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19. settembre 2019

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Papa Francesco: un ordine più giusto per la casa comune

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Papa Francesco: un ordine più giusto per la casa comune
Mario Lettieri e Paolo Raimondi

“Laudato si’” è un’enciclica che provocherà molte discussioni e forse anche forti polemiche. Per la prima volta la Chiesa si cimenta in modo diretto con il tema dell’ambiente e del suo rapporto con l’economia e la finanza. Sull’argomento, in particolare negli ultimi decenni, si sono sviluppati ricerche, analisi e studi scientifici che hanno raggiunto conclusioni molto differenti, spesso opposte.
Per seguire il detto “dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” sarà opportuno lasciare che il mondo scientifico si confronti sulle varie teorie in modo indipendente, libero e, forse, mai conclusivo.
Papa Francesco sottolinea che “la sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale”. Giustamente la sua, e la nostra, massima preoccupazione sono i popoli e i poveri del mondo sempre più minacciati da una inequità dilagante quanto intollerabile.
L’enciclica tocca tantissimi aspetti morali, etici e religiosi che meriterebbero, tutti, attente e approfondite riflessioni ma, essendo stata per anni l’economia il nostro campo di studio, ci preme mettere in luce alcuni dei suoi rilevanti contenuti.
L’enciclica dice:”Il principio della massimizzazione del profitto, che tende a isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento. Vale a dire che le imprese ottengono profitti calcolando e pagando una parte minima dei costi. Si potrebbe considerare etico solo un comportamento in cui ‘i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future’.”
Nel succitato passaggio si evidenziano in modo sintetico due metodi, molto differenti, di concepire l’economia e la società: quello della finanza e quello dell’“economia fisica” e reale. Nel primo dominano le forze invisibili del mercato e il calcolo dei  costi e dei benefici. In questo vince chi riesce a pagare meno il lavoro, le materie prime e i mezzi di produzione e riesce poi a vendere al prezzo migliore, il più alto, il bene o il servizio prodotto. Il successo quindi è misurato dal profitto finanziario. Tutti questi “comportamenti” sommati formano il  Pil di un Paese, l’ammontare della sua ricchezza. Le varie legislazioni in un certo senso tendono a mitigare questo processo perverso che altrimenti si tradurrebbe in un darwinismo selvaggio. Nonostante ciò, in un simile sistema dominano la cultura relativistica dello “scarto”, quella dello sfruttamento  e la logica dell’ “usa e getta”. Quella logica che porta a sprecare approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono.
Nel sistema di “economia fisica” e reale il profitto invece si calcola dopo che tutto ciò che è stato usato nel processo produttivo viene reintegrato e  anche migliorato. Il che significa che l’ambiente usato - l’acqua, l’aria, le risorse e soprattutto l’uomo e la collettività - deve essere “ripagato” riportandolo alle sue potenzialità esistenti all’inizio del processo. Non si tratta di un processo a “somma zero”  e di mera conservazione, senza sviluppo e senza crescita. Il “profitto fisico” però è essenziale per lo sviluppo e si può ottenere attraverso la reale crescita della produttività con l’applicazione delle nuove tecnologie, quelle derivanti dalle continue scoperte scientifiche.
Non è utopia, può sembrarlo ma non lo è, ma un metodo forse più complesso, ma più reale per misurare lo sviluppo economico e sociale.
L’enciclica va anche al cuore del fallimento dell’attuale sistema quando sostiene:” Il salvataggio ad ogni costo delle banche ì, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma il dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-8 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”.
Piena condivisione con la denuncia di papa Francesco della grave sottomissione della politica alla finanza. “Non si può giustificare un’economia senza politica, che sarebbe incapace di propiziare un’altra logica in grado di governare i vari aspetti delle crisi attuale”. Sono concetti chiari quanto elementari sui quali anche noi spesso ci siamo soffermati. Da ultimo nel nostro libro “Il casinò globale della finanza” nei prossimi giorni in libreria.

