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17. giugno 2019

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Quotate e borsa

Bad bank sì o no?

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altIn questi ultimi giorni, in mezzo al caos del nuovo Governo che va formandosi, del vecchio che tramonta e dell'economia che stenta a ripartire nonostante la ripresa del Pil, cresciuto nell'ultimo trimestre dell'anno dello 0,1%, una parola è risuonata in molteplici corridoi del nostro Paese: “bad bank”.

Una “bad bank”, per i non addetti ai lavori, è letteralmente la parte cattiva di una banca o di un sistema di banche (in questo caso), cioè l'armadio in cui rinchiudere gli scheletri degli asset tossici accumulati negli anni, che siano essi crediti deteriorati, cioè i prestiti che possono andare incontro a perdita di valore o che difficilmente potrebbero essere recuperati, oppure investimenti con elevato valore nominale o valore di mercato vicino allo zero.L'idea viene dagli Stati Uniti, dall'ammnistrazione Obama per la precisione che ha proposto di depurare gli istituti finanziari nazionali dalle perdite derivanti dai titoli tossici.

Una bad bank sarebbe utile anche al nostro Paese, dove le banche sono sempre sull'orlo della sofferenza per mancanza di liquidità e, per essere rimessere in sesto avrebbero bisogno di un massiccio intervento.
In questa situazione, dunque, un istituto che si faccia carico dei crediti tossici, liquidandoli progressivamente magari in condizioni di mercato più favorevoli.

L'ipotesi che si sta ventilando, e che sembra trovare sostanziale consenso nei corridoi della Banca d'Italia, è quella di una bad bank di sistema, con l'appoggio pubblico oppure affidata ad iniziative private. La prima ipotesi, però, sembra quasi impraticabile. Lo stesso Ministero dell'Economia ha sottolineato che vede di buon occhio i consorzi tra banche ma senza fondi pubblici.
Non resta, quindi, che l'ipotesi consortile, che potrebbe andare a discapito degli istituti più piccoli, che potrebbero cedere a sconto i propri crediti, oppure l'ipotesi di una iniziativa affidata ad istituti di credito più grandi.

Ovviamente, quale che sia l'ipotesi vincente, ci saranno vantaggi e svantaggi per i diversi attori in campo.
 

Crisi di Governo e mercati finanziari

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altLa crisi di Governo che si è aperta ieri a seguito della riunione di direzione del Pd in cui Renzi ha chiesto di aprire una nuova fase, con un nuovo esecutivo per “uscire dalla palude”, ha turbato i mercati meno di quanto ci si potesse aspettare.

Piazza Affari ieri ha vissuto una giornata difficile ma ha chiuso in sostanziale pareggio, ad appena 20.110 punti perdendo lo 0,17%.
Durante il corso delle contrattazioni, però, l'indice Ftse Mib ha toccato ribassi ben più alti, fino a toccare quota -1,30% nel primo pomeriggio, non solo a causa dell'instabilità politica e delle attese sulle decisioni del segretario del Pd, ma anche per le cattive performance dei finanziari Mediolanum, Bpm e Mediobanca e, soprattutto a causa di alcuni fattori macroeconomici preoccupanti.

I dati macroeconomici Usa diffusi nella giornata di ieri, mercoledì 13 febbraio, hanno infatti lasciato decisamente l'amaro in bocca. Secondo tali dati, infatti, le vendite al dettaglio negli Stati Uniti sono scese nel mese di gennaio dello 0,4% e, di pari passo, sono aumentate le richieste di sussidi di disoccupazione nella prima settimana di febbraio.

Doccia fredda anche dalla Bce che nel bollettino mensile ha scritto che “si attende un lento recupero del prodotto nell'area euro” con prospettive di crescita che rimangono orientate al ribasso. L'inflazione nell'eurozona, invece, nei prossimi mesi resterà sui livelli attuali con “rischi bilanciati”.

Nonostante le turbolenze, però, lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha chiuso a 204 punti base con un tasso sui titoli decennali del 3,70%.

Secondo gli analisti questa fase di transizione politica non avrà forti ripercussioni sui mercati. Non resta che attendere di sapere quale sarà il programma economico del prossimo Governo.
 

Giorni di fuoco per Fiat

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altGiorni concitati per Fiat. A due settimane dal lancio del nuovo marchio FCA – Fiat Chrysler Automobiles, la casa torinese subisce il duro colpo del taglio del rating da parte di Moody's che declassa il Corporate Family Rating di Fiat da B1 a Ba3.

Decisione presa “in seguito alla performance più debole del previsto nell'esercizio fiscale 2013” ma anche in considerazione delle “significative sfide che la società si trova ad affrontare per raggiungere gli obiettivi di quest'anno” si legge nella nota diffusa dall'agenzia di rating.

