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23. maggio 2019

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LA CINA E LE NUOVE SFIDE PER L'EUROPA

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CINAL’11 dicembre 2016 tutti i Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) dovrebbero ufficialmente garantire alla Cina il cosiddetto “market economy status” (MES).

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Dovrebbero cioè riconoscerle di essere diventata a tutti gli effetti una economia di mercato. E’ la stessa “qualifica” che hanno gli Usa e i Paesi dell’Unione Europea. In verità dovrebbe essere un riconoscimento automatico  per ogni Paese aderente all’OMC.  Fino a quella data la Cina è considerata una “non market economy” . Di conseguenza  i Paesi importatori di semilavorati o di prodotti industriali cinesi possono imporre dei dazi e delle tariffe protettive contro eventuali  azioni di dumping. Di fatto, per abbattere i prezzi di vendita e vincere la concorrenza, la Cina ha spesso sfruttato una serie di condizioni speciali, quali il basso costo del lavoro, la mancanza di controlli stringenti sulla qualità, varie forme di sussidi di stato e altre importanti agevolazioni statali. Ciò ha determinato la chiusura di  numerose aziende europee,  alcune anche italiane, in quanto non più in grado di competere con i prezzi “super cheap” della Cina.  Perciò attualmente in Europa è in corso un grande dibattito sulla convenienza del riconoscimento  MES alla Cina. Al riguardo vi sono anche posizioni estreme. Però nel frattempo si susseguono ricerche e analisi per valutarne le conseguenze sull’occupazione e sull’industria europea. In uno studio preparato dall’Economic Policy Institute di Washington si fanno delle proiezioni, in verità un po’ troppo semplici e lineari, basate sulla ipotesi di un aumento di importazioni europee dalla Cina del 25% e del 50%. Se tali percentuali  astratte diventassero realtà, si stima che nel giro di 3-5 anni l’Unione europea potrebbe perdere  tra 1,7  e 3,5 milioni di posti di lavoro e veder diminuire la sua produzione annuale tra 114 e 228 miliardi di euro, rispettivamente pari all’1 e al 2% del Pil dell’Ue. In ordine, i Paesi più colpiti sarebbero  Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia.  Come è noto, il commercio tra l’Unione Europea e la Cina è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 15 anni.  Le importazioni europee sono aumentate di 5 volte passando da 74,6 a 359,6 miliardi di euro. Anche le esportazioni verso la Cina sono cresciute ad un tasso molto significativo. Ciò nondimeno a fine 2015 il deficit commerciale europeo con la Cina dovrebbe essere di 182,8 miliardi di euro.  E’ interessante notare che la pressione più forte sull’Europa a non concedere il MES alla Cina venga  dagli USA. Da chi, per anni, ha agevolato grandi importazioni e permesso stratosferici deficit  commerciali in cambio di acquisti di grandi quote di debito pubblico americano da parte della Cina. Il Wall Street Journal ammonisce l’Europa: rischiate di restare senza protezioni.  Si rammenti che, quando si garantisce il MES ad una economia, le autorità anti dumping degli altri Paesi possono iniziare delle indagini soltanto partendo dal presupposto che i prezzi e i costi di quella economia sono determinati dal mercato e non in altro modo. Noi crediamo che l’Europa possa e debba affrontare questa sfida senza doversi chiudere a riccio. Del resto rifiutare il MES alla Cina equivarrebbe a far ritornare indietro le lancette della storia. In verità è da tempo che occorre una grande riforma dell’OMC piuttosto che il suo blocco. Temiamo che, oltre alla guerra monetaria in corso, vi sia anche chi auspica una anacronistica guerra commerciale. Né si può ignorare che la Cina sta entrando in una fase di grandi cambiamenti interni relativi al lavoro, ai diritti civili, alla qualità della vita, all’ambiente, al crescente ruolo del settore privato e alla trasformazione del ruolo dello Stato. Sono evoluzioni inevitabili che abbiamo vissuto anche noi in Europa nei decenni passati. Ovviamente tutto ciò porterà a dei profondi mutamenti, oltre che nella società, anche sui suoi costi economici e sugli standard produttivi. L’Europa poi non è lasciata senza una rete di protezione. Diventare un Paese MES vuol dire anche sottoporsi progressivamente agli stessi parametri di garanzia e di sicurezza usati in Europa. Si rammenti che il mercato europeo è accessibile soltanto a chi risponde agli standard europei richiesti per legge. Standard che devono essere rispettati sia da produttori europei che da quelli stranieri. In questa prospettiva  l’Europa potrà meglio definire il proprio protagonismo nella realizzazione, insieme ai cinesi e non solo, delle grandi opere infrastrutturali nel continente euroasiatico, a partire dalla Nuova Via della Seta di cui si parla.

