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17. giugno 2019

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Tutela del Risparmio

Avedisco: i dati della vendita diretta in Italia

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altLa Vendita Diretta si riconferma uno dei pochi settori vincenti nel nostro Paese, un mercato in netta controtendenza rispetto alla situazione economica generale, che vede da un lato il calo dei consumi e dall’altro l’aumento del tasso di disoccupazione. Il settore del Direct Selling in Italia, rappresentato da 124 aziende di cui 34 nel 2013 (36 nel 2014) appartenenti ad AVEDISCO, ha concluso il 2013 in positivo: un fatturato complessivo di 2.780 milioni di euro con 520.000 Incaricati alle Vendite Diretta in tutta Italia.

Questi i dati stimati e resi noti dal Centro Studi e Statistiche di AVEDISCO, prima Associazione italiana di Vendita Diretta e membro effettivo di Seldia (Associazione Europea della Vendita Diretta) e di WFDSA (Federazione Mondiale delle Associazioni di Vendita Diretta).

Uno sguardo rivolto alle Aziende Associate AVEDISCO mostra una crescita rispetto al 2012 del +3% e +12,99% rispettivamente al fatturato e forza lavoro: numeri in netto aumento che avvalorano ulteriormente il settore e la crescita costante delle nostre Aziende.

Le Aziende Associate AVEDISCO continuano a essere i portavoce del Direct Selling, risultando sinonimo di professionalità e garanzia di successo. Numerosi italiani scelgono di entrare a far parte del mondo della Vendita Diretta, 332.000 Incaricati alle Vendite nel 2013, un fatturato totale di 822 milioni di euro, sono questi i fattori che sottolineano il ruolo rilevante di questo modello di business nella nostra economia: un settore forte e dinamico, apprezzato dagli italiani sia in termini di opportunità di impiego che di stile di vita e consumo.

I diversi comparti merceologici delle nostre aziende Associate contribuiscono concretamente al raggiungimento degli ottimi risultati, incidendo notevolmente sul fatturato totale: rappresentativo è il comparto “alimentare – nutrizionale”, 313,6 milioni di euro ( + 9,56 % rispetto al 2012), seguito poi da quello “cosmesi – accessori moda”, che grazie ai prodotti di bellezza e agli accessori moda riporta 288,7 milioni di euro, un incremento del + 0,36 %. Al terzo posto per volume di fatturato si colloca il comparto “casa – beni di consumo”, che con i prodotti per la casa registra a fine 2013 un fatturato superiore ai 100 milioni di euro ( + 4,40%).

Il nostro è un mercato anticiclico che riesce a ottenere grandi successi in termini di fatturato e valore occupazionale in uno scenario dove lavoro e crescita economica rappresentano le principali problematiche nel nostro paese - dichiara Giovanni Paolino, Presidente AVEDISCO.
Le nostre Aziende Associate unitamente a tutte le aziende rappresentanti il settore nel nostro Paese, continuano ad ottenere la fiducia di milioni di italiani che scelgono di affidarsi a noi riconoscendoci professionalità e qualità, valori che ripagano ormai da anni l’intero comparto.  

Pictet Asset Management: al via il nuovo comparto Pictet- Absolute Return Fixed Income

