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20. luglio 2019

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Interviste e news

Al via il Salone del Risparmio

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altInizia oggi, mercoledì 26 marzo, la quinta edizione del Salone del Risparmio, il più importante evento finanziario italiano interamente dedicato alla gestione del risparmio e ideato da Assogestioni, in programma, fino al 28 marzo, nella sede di Via Roentgen 1 dell’Università Bocconi di Milano.


La manifestazione dedicata a tutti gli operatori dell'industria (SGR, SIM, banche, società di investimento estere, reti di distribuzione, investitori istituzionali e promotori finanziari), agli investitori privati, alle famiglie e agli studenti, a cui prendono parte anche rappresentanti delle istituzioni e del mondo accademico, supera i 13.000 iscritti, per un totale di 153 marchi presenti e oltre 100 conferenze previste.

Il tema dell’edizione 2014 è ‘Investire nel lungo termine. Risparmio gestito, un ponte per il futuro’ e, attraverso dibattiti e approfondimenti dedicati ad addetti ai lavori, rappresentanti del settore e risparmiatori privati, indagherà quali sono le sfide e le possibilità offerte dagli investimenti nel lungo periodo per l’industria, il Paese e i risparmiatori. Qualità del risparmio, previdenza, educazione finanziaria e pianificazione consapevole ma anche rilancio del Paese attraverso il collegamento tra capacità di risparmio e investimento d’impresa: il Salone del Risparmio intende sottolineare, anche quest’anno, il suo focus di dibattito sui temi strategici del Paese.

Quest’anno il Salone del Risparmio dedicherà ampio spazio anche al tema della previdenza complementare. A partire dalla Call4Ideas lanciata in collaborazione con ItaliaCamp per coinvolgere università, imprese, liberi professionisti, sindacati, associazioni, fondazioni e cittadini nella raccolta di proposte per lo sviluppo e il rilancio della previdenza complementare in Italia. È proprio alla previdenza complementare che sarà dedicata la conferenza plenaria di chiusura organizzata da Assogestioni in collaborazione con Banca Generali dal titolo
"Previdenza o Provvidenza? Una nuova bussola per il futuro" che si terrà alle 14.30 di venerdì 28 marzo. L’incontro vedrà la partecipazione, oltre che del Direttore Generale di Assogestioni Fabio Galli, anche del Vice Ministro dell’Economia, Enrico Morando oltre che di operatori del mercato come Jp Morgan e Anima.

In questa occasione saranno presentate le tre migliori idee emerse dalla Call4Ideas - scelte da un tavolo scientifico che prevede esponenti, tra gli altri, diAssogestioni, Assofondi Pensione, Mefop, e Covip - per promuovere un inedito
processo di innovazione sociale volto a collegare chi ha una buona idea con quanti hanno la forza economica, culturale e politica di realizzarla.

Nella terza giornata il Salone come di consueto aprirà le porte al pubblico dei risparmiatori, alle famiglie e agli oltre 1000 studenti provenienti da tutta Italia cui sono dedicati momenti di approfondimento ed educazione finanziaria. I ragazzi saranno chiamati a misurare la propria preparazione in una sfida all’ultimo voto. Prima, durante e dopo le conferenze formative dedicate a temi come risparmio, investimento, previdenza, e imprenditoria e realizzate in collaborazione con Banca d’Italia e il Museo del Risparmio di Torino, i ragazzi dovranno dare prova della loro preparazione e competenza rispondendo, tramite televoter, ad un test appositamente preparato per loro: i più veloci e attenti potranno vincere una serie di premi tecnologici. La sfida sui temi dell’economia e del risparmio continua poi con la terza edizione del concorso fotografico ‘Scatta il Risparmio’, che vedrà impegnati gli studenti delle classi III, IV e V superiori nella realizzazione di uno scatto sul tema: "Impara a risparmiare oggi per costruire il tuo futuro domani".

