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23. maggio 2019

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Riflessioni italiane

"Tax day" e "quantitative easing"

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FATTI E FINANZA

Di Guido Colomba

Non è solo questione di uomini sbagliati nel posto sbagliato. "Tax day" e "quantitative easing": ecco le due distorsioni dell'economia sostenibile ma anche le due distorsioni del welfare state sia italiano che europeo. La fuga dai fondi obbligazionari (-233 miliardi di dollari già nel 2013, riscatti da inizio anno a 12 miliardi, deflusso record, oltre 22 miliardi, dalla Cina) e la recente impennata dei tassi sono il più eloquente esempio di questa situazione nella quale la crisi greca rappresenta la palude decisionale che paralizza l'Europa artefice, con gli Usa e i Brics, delle crescenti "ineguaglianze" (come le definisce Hillary Clinton) che affliggono il mondo. Purtroppo, c'è da rottamare l'intera gestione del pensiero economico. Finora si è cercato solo di guadagnare tempo. Ma la cambiale sta scadendo e la politica degli annunci non basta più come dimostra la fine penosa del piano Juncker. La risalita dei tassi può diventare una trappola mortale (lo spread italiano è già tornato sopra quota 150 basis points). Ed anche la stagione politica di Angela Merkel rischia l'eclissi. L'attacco al bund della scorsa settimana è stato devastante. I mercati hanno colpito il bersaglio grosso, altro che Grecia. Era evidente che con i tassi a zero ad aprile, risultava inefficace la stessa azione (QE) della Bce con l'aggravante di avere reso illiquido il mercato secondario dei bonds. A tal punto che chi voleva vendere obbligazioni prima della scadenza si è trovato in questi ultimi giorni con spread fino a 100 punti base tra denaro e lettera. Solo l'estrema determinazione (ma fino a quando?) delle banche centrali ha impedito lo scoppio di una "bolla" di grandi dimensioni. Pochi si sono accorti che il QE attribuisce alle singole banche centrali nazionali il rischio degli acquisti di titoli sovrani sul secondario. Il rischio reale della Bce è di un misero 8,4%. La Fed ha perso la pazienza specie nel clima di "primarie" presidenziali per la Casa Bianca. Tutte le pressioni su Berlino degli ultimi tre anni non hanno avuto l'effetto sperato. Anzi, la Bce, per colpa del freno imposto dalla Merkel, ha sbagliato il timing entrando in collisione con l'obiettivo della Yellen di riportare il costo del denaro a livelli più consoni per un ciclo economico espansivo. Di fatto, con il 2015, è in corso una guerra delle valute dagli esiti molto incerti. Alcuni paesi Brics (tra cui la Russia) ne hanno approfittato per vendere più facilmente sull'estero. Ma l'esperienza degli anni passati dimostra che le svalutazioni competitive possono diventare molto rischiose sul piano interno. Sul lato strettamente europeo, consumi e investimenti assumono una portata decisiva per risalire la china: questo implica un nuovo trattato europeo (come auspica Cameron) e l'azzeramento dei vertici. In questo quadro di incertezze, sotto scacco si trova la politica economica italiana per il duplice effetto negativo che avrebbe un rialzo dei tassi tedeschi in presenza di un deficit pubblico in costante ascesa (a maggio, ha sfiorato i 2200 miliardi di euro) a tutto danno dei tax payers italiani. L'imminente nuovo ruolo (ne ha parlato l'economista Giavazzi) previsto per la ricca Cassa Depositi e Prestiti, nonostante i buoni risultati ottenuti, va probabilmente letto in questa chiave. Il governo cerca una "copertura" più finanziaria in vista di tempi decisamente non facili. (Guido Colomba, editor, copyright 2015, edizione italiana) 

 