IL SOGGETTO DELL'ECONOMIA - DALLA CRISI A UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

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Presentazione del libro di Laura Pennacchi - Roma, giovedì 2 luglio, ore 17.00 - Cgil nazionale, sala Santi, Corso d’Italia 25 L’autrice ne parla con Danilo Barbi, Innocenzo Cipolletta, Stefano Petrucciani, Giuseppe Travaglini, Nadia Urbinati. Coordina Riccardo Sanna
 
Attraverso un percorso decostruttivo e ricostruttivo Laura Pennacchi formula la possibilità di un “neoumanesimo” in grado di alimentare un nuovo modello di sviluppo e contrastare l’agente economico del neoliberismo. Un agente che non è soggetto bensì una macchina calcolatrice che massimizza «mezzi» dati rispetto a «fini» dati, senza riflettere né sui «mezzi», né sui «fini».  Desoggettivazione individuale e collettiva, desocializzazione dell’individuo, depoliticizzazione  della società hanno costituito i fondamenti della finanziarizzazione, della commodification, della denormativizzazione al centro del modello di sviluppo neoliberista deflagrato con la crisi globale e con la sua drammatica catastrofe occupazionale. Dopo la lunga fase del «disincanto» è possibile dare vita a un nuovo reincantamento, senza tornare a essere vittime del costume e della tradizione, bensì gravitando su soggettività, socialità, responsabilità, riarticolando da lì un discorso neoumanistico sui «fini».

LAURA ANTONELLI

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E' morta Laura Antonelli.

Mi piace ricordarla così.........

DEMONI O PECCATORI?

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Di Matteo Maria Martinoli - Milano




I Demoni di Dostoevksij e di Doderer sono i protagonisti letterari di un'umanità convinta dell'inesistenza di Dio e quindi del peccato, dove tutto è possibile. Le società criminali sia statuali (III Reich, Urss e IS) sia extra-statali (mafie e affini) sono sempre state contrastate dai Papi con le armi da loro ritenute di volta in volta più opportune: il concordato e le preghiere d'esorcismo nei confronti del fuhrer; l'Ostpolitik e Solidarnosc verso il comunismo e i moniti a fermarsi immediatamente rivolti a mafiosi, terroristi e trafficanti di esseri umani. Per tutti gli altri peccatori i Papi invocano il perdono e la conversione, come Papa Francesco invoca per sè alla fine di ogni messaggio.

Quale bad bank? Chi paga?

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Si è scatenata un vorticosa discussione sulla bad bank italiana, l’istituendo istituto ad hoc dove parcheggiare i titoli tossici posseduti dalle banche.