Tra le nuove collaborazioni dell’edizione 2014 quella con Humanitas, l’ospedale ad alta specializzazione e centro di ricerca biomedica alle porte di Milano che diventa Health Partner del Salone del Risparmio permettendo ai partecipanti di realizzare un identikit del proprio stato di salute e di ricevere consigli e suggerimenti utili ad una corretta educazione alla salute.



 

Avedisco: i dati della vendita diretta in Italia

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altLa Vendita Diretta si riconferma uno dei pochi settori vincenti nel nostro Paese, un mercato in netta controtendenza rispetto alla situazione economica generale, che vede da un lato il calo dei consumi e dall’altro l’aumento del tasso di disoccupazione. Il settore del Direct Selling in Italia, rappresentato da 124 aziende di cui 34 nel 2013 (36 nel 2014) appartenenti ad AVEDISCO, ha concluso il 2013 in positivo: un fatturato complessivo di 2.780 milioni di euro con 520.000 Incaricati alle Vendite Diretta in tutta Italia.

Questi i dati stimati e resi noti dal Centro Studi e Statistiche di AVEDISCO, prima Associazione italiana di Vendita Diretta e membro effettivo di Seldia (Associazione Europea della Vendita Diretta) e di WFDSA (Federazione Mondiale delle Associazioni di Vendita Diretta).

Uno sguardo rivolto alle Aziende Associate AVEDISCO mostra una crescita rispetto al 2012 del +3% e +12,99% rispettivamente al fatturato e forza lavoro: numeri in netto aumento che avvalorano ulteriormente il settore e la crescita costante delle nostre Aziende.

Le Aziende Associate AVEDISCO continuano a essere i portavoce del Direct Selling, risultando sinonimo di professionalità e garanzia di successo. Numerosi italiani scelgono di entrare a far parte del mondo della Vendita Diretta, 332.000 Incaricati alle Vendite nel 2013, un fatturato totale di 822 milioni di euro, sono questi i fattori che sottolineano il ruolo rilevante di questo modello di business nella nostra economia: un settore forte e dinamico, apprezzato dagli italiani sia in termini di opportunità di impiego che di stile di vita e consumo.

I diversi comparti merceologici delle nostre aziende Associate contribuiscono concretamente al raggiungimento degli ottimi risultati, incidendo notevolmente sul fatturato totale: rappresentativo è il comparto “alimentare – nutrizionale”, 313,6 milioni di euro ( + 9,56 % rispetto al 2012), seguito poi da quello “cosmesi – accessori moda”, che grazie ai prodotti di bellezza e agli accessori moda riporta 288,7 milioni di euro, un incremento del + 0,36 %. Al terzo posto per volume di fatturato si colloca il comparto “casa – beni di consumo”, che con i prodotti per la casa registra a fine 2013 un fatturato superiore ai 100 milioni di euro ( + 4,40%).

Il nostro è un mercato anticiclico che riesce a ottenere grandi successi in termini di fatturato e valore occupazionale in uno scenario dove lavoro e crescita economica rappresentano le principali problematiche nel nostro paese - dichiara Giovanni Paolino, Presidente AVEDISCO.
Le nostre Aziende Associate unitamente a tutte le aziende rappresentanti il settore nel nostro Paese, continuano ad ottenere la fiducia di milioni di italiani che scelgono di affidarsi a noi riconoscendoci professionalità e qualità, valori che ripagano ormai da anni l’intero comparto.  

I tassi possono essere negativi?

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altUno studente di economia si forma partendo dal concetto che il capitale deve essere remunerato, per quanto contenuta possa esserne la misura, soprattutto quando il rischio relativo sia basso. Investire con rendimento negativo appare quindi assurdo, ritenendosi preferibile trattenere la liquidità. Molti italiani operanti negli anni ’60-’70 ricordano peraltro la condizione imposta dalle banche elvetiche agli esportatori di capitali quando offrivano depositi in franchi svizzeri con rendimenti negativi resi positivi per il cliente che trasferiva somme nella propria valuta (la lira) proteggendole dal degrado del cambio e del potere di acquisto.