 

Senz'alibi. Assad...

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ASSADDi Mattia Maria Martinoli - Milano

Assad ha scelto il giorno di San Francesco per annunciare la propria disponibilità a lasciare il potere. Quest'annuncio toglie il principale alibi al, finora inattuato, coordinamento tra le due coalizioni internazionali, arruolate da Usa e Russia; per sradicare dal Vicino Oriente le atrocità genocide del sedicente Stato islamico.
Matteo Maria Martinoli, Milano.
 

Si torna a temere una crisi sistemica

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La vertiginosa altalena sulle borse internazionali sta mettendo di nuovo in discussione la tenuta del sistema finanziario globale.

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Non è l’effetto a catena del raffreddamento dell’economia cinese e la conseguente caduta dei listini di Shanghai, come molti, con una certa dose di opportunismo, vorrebbero spiegare. Si comincia invece a raccogliere i “frutti velenosi” seminati dai “quantitative easing” della Federal Reserve, della Bce e di altre banche centrali. Sta accadendo ciò che paventammo tempo fa su questo giornale.
Le eccezionali immissioni di nuova liquidità da parte delle banche centrali, per parecchie migliaia di miliardi di dollari, sono andate a gonfiare a dismisura i propri bilanci, a salvare le banche too big to fail in crisi e a rischio bancarotta, a comprare nuovi titoli di Paesi con crescenti debiti pubblici e a gonfiare i listini delle varie borse.
Tanta nuova liquidità aveva fatto temere una immediata esplosione inflazionistica.  I grandi “gestori della crisi” sono invece stati capaci di “pilotarla” verso le borse che hanno immediatamente portato le loro quotazioni agli stessi livelli stratosferici di prima del 2007. Senza legame alcuno con l’economia sottostante in recessione.
L’inflazione in verità c’è stata, non sui prezzi ma sui valori borsistici!
Lo sottolinea anche la Banca dei Regolamenti Internazionali quando dice che “ Nonostante tutti gli sforzi per uscire dal cono d’ombra della crisi finanziaria, le condizioni dell’economia mondiale sono ancora lontane dalla normalità. L’accumulo di indebitamento e rischi finanziari, la dipendenza dei mercati finanziari dalle banche centrali e il persistere di tassi di interesse bassi: tutto questo sembra diventato ordinario. Ma solo perché qualcosa è ordinario non significa che sia normale.”
Se una malattia diventa ordinaria, cronica, non significa guarigione ne un miglioramento dello stato di salute.
I tassi di interesse negativi praticati dalle banche centrali stanno causando nuovi seri rischi finanziari. Nei primi 5 mesi dell’anno titoli di debito sovrano per oltre 2.000 miliardi di dollari sono stati scambiati a tassi negativi. Ciò ha indotto banche e grandi operatori finanziari a ricercare “l’azzardo morale” del rischio.
Per mantenere i loro impegni, a livello internazionale le assicurazioni sono in cerca di rendimenti alti anche se più rischiosi. La quota di titoli in loro possesso con rating inferiore alla A dal 2007 al 2013 è passata dal 20 al 30% del totale. Anche i fondi di investimento giocano un ruolo più aggressivo sui mercati. Già nel 2013 i mercati dei capitali e i fondi di gestione sono raddoppiati nel giro di 10 anni e manovrano 75.000 miliardi di dollari, accentuando una notevole concentrazione tanto che oggi 20 fondi controllano il 40% del mercato.
La dipendenza dei mercati finanziari dalle banche centrali e dalle loro decisioni è cresciuta pericolosamente. Esse detengono il 40% di tutti i titoli pubblici denominati nelle valute principali. Come dimostrano gli ultimi avvenimenti borsistici esse sono diventate i principali attori del mercato, non solo attraverso la fornitura di liquidità ma anche attraverso gli acquisti diretti di titoli e azioni. E’ una distorsione che rivela la irrilevanza delle politiche dei vari governi rispetto alle autorità monetarie.
Si consideri che la semplice possibilità di un aumento del tasso di interesse da parte della Fed, come accade in questi gironi, manda in fibrillazione tutti i mercati. Molti Paesi emergenti, già pesantemente minati da svalutazioni valutarie, temono una fuga di capitali verso il mercato del dollaro.
Non è un caso che nella seconda metà del 2014 il dollaro si sia rivalutato del 20% e il prezzo del petrolio sia sceso del 50%. Ci sembra che si tenti di far passare come normali i grandi rapidi cambiamenti che incidono profondamente nei rapporti economici internazionali. Nel frattempo gli investimenti delle imprese sono rimasti deboli, nonostante l’esplosione di fusioni e acquisizioni e i riacquisti di azioni proprie finanziati con emissioni obbligazionarie.
Secondo la Bri i boom finanziari e le cosiddette politiche monetarie accomodanti hanno determinato a livello globale anche la riduzione del tasso di crescita della produttività. Si calcola che la perdita della crescita di produttività media annua sia stata dello 0,4% nel periodo 2004-7 e dello 0,6% nel periodo 2007-13. Ciò sarebbe dovuto alla distorsione nel mercato del lavoro, dove la perdita di posti qualificati sarebbe parzialmente rimpiazzata da altri meno qualificati e di settori diversi. Il lavoro perso nei settori industriali sarebbe quindi in parte rimpiazzato dal terziario.
Quando la Fed iniziò il QE molti governi, come quello brasiliano e indiano, denunciarono l’inizio di una “guerra monetaria”. I nuovi capitali speculativi entrarono nei Paesi emergenti creando bolle non solo immobiliari, destabilizzando le economie locali. Allora Washington disse chiaramente che si trattava di una misura, presa nel proprio interesse nazionale, “alla quale bisognava adeguarsi”. Poi la successiva decisione della Fed di sospendere il QE provocò un’ulteriore fuga di capitali e la svalutazione delle monete dei suddetti Paesi.
Non c’è quindi da stupirsi se la Cina non vuole accettare il gioco e decide di svalutare in modo competitivo la propria moneta. Sei volte in un breve lasso di tempo!
Si rischia di nuovo una crisi sistemica, aggravata da interessi e conflitti nazionali che sembrano sempre più insanabili. Ciò accade perché, anziché decidere unitariamente in sede di G20, si continua a ritenere di poter agire da soli mentre i problemi hanno invece una oggettiva valenza e portata mondiale.

