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28. settembre 2020

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Tutela del Risparmio

Etf, la raccolta nel 2011 è sempre in crescita

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In un trimestre turbolento dominato dai timori relativi alla situazione del debito sovrano europeo e dall’ansia per il declassamento degli Stati Uniti, gli afflussi globali in Exchange Traded Fund e in altri prodotti quotati (ETF / ETP) sono stati trainati da una domanda per asset class difensive e flessibilità delle soluzioni di investimento. Questa tendenza dimostra che gli investitori apprezzano sempre più gli ETP per le loro caratteristiche di efficienza di utilizzo e di risposta tattica alle alla rapida evoluzione delle condizioni di mercato.
 
 
L'industria degli ETP ha registrato nuovi afflussi netti in ogni mese del 2011. A livello globale, negli ultimi 12 mesi il patrimonio gestito in ETP è aumentato del 7,5% raggiungendo quota 1.428 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi (dati rispetto al 30 settembre 2010), anche se con un rallentamento rispetto ai massimi di quest'anno a causa della flessione dei principali mercati mondiali. Gli ETP continuano a beneficiare in questa fase di riposizionamento dei portafogli di investimento, grazie alla vasta gamma di asset class a cui possibile accedere tramite questi prodotti. 
 
Gli investitori sono alla ricerca di rifugi sicuri con una predilezione:
 
- negli USA per i prodotti fixed income
- in Europa per i prodotti azionari tedeschi e, nello specifico, per quelli che replicano l'indice DAX 
 
L’“ETF Landscape – Industry Highlights” di BlackRock mira a fornire analisi e commenti su questo mercato in rapida crescita, con dettagli inerenti l’andamento del patrimonio in gestione, dei flussi globali e regionali e registrati dai singoli emittenti. Il report completo è disponibile al seguente link: 3Q 2011 ETF Landscape Industry Highlights
 

PIMCO e mercati emergenti, 5 new-entry

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PIMCO (Pacific Investment Management Co.)nomina cinque nuovi professionisti degli investimenti azionari, a completamento del team dedicato ai mercati azionari emergenti.

PIMCO, società specializzata nella gestione degli investimenti su scala globale, integra il team dedicato ai mercati azionari emergenti con la nomina di cinque nuovi professionisti degli investimenti presso le sedi di Londra, New York e Singapore. I nuovi professionisti sono: John Longhurst, senior vice president e responsabile della ricerca azionaria per i mercati emergenti, presso la sede di Londra; Richard Flax, senior vice president e analista azionario dei mercati emergenti, presso la sede di Londra; Andrew Pyne, senior vice president e product manager azionario per i mercati emergenti presso la sede di New York; Raymond Goh, trader azionario presso la sede di Singapore; Laura Schlockman, equity product manager che opererà dalla sede di New York. Neel Kashkari (nella foto), managing director e responsabile dell’azionario globale di PIMCO, ha espresso in una nota grande soddisfazione per il rafforzamento del team dedicato ai mercati emergenti.

 

Curricula:

Richard Flax

Richard Flax è un senior vice president e analista azionario per i mercati emergenti presso la sede di Londra. Precedentemente è stato executive director per la ricerca azionaria presso Goldman Sachs Asset Management, dove è stato anche il co-presidente del Comitato di investimento dei mercati emergenti. Precedentemente è stato analista presso Fleming Investment Management. All’inizio della sua carriera Flax è stato economista, per la ricerca in America Latina presso Morgan Stanley Dean Witter. Ha conseguito un MBA presso la Columbia Business School e un Master in economia internazionale e politica estera americana presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies (SAIS). Si è laureato all’Università di Cambridge.

Raymond Goh

Raymond Goh è un trader azionario presso la sede di Singapore. Prima di entrare a far parte di PIMCO è stato trader per Capstone Investment Advisors. Si è laureato presso la Nanyang Technological University di Singapore e parla correntemente inglese e mandarino.

