminati (35%) hanno registrato una performance positiva nel 2014.

 Le azioni rimangono l’asset preferito

Per il secondo anno consecutivo, le azioni rimangono in cima alla lista delle asset class preferite dagli investitori, con il 57% degli investitori che individuano le azioni quale asset class più interessante nel 2015 per performance attese. A seguire le altre asset class come il real estate (52%) e i metalli preziosi (39%). In Italia il mercato azionario risulta, con il 22% delle preferenze tra gli investitori, l’asset class più interessante nel 2015 per performance attese. Da segnalare come tra gli investitori italiani raccolgano per il 2015 poche preferenze asset class storicamente presenti nei loro portafogli come l’immobiliare (8%) e l’obbligazionario governativo (5%) Quando l’orizzonte temporale di investimento considerato è più lungo non cambiano le preferenze degli investitori internazionali, che continuano a classificare le azioni (55%), l’immobiliare (55%) e i metalli preziosi (42%) come le tre asset class più interessanti per performance attese nei prossimi 10 anni.

 Principali Preoccupazioni – Stato economia globale, politica fiscale e crisi del debito nell’Eurozona

Gli investitori internazionali hanno indicato anche quali sono le loro principali preoccupazioni per il 2015: lo stato dell'economia globale (38%), le politiche fiscali dei governi (32%) e la crisi del debito dell’Eurozona (32%) sono i tre principali motivi di preoccupazione emersi. L'andamento dell’economia globale rimane la più grande preoccupazione, in particolare per gli investitori degli Stati Uniti e del Canada (48%) e dell’area Asia Pacifico (40%). Gli investitori dell'America Latina sono più preoccupati per le politiche fiscali del governo (39%) e per l'inflazione (37%), mentre la crisi del debito della zona Euro è la preoccupazione principale in Europa per il 48% degli investitori. In Italia l’elevato tasso di disoccupazione (45%), le politiche fiscali del Governo (42%) e la crisi del debito dell’Eurozona (32%) risultano le tre più grandi preoccupazioni indicate dagli investitori. Gli investitori italiani sono meno preoccupati per lo stato dell’economia locale (28%) e per l’inflazione (12%).

 Gli investitori cercano le opportunità oltre frontiera

A livello globale, più di due terzi degli investitori ritengono che le migliori opportunità sui mercati azionari e obbligazionari si trovino quest'anno al di fuori dei loro Paesi d'origine, in linea con i risultati del sondaggio di Franklin Templeton del 2013 e del 2014. In particolare gli investitori italiani e cileni mostrano una grande propensione per i mercati esteri, l’85% di essi ritiene che le migliori opportunità d’investimento sui mercati azionari e obbligazionari saranno oltreconfine. Di contro negli Stati Uniti e in Canada continua a essere prevalente l’interesse per i mercati domestici, propensione invece in gran parte assente in Europa. Negli Stati Uniti e in Canada, il 43% degli investitori vede nei propri mercati azionari le più interessanti opportunità d’investimento nel lungo termine, questa percentuale sale al 47% quando si parla di opportunità a lungo termine nel reddito fisso. In Europa gli investitori sono meno propensi a scegliere il loro paese di origine come destinazione migliore per investire nel lungo periodo, infatti solo il 16% sceglie il mercato azionario domestico e il 20% il mercato obbligazionario locale. Il sentiment in America Latina, anche se non in maniera così negativa come in Europa, continua a diminuire di anno in anno, con il 18% degli investitori che reputa il proprio mercato azionario il più interessante a lungo termine e con il 22% di essi che individua le migliori opportunità nel reddito fisso all'interno dei propri confini. "I fattori di crescita sottostanti a ogni singolo paese influenzano intrinsecamente il modo in cui questo interagisce con l'economia globale", ha dichiarato Peter Langerman, CIO di Franklin Mutual Series. "Le attuali divergenze di mercato mostrano come stia diventando sempre più importante essere selettivi nel perseguire le opportunità su un mercato specifico. Gli investitori dovrebbero guardare al di là del vecchio modello di investimento, in cui il mondo è stato diviso semplicemente in investimenti 'domestici' e 'esteri', e focalizzare l’attenzione sui driver specifici di crescita delle singole società."