I limiti di Fiat sono diversi, dall'accesso al cash flow di Chrysler alla dipendenza dal mercato automobilistico europeo, la cui situazione non è rosea. A pesare, inoltre, l'erosione della redditività in America Latina e la mancanza di immediati piani di aggiustamento per l'Italia.

Ed è proprio in Italia che non si ferma la lotta tra dirigenza Fiat e sindacati. La Fiom, infatti, ha chiesto all'azienda e agli altri sindacati un'assemblea unitaria per formulare insieme una proposta unitaria su occupazione e salario. Secondo Michele De Palma, coordinatore Fiom della Fiat, l'incontro con Pietro De Biasi, responsaibile delle Relazioni industriali dell'ormai ex casa torinese, ha confermato che “non ci sono elementi di garanzia per i lavoratori”.

John Elkann, Presidente di Fiat, ha avuto anche uno scontro verbale con Diego Della Valle a seguito di alcune polemiche su Rcs. “Non posso pensare che Della Valle abbia preoccupazioni su Rcs, penso che Tod's lo preoccupi” ha detto Elkann aggiungendo che Della Valle “rispetto ai suoi concorrenti è un nano”.
Da parte sua Della Valle ha replicato invitando Elkann a visitare la sua azienda: “Potrebbe anche rimanere per uno stage così potrà imparare cosa vuol dire lavorare davvero”.

Nonostante tutto il titolo ha retto in Borsa e mercoledì 12 febbraio ha segnato un rialzo dello 0,14%.
 

Produzione industriale in calo nel 2013

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Cattive notizie dai dati sulla produzione industriale dello scorso anno. Dicembre 2013, infatti, si è chiuso con un -0,7% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente confermando una tendenza che ha visto la produzione industriale dello scorso anno scendere di ben 3 punti percentuali rispetto ad un 2012 che era stato già negativo con un calo del 6,4%.

Un'Italia ancora in difficoltà, dunque, quella che esce dall'analisi Istat che, tuttavia, fa percepire lievi segni di miglioramento nel trimestre ottobre – dicembre 2013 che ha visto una lieve inversione di tendenza con un modesto +0,7%. Un aumento, tuttavia, inferiore alle aspettative di alcuni analisti.

I settori che hanno registrato una crescita maggiore sono stati quello farmaceutico, quello della produzione di apparecchiature elettriche e il metallurgico che hanno visto, rispettivamente, un aumento della produzione di +8%, +7,5% e +7,4%. Male le produzioni di macchinari e attrezzature, tessile e abbigliamento e computer.

Anche il settore automobilistico è calato con un – 2,6% medio nel 2013.

Per il nuovo anno appena iniziato, però, ci sono aspettative più rosee. Secondo il Centro Studi di Confindustria, infatti, a gennaio la produzione industriale nel nostro Paese è cresciuta del 0,3% rispetto allo scorso dicembre. Un incremento modesto che, però, fa sperare in un'inversione di tendenza.

Ferragamo: ottimi risultati per l'ultimo trimestre

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Una fine d'anno decisamente molto promettente per Ferragamo che ha chiuso il 2013 con 1.258 milioni di euro di ricavi, registrando un aumento del 9% rispetto al 2012.


Il quarto trimestre dello scorso anno avrebbe portato al gruppo italiano della moda una crescita di utili pari al 7% soprattutto grazie al traino del mercato della zona Asia-Pacifico che da solo ha realizzato il 37% del fatturato, confermandosi il mercato più importante.


I dati preliminari di esercizio hanno portato a Ferragamo un +4% in chiusura del mese di gennaio, segnando così un inizio d'anno molto buono nonostante la giornata travagliata di Piazza Affari, che il 31 gennaio ha chiuso a 19.418 punti con un debole +0,3%.

Nonostante il mercato in calo, dunque, il gruppo Ferragamo porta a casa un risultato positivo soprattutto grazie al wholesale che con un aumento del 19% nel quarto trimestre 2013 (rispetto al +12% del terzo) ha trascinato soprattutto l'Europa. In Asia, però, anche il retail ha sovraperformato, confermando la supremazia del mercato cinese.
Le categorie di prodotti che hanno dato maggiori soddisfazioni sono le borse e gli accessori in pelle, al +18%, seguite dai profumi con un +14%, l'abbigliamento, invece, sembra in calo.

Gli analisti internazionali prospettano una ulteriore crescita degli utili per il gruppo per l'anno appena iniziato. Kepler Cheuvreux stima un'aumento delle vendite addirittura di oltre il 6% nonostante il visibile rallentamente del retail.  

Luisa Casanova Stua

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