John Longhurst

John Longhurst è un senior vice president e responsabile della ricerca azionaria per i mercati emergenti presso la sede di Londra. Prima di entrare a far parte di PIMCO, è stato un partner (azionista senior) e analista globale presso Capital International Research (parte di Capital 2 Group), dove lavorava dal 1996. Precedentemente Longhurst è stato analista del settore automobilistico e macchinari presso UBS e James Capel dove si è classificato al primo posto nei sondaggi tra i migliori analisti sell-side.

Andrew Pyne

Andrew Pyne è un senior vice president e product manager azionionario dei mercati emergenti presso la sede di New York. Prima di entrare a far parte di PIMCO è stato managing director e client portfolio manager per Goldman Sachs Asset Management. Precedentemente ha collaborato con Van Kampen Investments. Pyne si è laureato presso il Wheaton College.

Laura Schlockman

Laura Schlockman è un equity product manager presso la sede di New York. Prima di entrare a far parte di PIMCO è stata equity product manager presso Oppenheimer Funds. Precedentemente ha collaborato con Goldman Sachs Asset Management. Laura Schlockman si è laureata presso la Kogod School of Business dell’American University.

Etf vs fondi - Monetari Eur

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In un momento di grande incertezza come quello che stiamo vivendo, molti si chiedono se esista ancora un luogo sicuro dove mettere i propri sudati risparmi. 
 
Mai come ora vi è la consapevolezza che la crisi può colpire qualsiasi tipo d’investimento, anche quelli da sempre considerati privi di rischio come i titoli di stato. Abbiamo assistito, infatti, a un progressivo aumento dell’avversione al rischio, che ha spinto gli investitori verso quegli asset ancora considerati beni rifugio, come l’oro, il franco svizzero e i titoli di stato tedeschi, che di conseguenza si sono apprezzati. A tutto discapito dei titoli di stato italiani e degli altri paesi detti periferici, che hanno visto progressivamente aumentare gli spread nei confronti dei bund tesdeschi.
 
Che cosa fare dunque? Un’idea può essere quella di parcheggiare i propri risparmi in fondi ed Etf monetari in euro, in attesa di tempi migliori per fare il proprio ingresso nel mercato azionario o obbligazionario. Per questo motivo abbiamo confrontato i prodotti appartenenti alla categoria Mornigstar dei Monetari EUR, mettendoli in tabella ordinati per performance a un anno, che reputiamo il tipico orizzonte temporale per questo tipo d’investimento.
 
 
A sorpresa il migliore è un fondo comune di diritto italiano, Agora Cash che registra un +2,56% a un anno e un +2,94% medio annuo negli ultimi tre anni. Seguono poi alcuni fondi comuni di diritto estero, tutti sopra l’uno per cento annui, sono i fondi di liquidità di Eurizon, Lombard Odier, Dexia, Groupama e Allianz. Gli ETF escono sconfitti da questo confronto, il primo infatti lo troviamo al settimo posto, si tratta dell’Amundi EuroMTS Cash 3 Months che nell’ultimo anno ha reso un +0,95%. L’altro Etf nelle prime posizioni è il Powershares EuroMTS Cash 3 Months con un +0,88%.
 
E’ vero si tratta di rendimenti un po’ risicati, che in molti casi non riescono nemmeno a battere l’inflazione, ma in un momento così incerto, dove si rischia di erodere irrimediabilmente il proprio capitale, questa tipologia di prodotti può essere un posto tranquillo dove parcheggiare i propri risparmi.
 

Investment banking, importante accordo Julius Baer-Macquarie

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La banca svizzera Julius Baer ha deciso una cooperazione strategica in Asia con la società australiana Macquarie.

L'intesa riguarda le attività di gestione patrimoniale e investiment banking. Julius Baer trasferirà a Macquarie le attività di investment banking con la propria clientela mentre la banca australiana trasferirà alla banca zurighese i suoi clienti nel campo della gestione patrimoniale. 

