ifanews

17. giugno 2019

Ultimo aggiornamento11:23:59 AM GMT

Sei qui: Consulenti Interviste
Banner

Interviste

PAROLE AL VENTO........................

E-mail Stampa PDF

Non è passata inosservata la recente dichiarazione di J.Yellen, governatore della Fed, secondo cui il mercato azionario americano potrebbe essere sopravvalutato. Anche in Italia il presidente della Consob si è recentemente soffermato su questo tema.

Di Claudio Barberis, responsabile Asset Allocationi di MoneyFarm.com.

La dichiarazione di J.Yellen ha fatto alzare le antenne a molti operatori che attendono per i prossimi mesi un rialzo dei tassi da parte della Fed, dopo anni di tassi zero. Si tratterà di un rialzo di piccole dimensioni ma di enorme significato: la banca centrale americana sarà la prima ad intraprendere un sentiero di uscita da un’epoca monetariamente estrema, con tassi bassi, quantitative easing e altre iniziative di emergenza. La reazione dei mercati all’effettivo rialzo dei tassi sarà tutta da scoprire: è un evento ampiamente annunciato, ma i suoi effetti sono ignoti ai più. Non sono infondate le tesi, supportate da alcune analisi storiche, di chi sostiene che un rialzo tassi forse può essere letto in senso positivo, almeno nelle prime fasi. In attesa del rialzo dei tassi, i mercati ascolteranno il monito preventivo della Fed? Per il momento no: le ultime due settimane si sono chiuse con un ulteriore rialzo dei mercati azionari per cui, a parte qualche titolo di giornale, queste dichiarazioni hanno avuto poco effetto. Per gli amanti della storia finanziaria, le parole della Yellen non sono un caso unico. Era il 1996 quando Greenspan, il banchiere centrale più idolatrato di sempre (all’epoca), parlò per la prima volta di esuberanza irrazionale sui mercati azionari. Fu una dichiarazione prematura. Fidarsi dell’analisi di Greenspan e ridurre la propria esposizione ai mercati azionari sarebbe stato un errore imperdonabile per un investitore: dal 1996 al 2000 si ebbero quattro ulteriori anni di salita dei mercati. Non a caso, l’espressione sarebbe diventata famosa solo più tardi, titolo di un libro di B. Shiller pubblicato nel 2000, poco prima della caduta dei mercati azionari. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel 1996: scoppio della bolla tech nel 2000, 11 settembre 2001, crisi bancaria del 2008, crisi dell’Eurozona nel 2012. E tanto è stato scritto sulle crisi, soprattutto su come affrontarle. Libri scritti da economisti, da giornalisti e da tecnici impegnati nell’azione di risposta alla crisi. Stress Test di Tim Geithner è sicuramente il libro più lucido e dettagliato sulle scelte fatte dall’amministrazione americana per combattere il disfacimento del sistema nel 2008. M.Wolf, economista e giornalista del Financial Times, ha scritto sui meriti dell’America post crisi e i demeriti dell’Europa. Sulla gestione delle crisi alcune questioni procedurali sono ormai di comune accettazione. La crisi del 1929 ha insegnato qualcosa: le Banche Centrali e i governi devono essere espansivi nel momento di massimo shock finanziario, il risanamento del sistema non può essere fatto nella fase di maggior tensione ma deve venire in seguito… L’eccesso di austerity in Eurozona, la lentezza nel prendere decisioni, l’incapacità di coordinare un intervento politico unitario in tutta l’area Euro, sono visti oggi da molti come un errore netto, una risposta sbagliata a situazioni di crisi già viste e gestite altrove. Come dice in un bel libro B. Eichengreen (Hall of Mirrors, 2014), massimo esperto di storia finanziaria, la crisi del ‘29 se non altro ha insegnato qualcosa per quanto concerne la gestione dei momenti di emergenza. Purtroppo né la crisi del ‘29, né la Grande Recessione del 2008 hanno portato a nuovi approcci su come prevenire le crisi dei mercati. Le recenti parole della Yellen sono un tentativo di trovare un ruolo per la banca centrale nel momento in cui si forma una bolla o comunque si iniziano a vedere i sintomi di qualcosa di simile. Come se l’instabilità fosse qualcosa di inevitabile o innato dei mercati e qualcuno debba sentirsi in dovere di intervenire. Il fatto che i sintomi di una crisi si trovino nei tempi di prosperità è opinione diffusa, ma purtroppo non si sa molto di più su chi debba intervenire e se debba farlo. L’intervento della Fed nel 2008 e negli anni successivi e il QE durato fino al 2014, vedono un consenso di fondo da parte degli analisti: tutti d’accordo sul fatto che gli economisti della banca centrale possano riconoscere il momento in cui il prezzo del rischio sui mercati è ingiustificatamente alto e quindi intervenire. Ma non c’è altrettanta convinzione sulla capacità della Fed di individuare bolle o eccessi sui mercati, di capire quando l’elevato prezzo degli asset rischiosi possa trasformarsi in un rischio per le nostre economie. Molto si è parlato e fatto in termini di politiche macro-prudenziali, interventi preventivi, regolamentazione e controllo di chi opera sui mercati. Ma sette anni dopo l’inizio della crisi le parole della Yellen sono ininfluenti quando si tratta di identificare bolle o eccessi, diversamente dall’enorme peso che hanno nei momenti di crisi: forse hanno ragione i mercati a non ascoltare queste parole, perché quando si tratta di crescita gli “animal spirits” hanno intuizione e innovazione che nessuna istituzione o modello economico può prevedere. In questa fase storica, la Fed non può e non deve essere il principale interlocutore dei mercati. Le valutazioni di molti indici azionari globali si trovano su livelli medi o alti a seconda dei punti di vista, e nessuno li considera a buon prezzo, ma questa situazione potrebbe durare ancora a lungo. Lo stesso dicasi per molti mercati del credito, high yield e corporate investment grade. Il prezzo dei titoli di stato di tutto il mondo è invece talmente alto che basta poco per far venire le vertigini agli operatori, con ondate di volatilità impressionanti: curioso che di questa potenziale “bolla” la Fed non parli. Le parole della Yellen in questo contesto pesano poco, ma almeno per le cronache questa dichiarazione di maggio 2015 deve essere un momento da ricordare.

