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24. giugno 2018

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PMI e dintorni

Il canone per gli stabilimenti balneari slitta a dopo l’estate

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di Stefania Bernardini

altIl canone demaniale previsto per gli stabilimenti balneari potrà essere pagato dopo l’estate. Il Governo, nei prossimi giorni, presenterà un emendamento “per tener conto delle esigenze turistico balneari” che farà slittare il termine al 15 settembre.

L’annuncio è del sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta: “Come lo scorso anno nel fissare il nuovo termine dei pagamenti al 15 settembre, si tiene conto delle esigenze degli operatori turistico balneari, spesso costituiti da piccoli imprenditori che investono su un settore strategico e che hanno bisogno di certezze sul futuro".

Il provvedimento servirebbe anche per preparare, in un clima di collaborazione con gli operatori, una vera e propria riforma del settore.

Baretta ha indicato un nuovo termine anche sulla riforme che dovrà essere pronta entro il 15 ottobre.

"In questa prospettiva - ha detto il sottosegretario all’Economia - l'Italia deve cogliere l'occasione offerta dal semestre di Presidenza europea per chiedere che l'Europa riconosca la specificità del nostro Paese su questo settore".

Favorevoli anche gli operatori balneari che ammettono: "Lo aspettavamo, è un provvedimento che dà un po' di respiro alla categoria, perché pagare costi importanti quando le aziende hanno già lavorato qualche mese crea molti meno problemi a tutti".

Boom di stranieri nel settore commerciale

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di Stefania Bernardini

altQuasi un imprenditore su due nei mercati italiani è nato all’estero. Cresciuti del 4,6% rispetto al 2011. La tendenza alla “deitaliazione” nel comparto commerciale del Paese è emersa attraverso lo studio “Piazza affari” condotto da Indis Unioncamere in collaborazione con Anva, l’associazione di Confesercenti che riunisce gli imprenditori del commercio al dettaglio su area pubblica.

Da quanto si legge, gli stranieri sono stati fondamentali per permettere al settore di crescere durante la crisi. Nel biennio 2012-2013, il periodo più buio della recessione, l’attività dei mercati è stata l’unica a registrare un saldo positivo per 6.803 imprese.

Negli ultimi due anni gli stranieri che hanno aperto una nuova attività sono stati il 70% del totale nazionale. La maggior parte proviene dall’Africa e dall’Asia. Poco spazio all’imprenditoria femminile, per l’80% dei neo commercianti si tratta di uomini relativamente giovani.

L’età media dei commercianti ambulanti è di 46,6 anni e il Sud sembra essere il territorio preferito dagli stranieri. Nell’Italia meridionale quasi un commerciante su due è nato all’estero.

Proprio grazie alla componente straniera il commercio al dettaglio su area pubblica è uno dei comparti nazionali più vitali con oltre 30 miliardi di fatturato, 182.763 imprese e 250mila addetti divisi tra quasi 6mila mercati in tutta Italia.

Fmi, l’Italia è poco innovativa

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di Stefania Bernardini

altRiforme strutturali per innovare ed espandere le dimensioni d’impresa. Questa è la ricetta consigliata all’Italia dal Fondo monetario internazionale.

 

Secondo lo studio dell’economista dell’Fmi Andrew Tiffin, nel Paese c’è un gap di competitività. Le aziende italiane non riescono a stare al passo con gli standard dei principali competitor europei.

Le industrie tradizionali del Bel Paese (tessile, dell’arredamento e del cibo) continuano ad avere un forte peso sull’export, ma altri settori come il farmaceutico e quello dell’industria d’avanguardia sono quasi inesistenti.

Il settore commerciale italiano continua a collocarsi tra i leader mondiali solo grazie ai fornitori specializzati, ossia imprese più piccole che progettano, sviluppano e producono strumenti fatti su misura per particolari processi o esigenze produttive. Aziende dotate di agilità e inventiva spesso organizzate in una rete flessibile di piccole e medie imprese o in comparti industriali.