IMMIGRATI. MOLTI MORTI. MOLTI VIVI

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Di Matteo Maria Martinoli - Milano
Subito dopo avere documentato l'aumento esponenziale dell'immigrazione, decuplicata in tutti i maggiori paesi europei negli stessi anni in cui la natalità europea crollava molto al di sotto del tasso di ricambio generazionale (cioè circa la metà di 2,1 figli per donna), il ritornello mediatico è che comunque non si tratta di cruenta invasione. Migliaia di morti nei naufragi delle carrette-lager non suggeriscono al Segretario  e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire militarmente contro lo Stato islamico e politicamente con Amministrazioni Internazionali in Libia, Siria e Iraq? La dimensione insostenibile e destabilizzante di migrazioni e debiti pubblici non suggerisce ai governi italiano e greco soprattutto, ma anche francese e tedesco (se mediolungimiranti) di trasformare la BCE in una autentica Banca centrale di proprietà pubblica che emetta moneta non a debito? Il piano B di chi vorrebbe farcela da solo come Stato o regione ci porta dritti alla balcanizzazione dei popoli europei; alla fine della quale l'euro (attualmente moneta straniera) sarebbe soltanto l'ultimo collante a cadere dopo che fosse compiuto lo svuotamento della democrazia rappresentativa e dello stato sociale, ai quali noi europei eravamo convinti di esserci connaturati, in atto.

 

 

FRENIAMO LA FINANZA CHE SPECULA SUL CIBO

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E' necessario un freno alla finanza che specula sul cibo. Questa è una delle grandi aspettative che abbiamo consegnato all'EXPO "Nutrire il pianeta"

 

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il mondo si aspetta che lo slogan dell’EXPO  “Nutrire il pianeta” diventi un reale impegno per sconfiggere la fame e per bloccare quella finanza che spregiudicatamente continua a speculare sul cibo. Altrimenti le belle parole sulle eccellenze alimentari, sulle indispensabili difese delle biodiversità e sullo sviluppo di una agricoltura diffusa e sostenibile, fatta di produttori e di consapevoli consumatori, striderebbero di  fronte al miliardo e duecento milioni di persone che ancora convivono con lo spettro della fame e dell’indigenza.

 

Da Milano dovrebbe partire un’azione decisa, da parte dei governi, insieme alle altre istituzioni e associazioni interessate, per proibire che banche e hedge fund giochino con i derivati, soprattutto con i futures, sull’andamento dei prezzi dei prodotti agricoli.

 

Il cibo fa parte, con il petrolio e le altre materie prime,  delle cosiddette commodity che sono sempre di più oggetto di morbosa attenzione e di interesse da parte dei settori della finanza in cerca di speculazioni ad alto rischio.

 

Negli ultimi 10 anni si sono registrati momenti di altissima tensione e volatilità su questi mercati. Nel 2007, nel 2010 e nel 2012 si sono avuti dei boom dei prezzi seguiti poi da repentini abbassamenti. Ciò ha prodotto dal 2008 a oggi un aumento medio in termini reali di oltre il 50% dei prezzi delle derrate alimentari.

 

Questi improvvisi movimenti sui prezzi non sono il risultato del “gioco” della domanda e dell’offerta, ma di operazioni in derivati finanziari fatte da attori che non sono né coinvolti né interessati alla produzione o all’acquisto reale dei prodotti.  Sono soprattutto futures, cioè scommesse sul prezzo futuro di un prodotto agricolo o di un minerale.

 

Esperti della Commodity Futues Trading Commission, l’agenzia americana che dovrebbe regolare questi derivati, hanno denunciato che, nel mezzo della grande crisi, i capitali speculativi sul mercato delle commodity di Chicago sono passati dai 29 milioni di dollari del 2003 ai 300 miliardi del 2007-8. Sono chiamati “investimenti passivi” in quanto assumono posizioni speculative di lungo periodo, scommettendo su importanti aumenti dei prezzi del petrolio e/o delle derrate alimentari. Sono capitali su cui, operando con la leva finanziaria, si possono creare derivati finanziari per un valore di 30-100 volte maggiore della base sottostante. In altre parole per ogni tonnellata di grano prodotto se ne possono artificialmente vendere e comprare cento! Si è così inventato anche il “grano di carta”! Prima, con la speculazione sul petrolio, c’erano i cosiddetti “barili di carta”. Sono i miracoli della finanziarizzazione dell’economia.