 

Il debito sovrano emergente resta allettante in un mondo affamato di rendimento

E-mail Stampa PDF

Prospettive di Reddito fisso
Di Pictet Asset Management Strategy Unit


In presenza di rendimenti governativi decisamente depressi, i continui stimoli monetari delle banche centrali di tutto il mondo dovrebbero favorire in modo particolare le aree del reddito fisso che presentano valutazioni prossime o inferiori al fair value. Ecco perché continuiamo a preferire il debito emergente in dollari e i titoli europei high yield. I nostri modelli suggeriscono che le quotazioni del debito emergente in USD sono nettamene in contrasto con le credenziali degli emittenti sovrani. A eccezione di Ucraina e Venezuela, nulla indica che gli emittenti sovrani abbiano maggiori difficoltà a ripagare il debito in valuta estera anche se la crescita delle aree in via di sviluppo resta fiacca. Secondo i nostri calcoli, il differenziale di rendimento aggregato del mercato si colloca a una deviazione standard al di sopra di quello che consideriamo il
fair value. Inoltre, l’asset class dovrebbe godere delle dinamiche di domanda e offerta. I dati da noi monitorati mostrano che il debito emergente in dollari ha attirato circa l’80% degli investimenti sui mercati in via di sviluppo da inizio anno. Inoltre, il volume delle emissioni di bond sovrani sulle piazze emergenti è stato messo in ombra dalla quantità di liquidi che gli investitori hanno ricevuto dai rimborsi obbligazionari e dal pagamento delle cedole. Sul debito emergente in valuta locale manteniamo un posizionamento neutrale. Anche se l’asset class sarà probabilmente sostenuta dall’allentamento del la politica monetaria in diversi Paesi emergenti, le previsioni sulle valute di tali aree non sono ancora chiare. Per qualche tempo la flessione dei tassi di interesse, la scarsa domanda di commodity e la decelerazione della Cina peseranno sulla crescita delle aree in via di sviluppo, mettendo sotto pressione molte divise. Sottopesiamo pertanto renminbi cinese, peso colombiano e fiorino ungherese. Manteniamo il sovrappeso dei titoli high yield europei, che a nostro avviso sono i primi beneficiari del programma di QE della BCE. Inoltre, grazie alle migliori condizioni economiche della regione, le società non investment grade non dovrebbero avere grosse difficoltà nel servizio del debito. Di conseguenza, i tassi di default rimarranno ben al di sotto della media di lungo periodo. In tale contesto appare interessante lo spread offerto dall’asset class rispetto ai Bund (150 punti base), superiore a quello dell’estate 2014.

