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20. luglio 2019

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LA MONETA CINESE ENTRA NEI DIRITTI SPECIALI DI PRELIEVO DEL FMI

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Il renminbi cinese (rmb) entra a far parte dei diritti speciali di prelievo (dsp), la moneta internazionale di riferimento del Fondo Monetario Internazionale composta da un paniere di valute. Sino ad oggi vi partecipano soltanto il dollaro, l’euro, lo yen giapponese e la sterlina britannica.

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi
I dsp sono la moneta virtuale di riserva internazionale creata dal Fmi nel 1969, nel contesto del sistema di cambi fissi di Bretton Woods,  per affiancare le riserve monetarie (allora solo dollaro e oro) e per supportare l’espansione del commercio mondiale e i relativi flussi finanziari.  Il Fmi li ha usati anche per prestiti di emergenza verso i Paesi membri. I dsp possono essere scambiati con le altre valute normalmente usate. A fine novembre di quest’anno erano in circolazione 204 miliardi di dsp, pari a circa 285 miliardi di dollari. La ripartizione sarà così: il dollaro avrà il 41,73%, l’euro il 30,93%, il renminbi il 10,92%, lo yen l’8,33% e la sterlina l’8,09%. Questa nuova composizione entrerà in vigore il prossimo 1 ottobre 2016. Interessante notare che la suddivisione delle quote del 2011 era: 41,9% per il dollaro, 37,4% per l’euro, 11,33% per la sterlina e 9,44% per lo yen. Balza evidente che, nonostante il ridimensionamento dell’economia americana, il dollaro mantiene la posizione dominante. Chi viene ridimensionato è in particolare l’euro.  Si noti che, quando il Fmi venne creato nel dopo guerra, il pil americano era equivalente al 50% di quello mondiale, oggi è il 22%. Venti anni fa il pil della Cina rappresentava soltanto il 2% del totale, oggi è il 12%. Si consideri che la Cina detiene circa 1,3 trilioni di dollari in buoni del Tesoro americano.  Nonostante queste enormi trasformazioni dell’economia mondiale la quota di partecipazione assegnata alla Cina nel Fmi è simile a quella del Belgio. Del resto non si può ignorare che il Congresso americano nel 2010 votò contro la revisione delle quote e che tale opposizione si è poi ripetuta ad ogni summit del G20.  In ogni caso la decisione sui dsp è un importante passo in avanti nella creazione di un nuovo sistema monetario internazionale basato su un paniere di monete. La nuova composizione dei dsp dovrebbe perciò preparare una grande evoluzione verso un sistema multipolare nella sua dimensione politica, economica, commerciale e, quindi, anche monetaria.  La Cina e gli altri Paesi del BRICS sono stati i grandi fautori di una riforma globale in modo crescente a partire dalla crisi finanziaria del 2008. Già nel marzo del 2009 il governatore della Banca Centrale Zhou Xiao Chuan aveva sollecitato la creazione di una moneta di riserva internazionale non più sottomessa a una singola moneta nazionale, il dollaro. Oggi la Banca centrale cinese saluta la decisione come “un miglioramento dell’attuale sistema monetario internazionale e un risultato vincente sia per la Cina che per il resto del mondo” Adesso la Cina sarà certamente sottoposta a crescenti pressioni e la sua economia e il suo sistema finanziario saranno analizzati e valutati con cura. Si stima che inizialmente ciò dovrebbe determinare un modesto aumento nella domanda internazionale di valuta cinese, equivalente a circa 30 miliardi di dollari. Comunque chi commercia con la Cina sarà sollecitato a tenere quantità crescenti di rmb. La riduzione delle allocazioni di portafoglio in dollari a seguito della decisione di riconoscere al rmb un ruolo di moneta di riserva potrebbe nel tempo essere maggiore di quanto si possa oggi pensare. Il processo di internazionalizzazione di una moneta è lento, procede infatti per tre stadi: viene prima usata in operazioni commerciali, poi può diventare oggetto di investimenti da parte di privati e infine può essere accettata come riserva per il mercato regionale e globale. Si ricordi che nel 2014 il rmb era incluso nelle riserve monetarie di 38 Paesi soltanto. E rappresentava circa 1,1% di tutte le riserve monetarie. L’euro contava per il 21%. Negli anni recenti la Cina ha sottoscritto accordi di swap monetari con più di 40 banche centrali, in Asia, in Europa e in America Latina. Ciò ha facilitato l’uso dello rmb e ha favorito la concessione di quote di partecipazione nei programmi cinesi di investimenti esteri. Si stima che nei prossimi 10 anni questa evoluzione potrebbe portare ad un flusso di circa 2-3 trilioni di dollari verso la Cina. Soprattutto le economie emergenti avranno un immediato interesse verso il rmb e il suo nuovo ruolo internazionale.  Ci si augura che l’Europa abbia piena consapevolezza delle oggettive implicazioni strategiche che il cambiamento in questione avrà. Non vorremmo che ancora una volta essa subisca certi processi rinunciando al protagonismo che la sua realtà economica e politica richiede.

