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22. agosto 2019

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Tutela del Risparmio

Trend immobiliari

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altNel 2013 la diminuzione dei prezzi immobiliari è stata tra le più forti dal 2007, ma il 2013 è stato anche l’anno in cui si sono intravisti i primi spiragli di cambiamento. Si è registrata una maggiore propensione all’acquisto immobiliare, più fiducia nel mercato e una maggiore consapevolezza da parte dei potenziali acquirenti e dei potenziali venditori. E se l’aggravio fiscale ha colpito in parte il mercato immobiliare nella sua componente di investimento, nel secondo semestre dell’anno la nuova tassazione sulle compravendite, gli incentivi fiscali sulla ristrutturazione e la riqualificazione energetica delle abitazioni, hanno dato una nuova spinta all’acquisto della prima casa.


I potenziali acquirenti sono più informati, sanno che per acquistare oggi devono possedere già una parte di capitale e che le banche sono più esigenti e più attente ad erogare; sono consapevoli che c’è molta offerta sul mercato e che questo consente loro di poter scegliere con tranquillità e di spuntare dei prezzi validi. D’altronde chi vende, in gran parte, ha ormai capito che la disponibilità di spesa media si è contratta e che per vendere l’immobile occorre ribassare i prezzi, pena la lunga permanenza della casa sul mercato. Chi non si adatta a questa logica e non ha necessità, preferisce affittare o rimandare la vendita.

Compravendite
Dal 2012 al 2013 si registra una contrazione delle compravendite residenziali del 9,2%. L’anno infatti chiude con 403.124 transazioni.
Nelle grandi città, monitorate dall’Agenzia del Territorio, c’è stata una contrazione media delle compravendite pari al 5,5%.
Dall’analisi delle stesse, realizzata dalle agenzie del Gruppo Tecnocasa nel corso del secondo semestre del 2013, emerge che il 77,6% degli acquisti riguardano l’ abitazione principale, il 16,6% sono finalizzati all’investimento e il 5,8% alla casa vacanza.
Rispetto ai semestri precedenti è in aumento la percentuale di coloro che acquistano la casa principale, mentre si riduce ancora la componente ad uso investimento che non è però mai scoraggiata del tutto.

Criticità sul mercato immobiliare: impatto su prezzi e tempi di vendita
In questo momento sul mercato immobiliare italiano la criticità più forte è legata alle difficoltà che si incontrano nel mondo del lavoro e, di conseguenza, nell’ accesso al credito, nonostante una maggiore apertura all’erogazione da parte degli istituti di credito. A questo si aggiunge un’aumentata offerta di immobili in vendita che rende più riflessivi i potenziali acquirenti. Infatti, gli ultimi dati sui tempi medi di vendita sono di 181 giorni nelle grandi città, 202 gg nei capoluoghi di provincia e di 200 gg nell’hinterland delle grandi città.

Tipologie immobiliari e preferenze degli acquirenti
La contrazione dei valori ha interessato prevalentemente le tipologie usate e in cattivo stato di manutenzione. Gli acquirenti infatti sono diventati più attenti e soprattutto meno propensi a realizzare importanti lavori di ristrutturazione, privilegiando così le abitazioni usate ma in buono stato. Hanno poi preferito le soluzioni con riscaldamento autonomo e quelle in contesti condominiali decorosi al fine di ridurre le spese. Sempre più importante la presenza dell’ascensore. Attenzione anche per la disposizione degli spazi interni soprattutto quando consentono di ricavare una camera aggiuntiva. Il trilocale ed il bilocale concentrano la maggioranza delle richieste, con bilocale in prevalenza a Milano, Roma, Napoli e Torino.


Mercato delle locazioni e domanda per investimento
I canoni di locazione sono leggermente al ribasso (-4,0% per i bilocali e -3,6 % per i trilocali) ma il mercato è vivace: presente la domanda di coloro che non riescono ad acquistare ma c’è anche tanta offerta sul territorio alimentata dagli immobili acquistati per investimento.
Tra i potenziali investitori alcuni si sono fermati ma molti hanno voluto approfittare delle nuove condizioni di mercato per fare acquisti a prezzi interessanti.
Si comprano soprattutto piccoli tagli. I rendimenti immobiliari sono del 4,2% annuo lordo, ma non dimentichiamo che chi investe nel mattone punta soprattutto al capital gain. Chi ha comprato quando i prezzi degli immobili hanno iniziato a salire, alla fine del 2013 si è ritrovato comunque con un immobile rivalutato nominalmente del 53,1%.

