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28. settembre 2020

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Tutela del Risparmio

Fondaco analizza il mercato azionario

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L'analisi mensile dei mercati redatta dal Team di Gestioni quantitative di Fondaco SGR relativa al mese di ottobre
Dopo aver raggiunto nuovi livelli minimi all’inizio del mese, i mercati azionari hanno segnato un parziale recupero nelle ultime settimane anche se i risultati rimangono significativamente negativi da inizio anno, soprattutto in Europa.
 
S&P500
 
 
L’indice Standard&Poor’s 500 è cresciuto di quasi dieci punti percentuali nelle ultime settimane ma il rendimento nel 2011 è ancora negativo e pari a -4,30% nonostante l’evoluzione moderatamente positiva del quadro macroeconomico e degli utili aziendali nell’ultimo trimestre.Il mercato azionario europeo ha beneficiato di un recupero solo leggermente inferiore nello stesso periodo ma risulta ancora fortemente penalizzato dalle tensioni all’interno dell’area Euro e dal peso sulle stime di crescita delle pesanti politiche fiscali restrittive in atto: il risultato da inizio anno è pesantemente negativo e pari a -19%.
 
DJ Eurostoxx
 
 
La recente correzione del mercato è coerente con un’evoluzione particolarmente negativa del quadro macroeconomico e riflette, inoltre, le gravi difficoltà e le incertezze relative alla situazione europea: una graduale stabilizzazione della crescita, anche se su livelli relativamente contenuti, e lo sviluppo di soluzioni credibili nell’area Euro potrebbero alimentare un recupero nel medio periodo dei mercati azionari, in uno scenario di volatilità ancora elevata.

Doppietta di nuovi bond per Banco Popolare

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Dal 20 ottobre in negoziazione sul DomesticMOT 2 nuove obbligazioni Banco Popolare. Il primo è il Banco Popolare 2011/2014 "StepUp BancoPosta" Serie 2   (IT0004723885), mentre il secondo è il prestito obbligazionario denominato Banco Popolare 2011/2017 "Tasso Misto Cap&Floor Banco Posta" Serie 2 (IT0004723893).

 
Per tutti gli interessati ulteriori informazioni sui prodotti sono disponibili ai seguenti link:
 
 
 
 

Etf, il successo passa per le commodity

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Con un aumento di 3,7 miliardi di dollari nel terzo trimestre 2011, gli asset globali degli exchange traded product (ETP) battono il record di 178,2 miliardi di dollari. Un risultato eccezionale considerando l’instabilità economica e finanziaria riscontrata durante il trimestre. La cifra complessiva, tuttavia, nasconde trend altamente divergenti a livello settoriale: il patrimonio dei metalli preziosi ha visto una crescita di 11,8 miliardi di dollari durante il periodo mentre gli altri comparti hanno registrato deflussi pari a 8,1 miliardi di dollari. L’oro è stata una delle poche note positive. Infatti, i guadagni sul prezzo del metallo e i nuovi investimenti hanno determinato una crescita di 13,7 miliardi di dollari nei gold ETP che a fine trimestre raccolgono un patrimonio complessivo di  121,7 miliardi. 
 
Elementi chiave del terzo trimestre 2011:
 
Gli ETP globali su commodity registrano il nuovo record trimestrale di 178,2 miliardi di dollari di attivo gestito nel terzo trimestre 2011. Gli  asset degli exchange traded product (ETP)  su commodity hanno raccolto un patrimonio gestito di 178,2 miliardi di dollari alla fine del terzo trimestre 2011, grazie soprattutto alla forte domanda degli investitori per i metalli preziosi.
 
Gli ETP su oro hanno registrato gli investimenti  più consistenti registrando 5,8 miliardi di dollari nel terzo trimestre 2011
Gli ETP su oro rappresentano la crescita più forte del trimestre. Sebbene la maggior parte degli afflussi siano stati registrati in luglio, lo stallo sull’aumento del tetto del debito statunitense, la previsione di Standard & Poor di declassare il rating USA, il deterioramento delle condizioni del debito sovrano in Europa hanno determinato afflussi pari a 5,6 miliardi di dollari nel periodo. È sintomatico notare che circa il 70% degli afflussi siano stati determinati dagli ETP quotati negli Stati Uniti, gli investitori americani infatti sono stati particolarmente preoccupati dalla previsione del downgrade statunitense e dallo stallo politico sull’innalzamento del tetto del debito.  L’impennata negli ETP su oro nel luglio 2011 è stata seconda solo al record di 7,1 miliardi di dollari registrato nel maggio dello stesso anno, quando la crisi greca ha cambiato la percezione degli investitori sulla fattibilità dell’euro nel lungo periodo. In agosto e settembre, invece, la maggior parte degli acquisti netti su prodotti legati all’oro si è verificata negli ETP quotati in Europa con sottostante fisico (i prodotti quotati negli Stati Uniti hanno visto moderati deflussi). La paura crescente di contagio di Italia e Spagna  e l’aumento dei rischi assunti dal sistema bancario sono state le cause principali dell’acquisto di oro negli ultimi due mesi del trimestre. 
 