 

Adesso i prezzi del cibo sono oggetto anche del “high frequency trading”, cioè di operazioni finanziarie gestite automaticamente dai computer, per giocare su piccolissime variazioni del prezzo in millisecondi. Questo sistema, che muove il 90% dei volumi dei futures finanziari, ha già generato “situazioni valanga” con dei veri sconquassi del mercato.

 

In questo modo si manipolano sia le aspettative degli andamenti di borsa che i prezzi, inducendo l’intero mercato a ritenere inevitabile il prezzo indicato dai futures.  

 

I profitti naturalmente sono enormi. Ma l’eccessivo aumento dei prezzi delle derrate alimentari provoca delle impennate inflattive sui prezzi del cibo con effetti devastanti soprattutto nei Paesi più poveri del Sud del mondo. Di conseguenza milioni di famiglie, che solitamente impegnano per l’alimentazione il 75% del loro bilancio, diventano incapaci di provvedere al loro minimo sostentamento, dando luogo, a volte, alle rivolte del pane. Si ricordi che tra le cause delle primavere arabe vi è stato anche l’aumento dei prezzi del cibo provocato dalla speculazione. .

 

Quando poi i prezzi scendono in modo altrettanto repentino, molti piccoli coltivatori, soprattutto dei Paesi emergenti, vengono messi fuori gioco,  incapaci di reggere una volatilità così grande che si trasferisce velocemente dai mercati finanziari globali anche a quelli dei beni reali a livello locale.

 

E’ una aberrante deformazione dell’economia e della vita dei popoli. Le voci che si levano contro sono troppo poche.

 

Solo papa Francesco non si stanca di ripetere, come ha fatto di fronte alla FAO, che “è doloroso constatare che la lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla “priorità del mercato”, e dalla “preminenza del guadagno”, che hanno ridotto il cibo a una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria.”

 

Viviamo il paradosso dell’abbondanza: ci sarebbe cibo per tutti, ma molti non lo possono avere, nemmeno per sopravvivere.

 

In un mondo di crescenti conflitti, non solo politici e religiosi, perché non organizzare all’EXPO un incontro su questi temi, con rappresentati della cosiddetta “finanza islamica” che da sempre è schierata contro la speculazione sul cibo e sulle derrate alimentari? Sarebbe un contributo importante per dare concretezza ad idee largamente condivise sul piano teorico, ma, purtroppo, non facilmente attuabili rispetto alle perverse logiche della pura speculazione e del dio danaro.

 

CHE FINE HA FATTO LA SEPARAZIONE TRA BANCHE COMMERCIALI E BANCHE D'AFFARI?

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TOLLERANZA SI.  JOCONDORAGGINE NO.

Il 27 marzo dell'anno 2014, alla CAMERA DEI DEPUTATI N. 2240, era stata presentata una proposta di legge, d'iniziativa dei deputati, per l'attuazione della  modifica all’articolo 10 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385, in materia di separazione tra le banche commerciali e le banche d’affari.

Di Giannina Puddu

Era stata un' iniziativa di grande spessore politico ed altrettanta lucidità. Abbiamo fatto il giro completo  e siamo già andati oltre, a più di un anno da allora. Niente è accaduto. Niente si dice. Tutto tace sul fronte della separazione delle attività bancarie. Perchè, è vero, la confusione delle attività genera un riverbero economico e sociale degno della critica più aspra. Autori dell'iniziativa gli onorevoli: Bianconi, Corsaro, Laffranco, Marotta e Fabrizio di Stefano. Onore al merito! Ma perchè non ha prodotto l'esito per cui era stata realizzata? Cosa ne è stato?

Mi sono attivata ed ho verificato che si tratta dell'a.c. 2240. Che è stato assegnato alla Commissione VIa Finanze della Camera, ma ancora non è iniziato l'esame.