Previsioni per il 2014
Nel 2013 il mercato immobiliare ha dato ancora segnali di contrazione sia a livello di prezzi sia a livello di compravendite anche se, a partire dal secondo trimestre dell’anno, gli operatori hanno iniziato a riscontrare i primi segnali di ripresa della volontà di acquisto.
Nelle GRANDI CITTÀ per il 2014 prevediamo una contrazione dei valori compresa tra -4% e -2%. In queste realtà gli operatori notano un maggior dinamismo che si è tradotto in un ritorno di interesse all’acquisto sia da parte delle famiglie sia da parte degli investitori, in particolare in città come Milano e Roma.
Più complessa la situazione nell’HINTERLAND delle grandi città e nei CAPOLUOGHI DI PROVINCIA, dove la difficoltà di accesso al credito si sente maggiormente e dove sono presenti nuove costruzioni invendute, per le quali la riduzione dei prezzi sembra essere necessaria. La conseguenza è che anche le tipologie usate subiranno una contrazione dei valori, soprattutto se necessitano di importanti lavori di ristrutturazione. Per queste realtà territoriali prevediamo una diminuzione dei prezzi compresa tra -5% e -3% con diversi capoluoghi di provincia dove il ribasso potrebbe essere più accentuato.
Il mercato delle locazioni continuerà ad assorbire la domanda di coloro che non riescono ad acquistare e le richieste saranno in aumento. I canoni di locazione non dovrebbero però registrare incrementi.


(Fonte: Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa)    

Affitto, come dividere le spese tra inquilino e proprietario

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di Stefania Bernardini

altDopo quindici anni è stata aggiornata la tabella per la ripartizione degli oneri di casa tra locatore e affittuario. Confedilizia, l’associazione dei proprietari immobiliari e i sindacati degli inquilini hanno trovato un accordo.

Nell’aggiornamento sono state inserite le novità tecnologiche relative ad antenne satellitari, impianti di produzione di energia rinnovabile, allarmi e videocitofoni.

La logica resta sempre quella che al proprietario spetti la manutenzione straordinaria e all’inquilino quella ordinaria.

Installare o sostituire un videocitofono o un ascensore spetta perciò al locatore, ma per un guasto tecnico le spese di riparazione sono a carico dell’affittuario.

Il conduttore dovrà occuparsi anche della pulizia periodica dello stabile, della lettura dei contatori e dell’acquisto del combustibile, mentre spetta al proprietario il compito dell’adeguamento a norma di legge.

Lo scopo della nuova tabella, che può essere richiamata nei contratti d’affitto, è quello di ridurre il numero di contenziosi.

Tra le altre indicazioni il pagamento del portiere resta per il 90% a carico dell’inquilino e per il restante 10% dovrà essere pagato dal locatore che si occuperà anche della manutenzione straordinaria della guardiola.

Anche le retribuzioni per le pulizie e l’acquisto del materiale utilizzato spettano all’affittuario, il proprietario però provvederà alle spese di assunzione o del conferimento dell’appalto, all’acquisto di macchinari e alla tassa sui rifiuti o sostitutiva.

Il passo carraio e lo sgombero neve sono altri compiti dell’inquilino mentre l’occupazione di suolo pubblico per lavori condominiali toccherà al proprietario. 

Una politica di stimoli monetari o le riforme di sistema?

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di Mario Lettieri, Sottosegretario all'Economia del Governo Prodi ed Enrico Raimondi, Economista

altSono passati più di 5 anni dall’esplosione della crisi finanziaria globale, ma l’economia globale sta ancora lottando per superare la debolezza cronica del dopo crisi”. Una debolezza che si manifesta in tanti modi: trend deludenti della produzione e della produttività; disoccupazione oltre ai livelli pre-crisi; rischi di deflazione; crescita del 30% del debito privato dei settori non finanziari rispetto al Pil; un settore finanziario ancora in riassestamento; i mercati finanziari in crescita e sempre più dipendenti dalle banche centrali; deficit di bilancio crescenti mentre scendono gli introiti fiscali; una politica monetaria che ha raggiunto i suoi limiti.