Il patrimonio degli ETP su commodity che non investono in metalli preziosi registrano deflussi a causa della minor avversione al rischio degli investitori. La debolezza della crescita mondiale e le crescenti preoccupazioni sul debito sovrano hanno determinato la perdita di asset in quasi tutti gli ETP su commodity non correlati ai metalli preziosi. L’aumento della paura degli investitori ha indirizzato di nuovo i flussi di investimento verso le obbligazioni governative del G3 o addirittura fondi cash. Fino a settembre, gli ETP non legati all’andamento dei metalli preziosi hanno visto deflussi netti pari a 5,6 miliardi di dollari. Gli ETP diversificati sui settori di materie prime diversi dai metalli preziosi, hanno aumentato i flussi solo nei primi quattro mesi dell’anno, quando la crescita del PIL mondiale aumentava ed era maggiore la propensione al rischio. Alla fine del terzo trimestre del 2011 abbiamo riscontrato al contrario deflussi pari a 1,4 miliardi di dollari. Il settore agricolo ha avuto deflussi pari a 692 milioni di dollari, mentre il settore energetico ha visto vendite nette pari a 586 milioni di dollari (concentrati su natural gas e petrolio). Infine i metalli industriali hanno avuto vendite nette pari a 275 milioni di dollari. 
 
Nicholas Brooks, Head of Research and Investment Strategy, di ETF securities ha commentato 
È stato un anno contrastante per gli ETP sulle materie prime. I primi mesi sono stati caratterizzati da un aumento della domanda per le commodity più cicliche. Successivamente, con il peggioramento della congiuntura, abbiamo riscontrato una crescente avversione per l’investimento su queste materie prime. L’unica costante è stata la forte domanda per ETP su metalli preziosi, particolarmente oro. Gli ETP che hanno questo metallo come sottostante fisico sono stati utilizzati dagli investitori come hedging dai rischi di deprezzamento valutario, dall’aumento generalizzato del rischio sovrano in Europa e dal rischio default del settore finanziario. Considerando gli sforzi per risolvere i problemi legati al debito sovrano e la ripresa della crescita globale, è probabile comunque che i flussi degli ETP su commodity diversificate potrebbero aumentare.
 
 
 

Banche, rating e un giallo da risolvere

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C'è una forte asincronia tra i downrating delle agenzie americane e la reale situazione delle grandi banche occidentali in crisi di liquidità. I rialzi delle Borse, dopo settimane in caduta libera, non debbono ingannare. I primi segnali di cauto ottimismo sono tutti legati all'annuncio della Bce di acquistare i bond bancari, dopo il si tedesco all'ampliamento del Fondo salva-Stati Efsf. Perché questo è il punto. Nonostante il crack nel settembre 2008 della Lehman Brothers molte, troppe banche sono fortemente esposte a causa dell' "effetto leva": cioè il capitale azionario tangibile spesso rappresenta solo il 2-4% delle masse che compongono l'intero bilancio. Un rischio potenziale incalcolabile, basta un nulla per scuotere le fondamenta. Emblematico il caso Dexia, la banca franco-belga che ha fatto shopping allegro in tutta Europa (in Italia ha acquistato il Crediop), ma ha bonds al 30 giugno 2010 per oltre 125 miliardi di euro. Il valore realizzabile sul mercato è meno della metà tanto che il "Sole 24 Ore" ha ironizzato su una agenzia di rating che ha continuato, fino a pochi giorni fa, a includerla nella lista "buy" (compra). Alle ore 11 del 5 ottobre, i governi francese e belga, co-azionisti di Dexia, si sono impegnati a "fornire la loro garanzia" sui finanziamenti di Dexia. Ma anche le altre cinque principali banche francesi hanno necessità di capitale pubblico. Ecco l'asincronia della situazione. Ognuno tira la corda nel proprio esclusivo interesse con buona pace della cooperazione internazionale. Anche le banche Usa, a tre anni dal fallimento di Lehman Brothers, sono in una fase delicata. I profitti, in forte decrescita (previsto a fine settembre un +3,6% ma due mesi fa le attese erano a +14,6%), soffrono per forti speculazioni. C'è il problema della costante fragilità del settore immobiliare e delle cause intentate per un totale stimato ad oltre 200 miliardi di dollari. 

L'esposizione verso le banche europee è un giallo: sta di fatto che il costo medio dei Cds per proteggersi dal rischio di insolvenza è pari al 5,77%. Di qui l'allarme dello stesso Obama perché la crisi dell'euro venga risolta al più presto. Non a caso la Merkel ha "aperto" al sostegno al credito dopo mesi di dinieghi. Per valutare la situazione nel suo complesso è utile uno studio di Credit Suisse che valuta in 8mila miliardi la crescita del debito pubblico (degli Stati) negli ultimi tre anni. Un'autentica montagna. Solo l'Irlanda ha debiti privati e pubblici che valgono il 370% del Pil; la Francia è oltre il 200% (con il rapporto debito-Pil all'87%) e la Spagna ha livelli di debito privato al 280% del prodotto interno lordo. Per gli Stati Uniti siamo al 163% del Pil. E' possibile trarre una conclusione da questa situazione? Un dato emerge su tutti. Vi sono troppi debiti per pensare di risolvere tutto "stringendo la cinghia". Il grido di allarme di Draghi sui "problemi di liquidità" delle banche vale più di qualsiasi commento. Si deve però combattere gli sprechi (vi sono oltre 45mila auto blu – Stato ed Enti locali - che impegnano un terzo dei poliziotti e carabinieri operativi). Nell'immediato dopo-guerra, in Italia, il Credito Edilizio concedeva mutui ipotecari a 35 anni al 3,5%. Occorre tornare ovunque ad un grado di ragionevolezza che coniughi l’ammortamento di lungo periodo con tassi di interesse accessibili. E' un modo per collegare l'azione politica (riforme strutturali) con l'economia reale ponendo fine alla follia della super-finanziarizzazione.