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Pictet Asset Management, la divisione di asset management della banca privata svizzera Pictet & Cie, amplia la gamma di prodotto con il lancio in Italia del nuovo comparto Pictet-Absolute Return Fixed Income.
Il fondo segue un approccio flessibile, non vincolato a un benchmark, e persegue un obiettivo di rendimenti positivi contribuendo nel contempo a fornire una protezione contro il rialzo dei tassi d'interesse. Il fondo presenta una buona diversificazione nei tassi d’interesse, spread e cambi e può investire globalmente in tutti i settori del reddito fisso, sia nei mercati sviluppati che in quelli emergenti. Il fondo si prefigge di ottenere il 3-4% in più rispetto al rendimento della liquidità* su base annua, a fronte di una volatilità massima del 5%.
La gestione di Pictet-Absolute Return Fixed Income è stata affidata ad Andres Sanchez Balcazar, Senior Investment Manager e co-Head of Global and Regional Bonds di Pictet Asset Management. Balcazar, che vanta oltre 16 anni di esperienza nella gestione dei portafogli obbligazionari, è coadiuvato da un team composto da altri tre gestori di provata esperienza.
«Il nostro obiettivo è costruire un portafoglio robusto che sia anche liquido, ben diversificato e il cui andamento risulti indipendente da un unico scenario di mercato o previsione macroeconomica”, afferma il gestore. «Dopo tre decenni di discesa dei tassi d’interesse, un approccio globale svincolato da benchmark permette di ottimizzare il profilo rischio-rendimento del portafoglio obbligazionario.»
Luca Di Patrizi, Country Head e Managing Director di Pictet Asset Management, dichiara: «Il contesto di mercato per gli investimenti obbligazionari oggi è davvero complicato. Ciò è particolarmente vero in Italia dove per ragioni culturali le obbligazioni sono abitualmente considerate dai clienti privati come un investimento privo di volatilità.
Tuttavia la stabilità del passato è ormai venuta meno e se l’investimento in obbligazioni rimane un’opportunità da cui non si può prescindere, oggi più che mai è necessaria abilità nel selezionare le strategie e soprattutto rapidità nell’adattare le scelte tattiche al mutare del contesto di mercato. Il fondo Absolute Return Fixed Income di Pictet può muoversi liberamente su tutti i settori e mercati obbligazionari, cogliendo in tal modo le opportunità ovunque si presentino a livello globale e adattandosi alle diverse condizioni di mercato.
Si tratta di un prodotto a bassa volatilità che punta ad essere il fondo obbligazionario «per tutte le stagioni».
Siamo felici di poter offrire ai nostri partners distributivi una soluzione che è stato studiata apposta per venire incontro ai bisogni attuali dei propri clienti.»
Il prodotto, conforme alla direttiva UCITS, si configura come Comparto della SICAV Pictet Luxembourg.
* Tasso Libor in dollari USA o equivalente nella moneta della classe di azioni


Scheda Tecnica
Obiettivo di investimento:
Rendimento del mercato monetario + 3-4% su base annua
Categoria Assogestioni:
Obbligazionario Flessibile (OFL)
Gestore:
Andres Sanchez Balcazar
Data di lancio:
13 dicembre 2013
Data inizio collocamento in Italia:
20 gennaio 2014
Benchmark:
Rendimento mercato monetario
Valuta di denominazione:
EURO
Importo minimo di sottoscrizione:
Euro 1.000
Classi di azioni:
R USD
HR EUR
Commissione di entrata:
Da 0 al 5% a discrezione del collocatore
Commissioni annue (che includono le commissioni di gestione e di distribuzione):
1,15%


 

Unicredit Certificati di Investimento Credit Linked “Certificato Italia – 18.04.2019”

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Certificato a 5 anni con cedole semestrali e restituzione del capitale vincolati al non verificarsi di eventi di credito di cinque società componenti un paniere.
ISIN DE000HV8A8E2

Il prodotto finanziario ha un prezzo di emissione pari a 100 euro, di cui 89,60 euro rappresentano il valore teorico (o fair value) del prodotto e 10,40 euro i costi a carico dell’investitore. Il fair value è a sua volta suddiviso in due componenti che evidenziano quanta parte dell’investimento è riconducibile ad un’attività non rischiosa (pari nel caso di specie a 78,60 euro) e quanta parte invece ad un’attività rischiosa (pari nel caso di specie a 11,00 euro). Occorre al riguardo sottolineare che la quota relativa alla “componente non rischiosa” non deve essere confusa con la porzione dell’investimento che sarà sicuramente restituita a scadenza in quanto il suo valore può essere ridotto dalle perdite derivanti dalla “componente rischiosa”.
La rappresentazione probabilistica dei possibili risultati del prodotto a scadenza, impliciti nel valore del fair value al momento dell’investimento, mostra una probabilità del 38,81% di conseguire un risultato negativo ed ottenere in media la restituzione di 67,89 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo negativo pari al -7,45%) e ad una probabilità del 61,19% di conseguire un risultato positivo ed ottenere in media la restituzione di 113,02 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo positivo pari a 2,48%).
Il grado di rischio del prodotto è ALTO in considerazione del livello di variabilità del prezzo cui risulta esposto il prodotto lungo la sua vita ed alla luce delle misure sintetiche sopra descritte.