Ulteriore esperienza si è realizzata in Eurolandia nel 2011 quando, nel pieno dell’incertezza evidenziata dall’estendersi degli spread, le emissioni di titoli tedeschi offrivano rendimenti vicini allo zero all’emissione con risultati effettivi negativi perché il collocamento con alta domanda generava prezzi di sottoscrizione superiori a 100. Talvolta è accaduto che la strategia si sia rivelata pericolosa generando la mancata copertura dei volumi in offerta (in particolare nelle aste di novembre 2012). Nel contesto, in talune fasi la riduzione dello spread è stata infatti generata dall’aumento dei tassi tedeschi più che dalla diminuzione di quelli dei paesi più fragili.
Nei tempi attuali si parla di taglio del tasso di interesse sui depositi delle banche presso la Bce al di sotto dello zero. La finalità sarebbe il rendere più lineare la transizione dal periodo pre-Omt a quello post-Omt, con riserve complessive molto più contenute di quelle, oggi eccessive. Secondo le simulazioni opportunamente effettuate dalle Autorità Monetarie gli effetti su tassi, euro e crescita appaiono i riflessi più significativi da esaminare preventivamente.

Questi accadimenti molto diversi fra di loro meritano un approfondimento

Benoît Cœuré membro belga della Bce ha definito l’opzione tassi negativi come “assai probabile”. Mario Draghi ha più volte dichiarato con l’ufficialità che ne caratterizza (o condiziona) le esternazioni che la Bce è tecnicamente pronta, ma non ha mai confermato la decisione di attuare la misura. Joerg Asmussen membro tedesco della Bce ha invece espresso proprie riserve sull’efficacia dello strumento  Bostjan Jazbec banchiere centrale sloveno  ha ammesso (in linea con la premessa di questa nota) di ritenere difficile il concetto stesso di “tassi negativi”,
Angelo Baglioni economista, ha invece definito su basi teoriche e in ragione della propria indipendenza la misura come potenzialmente controproducente. mentre altri hanno concettualmente definito l'ipotesi come un “terreno inesplorato”. Uno studio del FMI ipotizza invece, in modo anomalo, la misura come un “segnale di responsabilità”. Alan Blinder (Princeton University) li analizza, peraltro per il mercato americano, e ne valuta l’efficacia sulla base di un approccio misto keynesiano e monetarista, per il quale manca la verifica applicativa.


Peraltro, imputare tassi negativi sulle riserve bancarie “in eccesso” stimola le banche a liberarsene investendo in titoli o erogando (non però attualmente) prestiti alle imprese.

La tentazione di considerare l’ipotesi sussite, soprattutto nella condizione in cui i tassi di mercato sono comunque estremamente bassi e – quasi ufficialmente – dichiarati mantenibili su quei livelli.
La realtà è invero differente, quando le banche non percepiscono fiducia nei confronti delle altre limitando l’offerta sul mercato interbancario; in tal senso le banche tedesche hanno percorso questa scelta in misura maggiore temendo l’instabilità di numerosi paesi in cui operano banche controparti, prima ancora che la debolezza specifica delle stesse. L’intervento in liquidità della BCE è conseguenza dell’inaridimento prolungato del mercato interbancario, per anni assai efficiente nell’ambito dell’euromercato (paradossalmente migliore prima della nascita dell’euro).
Il contesto venutosi a realizzare è “storicamente” anomalo in quanto guidato da un regista (la BCE) nella quantità (variata fra 400 e 800 miliardi) e nella qualità (con i passaggi fra Ltro e Omt): una condizione fortemente lontana dal mercato libero che caratterizza la storia e la cultura di Eurozona.