Fondi comuni, ecco l'ammiraglia di Vontobel

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Alla Terrazza Martini si è tenuta ieri martedì 11 ottobre la presentazione ‘’Global equity markets: high quality growth at sensible prices for 2012 and beyond’’, a cura di Edwin Walczak e Matthew Benkendorf, Portfolio Manager Vontobel Asset Management, Inc. New York.

Tra gli argomenti discussi ritroviamo la presentazione di due fondi di cui andiamo a sintetizzare sotto le principali caratteristiche:

 

Vontobel Fund –

European Value Equity B EUR

Vontobel Fund SICAV (LUX)

Il fondo investe in azioni e titoli assimilabili alle azioni di imprese europee.

-         Un fondo azionario a gestione attiva, che investe in azioni europee

-         L’obiettivo è di ottenere una crescita assoluta del capitale sul lungo termine, attraverso l’investimento in un     portafoglio azionario di imprese di alta qualità ma sottovalutate

-         Il processo di investimento segue un rigoroso approccio bottom-up, che dà la priorità alla selezione dei singoli titoli e mette in secondo piano l’analisi macroeconomica

-         Orizzonte d’investimento a lungo termine senza un periodo predefinito di detenzione dei titoli

 

Vontobel Fund –

US Value Equity B USD

Vontobel Fund SICAV (LUX)

Il fondo investe prevalentemente in azioni e titoli assimilabili alle azioni di imprese statunitensi che sono sottovalutate rispetto al loro valore di mercato.

-         Un fondo azionario a gestione attiva, che investe in azioni statunitensi

-         L’obiettivo è di ottenere una crescita assoluta del capitale sul lungo termine, attraverso l’investimento in un portafoglio azionario di imprese di alta qualità ma sottovalutate

-         Il processo di investimento segue un rigoroso approccio bottom-up, che dà la priorità alla selezione dei singoli titoli e mette in secondo piano l’analisi macroeconomica

-         Orizzonte d’investimento a lungo termine senza un periodo predefinito di detenzione dei titoli

Ifanews offre l’analisi dei migliori prodotti grazie al contributo di Morningstar

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Il nostro quotidiano on-line punta a diventare l’organo di riferimento, per autorevolezza dei contributi e per indipendenza degli stessi, dei consulenti finanziari e dei risparmiatori consapevoli. Per questo abbiamo deciso di fornirvi puntualmente (vi sarà una rubrica settimanale) un confronto analitico sui migliori prodotti dei mercati. Questa analisi vi sarà offerta grazie all’importante database fornito dal servizio Premium di Morningstar. Cercheremo di offrirvi il massimo, già da settimana prossima.
 
 

Risparmio gestito, i vantaggi di un'asset allocation dinamica

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Secondo Aviva Investors i fondi pensione del Regno Unito avrebbero migliorato le loro performance di lungo termine fino al 3,5% annuo se avessero adottato, nella gestione dei portafogli, una asset allocation dinamica associata all’utilizzo di modelli previsionali. Questa affermazione è il risultato di un’analisi sugli ultimi 10 anni condotta in seguito alla recente crisi dei mercati, che ha esaminato se una valutazione tempestiva e preventiva degli eventi di mercato possa fare la differenza in termini di rendimenti sugli investimenti.
 
Aviva Investors ha costruito due ipotetici portafogli basati sulla tipica asset allocation adottata dalla maggior parte dei fondi pensione britannici all’inizio del 2001 (71% azioni; 20% reddito fisso; 4% liquidità; 5% immobili) . Nel corso dei 10 anni successivi, un portafoglio è stato gestito in maniera dinamica con una revisione di tipo previsionale ogni trimestre cambiando le allocazioni a seconda  dei cambiamenti nei rendimenti, nei rischi e nella correlazione con i mercati. Il secondo portafoglio è stato gestito in maniera più statica con un ribilanciamento delle posizioni ogni 12 mesi in linea con la media dei fondi pensione britannici*.
 