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Le informazioni riportate nella scheda informativa hanno esclusivamente carattere informativo e non vogliono in alcun modo configurare una valutazione sulla convenienza economica dei prodotti finanziari. Si precisa, inoltre, che la rappresentazione probabilistica del prezzo non ha carattere previsionale ma il solo scopo di rendere esplicite ai risparmiatori le probabilità dei possibili risultati implicite nel prezzo del prodotto (determinato sotto l’ipotesi di non arbitraggio) che sono nella disponibilità degli emittenti e/o intermediari offerenti.

Banca IMI Tasso Misto con Tasso Minimo e Massimo - Novembre 2019

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Obbligazione a 6 anni con cedole trimestrali fisse e successivamente indicizzate all’Euribor 3 mesi
ISIN IT10004961360


Il prodotto finanziario ha un prezzo di emissione pari a 100 euro, di cui 98,72 euro rappresentano il valore teorico (o fair value) del prodotto e 1,28 euro i costi a carico dell’investitore. Il fair value è a sua volta suddiviso in due componenti che evidenziano quanta parte dell’investimento è riconducibile ad un’attività non rischiosa (pari nel caso di specie a 88,18 euro) e quanta parte invece ad un’attività rischiosa (pari nel caso di specie a 10,54 euro). Occorre al riguardo sottolineare che la quota relativa alla “componente non rischiosa” non deve essere confusa con la porzione dell’investimento che sarà sicuramente restituita a scadenza in quanto il suo valore può essere ridotto dalle perdite derivanti dalla “componente rischiosa”.
La rappresentazione probabilistica dei possibili risultati del prodotto a scadenza, impliciti nel valore del fair value al momento dell’investimento, mostra una probabilità del 16,07% di conseguire un risultato negativo ed ottenere in media la restituzione di 50,70 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo negativo pari al -11,20%) e ad una probabilità del 83,93% di conseguire un risultato positivo ed ottenere in media la restituzione di 119,17 euro rispetto ai 100 euro investiti (equivalente ad un rendimento medio annuo positivo pari a 3,11%).
Il grado di rischio del prodotto è MEDIO-ALTO in considerazione del livello di variabilità del prezzo cui risulta esposto il prodotto lungo la sua vita ed alla luce delle misure sintetiche sopra descritte.

alt

Le informazioni riportate nella scheda informativa hanno esclusivamente carattere informativo e non vogliono in alcun modo configurare una valutazione sulla convenienza economica dei prodotti finanziari. Si precisa, inoltre, che la rappresentazione probabilistica del prezzo non ha carattere previsionale ma il solo scopo di rendere esplicite ai risparmiatori le probabilità dei possibili risultati implicite nel prezzo del prodotto (determinato sotto l’ipotesi di non arbitraggio) che sono nella disponibilità degli emittenti e/o intermediari offerenti. 

 

iShares Euro Corporate Bond

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Caro Risparmiatore
In merito alla richiesta di informazioni circa il prodotto finanziario iShares Euro Corporate Bond 1-5yr UCITS
ETF (ISIN IE00B4L60045), come indicato nel form, desideriamo fornirle una rappresentazione del relativo profilo di rischio.
Le informazioni che seguono sono misure sintetiche del profilo di rischio del prodotto calcolate sulla base delle metodologie definite nel Quaderno di Finanza n.63 della Consob. 

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iShares Euro Corporate Bond

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Caro Risparmiatore
In merito alla richiesta di informazioni circa il prodotto finanziario iShares Euro Corporate Bond 1-5yr UCITS
ETF (ISIN IE00B4L60045), come indicato nel form, desideriamo fornirle una rappresentazione del relativo profilo di rischio.
Le informazioni che seguono sono misure sintetiche del profilo di rischio del prodotto calcolate sulla base delle metodologie definite nel Quaderno di Finanza n.63 della Consob. 