di Guido Colomba

Mutui, un settembre in picchiata libera

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A settembre crollano le richieste da parte delle famiglie di mutui (-23%) e prestiti (-10%). È quanto emerge dall'analisi del patrimonio informativo di Eurisc, ripresa da Adnkronos, il sistema di informazioni creditizie di Crif che raccoglie i dati relativi a oltre 78 milioni di linee di credito. In calo anche la domanda aggregata nei primi 9 mesi dell'anno. La richiesta di mutui ipotecari continua il suo calo rispetto ai corrispondenti mesi del 2010 e, a settembre, registra un -23% (dato ponderato sui giorni lavorativi), che segue un semestre in cui la decrescita è risultata sistematicamente in doppia cifra. Anche la domanda di prestiti, nel suo aggregato di prestiti personali e prestiti finalizzati, torna nuovamente a calare rispetto al corrispondente periodo 2010, segnando un -10% a parità di giorni lavorativi. Da quanto emerge dal barometro Crif, lo scenario non muta se si ragiona sul dato aggregato dei primi tre trimestri. Nei primi 9 mesi dell'anno, infatti, il decremento complessivo della domanda di mutui ipotecari è stato del -11% rispetto all'analogo periodo del 2010 e anche il confronto con gli anni precedenti mostra «una significativa» contrazione dei volumi delle richieste. Analogamente la richiesta di prestiti, nell'aggregato di personali e finalizzati, nei primi tre trimestri del 2011 ha fatto registrare un decremento del -3% rispetto ai volumi dello stesso periodo 2010, che a sua volta aveva fatto segnare un -4% nei confronti del 2009.

«La costante flessione della domanda di mutui da parte delle famiglie italiane, che sta prendendo la forma di un vero e proprio crollo -commenta Enrico Lodi, direttore generale Credit bureau services di Crif- non è un fenomeno da sottovalutare, perchè trova una conferma nell'analoga drammatica flessione della domanda di prestiti, in particolare dei prestiti finalizzati. È la dimostrazione che purtroppo le aspettative delle famiglie italiane si stanno nuovamente e repentinamente deteriorando». Secondo l'esperto «la mancanza di una chiara prospettiva sul futuro, collegata ai crolli dei mercati finanziari, le tensioni sul debito sovrano e i ripetuti interventi correttivi sul bilancio dello Stato inducono una parte crescente delle famiglie italiane, che si confermano 'formichè e non 'cicalè, a rinviare non solo gli acquisti (che trovano la sua misura nel calo della domanda di credito finalizzato), ma anche gli investimenti (misurati dal calo della domanda di mutui)». In particolare per quanto riguarda la distribuzione delle richieste di mutui per fasce di durata, si conferma la crescita della quota di domanda nelle classi tra i 20 e i 30 anni, che nei primi 9 mesi del 2011 rappresentano quasi il 51% della domanda complessiva. È ancora la classe di durata compresa tra i 25 e i 30 anni a essere quella maggiormente preferita dalle famiglie italiane (30,9% del totale). Relativamente alla distribuzione delle richieste di mutuo in funzione dell'importo, invece, continua la crescita della quota di domanda nelle fasce più basse e si registra un ulteriore calo dell'importo medio calcolato sulla totalità dei primi nove mesi dell'anno, con 136.900 euro contro i 139.600 euro del pari periodo 2010.
 
Relativamente ai prestiti, sia quelli personali sia quelli finalizzati a settembre hanno fatto segnare un calo delle richieste, anche se di entità differente: i prestiti finalizzati, infatti, registrano un -6% contro il -3% dei prestiti personali, arrivando rispettivamente ad un complessivo -14% e -5%, ponderato sui giorni lavorativi, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. «L'analisi di questi dati mette in evidenza come la domanda di prestiti da parte delle famiglie italiane nei primi 3 trimestri dell'anno in corso sia complessivamente più bassa di 16 punti percentuali rispetto al medesimo periodo del 2008, prima che la crisi economica si manifestasse in tutta la sua gravità», commenta Lodi. «Il crollo della domanda di prestiti finalizzati, -14% a settembre di quest'anno rispetto al corrispondente mese 2010, conferma che senza chiare, comprensibili e immediate misure espansive, capaci concretamente di iniettare fiducia alle famiglie, l'outlook sulla domanda di credito (e di riflesso sulla propensione al consumo) per i mesi che ci dividono dalla fine del 2011 non può che essere negativo». Entrando nel dettaglio, relativamente alla durata dei prestiti richiesti nei primi 9 mesi del 2011 le classi che crescono maggiormente sono quella compresa tra 2 e 3 anni (per effetto dei prestiti finalizzati) e quella fino ad 1 anno. L'importo medio della domanda di prestiti (nel suo aggregato di prestiti finalizzati e prestiti personali), invece, nei primi 3 trimestri del 2011 si mantiene leggermente al di sotto del valore rilevato nello stesso periodo del 2010 (8.553 euro nel 2011 contro gli 8.801 nel 2010).
 