Forse è sorprendente, ma tale disanima è di Jaime Caruana, il direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, e non di qualche economista o politico “pessimista” in cerca di sensazioni forti. Questa analisi è condivisa da molti esperti e da istituti economici internazionali che dibattono sull’efficacia della politica monetaria a sostegno della ripresa economica finora applicata in Occidente.

Di fatto si stanno scontrando due diagnosi contrapposte. Una si basa sulla caduta della domanda (shortfall of demand), l’altra invece sulla recessione provocata dalla crisi dei bilanci (balance sheet recession) dei vari attori economici.

Nel primo caso, caratterizzato da choc provocati da una domanda negativa, a sua volta alimentata dai meccanismi interni di riduzione del debito e dal credit crunch, la risposta dovrebbe concentrarsi in azioni di stimolo soprattutto monetario all’economia. In tal caso le politiche monetarie accomodanti sarebbero essenziali, anche se potrebbero diventare contro produttive, se protratte nel tempo.

Nel secondo caso invece si privilegiano le riforme strutturali e la ristrutturazione dei bilanci dissetatati dall’incontrollato boom finanziario favorito dal laissez faire pre-crisi. Si sostiene che la crisi non sarebbe un effetto esogeno bensì l’inevitabile collasso di una bolla finanziaria e speculativa insostenibile. Perciò si dovrebbe anzitutto ripulire i bilanci dai debiti e dai titoli inesigibili. I settori finanziari e anche le borse dovrebbero perciò essere sgonfiati perché l’economia possa riprendere a crescere.

Tutto ciò è necessario affinché il credito già anemico non venga assorbito dai cicli meramente finanziari invece di arrivare a quelli produttivi. In simili situazioni di recessione, più che l’ammontare del credito, è decisamente più importante la sua destinazione.

Il secondo approccio conferma con dati alla mano che le crisi bancarie sistemiche si accompagnano con cadute permanenti delle produzioni. Per cui i rimedi presuppongono la riduzione delle posizioni debitorie e la realizzazione delle riforme strutturali del sistema per far si che gli stimoli economici siano mirati al sostegno di nuovi investimenti e di posti di lavoro.

Recentemente lo stesso FMI ha dovuto prendere atto che le misure di stimolo del quantitative easing non hanno generato un aumento degli investimenti produttivi. Al contrario, dal 2008 al 2013 nei Paesi cosiddetti avanzati vi è stata una riduzione del 2,5% del rapporto tra investimenti e Pil. Il Fondo teme che in molti di questi Paesi un ritorno ai livelli pre-crisi non si vedrà per almeno un quinquennio, tanto che parla addirittura di “stagnazione secolare” soprattutto se “nuovi choc dovessero colpire queste economie o se le politiche non dovessero affrontare come dovuto le cause della crisi”.

Persino nel Federal Reserve System americano crescono i dubbi sull’efficacia delle politiche finora attuate. Uno studio della Fed di Saint Louis, per esempio, è arrivato addirittura a confrontare le politiche dei Paesi occidentali con quelle realizzate dalla Cina. Le conclusioni sono davvero sorprendenti: lo stimolo monetario delle economie avanzate avrebbe fallito l’obiettivo mentre la politica cinese, basata su misure fiscali e sul credito per lo sviluppo, ha prodotto dei risultati positivi.

Senza presunzione riteniamo che la Bce di Draghi dovrebbe considerare con grande attenzione questi argomenti anziché limitarsi a imitare le politiche monetarie della Fed. 

Mediobanca (MB37) 2014/2021 con opzioni digitali sull'indice Eurostoxx50 a 7 anni ISIN IT0005013054

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Considerato per il prodotto finanziario un prezzo di emissione pari a 100 euro, 94,39 euro rappresentano il valore teorico (o fair value) del prodotto e 5,61 euro i costi a carico dell’investitore. Il fair value è a sua volta suddiviso in due componenti che evidenziano quanta parte dell’investimento è riconducibile ad un’attività non rischiosa (pari nel caso di specie a 83,68 euro) e quanta parte invece ad un’attività rischiosa (pari nel caso di specie a 10,71 euro). Occorre al riguardo sottolineare che la quota relativa alla “componente non rischiosa” non deve essere confusa con la porzione dell’investimento che sarà sicuramente restituita a scadenza in quanto il suo valore può essere ridotto dalle perdite derivanti dalla “componente rischiosa”.