Dal punto di vista delle banche, pagare per posizionare liquidità è anomalo nonché costoso in una fase difficile con impatto sulle condizioni a loro volta offerte alla cliente
In conseguenza di questa anomalia, qualora realizzata. le banche sopporterebbero un costo (basso) per la moneta calda (immaginiamo 0,1-0,2%) e si avvantaggerebbero del differenziale fra costo del rifinanziamento presso la BCE e i tassi di mercato, soprattutto quelli generati dagli spread, ancora alti nonostante la palese insussistenza del rischio che dovrebbe generarli. Il mercato interbancario risulterebbe peraltro bloccato dalla non convenienza per il creditore di investirvi a tassi “assurdi” svuotando l’efficienza del mercato della hot money, un elemento invero essenziale per la gestione bancaria. Un ritorno indesiderato alle condizioni di quaranta anni fa quando l’unico interlocutore nel brevissimo periodo era proprio e solo la Banca Centrale.
Non possiamo peraltro dimenticare che tutte le piazze finanziarie, un tempo considerate avanzate, hanno tassi molto bassi (anche più di Eurozona) il che comporta tra l’altro la forza dell’euro, espressione da un lato della capacità di governo della BCE e dall’altro condizionamento invero insostenibile della economia reale.


Sarò un liberista, ma tutte le condizioni descritte evidenziano la difficoltà di governare dall’alto l’andamento dei prezzi del denaro con misure che generano inevitabilmente reazioni negli operatori che attenuano l’efficacia delle misure. I principi che ispiravano la scelta monetaria della UE erano differenti e l’anemia del contesto economico non offre conforto alle scelte, magari necessarie, attuate in assenza di un andamento economico meno depresso.
In altri termini, la BCE sembra compiere il suo lavoro, ma in un contesto alquanto sfavorevole e, di fatto, contrastante. Manca Eurolandia e non è positivo affermarlo a due mesi dalle elezioni europee. Possiamo anche concordare per l'assunzione della medicina “tasso negativo”. In dosi e tempi ridotti per evitarne effetti invasivi. Una regola anomala per tempi anormali, un curaro che non deve diventare cianuro sapendolo togliere al momento giusto.

  

GIUSEPPE G. SANTORSOLA
Professore Ordinario di Corporate Finance e Corporate & Investment Banking.
Università Parthenope di Napoli
@ggsantorsola 

Survey of Investment Community 2014

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altRecentemente è stato pubblicato il “Survey of Investment Community 2014”, promosso da Brunswich Group, società di consulenza in comunicazione corporate.

L’indagine, condotta online attraverso la somministrazione di un questionario, è arrivata alla sua quarta edizione. Hanno risposto al questionario 472 persone tra analisti e investitori istituzionali (48% buy-side e 52% sell-side) che operano in America, Europa e Asia.

Tra i cosiddetti buy-side, il 21% è rappresentato da Fondi Comuni, l’11% da Hedge Fund, il 5% da Fondi Pensione, il 2% da società assicurative e il restante 11% da altri soggetti non specificati. Tra i sell-side tro-viamo principalmente analisti/ricercatori, il 48% del campione, mentre è poco rappresentata, solamente l’1%, la categoria dei consulenti di investimento/manager. Il restante 1%, residuale, è rappresentato da altri operatori sell-side.

L’indagine fornisce importanti spunti di riflessione su quali potrebbero essere, in futuro, i canali informativi nel mondo degli investimenti.

Vediamo i principali risultati:

Ad oggi la maggior influenza nelle scelte di investimento degli operatori finanziari continua ad arrivare dalle informazioni ricevute direttamente dalle società. Nello specifico, continuano a ricoprire un ruolo determinante le notizie che emergono a seguito di un rapporto diretto con il management.

Nonostante ciò, l’indagine rileva un aumento considerevole dell’influenza derivante da servizi di informazione real-time (quali Bloomberg), da ricerche degli analisti e dai media digitali.

Emerge invece un trend negativo per quanto riguarda l’influenza dei media tradizionali e le analisi dirette del mercato primario.