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I tassi possono essere negativi?

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altUno studente di economia si forma partendo dal concetto che il capitale deve essere remunerato, per quanto contenuta possa esserne la misura, soprattutto quando il rischio relativo sia basso. Investire con rendimento negativo appare quindi assurdo, ritenendosi preferibile trattenere la liquidità. Molti italiani operanti negli anni ’60-’70 ricordano peraltro la condizione imposta dalle banche elvetiche agli esportatori di capitali quando offrivano depositi in franchi svizzeri con rendimenti negativi resi positivi per il cliente che trasferiva somme nella propria valuta (la lira) proteggendole dal degrado del cambio e del potere di acquisto.


Ulteriore esperienza si è realizzata in Eurolandia nel 2011 quando, nel pieno dell’incertezza evidenziata dall’estendersi degli spread, le emissioni di titoli tedeschi offrivano rendimenti vicini allo zero all’emissione con risultati effettivi negativi perché il collocamento con alta domanda generava prezzi di sottoscrizione superiori a 100. Talvolta è accaduto che la strategia si sia rivelata pericolosa generando la mancata copertura dei volumi in offerta (in particolare nelle aste di novembre 2012). Nel contesto, in talune fasi la riduzione dello spread è stata infatti generata dall’aumento dei tassi tedeschi più che dalla diminuzione di quelli dei paesi più fragili.
Nei tempi attuali si parla di taglio del tasso di interesse sui depositi delle banche presso la Bce al di sotto dello zero. La finalità sarebbe il rendere più lineare la transizione dal periodo pre-Omt a quello post-Omt, con riserve complessive molto più contenute di quelle, oggi eccessive. Secondo le simulazioni opportunamente effettuate dalle Autorità Monetarie gli effetti su tassi, euro e crescita appaiono i riflessi più significativi da esaminare preventivamente.

Questi accadimenti molto diversi fra di loro meritano un approfondimento

Benoît Cœuré membro belga della Bce ha definito l’opzione tassi negativi come “assai probabile”. Mario Draghi ha più volte dichiarato con l’ufficialità che ne caratterizza (o condiziona) le esternazioni che la Bce è tecnicamente pronta, ma non ha mai confermato la decisione di attuare la misura. Joerg Asmussen membro tedesco della Bce ha invece espresso proprie riserve sull’efficacia dello strumento  Bostjan Jazbec banchiere centrale sloveno  ha ammesso (in linea con la premessa di questa nota) di ritenere difficile il concetto stesso di “tassi negativi”,
Angelo Baglioni economista, ha invece definito su basi teoriche e in ragione della propria indipendenza la misura come potenzialmente controproducente. mentre altri hanno concettualmente definito l'ipotesi come un “terreno inesplorato”. Uno studio del FMI ipotizza invece, in modo anomalo, la misura come un “segnale di responsabilità”. Alan Blinder (Princeton University) li analizza, peraltro per il mercato americano, e ne valuta l’efficacia sulla base di un approccio misto keynesiano e monetarista, per il quale manca la verifica applicativa.


Peraltro, imputare tassi negativi sulle riserve bancarie “in eccesso” stimola le banche a liberarsene investendo in titoli o erogando (non però attualmente) prestiti alle imprese.

La tentazione di considerare l’ipotesi sussite, soprattutto nella condizione in cui i tassi di mercato sono comunque estremamente bassi e – quasi ufficialmente – dichiarati mantenibili su quei livelli.
La realtà è invero differente, quando le banche non percepiscono fiducia nei confronti delle altre limitando l’offerta sul mercato interbancario; in tal senso le banche tedesche hanno percorso questa scelta in misura maggiore temendo l’instabilità di numerosi paesi in cui operano banche controparti, prima ancora che la debolezza specifica delle stesse. L’intervento in liquidità della BCE è conseguenza dell’inaridimento prolungato del mercato interbancario, per anni assai efficiente nell’ambito dell’euromercato (paradossalmente migliore prima della nascita dell’euro).
Il contesto venutosi a realizzare è “storicamente” anomalo in quanto guidato da un regista (la BCE) nella quantità (variata fra 400 e 800 miliardi) e nella qualità (con i passaggi fra Ltro e Omt): una condizione fortemente lontana dal mercato libero che caratterizza la storia e la cultura di Eurozona.