 

MATTEO RENZI. UNA LETTURA

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In una democrazia occidentale avere un premier mai assurto al potere senza il suffragio popolare costituisce una rarissima anomalia.

Di Giorgio Ornano

Eppure succede: in Italia. Io avevo cominciato a nutrire forti sospetti sull' allora sindaco di Firenze quando l' ambiziosissimo giovane andò ad Arcore nel 2010 a parlare con Berlusconi,allora premier. Renzi si difese dai giusti attacchi di intelligence con il nemico, sostenendo che era andato ad Arcore a parlare di Firenze. La prima di una serie di bugie che il pinocchiesco Matteo inanellerà senza tregua negli anni seguenti, culminate con lo storico, ipocrita "Enrico, stai sereno", e poi si é visto come andò a finire, anche per il silente benestare di Napolitano. Siccome l' ambiziosissimo premier é più scaltro che bugiardo, prima delle votazioni europee si inventò il bonus di €.80 in busta paga, misura che fece felice un sacco di gente, tranne gli esclusi (esodati e pensionati) che forse ne avevano ancor più bisogno. Risultato di questo regalo, una valanga irripetibile di voti attorno al 41%, salvo altre mance che il premier intende elargire a favore dei giovani che si affacciano per la prima volta al voto. Il guaio di Renzi é che, rincorrendo i suffragi in ogni modo, ha allargato a destra la sua base elettorale, fregandosene altamente dell' equità, al punto che la sinistra del partito parla giustamente di mutazione genetica. Nel frattempo il premier ha combinato qualche disastro alle regionali, vedi Liguria, dove complici primarie non proprio impermeabili, ha puntato sulla Paita anziché su Cofferati, regalando la regione alla destra. Anche nel Veneto ha scelto un candidato sbagliato : la bella Moretti, detta ladylike per improvvide quanto frivoli dichiarazioni, regolarmente massacrata al voto dal roccioso Zaia. Renzi ha così dovuto fare in Campania salti mortali giuridici per imporre De Luca, affinché le regionali nn si trasformassero in una débacle storica. Renzi si é accreditato presso l' opinione pubblica come il paladino delle riforme,e mai parola del vocabolario italiano fu più abusata, come se bastasse cambiare qualcosa per portare migliorie certe, anche se talvolta si peggiorano le cose. Doveroso riconoscere che era ora di abolire il Senato, anche perché 2 camere costituivano perdite di tempo intollerabili, e Renzi ci é riuscito, ma sostituire i senatori con consiglieri regionali che hanno brillato per truffe da ladri di polli, vedi inchieste della Magistratura, non appare propriamente una geniata. Tutti quelli che si oppongono alle sue "riforme" sono definiti con disprezzo palude e gufi, invettive riservate alla minoranza del suo partito ( troppo remissiva ed educata) invece che a quelli che dovrebbero essere i nemici storici del PD, vedi verdiniani, i cui voti però fanno molto comodo al Senato. In quest' ottica di voti ad ogni costo, non importa da dove vengono, il peggio di sé Renzi lo dà in materia fiscale. Premesso che il primo problema che sprofonda il bilancio dello stato é l' evasione fiscale, valutabile tra 150 e 180 miliardi ( record europeo ), secondo stime dell' attendibile CGIA di Mestre. Cifra intollerabile che stride con la difficoltà di reperire pochi miliardi per esigenze primarie, tipo sistemazione idrogeologica del territorio, mezzi adeguati da assegnare alla Polizia, sistemazione degli edifici scolastici, etc . Ma siccome servono i voti degli evasori, che sono tanti, Renzi fa loro l' enorme regalo di aumentare il tetto dei pagamenti in contanti. Inoltre difficile dimenticare affermazioni del premier, immediatamente smentite dai fatti : tipo "non Abolirò l' art.18", oppure " quello che conta é la la meritocrazia", mentre invece si é contornato di fidi toscani che non paiono proprio all' altezza degli illustrissimi corregionali Dante ,Leonardo e Michelangelo, essendo solo al massimo degli yes men. Senza contare il blocco messo alla riforma del catasto, quando si é reso conto che questa misura di grande equità lo avrebbe penalizzato elettoralmente, idem con la spending review, ridimensionata nei tagli , sempre per motivi di consenso elettorale. E' giusto peraltro riconoscere a Renzi alcuni meriti, ad esempio la tolleranza umana verso gli immigrati e l'opposisizione alla stupida politica di austerity dell' Europa. Al passivo, invece, una politica che ha realizzato buona parte dei sogni di Berlusconi, il che dice tutto e si riallaccia coerentemente con la citata visita ad Arcore.