Nello specifico, per quanto riguarda i prestiti finalizzati si conferma il trend di redistribuzione verso i ticket più bassi: sotto i 5.000 euro si concentra, infatti, oltre il 66% della domanda complessiva. Inoltre, a settembre l'importo medio mensile ritorna sui valori precedenti al calo rilevato ad agosto e l'importo medio cumulato dei primi nove mesi del 2011 si mantiene leggermente al di sotto di quello dello stesso periodo del 2010 (rispettivamente 5.351 e 5.655 euro). Per i prestiti personali, invece, si evidenzia una distribuzione sostanzialmente stabile e i leggeri spostamenti che si registrano sono verso i ticket di importo più basso, sotto i 5.000 euro. Sono però le fasce di importo tra 5.000 e 10.000 euro e tra 10.000 e i 20.000 euro quelle in cui si concentra la maggior parte della domanda. L'importo medio mensile registra un picco e si attesta sui valori già rilevati ad aprile mentre l'importo medio cumulato dei primi 9 mesi del 2011 si avvicina, anche se ancora inferiore, a quello dello stesso periodo del 2010 (rispettivamente 12.253 e 12.465 euro). 

Mercati, meglio stare lontano dai finanziari

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di Paul Casson Fund Manager di Henderson Global Investors

Raramente scrivere un articolo sulle prospettive del mercato azionario europeo è sembrato più pericoloso. Trattandosi attualmente dell'epicentro apparente del rischio globale, gli investitori guardano con preoccupazione a tutte le problematiche, che possono essere riassunte semplicemente nell'espressione "crisi del debito sovrano nell'Eurozona".
 
La verità è che il problema è più complesso, anche se scorporando tutte le sue varie componenti sembra essere di più facile comprensione. Il nocciolo della questione è la crisi bancaria irrisolta dal 2008. La mancata ricapitalizzazione di molte banche e la riduzione del livello di indebitamento nei loro bilanci sta provocando una assenza cronica di fiducia nelle finanze governative. Più semplicemente, se le banche devono essere ancora una volta salvate, i governi sono in grado di farlo? E chi salverà i governi?
 
Attendiamo da tempo una soluzione al problema Grecia. È chiaro che il Paese non è in grado di far fronte ai propri debiti ed è pertanto necessario identificare una forma di condivisione delle perdite, che vedrà una combinazione di fondi del settore pubblico e di quello privato. Tuttavia, in caso di default della Grecia, sarà fatta. Verrà tracciata una linea, che rappresenterà un deterrente per gli altri Paesi per i rischi legati ad un ritardo delle riforme fiscali, nonché un modello per supportare altri Paesi dell'Eurozona in caso di necessità. A questo punto possiamo concentrarci su ciò che, a nostro avviso, ha più valore aggiunto: analizzare i titoli anziché i politici.
 
Attualmente i mercati azionari europei sono caratterizzati da una netta distinzione fra società finanziarie e non-finanziarie. Crediamo che le problematiche del settore finanziario rendano troppo rischiosi eventuali investimenti in quest'area. Fortunatamente non siamo obbligati a farlo e possiamo rivolgere l'attenzione al resto del mercato, dove identifichiamo diverse opportunità interessanti. Se la valutazione fosse il solo fattore importante, questi titoli avrebbero ormai smesso di scendere. Guardando realisticamente alle prospettive di guadagno per il 2012 e oltre, siamo più che lieti di operare come acquirenti. Nel breve termine è difficile prevedere l’andamento, i titoli potrebbero infatti scendere ulteriormente. Tuttavia, se ora ci troviamo di fronte a ripetute occasioni di acquisto a prezzi interessanti, questo contesto non durerà per sempre. Assai poche persone hanno operato sul mercato ai minimi del marzo 2009, auspicando forse un'ulteriore discesa dei prezzi più avanti. Gli investitori sono obbligati a scegliere fra acquistare nei momenti di maggiore tensione o accettare i magri rendimenti di titoli di stato e fondi monetari per molti anni a fronte della sicurezza dell'investimento. È una scelta difficile, ma lucrativa per coloro che decideranno di farla.
 
In caso di recessione cosa accadrà? Tutte le recessioni hanno vincenti e perdenti e, sul fronte delle posizioni short, abbiamo l'opportunità di beneficiare della situazione. Le società con livelli di debito eccessivamente alti, pressione sui modelli operativi e valutazioni elevate sono tutte quante buone candidate. Questa strategia risponde al nostro obiettivo di tutelare il capitale in contesti di mercato debole.
 