La ricerca mette in evidenza l’importanza dei blog:

il 58% degli intervistati ha dichiarato di aver approfondito un determinato argomento dopo aver consultato un blog e il 27% di aver effettuato un investimento dopo aver letto, sempre su un blog, una determinata notizia.

Per quanto riguarda le aspettative future, l’indagine evidenzia che il 70% degli investitori (64% Europa, 70% USA, 79% Asia) ritiene che i media avranno un ruolo sempre maggiore sulle scelte di investimento di tipo finanziario.

Non potevano mancare i social network: anche per loro il trend è positivo. Aumenta l’influenza di Twitter e, in generale, viene premiata la possibilità di interagire con altre piattaforme creando un flusso di informazioni continuo e costantemente aggiornato.

Il digitale sembra quindi essere in forte aumento. Del resto, nel mondo finanziario la tecnologia ha sempre avuto un ruolo determinante e gli operatori cercano sempre di sfruttare le importanti e continue innovazioni.

Le informazioni sono un bene prezioso e non sorprende quindi la crescita di tutti quegli strumenti che consen-tono di ottenere aggiornamenti in real-time, spesso a basso costo (anche se non dobbiamo dimenticare che alcune piattaforme sono molto onerose).

Avere accesso ad un numero elevato di informazioni può però nascondere dei rischi per i risparmiatori/inve-stitori. Sul web è facile reperire informazioni finanziarie, report su singoli titoli, segnali operativi ecc… ma è opportuno che il risparmiatore/investitore non si sostituisca al professionista.

E’ necessario saper valutare le informazioni, spesso molto complesse e di difficile interpretazione. E’, quindi, consigliabile evitare il fai-da-te.

Ricordiamo, inoltre, che la stessa indagine oggetto di questo articolo riguarda professionisti del settore in grado di valutare le informazioni.

La ricerca non ci fornisce dati sui singoli Paesi e non siamo quindi in grado, sulla base dell’indagine condotta da Brunswich, di fare considerazioni precise sull’Italia. E’, però, ormai noto il gap che separa l’Italia da altri paesi in tema di digitale. Possiamo augurarci che i dati emersi siano un ulteriore stimolo affinché, anche in Italia, si continui a lavorare e sviluppare tutto ciò che riguarda il digital e i social media.

di Danilo Abis

Investitori istituzionali sempre più attenti al risk managemen

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I risultati dell’indagine New Frontiers of Risk realizzata dal Gruppo BNY Mellon in collaborazione con il Premio Nobel per l’Economia Harry Markowitz

L’80% degli investitori istituzionali ritiene che la gestione dei rischi sarà sempre più importante nell’attuazione delle strategie di investimento. Il 73% prevede un aumento della spesa per il risk management sul fronte degli investimenti, e il 68% dedicherà più tempo ai problemi legati ai rischi operativi. Ma solo il 25% ha un Chief risk officer. Sono questi alcuni dei risultati principali dell’indagine New Frontiers of Risk: Revisiting the 360° Manager, realizzata da BNY Mellon, società globale di investimenti con oltre 1.600 miliardi di dollari di patrimonio gestito e 27.600 miliardi di dollari di patrimonio in custodia e amministrazione, in collaborazione con il Premio Nobel per l’Economia Harry Markowitz.

Gli investitori istituzionali stanno fronteggiando delle pressioni formidabili. Ci sono le novità normative, la questione della trasparenza e i rischi legati agli investimenti”, dichiara Debra Baker, responsabile della divisione Global Risk Solutions di BNY Mellon. “Molti investitori sono colti impreparati dinanzi alla complessità dello scenario odierno: proprio quando pensavano di aver misurato, gestito e mitigato quasi tutti i rischi, ecco che ne emergono di nuovi – e quelli vecchi cambiano forma. Emerge allora con forza la necessità di una funzione di gestione onnicomprensiva, che controlli sia i rischi, sia il modo in cui questi si influenzano l’uno con l’altro, sia il loro impatto sul piano complessivo di investimenti”.