MICROCREDITO

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MICROCREDITO. MANUALE PER L’OPERATORE
Come sarà il microcredito di domani? Le nuove regole costituiranno l’atteso volano di sviluppo per l’inclusione finanziaria e sociale?
A queste domande risponde “Fare il microcredito. Manuale per l’operatore”, il nuovo volume a firma di Alessandro Messina, Direttore Generale di banca Etica, appena pubblicato da Bancaria Editrice.
Il Manuale presenta un percorso orientato all’analisi e all’azione per offrire strumenti di valutazione a chi si trova nella filiera potenziale di questo segmento del credito: banche, intermediari finanziari, soggetti con i requisiti per diventare operatori di microcredito, nuovi potenziali protagonisti come gli enti no profit.
Dopo aver disegnato i profili attuali del microcredito, offrendo alcune chiavi di lettura dei numeri più significativi e passando in rassegna le principali pratiche italiane di inclusione finanziaria, tra cui quelle di Banca Popolare Etica, l’Autore entra nel vivo, analizzando due temi centrali:
•le diverse categorie di microcredito - produttivo, sociale e per gli studenti - e i servizi ausiliari annessi, che determinano le direzioni, le logiche e gli attori di questo "quasi mercato";
•i soggetti e delle regole che definiscono il microcredito alla luce delle novità introdotte dal legislatore.
Il cuore del Manuale è costituito dai modelli operativi, ossia dagli strumenti di impostazione del progetto imprenditoriale di chi vuole svolgere quest’attività.
Qualunque sia la leva di partenza - commerciale, filantropica, istituzionale, ibrida - occorre infatti affrontare temi tanto ordinari per una banca quanto nuovi per altri operatori, come:

•il conto economico di un operatore di microcredito;
•il costo del denaro;
•il costo del rischio di credito;
•i costi operativi;
                                                                                     •il profitto e la remunerazione del capitale di rischio;
                                                                                     •l’interesse del microcredito;
                                                                                     •l’organizzazione dell’offerta.
Questi aspetti operativi del microcredito accomunano soggetti di natura diversa, dall’associazione di volontari al veicolo finanziario specializzato, e possono generare spazi di contaminazione e vari modelli di operatività che devono essere tutti finalizzati a trovare la migliore combinazione tra efficacia sociale ed efficienza economica.
Il manuale è completato da due allegati, dedicati rispettivamente allo schema di domanda per iscrizione all’albo dei 111 e agli operatori non bancari (I soci di Ritmi, Rete Italiana di Microfinanza, e le fondazioni e le associazioni antiusura), da un elenco di alcuni dei principali siti nazionali e internazionali che si occupano di microcredito e da un utile siglario.
Fare il microcredito, grazie a una impostazione chiara ed essenziale, si configura quindi come un pratico e aggiornato Manuale in grado di offrire agli operatori di banche, intermediari finanziari ed enti non profit strumenti di valutazione utili a gestire le attività e a risolvere in maniera efficace le problematiche connesse a questo segmento del credito

TERRORISMO E FINANZA: UNA STORIA NOTA

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Si torna a “ riscoprire” i pericolosi e profondi legami tra il terrorismo e la finanza. Al G20 di Antalya sull’argomento è stato presentato anche uno specifico rapporto sull’emergenza terroristica preparato dal Financial Action Task Force.