 

IL GRADIMENTO DEGLI ETP (EXCHANGE TRADED PRODUCTS) IN EUROPA

E-mail Stampa PDF

Una nuova ricerca di Source, uno dei maggiori emittenti di ETP (Exchange Traded Products) in Europa, rivela che i due terzi (il 68%) degli investitori professionali e dei consulenti europei detiene attualmente ETP nei portafogli in gestione, e un ulteriore 22% li ha utilizzati in passato.

Lo studio ha coinvolto più di 750 investitori professionali e consulenti operanti in 11 paesi europei.  Ognuno di essi gestisce non meno di 50 milioni di £ in investimenti per clienti privati o 100 milioni di £ in attività per clienti istituzionali.
Il 34% degli intervistati ha indicato gli ETP al primo posto, fra i tre prodotti preferiti da detenere in portafoglio. È la percentuale più elevata di “prime scelte”, mentre al secondo posto si collocano i fondi d’investimento tradizionali che hanno raccolto il 29% delle risposte.  In totale, i due terzi degli intervistati ha indicato gli ETP fra i tre prodotti principali utilizzati. Al terzo posto, infine, si sono piazzate le singole azioni. 

A ricorrere maggiormente agli ETP sono gli investitori professionali e i consulenti ubicati in Svizzera, dove sono attualmente presenti nell’87% dei portafogli d’investimento. Segue a ruota Israele, con una percentuale dell’86%.  Con il 40%, la Spagna raccoglie la percentuale più bassa di investitori professionali e consulenti che ricorrono all’utilizzo di ETP.

Complessivamente, la quota di ETP rispetto al totale degli attivi gestiti è stimata dagli investitori intorno al 10%. Il 78% del campione ha dichiarato che non intende ridurre l’utilizzo di questi prodotti, mentre il 39% ha intenzione di farne un maggiore impiego nei prossimi 12 mesi.  In Israele, il 78% degli intervistati ha espresso la volontà di ricorrervi in misura maggiore nei prossimi 12 mesi, a fronte del 56% in Austria, del 49% in Svizzera e del 42% nel Regno Unito.  Solo il 14% degli investitori e dei consulenti spagnoli intende aumentare l’impiego di ETP nel prossimo anno, il dato più basso di tutti i paesi analizzati.
Per quanto riguarda il mercato Italiano, emerge il particolare interesse in ETF per investire nei mercati più difficilmente accessibili, come l’azionario globale (indicato come principale area investita tramite ETF dal 62% del campione), l’azionario emergente (52%) ed i metalli preziosi (47%).

La ricerca ha inoltre scoperto che, mediamente, gli investitori detengono tre o quattro tipi diversi di ETP nei portafogli in gestione. Fra questi, il 71% ha dichiarato di utilizzare ETF di pura replica mentre il 40% afferma di impiegare ETF a gestione attiva. Nell’insieme, per il prossimo anno si profila un incremento netto del 32% nell’utilizzo degli ETP a replica, a fronte di un corrispondente aumento per gli ETP a gestione attiva del 6%.