La rappresentazione probabilistica dei possibili risultati del prodotto a scadenza, impliciti nel valore del fair value al momento dell’investimento, mostra una probabilità del 13,58% di conseguire un risultato negativo ed ottenere in media la restituzione di 47,77 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo negativo pari al -10,02%) e ad una probabilità dell’ 86,42% di conseguire un risultato positivo ed ottenere in media la restituzione di 115,4 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo positivo pari a 2,07%).
Il grado di rischio del prodotto è MEDIO ALTO in considerazione del livello di variabilità del prezzo cui risulta esposto il prodotto lungo la sua vita ed alla luce delle misure sintetiche sopra descritte.

alt

 
Le informazioni riportate nella scheda informativa hanno esclusivamente carattere informativo e non vogliono in alcun modo configurare una valutazione sulla convenienza economica dei prodotti finanziari. Si precisa, inoltre, che la rappresentazione probabilistica del prezzo non ha carattere previsionale ma il solo scopo di rendere esplicite ai risparmiatori le probabilità dei possibili risultati implicite nel prezzo del prodotto (determinato sotto l’ipotesi di non arbitraggio) che sono nella disponibilità degli emittenti e/o intermediari offerenti. 
 

 

Al via Fund Frenzy, il nuovo fantacalcio sugli ETF iShares

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altiShares, piattaforma ETF di BlackRock, Inc. (NYSE: BLK), lancia in Italia Fund Frenzy, un’iniziativa dedicata agli investitori professionali, che potranno dimostrare le proprie abilità in ottica di asset allocation di portafoglio. 

Fund Frenzy è un concorso - riservato agli investitori professionali - che si ispira alle regole del fantacalcio. Ogni
partecipante sarà l’allenatore di una squadra, o portafoglio ideale, composto da 5 ETF iShares su singoli Paesi da
schierare in campo per giocare nel periodo dal 5 maggio al 1° giugno 2014. Ogni partecipante selezionerà i
giocatori/ETF in base alle aspettative del maggior rendimento realizzabile su base settimanale e per l’intera durata
dell’iniziativa, indicando peraltro uno degli ETF scelti quale capitano della propria squadra. Le performance verranno
stabilite in base alla variazione percentuale del NAV in valuta di base di ciascun ETF.

In un’ottica di ottimizzazione della performance del portafoglio/squadra ad ogni partecipante sarà concessa la
possibilità di effettuare non più di 2 sostituzioni a settimana.

Ammessi al campionato Fund Frenzy sono 23 ETF iShares su singoli Paesi, commercializzati in Italia nei confronti dei
soli investitori qualificati, di cui 17 azionari e 6 obbligazionari.

Le registrazioni sono aperte dal 26 aprile fino alle ore 8.00 del 5 maggio. Registrazioni, maggiori informazioni,
unitamente all’estratto del regolamento, sono disponibili al sito www.isharesff.com. 

ANIMA: prospettive europee

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altL’Europa e in particolare le Borse dei Paesi Periferici rappresentano ancora le aree preferite all’interno dei portafogli azionari dei fondi ANIMA.

Il calo dell’inflazione allontana le prospettive di un rialzo dei tassi, ma tiene i rendimenti al lumicino.

Ancora un occhio di riguardo per le Borse europee e soprattutto per quella italiana, che staziona intorno ai massimi degli ultimi tre anni. Nonostante il rafforzamento della moneta unica stia ritardando la ripresa degli utili, l’Europa e in particolare i listini dei Paesi periferici – alla luce di una ripresa che deve ancora esprimersi, valutazioni ragionevoli e politica monetaria accomodante - vengono confermati all’interno dei portafogli dei fondi azionari, come l’area geografica privilegiata. Sull’America l’esposizione resta neutrale, l’Asia invece passa da sovrappesata a neutrale; per quanto riguarda i Paesi emergenti la posizione è ancora di leggero sottopeso.