Paura e negatività stanno crescendo fino al punto in cui le buone notizie vengono ignorate. I tassi d'interesse sono bassi e rimarranno tali. Le società sono sane e le valutazioni sono molto più basse rispetto a prima dell'ultima flessione. Gli investitori, infine, sono nervosi, non compiacenti, segno che i prezzi hanno già scontato molte delle cattive notizie. 
 
 

State Street, nuovo comparto obbligazionario

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State Street Global Advisors (SSgA), attività di asset management di State Street Corporation (NYSE: STT), annuncia oggi il lancio di una nuova strategia di investimento in High Quality Green Bond che offre agli investitori la possibilità di orientare gli investimenti in reddito fisso alla salvaguardia dell’ambiente.

 
Emessi principalmente dalla Banca Mondiale, Banca Europea degli Investimenti, e da altre banche di sviluppo multilaterali e sovranazionali, le obbligazioni verdi devolvono il ricavato dell'offerta obbligazionaria al finanziamento di progetti di sviluppo a favore dell'ambiente. Negli ultimi due anni, il nascente mercato obbligazionario verde creato da questi emittenti è cresciuto da 1 miliardo a 5 miliardi di dollari.
 
 
 

Credit Suisse, la ricchezza è un affare per pochi

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Meno dell'1% della popolazione mondiale detiene il 38,5% della ricchezza globale. Sono 28,7 milioni gli adulti con patrimoni superiori a un milione di dollari, secondo un report di Credit Suisse. E nell'ultimo anno l'Europa ha sorpassato gli Stati Uniti per quota di milionari: il 37,2% vive nell'Ue contro il 37% in Usa. In Cina i super-ricchi hanno superato per la prima volta il milione e gli ultraricchi con patrimoni oltre 50 milioni sono 5.400. Solo negli Usa ce ne sono di più (35.400).

Ma entriamo nel dettaglio della ricerca

 

 Il Credit Suisse Research Institute ha pubblicato oggi il secondo Global Wealth Report annuale, dal quale emerge che la regione Asia Pacific ha agito da locomotiva della crescita della ricchezza globale, di cui ha complessivamente generato il 36% dal 2000 e il 54% da gennaio 2010. Nel suo insieme, la ricchezza mondiale è aumentata del 14%, passando dai 203 000 miliardi di dollari di gennaio 2010 ai 231 000 miliardi di giugno 2011. I mercati emergenti si riconfermano il principale motore della dinamica, progredita a ritmo incalzante soprattutto in America latina, Africa e Asia. Sulla scia dell'espansione che vede protagonisti i paesi emergenti, si prevede che nel prossimo quinquennio la ricchezza globale aumenterà del 50% a quota 345 000 miliardi di dollari e che la ricchezza pro capite della popolazione adulta registrerà un incremento del 40 %, attestandosi a 70 700 dollari.

Secondo l’analisi i mercati emergenti hanno maggiori margini per aumentare la ricchezza personale in virtù del rapporto investimenti finanziari netti/reddito e del rapporto debito/reddito nettamente inferiori a quelli delle economie mature. Inoltre, l'invecchiamento demografico è destinato ad alimentare la domanda di investimenti finanziari rispetto a valori reali quali gli immobili.

 

Giles Keating, responsabile Global Economic Research per il Private Banking e la divisione Asset Management del Credit Suisse e membro dell'Operating Committee del Credit Suisse Research Institute, ha commentato: "Il Credit Suisse ritiene che l'incalzante crescita della ricchezza nei paesi emergenti alimenterà nuovi trend sul fronte dei consumi e degli investimenti in Asia e depone pertanto a favore delle iniziative di ricerca tematica proprietaria della banca sui megatrend globali della demografia e del mondo multipolare. Il livello del debito pro capite europeo, di gran lunga maggiore di quello asiatico, e il tasso di crescita della ricchezza dell'Asia, che supera nettamente quello europeo, suggeriscono la possibilità di un'intensa collaborazione reciproca in grado di alleviare la crisi del debito nell'area dell'euro".

 

Stefano Natella, responsabile di Equity Research, Investment Banking, e membro dell'Operating Committee del Credit Suisse Research Institute, ha dichiarato: "A differenza di altre indagini, il Global Wealth Report del Credit Suisse genera dati proprietari esclusivi e intende essere lo studio più esaustivo sulla ricchezza globale. Sulla scorta di una rigorosa metodologia di ricerca indipendente, il rapporto esamina la distribuzione della ricchezza in oltre 200 paesi tra i 4,5 miliardi di individui che costituiscono la popolazione mondiale adulta".

 

Osama Abbasi, Chief Executive Officer Asia Pacific del Credit Suisse, ha dichiarato: "La seconda edizione del Global Wealth Report conferma che il contesto economico è nel pieno di una fase di trasformazione senza precedenti, a cui si accompagna il radicale riassetto dello scacchiere internazionale. I mercati emergenti, importanti catalizzatori della ripresa globale, si riconfermano nel ruolo di locomotiva della crescita della ricchezza mondiale".