Stefano Caleffi, responsabile di Source per l’Italia, ha commentato: “Volevamo sondare l’utilizzo di ETP in vari mercati e il nostro studio ha scoperto molte differenze significative. In generale è risultato che il mercato europeo offre ancora notevoli margini di crescita per gli ETP, che rimangono veicoli d’investimento popolari.

Caleffi ha poi aggiunto: “L’esplorazione dei dati ricavati ha fornito preziosi approfondimenti che offrono spunti importanti sulle modalità di sviluppo più opportune degli ETP al fine di soddisfare gli investitori in ogni paese.”

“I tassi negativi sono insostenibili”

E-mail Stampa PDF

 A cura di Leech, CIO di Western Asset (Gruppo Legg Mason)

 Londra, 12 maggio  2015: i rendimenti negativi dei titoli di Stato di alcuni Paesi europei costituiscono una minaccia per il sistema bancario e difficilmente risulteranno sostenibili in un orizzonte di lungo periodo, sostiene Ken Leech, CIO, responsabile della gestione di 466 miliardi di USD di asset obbligazionari presso la società Western Asset, affiliata di Legg Mason.

Leech, responsabile della gestione del portafoglio da 3,5 miliardi di USD** del comparto Legg Mason Western Asset Macro Opportunities Bond Fund, ha affermato che i rendimenti negativi offerti dai bond decennali svizzeri e da alcuni dei titoli sovrani tedeschi rappresentano un’anomalia di cui gli investitori dovrebbero diffidare.

“Nonostante i tanti anni di esperienza nel settore, confesso che non avrei mai pensato di assistere a tassi d’interesse negativi”, ha dichiarato. “In Svizzera, attualmente gli istituti di credito si trovano nella situazione di pagare per depositare denaro presso la banca centrale. Ovviamente, la Banca nazionale svizzera (BNS) sta cercando di scoraggiare ulteriori investimenti nel debito della Confederazione elvetica, in particolare a seguito della decisione di sganciare il franco dall’euro all’inizio di quest’anno”.

Anche considerando l’azione di queste forze, bisogna  riconoscere che abbiamo raggiunto un punto di minimo all’interno dell’attuale ciclo economico. La realtà, infatti, è che gli investitori obbligazionari dei mercati sviluppati hanno la possibilità di vendere i titoli di Stato svizzeri o tedeschi e di acquistare Treasury statunitensi, che rendono quasi il 2%. Perché non dovrebbero farlo?”.

 Leech ha inoltre sottolineato che la situazione del settore bancario potrebbe aggravarsi nel caso in cui i tassi di interesse dovessero continuare a muoversi in territorio negativo. “Esiste un limite strutturale alla negatività dei rendimenti – e ritengo sia già stato raggiunto- oltre il quale questa situazione diventa un vero e proprio pericolo per il sistema bancario”, ha evidenziato.

 “Ci aspettiamo quindi una reazione da parte degli investitori ad un certo punto, soprattutto in conseguenza del fatto che  le nostre previsioni sulla ripresa sono oggi più ottimistiche”.

 Anche se nel 2015 i tassi dei decennali svizzeri hanno continuato ad attestarsi sotto lo zero, Leech ha sottolineato come stiano già emergendo i primi segnali d’inversione del trend, con i rendimenti a fine marzo in aumento al -0,05%, dopo il minimo record del -0,26% toccato a gennaio.

 In ragione dello scenario appena descritto, Leech ha affermato che la scelta di Western Asset  era stata quella di adottare una sottoponderazione sui titoli di Stato dei mercati sviluppati, in particolare sui Bund, convinta della presenza di opportunità migliori in altre aree del segmento obbligazionario.

 “Siamo fiduciosi che la crescita globale migliori e riteniamo quindi che i settori a spread sovraperformeranno i titoli governativi”, ha dichiarato.

 “In generale siamo favorevoli ai mercati del credito, soprattutto ai titoli delle società statunitensi investment grade e ad una selezione di corporate high yield. Anche il debito dei mercati emergenti, denominato sia in valuta locale che in dollari USA ci sembra interessante. A riguardo, ricerchiamo Paesi che mostrino fondamentali positivi, come il Messico, dove le riforme strutturali si pongono a sostegno delle prospettive per il futuro”.