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il FATF è il coordinamento giuridico intergovernativo, creato nel 1989, che coinvolge più di 180 Paesi, con il compito di indicare degli standard legali e operativi da far applicare nella lotta contro il riciclaggio di denaro, contro i finanziamenti del terrorismo e altre minacce all’integrità del sistema finanziario internazionale.  All’ultimo summit esso ha di fatto presentato un sondaggio sui comportamenti dei governi relativi al rapporto tra finanza e terrorismo. Emerge una grave negligenza della maggioranza dei governi a prendere sul serio la lotta contro le commistioni tra certa finanza internazionale, alcune banche, alcuni mediatori finanziari e monetari, con le reti del terrore, da ultimo quelle di al Qaeda e dell’Isis.  Il rapporto dice che la maggior parte delle giurisdizioni nazionali, circa i due terzi, non ha mai fatto uso pratico delle sanzioni finanziarie mirate contro il terrorismo, anche se sollecitate da risoluzioni ONU. Pochi Paesi hanno comminato condanne per finanziamento del terrorismo. Molte giurisdizioni, il 45% dei Paesi del FATF, non considerano un atto criminale finanziare dei terroristi per scopi non direttamente legati a degli attentanti. Soltanto 33 giurisdizioni, il 17% di tutti i membri, hanno realmente inflitto delle condanne per “finanziamento terroristico”.  E’ non di meno sorprendente conoscere che sia proprio l’Arabia Saudita a detenere il primato delle azioni contro i reati di collegamento tra terrorismo e finanza. Dal 2010 ad oggi sono stati condannate 863 persone. Secondi arrivano gli USA, capofila della guerra al terrorismo, con circa 100 condanne. I sauditi sono anche i primi nei sequestri di beni e di conti legati a reti terroristiche per circa 31 milioni di euro. Si tratta quindi della stessa Arabia Saudita, che con il Qatar, è sempre più denunciata da esperti e anche dai media internazionali come la grande sostenitrice e finanziatrice dell’Isis. Sembra che l’Arabia Saudita usi gli standard del FATF per difendersi in casa sua e però li violi  totalmente nelle sue attività estere e internazionali.  A questo punto è chiaro che gli interventi dell’aviazione russa contro le centrali terroristiche in Siria e le denunce di Putin per le troppe complicità internazionali dietro alle operazioni militari e finanziarie dell’Isis hanno scoperto un vaso di Pandora fatto di complicità e di calcolate impotenze. Naturalmente tali denunce hanno molto irritato certi giocatori d’azzardo della geopolitica. In verità Putin ha detto cose che già si sapevano da tantissimo tempo in Occidente e in particolare negli USA. Per esempio, la Commissione per i Servizi Finanziari del Congresso americano il 13 novembre 2014 aveva organizzato un’audizione dedicata proprio al “Terrorist Financing and the Islamic State” (vedi http://financialservices.house.gov/uploadedfiles/113-99.pdf ), dove David Cohen, sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e per l’intelligence finanziario, e altri esperti sono stati tempestati di domande da numerosi parlamentari di maggioranza e di opposizione. Era emerso con chiarezza e ricchezza di dati che, mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 Settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle cosiddette “organizzazioni caritatevoli” soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Si dice anche che si è “fatto uso del sistema finanziario globale per finanziare il terrorismo”. Nell’ audizione della succitata Commissione  alcuni parlamentari hanno denunciato che le banche non fanno abbastanza contro simili operazioni finanziarie e il ministero di Giustizia americano e le agenzie preposte  non sembrano troppo interessati a imporre dei controlli severi. Il deputato Brad Sherman della California ha sottolineato che il Qatar, anche a livello governativo, “è una delle maggiori fonti di finanziamento”. Per quanto riguarda il petrolio in mano all’Isis, la Commissione sapeva che 30.000 barili al giorno, trasportati da almeno 250 autobotti, transitavano attraverso “i confini porosi” della Turchia e del Nord Iraq per essere venduti a compiacenti acquirenti, consapevoli di sostenere le operazioni terroristiche. Perché non si è fatto come nella seconda guerra mondiale quando si bombardavano i bersagli strategici? Perché nei territori dell’Isis la rete elettrica era intatta e l’elettricità veniva fornita impunemente dall’Iraq? Perché la cosiddetta “Threat Finance Cell”, la rete di operatori e informatori dell’intelligence americano che aveva operato in Afghanistan ed in Iraq, era stata smantellata? Queste e molte altre simili domande sono state poste dai congressisti bipartisan.  Il governo di Washington è stato anche accusato di sminuire la gravità dello scontro in quanto continuava a parlare di “degrade”, di indebolire, invece di “defeat”, di sconfiggere le operazioni finanziarie del terrorismo. Nell’audizione è stata anche analizzata in dettaglio la cosiddetta “hawala”, cioè la rete informale di operatori privati addetti al trasferimento di denaro, molto attiva nei Paesi islamici a cominciare da quelli del Golfo. Ne emerge che si sapeva molto del loro funzionamento ma non si è fatto niente per contrastarli.  Perciò sorge doverosa la domanda: perché si è fatto troppo poco? Perché si è aspettato l’intervento russo per scuotere l’apatia occidentale?

 

G20 di Antalya: la finanza speculativa rialza la testa

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I sanguinosi attacchi terroristici di Parigi perpetrati da fondamentalisti islamici ispirati dall'Isis hanno ovviamente dominato il dibattito e le dichiarazioni pubbliche di tutti i leader del G20 riuniti ad Antalya in Turchia.