 

Trainata dal sostanziale contributo delle economie emergenti, da gennaio 2010 la ricchezza mondiale è aumentata del 14 per cento a 231 000 miliardi di dollari

Dal Global Wealth Report 2011 del Credit Suisse emerge che, sulla scia della costante ripresa economica dalla crisi finanziaria globale, la ricchezza mondiale complessiva è aumentata del 14 per cento, passando dai 203 000 miliardi di dollari di gennaio 2010 ai 231 000 miliardi di giugno 2011. La ricchezza pro capite ha esibito un incremento del 9 per cento, portandosi dai 46 600 dollari di gennaio 2010 ai 51 000 dollari di giugno 2011. La crescita più sostenuta è stata appannaggio di America latina, Africa e Asia. Gli Stati Uniti, che negli ultimi 18 mesi hanno generato 4600 miliardi di dollari, si sono distinti come principale fonte di ricchezza a livello mondiale. Nel periodo in rassegna, il contributo determinante alla crescita della ricchezza globale è giunto dalla regione Asia Pacific – soprattutto grazie ai capitali accumulati da Cina, Giappone, Australia e India (tabella 1) – a cui va inoltre il merito di aver generato il 36 per cento della ricchezza mondiale dal 2000 e il 54 per cento dal 2010.

 

Nella regione Asia Pacific, il dato complessivo riferito alle economie domestiche è progredito del 23 per cento, passando dai 61 000 miliardi di dollari di gennaio 2010 ai 75 000 miliardi di giugno 2011. Tale dinamica è in netto contrasto con i tassi di crescita della ricchezza complessiva del 9,2 per cento e 4,8 per cento rispettivamente registrati nello stesso periodo dagli Stati Uniti e dall'Europa, che riflettono il megatrend globale del graduale spostamento del potere economico dai paesi sviluppati alle economie emergenti. Dal rapporto emerge che l'indebitamento medio pro capite dell'Europa (25 550 dollari) è nettamente superiore a quello della regione Asia Pacific (9227 dollari), un divario che lascia ai due colossi un ampio margine di manovra per avviare una collaborazione reciproca volta ad alleviare la crisi del debito nell'area dell'euro.

 

Tabella 1: classifica dei primi 20 paesi per contributo alla crescita della ricchezza mondiale in termini di valore (da gennaio 2010 a giugno 2011)

Graduatoria

Paese

Aumento della ricchezza complessiva (in miliardi di USD)

1

 Stati Uniti

4555

2

 Cina

4072

3

 Giappone

3805

4

 Brasile

1870

5

 Australia

1855

6

 India

1272

7

 Canada

865

8

 Svizzera

735

9

 Francia

684

10

 Messico

551

11

 Regno Unito

514

12

 Germania

461

13

 Corea del Sud

421

14

 Indonesia

420

15

 Svezia

409

16

 Taiwan

387

17

 Sudafrica

339

18

 Singapore

307

19

 Colombia

228

20

 Norvegia

218

 

Il vertice della piramide della ricchezza

Dal rapporto emerge che, pur rappresentando meno dell'1 per cento della popolazione mondiale adulta, i 29,7 milioni di individui con un patrimonio privato superiore a un milione di dollari possiedono il 38,5 per cento della ricchezza delle famiglie a livello globale. Con il 37,2 per cento dei milionari nel mondo, quest'anno l'Europa si è lasciata alle spalle gli Stati Uniti (37 per cento). Nella regione Asia Pacific il primato spetta al Giappone, con l'11 per cento o 3,1 milioni di milionari, seguito dall'Australia e dalla Cina (un milione ciascuna). Stando alle stime del rapporto, in Cina il numero degli High Net Worth Individual (HNWI) ha superato per la prima volta la soglia di un milione e corrisponde al 3,4 per cento del segmento complessivo a livello globale.

 

In base alle previsioni da noi elaborate in giugno 2011, nel mondo si contano 84 700 Ultra-High Net Worth Individual (UHNWI) con un patrimonio netto superiore a 50 milioni di dollari ciascuno. 29 000 di essi possiedono attivi per almeno 100 milioni di dollari e in 2700 casi il patrimonio supera quota 500 milioni. L'impennata del numero di UHNWI osservata nell'ultimo decennio è ascrivibile all'aumento generale dei valori patrimoniali e all'apprezzamento di altre monete rispetto al biglietto verde. In termini di singoli paesi, gli Stati Uniti guidano la classifica con 35 400 UHNWI (pari al 42 per cento del totale mondiale), seguiti con enorme distacco da Cina (5400 UHNWI o 6,4 per cento), Germania (4135 o 4,9 per cento), Svizzera (3820 o 4,5 per cento) e Giappone (3400 o 4 per cento). Gli UHNWI sono protagonisti di una parabola ascendente anche negli altri paesi BRIC: in giugno 2011 se ne contavano 1970 in Russia, 1840 in India e 1520 in Brasile.

 

Raffronto internazionale: i dieci paesi in testa alla classifica della ricchezza media pro capite

In termini di ricchezza media pro capite della popolazione adulta, nel 2011 la Svizzera, l'Australia e la Norvegia conquistano il podio nel raffronto internazionale. Il primato mondiale spetta alla Svizzera, che con 540 010 dollari pro capite è l'unico paese a superare la soglia del mezzo milione. Singapore si posiziona dietro l'Australia quale seconda nazione più ricca della regione Asia Pacific e si aggiudica il quinto posto su scala mondiale per quanto attiene alla ricchezza media. L’Italia si attesta in ottava posizione.