I risultati dimostrano che il portafoglio dinamico ha superato la performance di quello statico di circa il 3,5% annuo. Inoltre, il ribilanciamento dinamico ha aiutato a ridurre la volatilità totale del portafoglio e ha ridotto il rischio di ribasso, come evidenziato dalla perdita massima su un trimestre che è stata il 4% circa più bassa rispetto a quella di un portafoglio statico.
 

 

 

Portafoglio statico

Portafoglio dinamico

Rendimento annuo medio

5,10%

8,52%

Rendimenti totali nel periodo analizzato

64,39%

126,61%

Volatilità annualizzata

10,26%

10,24%

Perdita massima in un trimestre

-12,69%

-8,31%

 

 

Mirko Cardinale, Responsabile della Ricerca dell’Asset Allocation Strategica di Aviva Investors, ha commentato: “La recente agitazione dei mercati ha ancora una volta spostato l’attenzione sui rendimenti costringendoci ad ammettere quanto sia importante per un fondo pensione agire in maniera tempestiva. Secondo la nostra visione, l’asset allocation è il fattore che maggiormente influenza il rischio e il rendimento di un fondo multi-asset. Dal momento che la scelta delle posizioni strategiche è così importante, l’asset allocation dovrebbe essere una delle priorità quando si tratta di prendere decisioni riguardo il tempo e le risorse da dedicare alla gestione degli investimenti. Tuttavia, nella mia esperienza accade ancora l’incontrario: viene speso molto tempo nell’incontrare molti fund manager e le riunioni sono dominate da discussioni sulle performance rispetto ai benchmark di riferimento o sulla logica con cui i gestori sovrappesano o sottopesano”.
 
L’analisi dimostra come i modelli previsionali possono aiutare ad ottenere dei portafogli allocati in maniera ottimale nelle varie asset class. Invece di guardare ai rendimenti storici, il portafoglio dinamico si è basato sui fondamentali correnti come il rapporto prezzo/rendimento o il dividend yield (per le azioni), il rapporto prezzo/affitto (per gli immobili), il rendimento effettivo a scadenza (per le obbligazioni) e la parità del potere di acquisto (per le valute estere) al fine di prevedere i rendimenti delle rispettive asset class e suggerire correzioni delle allocazioni in linea con il cambiamento delle loro prospettive di rendimento nel lungo termine.
 
Per esempio, il portafoglio ha raggiunto una quota massima di allocazione in azioni (del 64%) nel 2002 quando le valutazioni sono migliorate sulla scia della correzione di mercato. Tuttavia, nel 2008 le azioni erano diventate costose rispetto ad altre asset class rischiose e l’allocazione è stata tagliata al 44%.  Anche se il fondo pensione medio ha mantenuto l’esposizione generale su un livello simile, il portafoglio dinamico ha migliorato la performance riducendo in maniera significativa la propensione domestica e diversificando in azioni estere, soprattutto nelle azioni ad alta crescita delle Borse dell’Asia Pacifico e più in generale dei mercati emergenti. Anche l’esposizione ottimale al reddito fisso internazionale è cambiata nel tempo in linea con i cambiamenti nei rendimenti e il livello di attrazione della sterlina rispetto ad altre valute. Quando la sterlina è diventata sopravalutata nel 2006/2007 il portafoglio ha assunto una posizione sovrappesata negli asset internazionali rispetto a quelli domestici. Questa posizione è stata significativamente ridotta quando la sterlina si è svalutata a seguito dell’eccezionale stimolo monetario immesso durante la crisi finanziaria. Anche l’allocazione in immobili ha seguito uno schema anti-ciclico con una riduzione dell’esposizione relativa man mano che la prospettiva dei rendimenti si restringeva a causa di rendimenti più bassi dalle locazioni e delle valutazioni eccessive nel 2007. 
 