Ohibo?! Perbacco! Per dinci! E come mai, ci vuole tutto questo tempo, solo per iniziare un processo di comprensione per poi assumere una decisione? Il ciclone Renzi ha assorbito tutte le attenzioni dei membri della Camera? Possiamo capire. Ma così a lungo? Così da neanche aprire la prima pagina del dossier di questa questioncella? 

 

Siamo orientati alla tolleranza ed alla comprensione ma non alla giocondoraggine. E pensare che le argomentazioni espresse dai 5 deputati erano prorpio corrette, tanto che mi piace, assai, riproporle di seguito per la soddisfazione di chi avrà voglia di leggerle o rileggerle:

 

ONOREVOLI COLLEGHI ! — È noto che uno dei maggiori ostacoli alla ripartenza della nostra economia nel difficile momento che stiamo vivendo è che il credito non perviene all’economia reale: sono anni che il credito non arriva più alle famiglie e alle imprese. I dati forniti dalla Banca d’Italia relativi agli ultimi dodici mesi indicano che le banche, nel periodo giugno 2012-giugno 2013, hanno tagliato più di 50 miliardi di euro nei confronti delle famiglie e delle imprese; per le aziende la riduzione dei
finanziamenti è stata di 42,8 miliardi di euro (-4,85 per cento), mentre per i cittadini il calo ha raggiunto 8,5 miliardi di euro (-1,3 per cento). Complessivamente, dunque, nell’arco di un anno, la diminuzione dei prestiti bancari al settorerivato è stata di 51,3 miliardi di euro (-3,43 per cento). Nel solo giugno 2013 i prestiti sono calati di oltre 8 miliardi di euro rispetto al mese precedente. Purtroppo nel nostro sistema economico il mondo bancario è centrale e indispensabile. Esso dovrebbe svolgere anche funzioni che presiedono allo sviluppo dell’economia e alla promozione delle attività e non semplicemente attrezzarsi con la finalità della massimizzazione del profitto. Va detto chiaramente che il libero mercato di per sé non racchiude sempre i canoni dell’eticità, ma comporta e giustifica la guerra dei profitti. In tale senso appare migliore destinazione del denaro ricevuto o raccolto, l’investimento speculativo in prodotti finanziari piuttosto che nel rischio d’impresa altrui o nell’acquisto di beni immobili da parte dei clienti richiedenti mutui. La possibilità di svolgere contemporaneamente le due antitetiche tipologie di
attività consente che l’attività di trading sia finanziata con i fondi ritratti dalla raccolta e con i depositi bancari. È evidente quindi che la soluzione realmente efficace per pone fine a questa inaccettabile situazione che penalizza almassimo l’economia nazionale consiste nel rompere il « cordone ombelicale » tra depositi dei clienti e risorse utilizzate per svolgere il trading speculativo, distinguendo nettamente le due tipologie di banche: quella commerciale ordinaria e tradizionale e quella speculativa che svolge
attività di commercio in proprio di strumenti finanziari. Il principio, del resto come abbiamo visto, era già previsto nel nostro ordinamento giuridico ed era alla base del previgente testo unico in materia bancaria abrogato dalla riforma del 1993. Negli ultimi anni il tema della separazione delle banche è stato al centro di un acceso dibattito anche in sede europea: nel novembre del 2011 la Commissione europea ha incaricato una commissione di esperti indipendenti, presieduta dal Governatore
della Banca centrale finlandese Erkki Liikanen, di approfondire la tematica e di sviluppare una proposta. La commissione ha presentato le proprie conclusioni nell’ottobre dell’anno successivo, optando per una riforma strutturale complessiva del sistema bancario che preveda, tra gli altri punti, anche e specificamente la separazione dell’attività in banca da quella ordinaria a quella speculativa in proprio, seppure con la previsione di una soglia limite. Le conclusioni della commissione di Liikanen sono state sottoposte a un processo di consultazione pubblica, e la Commissione europea sta valutando se trasformarle in proposte normative vere e proprie. Dal punto di vista normativo, tuttavia, prevedere la semplice separazione delle attività delle banche non è sufficiente, posto che non supera la criticità di un unico soggetto che esercita, seppure con limitazioni, la duplice attività. Occorre quindi intervenire in modo incisivo distinguendo tra le due tipologie di banche e separando nettamente i soggetti che operano in una delle due categorie da quelli che operano nell’altra. Conseguentemente, la proposta di legge intende introdurre nel vigente testo unico di cui al decreto legislativo n. 385 del 1993 il principio della separazione dell’attività di commercio in proprio di strumenti finanziari dalle restanti attività esercitate dalle banche. La proposta di legge attribuisce inoltre alle banche il termine di un anno per esercitare l’opzione in favore dell’attività che intendono svolgere e per adattare ad essa il loro assetto societario.