 

Tabella 2: classifica dei primi dieci paesi per ricchezza media pro capite nel 2011

Graduatoria

Paese

Ricchezza media pro capite in giugno 2011 (in USD)

Variazione percentuale da gennaio 2010

1

Svizzera

540 010

27,7

2

Australia

396 745

37

3

Norvegia

355 925

17,6

4

Francia

293 685

4

5

Singapore

284 692

32,1

6

Svezia

284 146

23,2

7

Belgio

275 524

4

8

Italia

259 826

0,7

9

Regno Unito

257 881

2,8

10

Giappone

248 770

17

 

La ricchezza globale dovrebbe aumentare del 50 per cento a 345 000 miliardi di dollari entro il 2016

Secondo le previsioni del rapporto, la ricchezza mondiale è destinata ad aumentare del 50 per cento a 345 000 miliardi di dollari entro il 2016, con un tasso di crescita annuo dell'8,4 per cento. Nello stesso periodo, la ricchezza pro capite della popolazione mondiale adulta dovrebbe progredire del 40 per cento rispetto al 2011, attestandosi a 70 700 dollari. Anche nel 2016 la principale fonte di ricchezza al mondo dovrebbero essere gli Stati Uniti, con un dato complessivo riferito alle economie domestiche pari a 82 000 miliardi di dollari. Si prevede che la Cina subentrerà al Giappone nel ruolo di secondo paese più ricco al mondo, con una crescita della ricchezza complessiva delle famiglie pari a 18 000 miliardi di dollari a quota 39 000 miliardi nel 2016, a fronte dei 31 000 miliardi del paese del Sol levante. Il terzo posto verrà condiviso da Francia e Germania, con 20 000 miliardi di dollari ciascuna. Nel prossimo quinquennio il segmento centrale della piramide della ricchezza, a cui appartengono gli individui con un patrimonio netto pro capite compreso tra 10 000 e 100 000 dollari, dovrebbe ampliarsi dall'attuale 24 per cento al 31 per cento della popolazione mondiale adulta. Prevediamo inoltre un aumento della quota di adulti con un patrimonio superiore a 100 000 dollari dall'8,8 per cento del 2011 al 10,9 per cento nel 2016.

 

Passi da gigante per le economie emergenti nei prossimi cinque anni

Alla luce delle prospettive di crescita più rosee, è lecito ipotizzare che nel prossimo quinquennio il dinamismo delle economie emergenti sarà nettamente superato da quello dei paesi sviluppati. In base alle previsioni, entro il 2016 la ricchezza della Cina e dell'Africa metterà a segno un incremento di oltre il 90 per cento, raggiungendo rispettivamente quota 39 000 e 5800 miliardi di dollari, mentre il dato riferito all'India e al Brasile dovrebbe più che raddoppiare a 8900 e 9200 miliardi di dollari.

 

La sensazionale portata dell'espansione dei paesi emergenti è sottolineata dal raffronto operato dallo studio tra le previsioni sull'aumento della ricchezza nelle economie emergenti dai tassi di crescita più elevati nei prossimi cinque anni e l'evoluzione degli Stati Uniti nel corso del XX secolo. La ricchezza complessiva della Cina, attualmente pari a 20 000 miliardi di dollari, equivale a quella degli Stati Uniti nel 1968 e nel prossimo quinquennio dovrebbe salire a 39 000 miliardi, lo stesso livello raggiunto dagli Stati Uniti nell'arco di 22 anni, tra il 1968 e il 1990. La ricchezza complessiva dell'India, che nel 2011 si attesta a 4100 miliardi di dollari, corrisponde invece a quella statunitense nel 1916, ma nel giro di cinque anni è destinata a raggiungere quota 8900 miliardi di dollari, pari al progresso compiuto dagli Stati Uniti nel trentennio tra il 1916 e il 1946. Parimenti, le prospettive di crescita della ricchezza complessiva del Brasile dagli attuali 4500 miliardi di dollari a 9200 miliardi nel 2016 equivalgono all'espansione messa a segno dagli Stati Uniti nel corso di 23 anni, dal 1925 al 1948.

 

Alla luce delle stime del rapporto, entro il 2016 il numero dei milionari nel mondo dovrebbe aumentare di 17 milioni a un totale di 47 milioni e su questo fronte le economie emergenti sembrano destinate a guadagnare parecchio terreno rispetto alle nazioni sviluppate (tabella 3). 