Mirko Cardinale ha concluso: “Molti fondi pensione rivedono la loro allocazione regolarmente ma non abbastanza frequentemente, in alcuni casi la revisione viene eseguita solo una volta ogni tre anni. Inoltre, molti modelli di ottimizzazione del portafoglio utilizzati dagli investitori, si basano ancora su dati relativi ai rendimenti storici come miglior stima per i rendimenti futuri, nonostante le numerose prove contro l’efficacia di questo approccio” .
 
“Al contrario, riteniamo che il mercato offra segnali adeguati sulla prospettiva dei rendimenti in diverse asset class che possono essere utilizzati per suggerire dei cambiamenti dinamici nell’asset mix. La maggior parte di questi indicatori può cambiare piuttosto velocemente anche in un breve periodo di tempo, quindi rivedere l’asset allocation dei loro portafogli almeno una volta ogni sei mesi è un imperativo. Benché sia un compito non facile, la nostra analisi mostra che, quando adottato in maniera corretta e sistematica, un approccio previsionale all’asset allocation può portare in ultima analisi a un significativo aumento nei rendimenti dei portafogli nel lungo termine”.
 

Carmignac Gestion: far buon uso della crisi

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Segnaliamo una nota di Carmignac Gestion intitolata “Far buon uso della crisi”, firmata da Didier Saint-Georges, membro dell’Investment Committee della società di gestione

Negli Stati Uniti, la leadership del Presidente Obama è stata indebolita da una separazione costituzionale dei poteri che permette, allo scontro dogmatico tra Repubblicani e Democratici nel Congresso, di annichilire ogni audacia presidenziale in materia fiscale. Ben Bernanke, da parte sua, si riserva l’arma di una terza fase di “quantitative easing”, ma è ormai evidente che questa soluzione monetaria, anche se usata in dosi massicce, ha effetto più sui mercati finanziari che sull’economia reale. Nel frattempo, la fiducia delle famiglie è crollata poiché, in agosto, l’indice del Conference Board ha subito la maggiore caduta dalla fine del 2008. In Europa, la situazione è ancora più preoccupante, in quanto la fiducia dei mercati in una risposta efficace e coordinata alla crisi si è fortemente deteriorata. E l’accordo europeo del 21 luglio, decantato come un quasi piano Marshall all’europea, volto esplicitamente a circoscrivere l’incendio intorno alla Grecia, non ha convinto. Al tempo stesso, la recessione della Grecia si aggrava e il calo del PIL dovrebbe superare il 5% quest’anno, mentre l’Italia incontra enormi difficoltà per attuare i piani di austerità annunciati. Ciononostante, i paesi sviluppati sono forse di fronte ad un’opportunità storica di fare buon uso di questa crisi, poiché una simile situazione offre, ai leader politici che riescono a trovare il coraggio di essere all’altezza dell’evento, l’occasione di porre le basi di una crescita a medio termine riequilibrata. Non vi è momento più propizio che un periodo di crisi per attuare profonde riforme strutturali volte a rendere meno rigido il diritto del lavoro, a ridurre la spesa pubblica inutile, a stimolare l’investimento produttivo ed a rafforzare la competitività delle imprese. Le iniziative dell’Irlanda a riguardo rappresentano probabilmente un esempio incoraggiante. Ma finché continueranno ad essere proposti soprattutto espedienti di breve termine o qualche riforma fiscale senza futuro (chi può credere che una “Tobin tax” sui flussi di capitale costituisca una risposta che la fiducia continui a sgretolarsi. In questo contesto, la fragilità del sistema bancario europeo rappresenta un fattore aggravante del rischio economico: si ricordi che nel Giappone degli anni ‘90 fu proprio il riconoscimento tardivo di una patrimonializzazione insufficiente delle banche a ritardare la ripresa dell’economia interna. Una banca con un capitale sociale ridotto si preoccuperà sempre di ridurre i propri impieghi e rischi, piuttosto che finanziare a lungo termine l’investimento produttivo delle imprese. E se il finanziamento interbancario non registra ancora i livelli di tensione osservati a fine 2008, i primi segnali di stress sono emersi quest’estate. Infine, che dire dell’euro che, anziché deprezzarsi per sostenere la competitività mediana dei paesi europei, si erge come una quercia nella tempesta, con il rischio di spezzare la schiena ai paesi del sud Europa, prima di se stesso? La BCE possiede certo ancora qualche margine di manovra (a inizio luglio alzava ancora i propri tassi di riferimento!) e questo porta a sperare in un nuovo orientamento da seguire da ottobre che saprà forse disfarsi dell’ossessivo rischio di inflazione. Occorrerà una nuova crisi, ancora più grave, in Europa perché la prudenza politica, con l’avvicinarsi delle elezioni generali in numerosi paesi, ceda il passo a decisioni costruttive?