 Differenze di vedute tra investitori dei mercati emergenti e investitori dei mercati sviluppati

Gli investitori dei mercati emergenti e gli investitori dei mercati sviluppati non vedono le cose allo stesso modo quando si prendono in considerazione i fattori di rischio. Gli investitori dei paesi emergenti sono preoccupati quasi il doppio rispetto a quelli che vivono nei mercati sviluppati per l'inflazione, per l'aumento dei tassi di interesse e per gli effetti del calo dei prezzi del petrolio. Al contrario, gli investitori dei mercati sviluppati sono quasi il doppio più preoccupati per la situazione del debito dell'Eurozona.

 Sicurezza e qualità della vita, i fattori principali che influenzano gli obiettivi di investimento

Gli investitori classificano la pensione, la programmazione di una vacanza e la capacità di affrontare le emergenze come i loro primi tre obiettivi finanziari nel 2015. La pensione è l'obiettivo numero uno per gli investitori negli Stati Uniti e in Canada, con il 73% di essi che la individua come una priorità assoluta. La pensione è la prima priorità per gli investitori dell’area Asia Pacifico con il 43% di essi che la indica come il principale obiettivo di investimento. Gli investitori in America Latina sono invece più concentrati su obiettivi come il risparmio per l'acquisto di una nuova casa (50%), per investire nel sostenere o avviare un’attività imprenditoriale (48%). Infine gli investitori europei individuano come principale priorità la pianificazione di una vacanza (49%). Gli investitori italiani indicano la capacità di fronteggiare emergenze (50%), la pensione (42%) e la programmazione di una vacanza (38%) come i tre principali obiettivi d’investimento. Le priorità variano da regione a regione e riflettono prima di tutto un bisogno di sicurezza e una ricerca di qualità della vita. La maggioranza degli investitori globali (81%) sono ottimisti circa la possibilità di raggiungere i loro obiettivi finanziari; gli investitori più ottimisti sono in India, negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre il 90% di essi ritiene infatti di poter raggiungere i propri obiettivi. In Europa, Stati Uniti e Canada è comunque aumentato la percentuale di ottimisti rispetto ai dati del 2014. In particolare negli Stati Uniti gli investitori positivi rispetto ai propri obiettivi finanziari rappresentano l’87% del campione, in crescita del 4% rispetto all’anno scorso. In Europa gli investitori positivi rispetto ai propri obiettivi finanziari rappresentano il 77% del campione, in crescita del 3% rispetto all’anno scorso. Risulta invece in calo il sentiment degli investitori dell'America Latina con un calo dell’11% degli investitori ottimisti rispetto ai propri obiettivi finanziari (dal 93% del 2014 all’82% del 2015). In Italia la percentuale di ottimisti tra gli investitori circa il raggiungimento dei propri obiettivi finanziari si attesta al 66%, leggermente in calo rispetto al 2014 quando gli ottimisti erano il 70%.

MERCATI AZIONARI. PRUDENZA

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A cura del team di asset allocation di MoneyFarm SIM