Dal punto di vista delle banche, pagare per posizionare liquidità è anomalo nonché costoso in una fase difficile con impatto sulle condizioni a loro volta offerte alla cliente
In conseguenza di questa anomalia, qualora realizzata. le banche sopporterebbero un costo (basso) per la moneta calda (immaginiamo 0,1-0,2%) e si avvantaggerebbero del differenziale fra costo del rifinanziamento presso la BCE e i tassi di mercato, soprattutto quelli generati dagli spread, ancora alti nonostante la palese insussistenza del rischio che dovrebbe generarli. Il mercato interbancario risulterebbe peraltro bloccato dalla non convenienza per il creditore di investirvi a tassi “assurdi” svuotando l’efficienza del mercato della hot money, un elemento invero essenziale per la gestione bancaria. Un ritorno indesiderato alle condizioni di quaranta anni fa quando l’unico interlocutore nel brevissimo periodo era proprio e solo la Banca Centrale.
Non possiamo peraltro dimenticare che tutte le piazze finanziarie, un tempo considerate avanzate, hanno tassi molto bassi (anche più di Eurozona) il che comporta tra l’altro la forza dell’euro, espressione da un lato della capacità di governo della BCE e dall’altro condizionamento invero insostenibile della economia reale.


Sarò un liberista, ma tutte le condizioni descritte evidenziano la difficoltà di governare dall’alto l’andamento dei prezzi del denaro con misure che generano inevitabilmente reazioni negli operatori che attenuano l’efficacia delle misure. I principi che ispiravano la scelta monetaria della UE erano differenti e l’anemia del contesto economico non offre conforto alle scelte, magari necessarie, attuate in assenza di un andamento economico meno depresso.
In altri termini, la BCE sembra compiere il suo lavoro, ma in un contesto alquanto sfavorevole e, di fatto, contrastante. Manca Eurolandia e non è positivo affermarlo a due mesi dalle elezioni europee. Possiamo anche concordare per l'assunzione della medicina “tasso negativo”. In dosi e tempi ridotti per evitarne effetti invasivi. Una regola anomala per tempi anormali, un curaro che non deve diventare cianuro sapendolo togliere al momento giusto.

  

GIUSEPPE G. SANTORSOLA
Professore Ordinario di Corporate Finance e Corporate & Investment Banking.
Università Parthenope di Napoli
@ggsantorsola 

Survey of Investment Community 2014

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altRecentemente è stato pubblicato il “Survey of Investment Community 2014”, promosso da Brunswich Group, società di consulenza in comunicazione corporate.

L’indagine, condotta online attraverso la somministrazione di un questionario, è arrivata alla sua quarta edizione. Hanno risposto al questionario 472 persone tra analisti e investitori istituzionali (48% buy-side e 52% sell-side) che operano in America, Europa e Asia.

Tra i cosiddetti buy-side, il 21% è rappresentato da Fondi Comuni, l’11% da Hedge Fund, il 5% da Fondi Pensione, il 2% da società assicurative e il restante 11% da altri soggetti non specificati. Tra i sell-side tro-viamo principalmente analisti/ricercatori, il 48% del campione, mentre è poco rappresentata, solamente l’1%, la categoria dei consulenti di investimento/manager. Il restante 1%, residuale, è rappresentato da altri operatori sell-side.

L’indagine fornisce importanti spunti di riflessione su quali potrebbero essere, in futuro, i canali informativi nel mondo degli investimenti.

Vediamo i principali risultati:

Ad oggi la maggior influenza nelle scelte di investimento degli operatori finanziari continua ad arrivare dalle informazioni ricevute direttamente dalle società. Nello specifico, continuano a ricoprire un ruolo determinante le notizie che emergono a seguito di un rapporto diretto con il management.