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi
Tuttavia sul fronte economico il G20 ammette che la crescita mondiale è inferiore alle aspettative e che il commercio internazionale rimane sotto i livelli raggiunti prima della crisi.
La dichiarazione finale del summit, purtroppo, segna un passo indietro rispetto a quelle precedenti. In passato al centro del dibattito c’era stato il sostegno agli investimenti non solo infrastrutturali per la crescita economica. Tale obiettivo privilegiava il ruolo del “credito produttivo” attinto dai governi e dalle banche di sviluppo multilaterali.
Questa volta invece si è rilanciato il ruolo dei “nuovi strumenti finanziari”. Infatti la dichiarazione dice: ”Per migliorare la preparazione, le priorità e i processi di realizzazione degli investimenti abbiamo sviluppato delle linee guida e delle best practice per dei modelli PPP (partenariati pubblici-privati). Abbiamo anche considerato le strutture alternative di finanziamento, anche quelle supportate da asset sottostanti e la securitization semplice e trasparente per facilitare mediazioni per investimenti nelle Pmi e nelle infrastrutture. .. Impegniamo i nostri governi .. a promuovere lo sviluppo di strumenti alternativi dei mercati di capitali e modelli di finanziamento supportati da asset sottostanti.” Come è evidente si parla di cartolarizzazione, cioè l’emissione di titoli o di obbligazioni sulla base di altri titoli di credito o di derivati
E’ un linguaggio volutamente astruso, poco trasparente, comprensibile solo per gli addetti ai lavori. Si potrebbe tradurre in modo più chiaro se per asset-backed security (abs) e per securitization usassimo il nome “derivati finanziari”, molto più familiare. In altre parole la formazione del credito ritorna ad essere una competenza principale delle banche too big to fail che potranno riproporre gli stessi strumenti finanziari che hanno generato la grande crisi del 2007-8.
Si ricordi che le banche centrali, anche la Bce, concretizzano gran parte dei Quantitative easing attraverso acquisti di appositi abs, spesso di dubbio valore, emessi e in possesso delle grandi banche. Queste operazioni vengono spiegate come immissioni di credito che dovrebbero favorire nuovi investimenti, nuova domanda e nuovo consumo. In realtà varie forme di abs sono state create artificialmente attraverso l’utilizzo della leva finanziaria e, in quanto derivati, sono titoli emessi sulla base di altri titoli. In passato la combinazione di una loro elevata quantità con la propensione verso rischi sempre più forti ha sempre creato bolle finanziarie ingestibili. Ciò evidentemente non ha insegnato molto.
Tale cambiamento al G20 è stato possibile in quanto nei mesi passati la componente economica e politica dei BRICS è stata grandemente indebolita. La Russia, dopo l’esplosione della crisi ucraina, è stata largamente isolata dai Paesi occidentali e sottoposta ad una pesante politica di sanzioni e di embarghi. La Cina ha sperimentato la più grande destabilizzazione finanziaria della sua storia che ha generato un gigantesco sconquasso della borsa di Shanghai. Il Brasile sta attraversando una devastante crisi economica, politica e sociale in mezzo a scandali.  Come già evidenziato in passato il Qe della Fed sta determinando crisi, svalutazioni e fughe di capitali e altri effetti collaterali per le economi emergenti.
Tale indebolimento si registra anche nello strisciante sabotaggio americano della revisione delle quote del Fondo Monetario Internazionale: la si menziona nella dichiarazione finale ma non la forza e la polemica di prima.
Al G20 ancora una volta l’Europa si è mantenuta “defilata” e troppo impotente di fronte alle rinnovate iniziative della grande finanza.
Circa la sicurezza, invece, al di là dell'impegno comune nella guerra contro il terrorismo, solo due Paesi del BRICS, la Russia e l'India, hanno indicato l'azione più efficace di contrasto all'Isis sostenendo la necessità di colpire le reti finanziarie ed economiche che sostengono il terrorismo!
Il primo ministro indiano Modi ha richiesto una “strategia coordinata capace di fermare le finanze, i rifornimenti e i canali di  comunicazione dei terroristi”. Il presidente russo Putin ha detto di aver fornito prove su vari personaggi di differenti Paesi, circa 40, di cui alcuni del G20, coinvolti nel finanziamento ai terroristi. Ha anche documentato l’enorme capacità di commercio di petrolio da parte dell’Isis.
In altre parole i due citati capiti di stato hanno denunciato il ruolo nefasto del “sistema bancario ombra” e delle relative operazioni speculative, di cui in passato si è tanto parlato in Europa ed negli Usa. Purtroppo però si è fatto davvero poco per contrastarlo.  

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