I mercati azionari di tutto il mondo, sia sviluppati che emergenti, segnano rendimenti positivi da inizio anno. Anche la volatilità è stata ridotta, con buona soddisfazione degli investitori. Tra le ragioni di questa buona performance, alcune sono di carattere fondamentale e relative all’andamento delle aziende, altre di carattere più macro. La stagione degli utili relativa al primo trimestre negli Stati Uniti si è chiusa con utili invariati (- 0.13%), con una contrazione limitata però esclusivamente al settore energetico. I fatturati sono scesi (-3.1% rispetto al trimestre precedente), ma se si esclude il settore energetico anche in questo caso i dati mostrano un andamento stabile. Non è stata certo una stagione degli utili clamorosa, ma considerando che l’economia americana nel primo trimestre è cresciuta dello -0.7%, gli investitori hanno nuovamente scommesso sul fatto che la Fed non alzerà i tassi nel breve e quindi che dal lato della politica monetaria non vi saranno nel breve scossoni che possano danneggiare un clima ancora costruttivo dopo anni di ripresa di utili e fiducia.
In Eurozona l’andamento dei mercati azionari è stato molto più positivo rispetto agli Stati Uniti.
L’Eurozona viene da anni di sotto-performance rispetto all’economia americana, sia per quanto riguarda i dati macroeconomici sia per quanto concerne i dati aziendali. Gli investitori hanno quindi ben accolto il quantitative easing di Draghi in gennaio e hanno letto con la miglior predisposizione i dati moderatamente buoni di fiducia e crescita economica nel primo trimestre.
La stagione degli utili ha mostrato una crescita di circa l’8% dei risultati aziendali e del 2% dei fatturati. Dati non eccellenti, ma che mostrano comunque un cambio di rotta dopo diversi trimestri difficili. In un mondo inondato di liquidità dalle banche centrali e dall’ampia disponibilità di risparmio, si fa presto a leggere nel modo più costruttivo possibile qualunque notizia mediamente buona. Il deprezzamento dell’Euro ha chiuso ogni dubbio: con qualche anno di ritardo, l’Eurozona sta perseguendo la strada percorsa dagli Stati Uniti dal 2009, almeno nelle speranze degli analisti.
La borsa inglese è salita meno delle altre: il risultato delle elezioni politiche in chiave euro-scettica e una crescita economica che mostra segni di stanchezza hanno forse tolto un po’ di interesse da parte degli investitori.
La borsa giapponese ha ripreso a correre. Dati moderatamente positivi di crescita e inflazione fanno ben sperare e su tutto domina l’attivismo della banca centrale, che sta da due anni implementando il quantitative easing più aggressivo (e sperimentale) tra i paesi sviluppati.
Le valutazioni di tutte le borse sviluppate sono mediamente e similmente care, se si guarda gli utili correnti (tabella). Se si guarda alle attese sugli utili futuri, la corsa di Eurozona e Giappone potrebbe ancora aver spazio, mentre gli Stati Uniti sono relativamente cari anche sulle aspettative.
La cautela maggiore riguarda un tema più generale: quanto questo ottimismo che si respira sui mercati è legato al supporto eccezionale della politica monetaria (e quindi all’assenza di alternative per gli investitori su altri mercati)? Questo è uno degli interrogativi che purtroppo solo ex post troveranno risposta.
Sui mercati emergenti il periodo 2012-2014 ha visto una netta divergenza rispetto ai mercati sviluppati: utili in fatica, debolezza dei prezzi delle materie prime esportate da alcuni importanti paesi, valute deboli e tassi di crescita delle economie più bassi rispetto a quelli di inizio secolo per i BRICS.
Il 2015 si è aperto con maggiore ottimismo, per via di una ripresa delle materie prime e un andamento degli utili meno problematico per le aziende. In realtà poi sull’area asiatica sta pesando positivamente l’attivismo della banca centrale cinese per evitare un credit crunch latente da anni in Cina, cosicché parte di questo rally è giustificato dalle stesse motivazioni sottostanti a quello dei paesi sviluppati.
In termini relativi, i mercati azionari non sono prezzati ai livelli estremi a cui trattano i mercati obbligazionari (governativi in particolare). La liquidità delle azioni e la ricerca di dividendi come palliativo di un mondo obbligazionario avaro di cedole continuano a supportare le azioni, e continueranno a farlo finché un evento imprevisto interromperà la festa.