Europa: la recessione è finita

L’ultimo World Economic Outlook, il rapporto sull’economia globale a cura del Fondo Monetario Internazionale appena diffuso, ha leggermente rivisto al rialzo le stime per l’economia dell’Eurozona, portandole quest’anno all’1,2% e all’1,5% nel 2015. Il Vecchio Continente è quindi fuori dalla recessione, anche se, precisa il Fmi, la crescita sarà “più forte nei Paesi core e più debole in quelli con un debito alto (sia privato sia pubblico) e con una frammentazione finanziaria”. L’Organismo di Washington sottolinea però il “minore peso (delle misure di aggiustamento) fiscale e una certa ripresa della domanda privata per la prima volta dal 2010” come fattori determinanti della ripresa, anche se “gli strascichi della crisi - alta disoccupazione, bilanci pubblici e privati ancora deboli, stretta del credito e ampio debito - uniti a impedimenti alla crescita di lungo termine, devono essere risolti”. La Germania, ancora una volta, viene indicata come il paese che fa da locomotiva in Europa, con un Pil che crescerà dell’1,7% quest’anno e dell’1,6% nel 2015. Il graduale miglioramento del quadro macro, a tendere, dovrebbe riflettersi sulle attese degli utili.
Va tuttavia segnalato che, nonostante questo quadro costruttivo, a parte la Borsa italiana che rappresenta un’eccezione, i principali indici europei hanno mostrato, da inizio anno, una performance leggermente negativa, complice anche la delicata questione relativa alla crisi in Ucraina. Per quanto riguarda il posizionamento dei fondi azionari europei in termini settoriali, alla luce del miglioramento degli indicatori macroeconomici in Europa, resta confermata la posizione di sovrappeso sul settore finanziario. Inoltre, è stato aumentato il peso sul settore energetico a neutrale, per effetto del cambiamento di strategia degli investimenti da parte delle maggiori società petrolifere, che potrebbe concorrere a uno sviluppo della generazione di cassa e all’aumento dei dividendi. Il settore inoltre tratta a multipli relativamente bassi ed è poco detenuto dagli investitori. Abbiamo una visione positiva anche sul settore farmaceutico, considerata la sostenibilità della crescita delle vendite, derivante sia dai nuovi prodotti lanciati che dalle ricche pipeline a maggiori società. Inoltre, la solidità dei bilanci e l’alta generazione di Free Cash Flow favoriscono la crescita della remunerazione per gli azionisti. Abbiamo invece una posizione di sottopeso sia sul comparto delle telecomunicazioni che dei consumi non discrezionali e anche su quello delle utilities.

MERCATI OBBLIGAZIONARI | Titoli governativi: spread bassi e rendi­menti in calo

Lo scenario europeo si presenta oggi contraddi­stinto da tre elementi principali - bassa inflazione, crescita moderata e politica della BCE accomodan­te. La combinazione di questi elementi allontana la prospettiva di una salita dei tassi ma, d’altra parte, mantiene i rendimenti su livelli molto bassi (nel Gra­fico 2 qui sotto, il rendimento dei titoli decennali di Usa e Germania). Pertanto i portafogli dei fon­di obbligazionari si presentano sottopesati sia sulla componente obbligazionaria tedesca che su quel­la americana, mantenendo, invece, un modesto sovrappeso sulla periferia europea, in particolare su Italia (con una preferenza di curva per la
5-10 anni), Portogallo e Irlanda. In ambito corpora­te è preferito il comparto high yield rispetto all’in­vestment grade: su entrambe queste ultime asset class, però, la view è neutrale.