BOLOGNA - 29 AGOSTO 2015 - SECONDA RIUNIONE DEL COMITATO NAZIONALE PER L'ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE CON DIRETTA STREAMING

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COGITO ERGO SUMA Bologna, sabato, 29 Agosto, presso l'Albergo Pallone (via del Pallone 4 dalle 10 alle 17.30),  associazioni e gruppi politici nascenti, hanno organizzato la seconda riunione per migliorare e diffondere il progetto politico del Comitato Nazionale per l'Attuazione della Costituzione (CNAC).
Si tratta di un progetto molto concreto e rispettoso delle specificità di ciascuno, che punta a generare fiducia reciproca, a creare una rete per portare nei luoghi dove si decide le migliori persone della società civile e a dare un orizzonte comune a quella miriade di enti e di liste civiche che lavorano sui territori.

Il progetto prende le mosse da un ragionamento molto semplice.
Attualmente sono migliaia i gruppi impegnati per migliorare l'Italia con progetti di grande utilità che spesso vanno a tamponare gli effetti della cattiva politica dei nostri governanti.
Questo estenuante lavoro svolto “a valle” toglie tempo ed energie per dare vita ad una efficace strategia che punti alla soluzione delle cause. Tutto ciò consente alla cattiva politica di perpetuarsi e di non affrontare i nodi della società italiana come la riforma fiscale, la questione di genere, la legalità e la corruzione, la tutela del territorio, dell'aria e dell'acqua, della biodiversità e degli animali, la riconversione ecologica dell'economia, la tutela e valorizzazione del lavoro, l'affermazione dei diritti dei lavoratori, la divisione delle banche commerciali dalle banche di investimento, l'impegno per una Europa dei popoli e non della finanza, la legge sul conflitto di interessi, la legge per regolamentare i partiti, una legge elettorale per restituire la sovranità ai/alle cittadini/e.