 

Occorrono regole di buon senso: l’esempio di un nuovo sistema per la fibra ottica.

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E' l'ora del buon senso?

Di Guido Colomba

L'Ocse torna a parlare di diseguaglianze che si sono accentuate dal 2007 ad oggi ed in maniera più marcata in Italia (es. il 20% degli italiani ha il 61% della ricchezza). Al tempo stesso, sei banche globali sono state multate negli Usa per 5,6 miliardi per aver manipolato il mercato dei cambi Forex. Alcune di esse erano già state multate per aver manipolato il tasso Libor. Per non parlare dei derivati, strumenti finanziari all'origine del crash 2008 della Lehman Brothers (con le agenzie di rating silenziose...), che continuano a dilagare sui mercati e non solo (il Tesoro italiano ne ha comprati per 162 miliardi di valore nozionale con una perdita potenziale mark to market di 42 miliardi). Tutto ciò si traduce in una trappola per l'economia reale poichè la liquidità affluisce in gran parte nei mercati finanziari tanto che lo stesso Mario Draghi, presidente Bce, ammette che "la crescita è troppo bassa in Europa". Non sorprende che si chieda a gran voce di "escludere le banche che manipolano il mercato" (re: D. Masciandaro, Il Sole24Ore) visto che le multe non le scoraggiano da questi gravi comportamenti. Ecco perchè si invoca una revisione profonda della classe dirigente. Qualche spiraglio? Un esempio viene dall'imminente decreto sulla "banda larga" che obbliga nelle fasi di scavo (energia, acqua, trasporti ecc,) "la posa contestuale di minitubi standard vuoti per il passaggio di cavi in fibra ottica" (i rifacimenti dei manti stradali per "scavi singoli" testimoniano da anni gli sprechi delle municipalizzate e i disagi dei cittadini). La tanto invocata innovazione tecnologica ha come punto di partenza proprio la fibra ottica che vede l'Italia in posizione molto arretrata. Ed è un tassello essenziale quando si affronta il tema di una vera politica industriale. Sul tema vi è una seconda considerazione. Se il sistema bancocentrico è inceppato per il peso dei "bad loans" (sfiorano oramai i 190 miliardi) nè la proposta di una "bad bank" ha finora trovato a Bruxelles una soluzione operativa, è evidente che occorre puntare ad un più facile accesso al credito per le PMI e per la filiera immobiliare. Negli Usa è intervenuta la Sec a regolamentare il ricorso alla rete internet per trovare finanziamenti ("crowd funding"). Il risultato è che vi sono 70 piattaforme operative nel solo settore immobiliare senza contare le piattaforme già in funzione per le start up e per i settori più innovativi. Solo facilitando l'offerta del risparmio nel mercato dei capitali è possibile rendere meno vincolante il sistema bancocentrico italiano spesso alimentato dalle clientele e dalle lobby politiche. E ciò proprio nell'interesse del sistema bancario che vedrebbe le imprese costrette, rivolgendosi alla "rete" ed in regime di concorrenza, a dare piena visibilità ai loro progetti di sviluppo, ai ritorni attesi, al marketing e alla innovazione. (Guido Colomba, editor, copyright 2015, edizione italiana) 

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