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il nostro sistema bancario scopre di essere in grave difficoltà e chiede, ancora una volta, un salvataggio pubblico. Non lo aveva ammesso nei mesi del vortice della crisi finanziaria globale, come era avvenuto invece negli Usa, in Inghilterra, in Germania e in altri Paesi. I bailout delle banche da parte dei governi di Londra  e di Berlino furono rispettivamente di 167 e 144 miliardi di euro. L’Italia allora intervenne soltanto per 7,9 miliardi, tanto che appariva la più virtuosa. Oggi l’Unione europea considera il bail out italiano un “aiuto di Stato” in contrasto con la normativa vigente.
Adesso sappiamo che le sofferenze bancarie, i crediti  inesigibili, sono circa 190 miliardi lordi. Probabilmente se ne possono recuperare circa 80 miliardi. Si rammenti che nel 2008 essi erano 42,8 miliardi. Oggi, purtroppo, tutti i titoli deteriorati (le sofferenze più i crediti di imprese in oggettiva difficoltà),  ammontano a oltre 350 miliardi di euro, pari al 17,7%  di tutti i prestiti concessi dal sistema bancario italiano. Il Fmi ritiene che tale tasso sia peggiorato velocemente, tanto che peggio del bel Paese vi sono soltanto l’Irlanda, Cipro e la Grecia.
Le sofferenze sono maggiormente concentrate al Sud. Da giugno 2010 sono triplicate quelle delle imprese societarie, cresciute fino a 122 miliardi, pari al 72% del totale. In particolare sono sofferenze per prestiti superiori a 5 miliardi, che dal 2009 sono cresciute del 450%. Ben due terzi sono concentrati nei primi 5 gruppi bancari.
La Banca d’Italia è chiamata in causa per cercare delle soluzioni. Riteniamo che, prima di qualsiasi proposta, essa dovrebbe spiegare perché in questi anni non abbia esercitato puntuali controlli ne adottato i necessari interventi correttivi.
Per addolcire la pillola si sostiene da più parti che la bad bank potrebbe essere un toccasana per l’economia: le banche, liberate dal fardello, tornerebbero a far rifluire il credito verso le imprese. E’ una fiaba che non convince. Si pensi che a dicembre scorso si è registrato ancora una diminuzione annuale di tali flussi dell’1,6%.
Non si può nascondere tutto “sotto il tappeto” della crisi globale, che di danni ovviamente ne ha fatti tanti. 
Al di là dei molti giochi di parole e delle tante discussioni “tecniche”, la questione della bad bank e delle sofferenze riguarda soprattutto due punti fondamentali. Chi, come e quanto si valutano i crediti in sofferenza e chi pagherà la differenza: le banche o lo Stato? Per costruire la bad bank la Banca d’Italia ha già investito l’americana Boston Consulting Group, una ditta privata di consulenza che vanta alleanze e cooperazioni anche con la Goldman Sachs.
Ma perché non se ne è presa carico lei, come è avvenuto in Spagna?
Vi sono varie possibilità. La prima è che le banche o altri istituti finanziari privati versino il capitale necessario per comprare i titoli tossici e costruire la bad bank, acquistando con uno sconto tali titoli per garantirsi di fronte a eventuali perdite nelle future operazioni di recupero. Il rischio e il costo sarebbero a carico delle banche. E’ la soluzione osteggiata dalle banche. A tale scopo le lobby ventilano la possibilità di dover arrivare al bail in, che implica il coinvolgimento degli azionisti e anche dei correntisti-risparmiatori nel caso si concretizzasse lo stato di insolvenza.
L’altra possibilità è che lo Stato si faccia garante delle eventuali perdite derivanti da un recupero inferiore del valore già scontato dei titoli acquistati. Questa sarebbe la soluzione più sostenuta dal nostro sistema bancario.
Nel 2018, per la stabilizzazione dei mercati finanziari, la Germania costituì l’agenzia Soffin-FMSA, Il governo tedesco stanziò 480 miliardi di euro con bond pubblici per l’acquisto “scontato” dei titoli deteriorati in pancia alle banche. Queste successivamente hanno cambiato i bond in denaro fresco presso la Bce. La durata della suddetta agenzia non potrà superare i 20 anni. Se non riuscirà a recuperare tutta la somma pagata, allora la differenza dovrà essere coperta dalla banca detentrice delle sofferenze, ma non dallo Stato. Nell’operazione con la Kommerzbank, salvata con 90 miliardi di euro,  lo Stato, per garantirsi, si prese anche il controllo azionario del 25%.
Governo, Parlamento, Banca d’Italia, Commissione europea e molte altre istituzioni coinvolte, come il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), cui l’Italia partecipa finanziariamente,  continueranno a dibattere sulla costituzione della bad bank.
Secondo noi deve essere tracciata una linea rossa: in un momento in cui non ci sono soldi per la scuola, per le pensioni, per il welfare, per la ricerca, ecc,  sarebbe inconcepibile ed intollerabile coprire i buchi delle banche con altri soldi pubblici. Se malauguratamente ciò fosse deciso dal governo e dalla Banca d’Italia si confermerebbe il sospetto secondo cui le banche privatizzano gli utili e socializzano le perdite, quelle perdite causate dai loro azzardi e giochi finanziari.

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