Decoupling, la parola che nessuno osa ancora pronunciare

Molti osservatori pensavano che il modello di sviluppo dei paesi emergenti non avrebbe resistito alla crisi americana ed europea del 2008. Dato che la globalizzazione dell’economia mondiale aveva già da tempo screditato la nozione di un qualsiasi “decoupling” tra le economie emergenti e quelle sviluppate, era inevitabile che il crollo del ciclo economico negli Stati Uniti e in Europa facesse deragliare i mercati emergenti. Invece questi ultimi hanno continuato a crescere, sebbene, in alcuni casi, al prezzo di vigorose politiche di sostegno, generatrici di inflazione. Oggi la crescita interna dei paesi emergenti offre maggiore visibilità in quanto basata su una forte aspirazione sociale e su conti pubblici in grado di sostenerla se necessario. Si pensi che, stando alle previsioni dell’FMI, nel 2012 il commercio con l’estero rappresenterà solo poco più di un punto di crescita in Cina. I paesi emergenti dovrebbero essere presto in grado di convincere gli scettici, ancora numerosi, che sono proprio loro i beneficiari del grande riequilibrio mondiale, avendo fatto buon uso della crisi per accelerare il passo verso l’autonomia economica. Sul fronte dell’inflazione, dopo più di un anno di misure di raffreddamento, talvolta violente, il mondo emergente è sul punto di uscire da un periodo molto penalizzante di aumenti dei prezzi. Tale uscita è risultata più penosa di quanto pensassimo ed il suo ritmo non sarà omogeneo (il Messico e il Perù hanno già inviato un segnale di allentamento delle loro politiche monetarie. La Banca centrale del Brasile ha appena ridotto, per la prima volta dagli inizi del 2009, il proprio tasso di riferimento di 50 punti base. La Cina e l’India potrebbero fare altrettanto in un futuro molto vicino). Ma l’avvio virtuoso di un ciclo di disinflazione è ormai ineluttabile. E lo è tanto più che il rallentamento delle economie sviluppate ne facilita ormai la gestione, attenuando le tensioni sui prezzi delle materie prime. Di conseguenza, mentre l’Europa e gli Stati Uniti dovranno, non senza rischi, cercare di contrastare le spinte recessive della riduzione dell’indebitamento, gli attivi dei mercati emergenti potranno iniziare a riflettere gli effetti positivi di una crescita sana abbinata ad un rallentamento progressivo dell’inflazione. Come nel 2008, i mercati emergenti non sono stati risparmiati quest’estate dalla correzione delle Borse europee e statunitensi. I titoli azionari di imprese cinesi, indiane, brasiliane, indonesiane ecc., posizionati per cogliere l’aumento della rispettiva domanda interna, sono quindi tornati a livelli di valutazione molto ragionevoli. Il debito interno dei paesi emergenti è parimenti molto interessante, poiché i tassi nominali potrebbero finalmente diminuire a seguito dell’attenuarsi delle pressioni inflazionistiche (si noti che il tasso di riferimento brasiliano è ancora al 12%!). Infine, una diversificazione intelligente tra le valute emergenti che oggi restano sottovalutate secondo i fondamentali economici dei paesi interessati, a cominciare naturalmente dal renminbi, potrà rappresentare un’ulteriore fonte di performance. Sono quindi tutte le asset class dell’universo emergente che meritano, per i prossimi anni, l’interesse di un investitore globale.