Tuttavia per il Fondo monetario sarebbero due le cause che frenano lo sviluppo dei settori più innovativi in Italia: la rigidità della burocrazia e le ridotte dimensioni delle aziende.

Le imprese medio-piccole non si adeguano alla natura mutevole della produttività globale, dove società di maggiori dimensioni hanno più successo nell'imporre un brand mondiale, nel finanziarsi e nell'integrare un ciclo degli approvvigionamenti internazionale.

L’Fmi suggerisce “riforme strutturali per rimuovere le barriere alla crescita delle imprese e incoraggiare investimenti diretti dall'estero" che favorirebbero anche un maggiore sviluppo delle imprese all'avanguardia nel comparto scientifico

Aziende italiane pressate da crisi e controlli

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altLe aziende italiane sono ancora preda della crisi economica, secondo i dati di Unioncamere, infatti, nel primo trimestre 2014 si sono registrate circa 3.600 aperture di procedure fallimentari, il 22% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Le domande di concordato, invece, sono arrivate a quota 577 con un aumento del 34%.

Per le società di capitali l'avvio dei fallimenti sale del 22,3%, per le società di persone del 23,5%, per le imprese individuali del 25%.
L'unico dato positivo riguarda le cooperative e i consorzi per le quali i fallimenti sono scesi del 2%.

Il dato peggiore su tutto il territorio nazionale si è registrato in Sardegna dove la percentuale di fallimenti è arrivata al 31% con 76 imprese che hanno chiuso i battenti, attestandosi ben sopra la media italiana. Il Mezzogiorno, invece, registra un'impennata del 27,8%.
Una diminuzione del numero dei fallimenti, invece, si registra in Basilicata, Calabria e Molise, rispettivamente col 17,6%, 2,4% e 9,1% in meno di imprese che non ce l'hanno fatta.

Le piccole e medie aziende italiane, già provate dalla crisi, devono sottostare anche a un centinaio di controlli ogni anno, secondo la Cgia di Mestre.
Per la precisione 50 sono i controlli relativi alle normative ambientali e alla sicurezza, 18 i controlli relativi alla contrattualistica,, ben 23 i controlli fiscali e sei verifiche in ambito amministrativo. Una vera e propria foresta di leggi e regolamenti attraverso la quale le pmi devono passare ogni giorno. "Una legislazione spesso caotica e in alcune circostanza addirittura indecifrabile" secondo il segretario della Cgua Giuseppe Bortolussi. 

Digital PMI

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altLe imprese online crescono fino a cinque volte di più di quelle fuori dal web. A dimostrarlo è la ricerca Web Runners a cura dello Studio Giaccardi&Associati di Ravenna presentato alla prima edizione del Web Economy Festival svoltasi a Cesena dal 21 al 23 marzo.

Le PMI sono da sempre la spina dorsale dell'Italia, e, mentre la crisi si fa ancora sentire, si percepisce anche nel web una grossa opportunità di crescita.

In particolare le imprese più attive nella comunicazione e nell'interazione online sono le PMI con fatturato inferiori ai 50 milioni e con meno di 100 opportunità che, grazie proprio al web, sono riuscite a crescere economicamente registrando addirittura un +65% di produttività e +15% nelle esportazioni

Giuseppe Giaccardi, autore della ricerca, ha dichiarato che al termine della sperimentazione "la zona delle tre province coinvolte avrà accresciuto il tasso di presenza online delle piccole e medie del territorio".
Questo progetto iniziato in Romagna si potrebbe estendere a ben 2,5 milioni di imprese in sette distretti italiani con una spesa di circa sei milioni di euro.
Ed ecco il dato interessante: il costo per ogni azienda, per sfruttare i benefici della rete, sarebbe di appena 2,5euro, poco più di un caffè, un investimento minimo che, però, potrebbe portare grandi vantaggi ed aiutare l'ecosistema italiano delle pmi ad adeguarsi agli standard delle imprese nel resto del mondo.
Anche il Governo, però, dovrebbe fare la sua parte garantendo "infrastruttura di rete di qualità e open data" secondo il professor Vafopoulos, teorico della web economy che ha partecipato alla tre giorni romagnola.

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