Italia: “maglia rosa” nell’Ue dal 2014

In base al World Economic Outlook anche l’economia italiana torna a crescere: dopo il calo dell’1,9% del 2013, per quest’anno, il Fondo monetario internazionale prevede una crescita del Pil, nell’ordine dello 0,6% e dell’1,1% per il 2015. Oltre alle stime sul Pil, il rapporto ha indicato per l’Italia una disoccupazione in crescita al 12,4% nel 2014, che dovrebbe scendere nel 2015 all’11,9%. Di qui la necessità, da parte del Fmi, di riforme strutturali a partire da quelle in materia di lavoro. In particolare, il Fmi sottolinea le difficoltà di accesso al credito come uno degli ostacoli di fondo alla crescita domestica, ma anche di Francia, Irlanda e Spagna. Rimane comunque positiva l’intonazione del mercato azionario italiano, con l’Msci in progresso del 14% da inizio anno. Come si è già anticipato, gli indicatori macro degli ultimi mesi evidenziano una fase di stabilizzazione, che potrebbe agire da supporto al recupero della domanda interna (nel Grafico 3, in basso a destra, gli indici PMI italiani) a condizione, però, che la stabilità politica insieme all’avvio di riforme strutturali siano in grado di aumentare la competitività del Paese in modo da attrarre nuovi investimenti, ridurre il livello di debito pubblico e diminuire l’annoso problema del credit crunch. In quest’ottica, crediamo che il mercato azionario domestico presenti ancora margini di apprezzamento (valutazioni attraenti, attese miglioramento dinamica degli utili, discesa spread, bassa partecipazione degli investitori esteri) e che nei prossimi mesi si possa assistere a livelli di indice superiori a quelli attuali.

Senza contare che la valutazione in termini di rapporto prezzo/book value delle azioni italiane è ancora la più bassa fra i principali mercati sviluppati.
 

Banca Popolare dell’EmiliaRomagna - PROTECTION CERTIFICATE Non Quanto su Indice S&P BRIC 40 EUR -Dicembre 2018

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Certificate a 4 anni e 8 mesi con restituzione del capitale e cedola finale legata alla performance di un indice
ISIN IT0005004038


Il prodotto finanziario ha un prezzo di emissione pari a 100 euro, di cui 93,48 euro rappresentano il valore teorico (o fair value) del prodotto e 6,52 euro i costi a carico dell’investitore. Il fair value è a sua volta suddiviso in due componenti che evidenziano quanta parte dell’investimento è riconducibile ad un’attività non rischiosa (pari nel caso di specie a 81,21 euro) e quanta parte invece ad un’attività rischiosa (pari nel caso di specie a 12,27 euro). Occorre al riguardo sottolineare che la quota relativa alla “componente non rischiosa” non deve essere confusa con la porzione dell’investimento che sarà sicuramente restituita a scadenza in quanto il suo valore può essere ridotto dalle perdite derivanti dalla “componente rischiosa”.
La rappresentazione probabilistica dei possibili risultati del prodotto a scadenza, impliciti nel valore del fair value al momento dell’investimento, mostra una probabilità del 15,10% di conseguire un risultato negativo ed ottenere in media la restituzione di 40,00 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo negativo pari al -17,71%) e ad una probabilità del 84,90% di conseguire un risultato positivo ed ottenere in media la restituzione di 108,25 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo positivo pari a 1,70%).
Il grado di rischio del prodotto è MEDIO-ALTO in considerazione del livello di variabilità del prezzo cui risulta esposto il prodotto lungo la sua vita ed alla luce delle misure sintetiche sopra descritte. 

alt

Le informazioni riportate nella scheda informativa hanno esclusivamente carattere informativo e non vogliono in alcun modo configurare una valutazione sulla convenienza economica dei prodotti finanziari. Si precisa, inoltre, che la rappresentazione probabilistica del prezzo non ha carattere previsionale ma il solo scopo di rendere esplicite ai risparmiatori le probabilità dei possibili risultati implicite nel prezzo del prodotto (determinato sotto l’ipotesi di non arbitraggio) che sono nella disponibilità degli emittenti e/o intermediari offerenti.

In arrivo il Quantitative Easing europeo. Le banche fanno festa

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di Mario Lettieri, Sottosegretario all'Economia del Governo Prodi, Paolo Raimondi, Economista

altIn Europa è in arrivo il Quantitative Easing. In ogni occasione internazionale il governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ripete che “siamo determinati a mantenere un alto grado di ‘monetary accomodation’ e di agire con risolutezza qualora fosse necessario”. Ciò significa il mantenimento del tasso di interesse al livello attuale, o addirittura più basso, per un prolungato lasso di tempo, con l’aggiunta di un QE “alla europea”.