IL GRANDE SUCCESSO DI DAVID CAMERON

E-mail Stampa PDF

Di VINCENZO LONGO - Market Strategist IG

Quelle che dovevano essere le elezioni più incerte degli ultimi 80 anni, alla fine hanno spiazzato tutti, mercato compreso. Chi ha vinto e chi ha perso? Secondo le ultime proiezioni della BBC, il leader uscente dei Conservatori, David Cameron, dovrebbe aggiudicarsi 326 seggi, esattamente la maggioranza assoluta minima richiesta. Sebbene alcuni sondaggi si aspettavano un alto consenso per i Conservatori, le probabilità che ottenessero addirittura la maggioranza assoluta erano molto basse. Il civico 10 di Downing Street non perderà il suo inquilino quindi. Per Cameron, quindi, si è trattato di un vero e proprio successo. Brillante anche il risultato dello Scottish National Party (SNP), che si è aggiudicato ben 56 seggi dei 59 a disposizione in Scozia. Emblematico il fatto che con solo il 5% dei consensi (proiezioni BBC), il partito SNP conquisti 56 seggi, mentre UKIP con il 12,5% dei consensi conquisti solo 2 seggi.
Debacle per i Laburisti e Liberal-Democratici. Questa notte il leader laburista, Ed Miliband, è intervenuto definendola una brutta notte per il partito. Oggi Miliband rassegnerà le proprie dimissioni. Male anche i LibDem di Nick Clegg, che hanno perso oltre il 15% dei consensi rispetto a quelle del 2010. Tra i big loser non mancano i sondaggisti e i book maker inglesi, che hanno avuto difficoltà nel calibrare i sondaggi in questa tornata politica che ha visto la presenza di oltre 7 partiti in un sistema elettorale tradizionalmente bipartitico. Probabilmente anche l’alta affluenza, che dovrebbe attestarsi tra il 72-74%, tra le più alte degli ultimi 20 anni, potrebbe aver contribuito a questo esito.
Il risultato ha colto di sorpresa anche il mercato. La sterlina ha iniziato ad apprezzarsi violentemente dopo gli exit poll e il trend è proseguito nella notte, man mano che i primi scrutini, preannunciavano una possibile maggioranza assoluta dei Conservatori. Gli investitori sono tornati ad acquistare sterlina in scia:
1.al forte ridimensionamento dell’incertezza post elettorale che in molti si aspettavano
2.alla possibile conferma del governo uscente (Conservatori – LibDem) che garantirebbe una continuità politica al Paese.
Il cambio Gbp/Usd è schizzata ai nuovi massimi dal 26 febbraio, a 1,5520, mentre il cambio Eur/Gbp è sceso da 0,7485 di ieri a 0,7225, minimi da oltre una settimana. Balza il Ftse 100, che è arrivato a toccare anche il 2% in apertura. Cosa aspettarsi a questo punto?

Cameron sarà ricevuto dalla regina oggi stesso e la formazione del governo potrebbe essere una questione di pura formalità. Molti si interrogano sulla possibilità che il governo possa portare avanti il Referendum sull’uscita del Gran Bretagna nel 2017. Probabilmente, i pochi seggi in capo al partito UKIP dovrebbero ridimensionare molto questo scenario e Cameron potrebbe far leva sul forte consenso per cercare di rivedere gli accordi con la UE. Le probabilità di una Brexit, continuano a rimanere pertanto molto contenute al momento, dato che un’uscita della Gran Bretagna dalla Ue non converrebbe a nessuno, soprattutto agli inglesi.
 
Alla luce del risultato elettorale, sulla sterlina ci aspettiamo un graduale rafforzamento nel breve termine, che impatterà soprattutto sul cambio Gbp/Usd, che potrebbe salire verso area 1,58, massimi di dicembre scorso.

Pagina 7 di 32