Crisi greca, tensioni sul mercato obbligazionario, rialzo dei tassi più aggressivo del previsto da parte della Fed, bassa crescita negli Stati Uniti sono i candidati conosciuti.
Nelle ultime settimane i mercati obbligazionari in Eurozona e Stati Uniti sono stati molto volatili con netti cali dei prezzi. Le azioni non ne hanno risentito, ma conviene sempre avere a mente che il prezzo del denaro fissato sui mercati obbligazionari è il punto di riferimento per la valutazione di qualsiasi attività finanziaria.
Dopo anni di rally sui mercati azionari un po’ di prudenza non costa molto.sotto-performance rispetto all’economia americana, sia per quanto riguarda i dati macroeconomici sia per quanto concerne i dati aziendali. Gli investitori hanno quindi ben accolto il quantitative easing di Draghi in gennaio e hanno letto con la miglior predisposizione i dati moderatamente buoni di fiducia e crescita economica nel primo trimestre.
La stagione degli utili ha mostrato una crescita di circa l’8% dei risultati aziendali e del 2% dei fatturati. Dati non eccellenti, ma che mostrano comunque un cambio di rotta dopo diversi trimestri difficili. In un mondo inondato di liquidità dalle banche centrali e dall’ampia disponibilità di risparmio, si fa presto a leggere nel modo più costruttivo possibile qualunque notizia mediamente buona. Il deprezzamento dell’Euro ha chiuso ogni dubbio: con qualche anno di ritardo, l’Eurozona sta perseguendo la strada percorsa dagli Stati Uniti dal 2009, almeno nelle speranze degli analisti.
La borsa inglese è salita meno delle altre: il risultato delle elezioni politiche in chiave euro-scettica e una crescita economica che mostra segni di stanchezza hanno forse tolto un po’ di interesse da parte degli investitori.
La borsa giapponese ha ripreso a correre. Dati moderatamente positivi di crescita e inflazione fanno ben sperare e su tutto domina l’attivismo della banca centrale, che sta da due anni implementando il quantitative easing più aggressivo (e sperimentale) tra i paesi sviluppati.
Le valutazioni di tutte le borse sviluppate sono mediamente e similmente care, se si guarda gli utili correnti (tabella). Se si guarda alle attese sugli utili futuri, la corsa di Eurozona e Giappone potrebbe ancora aver spazio, mentre gli Stati Uniti sono relativamente cari anche sulle aspettative.
La cautela maggiore riguarda un tema più generale: quanto questo ottimismo che si respira sui mercati è legato al supporto eccezionale della politica monetaria (e quindi all’assenza di alternative per gli investitori su altri mercati)? Questo è uno degli interrogativi che purtroppo solo ex post troveranno risposta.
Sui mercati emergenti il periodo 2012-2014 ha visto una netta divergenza rispetto ai mercati sviluppati: utili in fatica, debolezza dei prezzi delle materie prime esportate da alcuni importanti paesi, valute deboli e tassi di crescita delle economie più bassi rispetto a quelli di inizio secolo per i BRICS.
Il 2015 si è aperto con maggiore ottimismo, per via di una ripresa delle materie prime e un andamento degli utili meno problematico per le aziende. In realtà poi sull’area asiatica sta pesando positivamente l’attivismo della banca centrale cinese per evitare un credit crunch latente da anni in Cina, cosicché parte di questo rally è giustificato dalle stesse motivazioni sottostanti a quello dei paesi sviluppati.
In termini relativi, i mercati azionari non sono prezzati ai livelli estremi a cui trattano i mercati obbligazionari (governativi in particolare). La liquidità delle azioni e la ricerca di dividendi come palliativo di un mondo obbligazionario avaro di cedole continuano a supportare le azioni, e continueranno a farlo finché un evento imprevisto interromperà la festa.
Crisi greca, tensioni sul mercato obbligazionario, rialzo dei tassi più aggressivo del previsto da parte della Fed, bassa crescita negli Stati Uniti sono i candidati conosciuti.
Nelle ultime settimane i mercati obbligazionari in Eurozona e Stati Uniti sono stati molto volatili con netti cali dei prezzi. Le azioni non ne hanno risentito, ma conviene sempre avere a mente che il prezzo del denaro fissato sui mercati obbligazionari è il punto di riferimento per la valutazione di qualsiasi attività finanziaria.
Dopo anni di rally sui mercati azionari un po’ di prudenza non costa molto.

 

 



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