L’urgenza di un intervento non convenzionale, secondo la Bce, sarebbe dettata dalla debilitante stagnazione economica e dal rischio di deflazione. C’è infatti la possibilità che il tasso di inflazione diventi negativo per effetto della caduta dei prezzi e della domanda interna.

Negli Usa la Fed nel 2012 iniziò ad inondare i mercati con una liquidità aggiuntiva di ben 85 miliardi di dollari ogni mese, che adesso è stata ridotta a 55, con effetti limitati per l’economia statunitense ma destabilizzanti per il resto del mondo, in particolare per i Paesi emergenti.

La Fed acquistava, e acquista, titoli di stato e asset-backed security (abs). Questi sono in gran parte titoli cartolarizzati, cioè derivati finanziari il cui sottostante è costituito da altri titoli, in particolare da ipoteche.

Secondo il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Bce avrebbe già fatto delle simulazioni per studiare l’effetto di un QE, pari a 1.000 miliardi di euro, sia su investimenti e consumi che sul tasso d’inflazione in Europa.

In Europa la stragrande maggioranza del credito passa attraverso i canali bancari. Negli Usa invece esso passa attraverso il mercato dei capitali e le borse. Perciò mentre in America il credito arriva direttamente ai settori dell’economia reale attraverso i mercati dei capitali, in Europa esso dipende dallo stato di salute del sistema bancario.

La Bce, stante le attuali regole, non può acquistare titoli di stato. Perciò essa “intende pilotare” il suo QE verso l’acquisto di abs emessi dalla banche europee che cartolarizzano i prestiti concessi e le ipoteche accese in particolare nei confronti delle Pmi.

Draghi, consapevole del fatto che sono stati proprio i derivati come gli abs a scatenare negli Usa e nel resto del mondo la più devastante crisi finanziaria ed economica della storia, sta facendo opera di convinzione sulla qualità degli abs europei.

Secondo noi la vera questione è un'altra. Perché si è obbligati a passare soltanto dal sistema bancario per dare il credito alle attività produttive? Non ci sono altre alternative?

Il sistema bancario ha indubbiamente un ruolo importante nei processi economici, solo quando funziona bene, però. Ma le grandi banche sono state, e lo sono tuttora, al centro della finanza speculativa e di altre distorsioni sistemiche.

Le riforme necessarie, quali la separazione bancaria, il prosciugamento della palude dei derivati Otc, l’attacco alle speculazioni, ecc., non sono mai state attuate. Perciò i maggiori controlli e l’aumento della quota del capitale di base previsti da Basilea III speriamo non siano dei meri palliativi.
Si tenga conto che anche con l’operazione LTRO, il piano di rifinanziamento a lungo termine effettuato dalla Bce, sono stati concessi 1.000 miliardi di euro di prestiti alle banche europee al tasso dello 0,5% che, anziché essere erogati come credito alle Pmi, sono stati utilizzati per acquistare titoli di stato in scadenza e sono rimasti parcheggiati presso la stessa Bce. In sintesi non si è lontani dal vero se si afferma che in 3 anni le banche beneficeranno di circa 100 miliardi di profitti!

Tutto ciò ci porta a concludere che occorre considerare la Bce non come un “vitello d’oro” dove tutto è già definito ed immutabile. Invece che sulle proposte di Draghi di sviluppare il mercato degli abs, perché non lavorare per identificare nuovi strumenti e istituti che, bypassando l’attuale sistema bancario, che deve ancora fare “ i suoi compiti a casa”, assicurino alle Pmi e alle famiglie direttamente il credito? Perché invece degli abs, non si privilegiano i project bond? Perché invece del sistema bancario privato non si utilizzano, ad esempio, le banche di sviluppo, quali gli sportelli delle Casse Depositi e Prestiti europee?

Siamo convinti che il credito sarebbe più veloce e più efficace con beneficio dell’intera economia. 

La nuova bolla dei mercati valutari

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altdi Mario Lettieri, Sottosegretario all'economia del Governo Prodi e Paolo Raimondi, Economista

 

I mercati valutari, i cosiddetti mercati FX, sembrano vivere una strana e pericolosa euforia. Secondo le più recenti analisi dei principali istituti economici internazionali, quali la Banca dei Regolamenti Internazionali, nell’aprile 2013 il totale di tutte le operazioni giornaliere di questi mercati era pari a 5,3 trilioni di dollari, con un aumento del 35% rispetto ai livelli del 2010!