L'obiettivo primario del CNAC é, quindi, quello di creare una rete per mandare le migliori persone della società civile in parlamento, nelle regioni e nei comuni  allo scopo di portare più partecipazione, nuove modalità di fare politica e una reale vicinanza ai bisogni dei cittadini stremati dalla crisi e assediati direttamente e indirettamente dagli effetti del pensiero dominante che mira alla mercificazione di tutto.

Il “collante” che tiene uniti questi gruppi é costituito dal desiderio di attuare la Costituzione e di includere visioni ed esperienze politiche differenti ma concordi su: solidarietà sociale, legalità, fare impresa come strumento per migliorare la società nel suo insieme e non per il puro profitto, rafforzamento della democrazia rappresentativa e diretta e incentivazione della partecipazione dei/delle cittadini/e.
L'adesione di un gruppo al CNAC non implica alcuna perdita di identità; il CNAC è di fatto una rete senza leader e ogni gruppo aderente a questo progetto è semplicemente una componente alla pari con gli altri.
Durante la giornata si farà anche una riflessione sull'esperienza della Grecia e su ciò che sarebbe auspicabile fare per evitare all'Italia la stessa fine.

Lista Civica Italiana, come altri movimenti ed associazioni, aderisce con passione ed impegno a questa iniziativa e lancia un invito ad aderire a tutte le persone e i gruppi che vogliano riportare in politica buonsenso, spirito di servizio, legalità, uniti ai principi ispiratori della nostra Costituzione.

Modulo per partecipare e/o per segnalare il desiderio di essere ricontattati
Per iscriversi ecco il form da riempire https://docs.google.com/forms/d/1WiPepUKjhS4-EVxct6zBQue50txSfMqJIiON2JIlwZc/viewform?c=0&w=1

Link e informazioni
In home page della Lista Civica Italiana è reperibile la bozza del progetto CNAC scritta dopo laprima riunione del 9 maggio 2015 in condivisione con gli altri gruppi (anche qui http://www.listacivicaitaliana.org/?p=7613 ).

Diretta streaming
E prevista la possibilità di partecipare via web. Il link per la diretta streaming é https://www.youtube.com/watch?v=LdpblDFgDwM&feature=share

ATTENTI ALLA SPECULAZIONE FINANZIARIA CONTRO LA CINA

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In Cina il fuoco che si nasconde sotto la cenere è molto più pericoloso della fiammata che si è vista di recente nella borsa di Shanghai.