 


Tabella 3: numero di milionari nei mercati emergenti nel quinquennio 2011-2016

 

Numero (in migliaia)

Variazione

2011

2016S

(%)

Cina

1017

2381

134

Taiwan

343

503

47

Brasile

319

815

155

Corea del Sud

217

425

96

India

204

510

150

Singapore

183

408

123

Messico

175

344

97

Indonesia

112

242

116

Turchia

98

179

83

Russia

95

171

80

Hong Kong

89

146

64

Sudafrica

71

243

242

Arabia Saudita

44

64

45

EAU

40

54

35

Malaysia

39

73

87

Colombia

37

56

51

Kuwait

31

45

45

Argentina

31

58

87

Egitto

31

92

197

Cile

28

40

43

Mondo

29 674

46 580

57

 

Cronologia della ricchezza e impatto dell'invecchiamento demografico

Lo studio suggerisce che, in virtù della relazione tra investimenti finanziari netti e reddito e del rapporto debito/reddito nettamente inferiori a quelli delle economie mature, i mercati emergenti godono di un ampio margine di azione per incrementare la ricchezza personale. Sin dal 1980, tutti i paesi del G-7 evidenziano un sensibile aumento del debito delle famiglie in relazione al reddito e un rapporto tra investimenti finanziari e valori reali superiore a quello delle economie emergenti, che a loro volta tendono a esibire anche un rapporto tra patrimonio netto e reddito di gran lunga inferiore. Il rapporto sostiene che fattori quali l'aumento dell'aspettativa di vita e della durata della quiescenza, l'invecchiamento demografico e le crescenti incertezze in merito al reddito da lavoro e ai futuri costi sanitari sono destinati ad alimentare la necessità di risorse patrimoniali private, che nel corso del tempo comporterà un incremento del rapporto ricchezza/reddito nei paesi emergenti.

 

Il rapporto sottolinea inoltre che la relazione tra ricchezza ed età è destinata a svolgere un ruolo di primo piano nel contesto degli sviluppi demografici globali verso l'invecchiamento della popolazione, che innescherà un aumento della ricchezza media e del rapporto ricchezza/reddito sulla scorta della crescente domanda di investimenti finanziari rispetto a valori reali quali gli immobili. Le pressioni esercitate dall'invecchiamento demografico sui sistemi previdenziali pubblici e su altre misure assistenziali per gli anziani richiederanno con tutta probabilità una maggiore responsabilità privata in vista del pensionamento, che nel lungo periodo si tradurrà in un incremento della ricchezza delle famiglie.

 

Note agli editori

§  Il rapporto definisce la ricchezza come somma degli investimenti finanziari e dei valori reali (prevalentemente immobili) al netto del debito delle famiglie.

§  Tutti i dati attuali si riferiscono a metà 2011 e sono calcolati in funzione dei tassi di cambio praticati allora (senza parità del potere d'acquisto).

§  Le cifre presentate nel rapporto si basano sui migliori dati disponibili sui patrimoni e i debiti delle famiglie, aggiornati e stimati all'occorrenza. Per informazioni complete sulle fonti e sulla metodologia si rimanda al Global Wealth Databook 2011.

§  Le previsioni per il 2016 sono formulate dal Credit Suisse Research Institute sulla scorta delle stime delle tre componenti della ricchezza: investimenti finanziari, valori reali e debiti.

 

Potrebbe la recessione americana “schiacciare” le azioni?

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di Simon Ward , Chief Economist di Henderson Global Investors
 
Le categorie di commentatori che si aspettano una nuova recessione dell’economia statunitense si sono moltiplicate dopo le recenti previsioni dell’Economic Cycle Research Institute, che finora non ha mai fornito previsioni di recessione inesatte. Quindi la recessione USA è ormai cosa fatta?
 
Una riflessione utile è che l’economia si trovava ad una “velocità di stallo” a settembre, riflessa in una lettura vicina a 50 dell’indice dei nuovi ordini manifatturieri dell’ISM, nelle revisioni al ribasso moderatamente significative degli utili aziendali e negli indicatori deboli del mercato del lavoro. Un ulteriore elemento negativo potrebbe spingere verso la recessione e, probabilmente, le difficoltà finanziarie dell’Europa potrebbero rappresentare una causa sufficiente.
 
Da una prospettiva monetaria, il verificarsi di una recessione in questa fase sarebbe insolito. Dieci delle undici recessioni statunitensi del dopoguerra sono state precedute da una contrazione dell’offerta reale di moneta. L’eccezione ci fu con la recessione del 1953-54, apparentemente causata da gravi tagli fiscali dal momento che la spesa per la difesa fu ridotta drasticamente dopo la guerra di Corea.  
 
La crescita monetaria si è rafforzata significativamente di recente, sia per quanto riguarda le misure restrittive che espansive, con la liquidità aziendale particolarmente sostenuta. Il tipico ritardo di sei mesi suggerisce che l’economia statunitense riprenderà slancio all’inizio del 2012, se non prima. Su livelli minimi, l’abbondante liquidità dovrebbe limitare eventuali riduzioni della spesa e dell’attività nel breve termine. Pertanto, ogni ribasso potrebbe essere lieve e di breve durata.
 
Questa considerazione è probabilmente più significativa rispetto all’esattezza o inesattezza delle previsioni di una nuova recessione. Una modesta contrazione del PIL nei prossimi due trimestri potrebbe essere accolta con sollievo dai mercati timorosi di un’altra “grande recessione”. Un confronto può essere fatto con il periodo 1990-91, quando il PIL è diminuito dell’1,4% nei trimestri invernali, ma l’S&P 500 ha chiuso la fase recessiva con un rialzo del 5% rispetto all’inizio.
 
 

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