E’ necessario un metro di paragone con l’economia reale per comprendere meglio tale straordinaria dimensione. Nel 2013 il commercio annuale delle merci dei Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, cioè di tutto il pianeta, è stato di 17,3 trilioni di dollari. La differenza è enorme.

Naturalmente i mercati dei cambi hanno un ruolo rilevante e insostituibile per il commercio internazionale e per tutta una serie di operazioni finanziarie ad esso collegate. Il cambio delle valute e i contratti di garanzia e di assicurazione si accompagnano con i movimenti commerciali e con i pagamenti internazionali. Ma essi di fatto non sono che una piccola frazione rispetto alle operazioni che ogni giorno ammontano a 5,3 trilioni di dollari. In altre parole la stragrande maggioranza delle operazioni sui mercati dei cambi ha a che fare con strumenti finanziari speculativi. Sono attività finanziarie fine a se stesse, in primis i derivati Otc in tutte le loro possibili forme.

Ciò nonostante, molti cantori della “spregiudicatezza creativa della finanza” vedono nell’”esplosione” dei mercati valutari l’effetto positivo di una presunta capacità di autoregolamentazione dei mercati, a seguito di cambiamenti e di regole introdotti sulle due sponde dell’Atlantico dopo la crisi finanziaria.

La crescita di questa bolla sarebbe invece l’effetto di una serie di recenti avvenimenti internazionali. Prima di tutto della decisione della Bank of Japan di seguire la “politica monetaria accomodante” della Fed con l’immissione di maggiore liquidità che ha determinato un notevole aumento delle operazioni in yen.

In secondo luogo c’è la diffusa volontà di diversificare gli investimenti andando alla ricerca di maggiori opportunità anche se rischiose, quali le azioni e i bond emessi nelle valute dei paesi emergenti.

In aggiunta vi è stato un vertiginoso aumento di operazioni fatte da istituzioni finanziarie differenti dalle tradizionali banche commerciali che in passato gestivano quasi tutto il mercato delle valute. Si tratta delle cosiddette banche “minori”, non sottoposte agli stessi controlli di quelle più grandi, e di hedge fund. Questi nuovi protagonisti dei mercati valutari stanno facendo la parte del leone, tanto che dal 2010 sono cresciuti del 48% con operazioni per 2,8 trilioni di dollari al giorno. Cioè più della metà dell’ammontare giornaliero totale sopramenzionato.

Da ultimo anche piccoli investitori per delega partecipano alle attività speculative grazie alle nuove tecniche di trading basate su algoritmi che permettono ai computer di compiere innumerevoli operazioni sulle più piccole variazioni di valore e in tempi infinitesimali.

Si noti che dal 2010 il dollaro ha aumentato il suo ruolo dominante come moneta scambiata sui mercati valutari internazionali, mentre la quota di mercato dell’euro è scesa.

Mentre le banche minori e gli hedge fund muovono circa la metà del volume giornaliero, il resto è controllato quasi totalmente da 10 delle maggiori banche commerciali internazionali, tra cui spicca al primo posta la Deutsche Bank con una quota del 15%. Vi sono poi 4 banche americane, con in testa la Citi Bank, con il 27%, seguite da 3 banche britanniche che controllano il 23% e da due banche svizzere con il 14%. Per la DB questa è un’ulteriore prova del suo pericoloso primato di banca N. 1 dei derivati Otc.

Come si evince da quanto esposto, quello delle valute è un mercato che si presta a grandi manipolazioni ed è una vera fucina di speculazioni. Oltre alle note indagini sulle truffe relative al tasso Libor, da qualche tempo vi sono indagini in diversi Paesi su possibili manipolazioni delle modalità usate per stabilire i tassi FX di riferimento.

E’ veramente nell’interesse dell’Unione europea lasciare che l’euro partecipi a tali giochi? O non sarebbe più opportuno agire per il massimo di trasparenza dei mercati delle valute e non solo?
 

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