Il nuovo studio arriva a dieci anni di distanza dall’indagine realizzata da BNY Mellon nel 2005, sempre in collaborazione con il Premio Nobel Markowitz, e intitolata New Frontiers of Risk: The 360° for Pensions and Nonprofits. Nel 2005, gli investitori istituzionali stavano appena iniziando a riconoscere l’esigenza di un programma strutturato e olistico di gestione dei rischi. Il nuovo studio rileva come, dopo la crisi finanziaria del 2008, il risk management sia oggi una priorità per la grande maggioranza degli investitori istituzionali.

Secondo Markowitz, “La crisi del 2008 era diversa. E così anche quella del 2000, legata allo scoppio della bolla informatica. Anche la prossima crisi avrà caratteristiche differenti da quella attuale”. Qual è la morale? “La selezione dei portafogli non potrà mai procedere in automatico. Ci sarà sempre bisogno di un team affidabile di analisti quantitativi, impegnato ad analizzare la situazione in tempo reale. Inoltre, bisognerebbe accertarsi che i vertici aziendali capiscano gli assunti su cui si basa la gestione del portafoglio, siano al corrente delle asset class esotiche impiegate, e conoscano tutte le vulnerabilità dell’approccio di investimento”. In altre parole, aggiunge Markowitz, “bisogna integrare il controllo dei rischi a livello aziendale, e non solo di singolo portafoglio”.

Stando ai risultati del sondaggio 2013, gli eventi di mercato legati alla crisi del 2008 e la conseguente fase di recessione rappresentano le ragioni principali che hanno spinto gli investitori istituzionali a concentrarsi sulla gestione dei rischi. Più del 60% del campione dichiara che questa maggiore consapevolezza ha portato la propria società a istituire nuove pratiche di risk management. Il 59% di chi ha risposto al sondaggio ritiene di aver beneficiato, nel corso degli ultimi 5 anni, dell’evoluzione delle strategie di risk management, nonostante molti trovino difficile quantificare l’impatto positivo.

Ecco alcuni tra i risultati più importanti dell’indagine, basata su un campione di oltre 100 investitori istituzionali per un totale di 1.000 miliardi di dollari di masse in gestione:

È finita la stagione della caccia all’alpha. Gli investitori istituzionali preferiscono sempre di più conseguire rendimenti assoluti piuttosto che sovraperformare il benchmark. L’obiettivo è ridurre al minimo i rischi.

Sempre più alternativi. Il campione preso in considerazione dall’indagine ha ampliato il numero di investimenti alternativi utilizzati, per migliorare la diversificazione del portafoglio e potenzialmente aiutare a ridurre il rischio di ribassi. Gli investitori istituzionali prevedono di aumentare gli asset allocati in strumenti alternativi nel corso dei prossimi 5 anni.

Si risveglia la consapevolezza dei rischi. La crisi del 2008 ha colto alla sprovvista molti investitori istituzionali. Le procedure di gestione dei rischi adottate all’epoca sono poi state ritenute insufficienti per affrontare una crisi di tale portata. Proprio allora è iniziata la ricerca di un sistema di gestione dei rischi olistico e integrato a livello aziendale.

Gli strumenti analitici al servizio della gestione dei rischi. L’analisi del rapporto tra rischi e rendimenti e la performance attribution sono ad oggi gli strumenti più comuni per monitorare gli investimenti. La pianificazione del rischio di impresa include sempre più spesso gli investimenti tradizionali e alternativi, così come le passività.

La ricerca della trasparenza. Dopo la crisi del 2008, gli investitori istituzionali desiderano evitare i rischi indesiderati e comprendere meglio gli investimenti sottostanti. Per questo si stanno orientando verso soluzioni che offrono una maggiore trasparenza.

 

Il rapporto completo è disponibile, in inglese, al seguente indirizzo:

http://www.bnymellon.com/foresight/risk/frontiers-of-risk-baker-markowitz.html

 

 

 

 

 

 

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