Nonostante ciò, l’indagine rileva un aumento considerevole dell’influenza derivante da servizi di informazione real-time (quali Bloomberg), da ricerche degli analisti e dai media digitali.

Emerge invece un trend negativo per quanto riguarda l’influenza dei media tradizionali e le analisi dirette del mercato primario.

La ricerca mette in evidenza l’importanza dei blog:

il 58% degli intervistati ha dichiarato di aver approfondito un determinato argomento dopo aver consultato un blog e il 27% di aver effettuato un investimento dopo aver letto, sempre su un blog, una determinata notizia.

Per quanto riguarda le aspettative future, l’indagine evidenzia che il 70% degli investitori (64% Europa, 70% USA, 79% Asia) ritiene che i media avranno un ruolo sempre maggiore sulle scelte di investimento di tipo finanziario.

Non potevano mancare i social network: anche per loro il trend è positivo. Aumenta l’influenza di Twitter e, in generale, viene premiata la possibilità di interagire con altre piattaforme creando un flusso di informazioni continuo e costantemente aggiornato.

Il digitale sembra quindi essere in forte aumento. Del resto, nel mondo finanziario la tecnologia ha sempre avuto un ruolo determinante e gli operatori cercano sempre di sfruttare le importanti e continue innovazioni.

Le informazioni sono un bene prezioso e non sorprende quindi la crescita di tutti quegli strumenti che consen-tono di ottenere aggiornamenti in real-time, spesso a basso costo (anche se non dobbiamo dimenticare che alcune piattaforme sono molto onerose).

Avere accesso ad un numero elevato di informazioni può però nascondere dei rischi per i risparmiatori/inve-stitori. Sul web è facile reperire informazioni finanziarie, report su singoli titoli, segnali operativi ecc… ma è opportuno che il risparmiatore/investitore non si sostituisca al professionista.

E’ necessario saper valutare le informazioni, spesso molto complesse e di difficile interpretazione. E’, quindi, consigliabile evitare il fai-da-te.

Ricordiamo, inoltre, che la stessa indagine oggetto di questo articolo riguarda professionisti del settore in grado di valutare le informazioni.

La ricerca non ci fornisce dati sui singoli Paesi e non siamo quindi in grado, sulla base dell’indagine condotta da Brunswich, di fare considerazioni precise sull’Italia. E’, però, ormai noto il gap che separa l’Italia da altri paesi in tema di digitale. Possiamo augurarci che i dati emersi siano un ulteriore stimolo affinché, anche in Italia, si continui a lavorare e sviluppare tutto ciò che riguarda il digital e i social media.

di Danilo Abis

Investitori istituzionali sempre più attenti al risk managemen

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I risultati dell’indagine New Frontiers of Risk realizzata dal Gruppo BNY Mellon in collaborazione con il Premio Nobel per l’Economia Harry Markowitz

L’80% degli investitori istituzionali ritiene che la gestione dei rischi sarà sempre più importante nell’attuazione delle strategie di investimento. Il 73% prevede un aumento della spesa per il risk management sul fronte degli investimenti, e il 68% dedicherà più tempo ai problemi legati ai rischi operativi. Ma solo il 25% ha un Chief risk officer. Sono questi alcuni dei risultati principali dell’indagine New Frontiers of Risk: Revisiting the 360° Manager, realizzata da BNY Mellon, società globale di investimenti con oltre 1.600 miliardi di dollari di patrimonio gestito e 27.600 miliardi di dollari di patrimonio in custodia e amministrazione, in collaborazione con il Premio Nobel per l’Economia Harry Markowitz.

Gli investitori istituzionali stanno fronteggiando delle pressioni formidabili. Ci sono le novità normative, la questione della trasparenza e i rischi legati agli investimenti”, dichiara Debra Baker, responsabile della divisione Global Risk Solutions di BNY Mellon. “Molti investitori sono colti impreparati dinanzi alla complessità dello scenario odierno: proprio quando pensavano di aver misurato, gestito e mitigato quasi tutti i rischi, ecco che ne emergono di nuovi – e quelli vecchi cambiano forma. Emerge allora con forza la necessità di una funzione di gestione onnicomprensiva, che controlli sia i rischi, sia il modo in cui questi si influenzano l’uno con l’altro, sia il loro impatto sul piano complessivo di investimenti”.