ETF Securities di scena al D&G Gold

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E’ il Dolce e Gabbana Gold in via Poerio a Milano la location designata per ospitare l’incontro odierno focalizzato sulla stabilità dell’Eurozona. A intervenire sono Massimo Siano, Head of Italian Market di ETF Securities e Ronald Leven, Executive Director and Senior Currency Strategist per Morgan Stanley.

ETF Securities, primo ETF provider indipendente specializzato in materie prime, è la prima società a lanciare nel 2003 ETF sull’oro; l’Italia rappresenta attualmente il suo secondo mercato di riferimento. Sebbene la crisi del 2008 fosse causata da una situazione patologica del debito privato e quella attuale vede i debiti sovrani degli stati dell’Eurozona al centro dei problemi, Siano individua un parallelismo tra le due situazioni, mettendo sul banco degli imputati le politiche inefficaci attuate dalle banche centrali, colpevoli di avere creato la cosiddetta ‘’illusione monetaria’’: in entrambi i casi, infatti, l’aumento della quantità di moneta in circolazione può rappresentare una cura solamente palliativa e non può certamente risolvere problemi di natura strutturale come quelli sorti in entrambi i contesti. Siano prevede per i prossimi dieci anni una situazione simile a quella degli anni ’70, in antitesi con il periodo di sviluppo ed espansione che ha caratterizzato i ’90; una fase recessiva per l’Italia, fortemente ancorata alla performance tedesca, potrebbe già profilarsi dall’anno prossimo. Il default della Grecia, fosse anche ‘’pilotato’’, viene visto come un evento praticamente ineluttabile e la gravità della situazione prefigura scenari quasi apocalittici qualora una sorte simile toccasse al nostro paese, dal momento che il debito pubblico italiano è circa cinque superiore a quello greco. La reazione del mercato ad un contesto finanziario così negativo lancia segnali inequivocabili: gli investitori vendono sempre più azioni e obbligazioni per orientarsi verso il bene-rifugio oro e gli strumenti finanziari ad esso legati. La scelta è diventata quasi obbligata anche in virtù del fatto che il governo ha vietato l’acquisto di strumenti che ‘’scommettono’’ su un cattivo andamento del mercato. Anche petrolio e gas naturale non se la passano benissimo: il primo perché si apprezza nelle fasi di crescita del PIL mondiale, situazione piuttosto lontana da quella attuale; il secondo perde di valore per un eccesso di offerta. Le elevate scorte di metalli industriali costituiscono un ulteriore indicazione negativa sullo stato dell’economia globale: gli ordini sono in diminuzione e con essi anche la produzione e, quindi, il reddito. Il fatto che la seconda ‘’asset class’’ più redditizia dell’ultimo periodo sia rappresentata dalla liquidità la dice lunga sulla scarsità di alternative di investimento redditizio.

L’analisi di Leven, maggiormente incentrata sul mercato delle valute, non è certo più incoraggiante: anche per lui il default greco appare inevitabile e le conseguenze per il sistema bancario europeo saranno pesanti, dal momento che i titoli greci sono abbastanza diffusi nei portafogli dei principali istituti bancari. La forza dell’euro è vista in diminuzione proprio a causa di questa crisi strutturale e Leven non esclude che nell’arco dei prossimi 6/12 mesi il cambio euro-dollaro possa scendere a 1,25. Alla domanda di un giornalista, che chiede un pronostico relativo alla possibilità di un collasso della valuta europea nei prossimi 6/12 mesi, Leven afferma che si tratta di una possibilità (fortunatamente) abbastanza remota, dando comunque il 10/15% di probabilità che un simile fenomeno si verifichi. Gli investimenti suggeriti agli investitori europei nell’immediato futuro sono rappresentati dalle valute americane e giapponesi, con un occhio di riguardo per la Cina e, tra i mercati emergenti, per l’India.

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