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

I media hanno riportato il fatto eclatante del crollo delle quotazioni e dei titoli sospesi senza cercare di rispondere alle inevitabili domande:  Qual è la causa? Chi lo ha provocato? E perché?
Certamente è stato un evento potenzialmente sconvolgente. Dal 12 giugno al 9 luglio il mercato azionario cinese ha perso il 30% cancellando circa 3 trilioni di dollari di capitale. E’ da evidenziare che dopo l’intervento delle autorità monetarie con l’immissione di nuova liquidità per circa 200 miliardi di dollari, la borsa è risalita del 17%. Sono anche in corso indagini per “scovare” gli speculatori che hanno giocato a breve sulla caduta della borsa.
Ovviamente il fuoco non è stato estinto in modo sicuro e definitivo. Le varie bolle finanziarie dei settori privati dell’economia sono il problema numero uno della Cina. Essa ha un debito pubblico – il 43% del Pil - contenuto se paragonato a quello dei Paesi occidentali. Ma il debito delle imprese private (corporate) è pari al 160% del Pil nazionale, che è di circa 11 trilioni di dollari.
Si stima che nei prossimi 4 anni la Cina potrebbe avere bisogno di piazzare titoli di debito, tra nuovi e vecchi da rinnovare, per oltre 20 trilioni di dollari.  Anche la bolla immobiliare, come rivelano le tante città fantasma costruite e non abitate, potrebbe  diventare una bomba ad orologeria.
Sono situazioni di indubbia pericolosità ma minore rispetto a quella americana.
Infatti il livello totale del debito cinese, pubblico e privato, è inferiore a quello statunitense, a quello giapponese e a quello di tante altre economie europee. Vi è una differenza sostanziale nell’andamento dell’economia real che in Cina, nonostante una riduzione rispetto ai livelli altissimi degli anni passati, fa ancora registrare una crescita intorno al 7% del Pil.
I dati del commercio estero cinese sono straordinariamente positivi. Solo nei primi sei mesi di quest’anno  il surplus commerciale nel settore della produzione di beni è stato pari a 260 miliardi di dollari, un vero boom se lo si raffronta con i 100 miliardi dello stesso periodo del 2014. Mentre gli Usa, nella prima metà del 2015, registrano un deficit nella bilancia commerciale (beni e servizi) di circa 250 miliardi.
E’ sul fronte geoeconomico e geopolitico che la Cina sta operando profondissimi cambiamenti e innovazioni, soprattutto nel contesto dell’alleanza dei BRICS. Forse non è un caso che il crollo della borsa di Shanghai sia avvenuto mentre la nuova Asian Infrastructure Investment Bank apriva ufficialmente i suoi uffici e le sue attività a Pechino. Si ricordi che l’AIIB, con un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, diventa il principale istituto di credito per promuovere la modernizzazione e la infrastrutturazione dell’intero continente asiatico, cominciando con la realizzazione del progetto della Nuova Via della Seta.
Nel frattempo, mentre gli Usa, con una troppo accondiscendente Unione europea, conducono una destabilizzante campagna di sanzioni economiche contro la Russia, la Cina mantiene un atteggiamento indipendente e completamente differente. La prova più eclatante è l’accordo trentennale di acquisto di gas russo per una valore di 400 miliardi di dollari, da “regolarsi” non più  in valuta americana ma nelle loro monete nazionali.
Secondo noi  il cambiamento più profondo è la decisione cinese, silenziosa e non discussa dai grandi media,  di rivedere progressivamente la composizione delle sue riserve monetarie e di ridurre l’ammontare dei titoli americani in suo possesso. Nel mese di giugno ha acquistato 600 tonnellate di oro mentre si stima che nel secondo trimestre 2015 le sue riserve in valuta estera siano scese di 140-160 miliardi di dollari, come dimostra il freno agli acquisti cinesi di nuovi Treasury bond USA.
Tutto ciò spiegherebbe l’intento di qualcuno di frenare il nuovo corso della Cina con un avviso  a non uscire dai vecchi binari e dai vecchi accordi.
Perciò occorre capire meglio chi ha promosso e cavalcato l’onda della succitata speculazione. La Jp Morgan City e la Goldman Sachs hanno riconosciuto pubblicamente che la Cina da un po’ di tempo ha abbandonato la consueta regola di acquistare con il suo surplus commerciale  i titoli di stato americano.
Le agenzie di rating, a cominciare con la Standard & Poor’s, parlano di “rapida crescita del debito, opacità del rischio, alta percentuale tra debito e Pil, azzardo morale”  in Cina. Sono le classiche “parole in codice” usate anche altrove, sempre poco prima di una attacco speculativo. La Banca Mondiale ha parlato del mercato cinese come “squilibrato, represso, costoso da mantenere e potenzialmente instabile”. Un giudizio poco dopo ritirato, asserendo che la sua pubblicazione era il frutto di un errore.
Una cosa è certa: giocare allo scontro o solo alla speculazione contro la Cina potrebbe avere degli effetti devastanti sull’intero sistema finanziario mondiale, potenzialmente maggiori della crisi del 2007-8. Una ragione di più per definire in sede internazionale accordi stringenti per regolamentare il sistema finanziario, almeno i suoi aspetti deteriori, quelli fortemente speculativi che incidono non solo sulla stabilità sociale ed economica di interi Paesi ma anche sugli assetti geopolitici mondiali.

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