Il nuovo studio arriva a dieci anni di distanza dall’indagine realizzata da BNY Mellon nel 2005, sempre in collaborazione con il Premio Nobel Markowitz, e intitolata New Frontiers of Risk: The 360° for Pensions and Nonprofits. Nel 2005, gli investitori istituzionali stavano appena iniziando a riconoscere l’esigenza di un programma strutturato e olistico di gestione dei rischi. Il nuovo studio rileva come, dopo la crisi finanziaria del 2008, il risk management sia oggi una priorità per la grande maggioranza degli investitori istituzionali.

Secondo Markowitz, “La crisi del 2008 era diversa. E così anche quella del 2000, legata allo scoppio della bolla informatica. Anche la prossima crisi avrà caratteristiche differenti da quella attuale”. Qual è la morale? “La selezione dei portafogli non potrà mai procedere in automatico. Ci sarà sempre bisogno di un team affidabile di analisti quantitativi, impegnato ad analizzare la situazione in tempo reale. Inoltre, bisognerebbe accertarsi che i vertici aziendali capiscano gli assunti su cui si basa la gestione del portafoglio, siano al corrente delle asset class esotiche impiegate, e conoscano tutte le vulnerabilità dell’approccio di investimento”. In altre parole, aggiunge Markowitz, “bisogna integrare il controllo dei rischi a livello aziendale, e non solo di singolo portafoglio”.

Stando ai risultati del sondaggio 2013, gli eventi di mercato legati alla crisi del 2008 e la conseguente fase di recessione rappresentano le ragioni principali che hanno spinto gli investitori istituzionali a concentrarsi sulla gestione dei rischi. Più del 60% del campione dichiara che questa maggiore consapevolezza ha portato la propria società a istituire nuove pratiche di risk management. Il 59% di chi ha risposto al sondaggio ritiene di aver beneficiato, nel corso degli ultimi 5 anni, dell’evoluzione delle strategie di risk management, nonostante molti trovino difficile quantificare l’impatto positivo.

Ecco alcuni tra i risultati più importanti dell’indagine, basata su un campione di oltre 100 investitori istituzionali per un totale di 1.000 miliardi di dollari di masse in gestione:

È finita la stagione della caccia all’alpha. Gli investitori istituzionali preferiscono sempre di più conseguire rendimenti assoluti piuttosto che sovraperformare il benchmark. L’obiettivo è ridurre al minimo i rischi.

Sempre più alternativi. Il campione preso in considerazione dall’indagine ha ampliato il numero di investimenti alternativi utilizzati, per migliorare la diversificazione del portafoglio e potenzialmente aiutare a ridurre il rischio di ribassi. Gli investitori istituzionali prevedono di aumentare gli asset allocati in strumenti alternativi nel corso dei prossimi 5 anni.

Si risveglia la consapevolezza dei rischi. La crisi del 2008 ha colto alla sprovvista molti investitori istituzionali. Le procedure di gestione dei rischi adottate all’epoca sono poi state ritenute insufficienti per affrontare una crisi di tale portata. Proprio allora è iniziata la ricerca di un sistema di gestione dei rischi olistico e integrato a livello aziendale.

Gli strumenti analitici al servizio della gestione dei rischi. L’analisi del rapporto tra rischi e rendimenti e la performance attribution sono ad oggi gli strumenti più comuni per monitorare gli investimenti. La pianificazione del rischio di impresa include sempre più spesso gli investimenti tradizionali e alternativi, così come le passività.

La ricerca della trasparenza. Dopo la crisi del 2008, gli investitori istituzionali desiderano evitare i rischi indesiderati e comprendere meglio gli investimenti sottostanti. Per questo si stanno orientando verso soluzioni che offrono una maggiore trasparenza.

 

Il rapporto completo è disponibile, in inglese, al seguente indirizzo:

http://www.bnymellon.com/foresight/risk/frontiers-of-risk-baker-markowitz.html

 

 

 

 

 

 

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