ifanews

22. ottobre 2019

Ultimo aggiornamento03:56:17 PM GMT

Sei qui: Dal mondo
Banner

Frattini critico con l’asse Merkel-Sarkozy

E-mail Stampa PDF

Lasciando il Consiglio dei ministri degli esteri UE a Lussemburgo, parole di aspra critica giungono dal ministro Franco Frattini in riferimento all’incontro di domenica scorsa a Berlino tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Frattini ritiene poco chiaro il contenuto del vertice e si scaglia contro un asse che giudica chiuso e ed esclusivamente bilaterale, poco adatto alla risoluzione di una crisi che è invece globale. Nel mirino del numero uno della Farnesina una politica troppo titubante e attendista nella programmazione di quelli che dovrebbero essere provvedimenti urgenti per scongiurare il default della Grecia e dare una svolta alla politica anticrisi dell’Eurozona. Dopo il vertice franco-tedesco il presidente stabile del Consiglio dei governi, il belga Van Rompuy, ha annunciato il posticipo al 23 ottobre del summit UE previsto per il 17-18 ottobre, per la messa a punto finale della strategia complessiva sulla crisi dei debiti sovrani; a precedere il summit ci sarà, poi, un Eurogruppo/Ecofin dei ministri finanziari. Secondo indiscrezioni Parigi e Francoforte stanno ancora prendendo tempo per portare a termine il piano di ricapitalizzazione delle banche per evitare collassi come quello dell’istituto franco-belga Dexia e prevenire disastrose reazioni a catena nel sistema bancario europeo. A Tal proposito Sarkozy sembrerebbe più favorevole a un intervento dell’Unione Europea, mentre la Merkel è più favorevole a lasciare che se la sbrighino gli azionisti delle banche, sostenuti eventualmente da interventi a livello nazionale ma non europeo.  Nonostante la fiducia che le borse europee sembrano avere avuto dopo il vertice (ieri Milano a +3,67%, Francoforte a +3,02% e Parigi a +2,13%), su posizioni di critica affini a quelle di Frattini sembrano anche il ministro dell’Economia Tremonti e il presidente della Commissione europea Barroso, che afferma che solo con l’unione e la partecipazione alle scelte di tutti i paesi coinvolti si possa uscire dalla crisi. Desta perplessità, inoltre, il sospetto che i governi di Francia e Germania siano intente, in primis, a salvaguardare i propri istituti di credito con esposizione nei paesi più in difficoltà, che vedono i rendimenti dei loro titoli di stato progressivamente aumentare. Piccata la replica del ministero degli Esteri tedesco, che rivendica un ruolo assolutamente centrale nella risoluzione della crisi per Germania e Francia in quanto maggiori economie della zona Euro. Pieno sostegno alla strategia di Francia e Germania arriva anche dal presidente degli USA Barack Obama. Nelle discussioni dell’asse Merkel-Sarkozy sono anche al vaglio proposte per aumentare la quota di perdite sui titoli greci da attribuire alle banche ed eventuale modifiche da apportare ai trattati per rendere più rigorosi i controlli sui bilanci pubblici. Chiede di accelerare i tempi per il varo di un pacchetto di provvedimenti completo il tedesco Jorg Asmussen, nuovo membro della Bce, in quanto il contagio dei titoli tossici si sta diffondendo sempre più rapidamente.

Apple: addio Steve

E-mail Stampa PDF

 

E’ di ieri, con un breve comunicato dell’azienda di Cupertino, l’annuncio che il ‘’profeta’’ dei pc e dell’hi-tech ci ha lasciato. Troppo presto, all’età di 56 anni, per un tumore al pancreas di cui soffriva già da molto tempo, dal 2004. ‘’La passione, l’ingegno, e l’energia di Steve hanno arricchito la nostra esistenza. Il mondo è sicuramente migliore grazie a lui’’ – si legge nella nota dei suoi collaboratori.

Già dall’inizio della sua vita, nel 1955, la sua storia si preannuncia come qualcosa di fuori dal comune, come un percorso pieno di sfide e di insidie. Steve nasce  nel 1955, a San Francisco, dalla relazione fra uno studente di origine siriane, Abdulfattah Jandali, e la compagna di studi Joanne Schieble. Un bambino non desiderato, partorito dalla madre senza neppure che il padre lo sapesse, dato poi in adozione a una modesta coppia di impiegati californiani, Paul e Clara Jobs. In seguito rivede la madre naturale, ma mai un gesto di riconciliazione arriva nei confronti del padre. Incontra invece la sorella Mona, scrittrice, nata due anni e mezzo dopo di lui da quella coppia di studenti, la quale scopre dell’esistenza di Steve grazie a un investigatore privato. Lascia gli studi al college di Portland, in Oregon, dopo pochissimi mesi di frequenza. Parte per un viaggio in India, torna, frequenta solo le lezioni di suo interesse, tra cui - curiosamente in relazione a quello che sarebbe stato il suo percorso professionale - i corsi di calligrafia. Un ragazzo tutt’altro che inquadrato e palesemente fuori dalle righe. Muove i suoi primi passi nel mondo dell’informatica e dell’elettronica nel garage del padre adottivo, dove comincia a ‘’smanettare’’ con fili, cacciaviti e ferraglia. Nel 1974 diventa designer dei primi videogames Atari; nel 1976, a soli 21 anni, fonda Apple insieme a Steve Wozniak, con cui avvia lo start-up dell’azienda, ma con il quale il sodalizio si interromperà tempo dopo. Nel 1977 Apple produce il primo computer, nel 1984 lancia lo storico Macintosh fino ad arrivare, in tempi recenti, alla creazione di iPod, iPhone e Ipad: una rivoluzione nel mercato tecnologico e del modo di comunicare.

Nel 2005 a Stanford ottiene quella laurea – ad honorem – che non aveva conseguito da ragazzo e tiene di fronte agli studenti un discorso memorabile: ‘’Il vostro tempo è limitato, non buttatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere con i risultati dei pensieri degli altri. E non lasciate che il rumore delle opinioni degli altri affoghi la vostra voce interiore. Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno già cosa voi volete davvero diventare. Tutto il resto è secondario’’. Leggendario il suo invito alla giovane platea ‘’Stay hungry, stay foolish’’: siate affamati, siate folli. Quella follia che Steve incarnava meglio di chiunque: amato e odiato, cacciato dai manager di Apple che mal tolleravano il suo indomabile estro e successivamente pregato in ginocchio di ritornare da numero uno in quella realtà che, senza il suo geniale mentore, appariva come una scatola vuota, un computer senza il suo processore.

Per milioni di utilizzatori dei suoi prodotti, possedere un Apple non significa solo avere tra le mani un laptop o uno smartphone di ultima generazione: significa abbracciare uno stile di vita, essere parte di una comunità, quella della Mela, in grado di sviluppare prodotti unici per design e tecnologia, indissolubilmente legati alla figura del creatore Jobs e per cui si è disposti a pagare un fortissimo premium-price pur di essere parte di questa galassia.

Addio Steve, genio e sregolatezza dell’ hi-tech.

USA: continua la marcia anti-Wall Street degli Indignados

E-mail Stampa PDF

 

 

Autunno 2008: a seguito del crack di Lehman Brothers e -  a catena - di altri importanti istituti finanziari americani sono ancora vivide nella nostra memoria le immagini degli uffici che chiudono i battenti e dei ‘’white-collars’’ che si riversano confusamente nelle strade con gli scatoloni riempiti dei loro effetti personali, magra carcassa di un sistema bancario al collasso.

Settembre 2011: parte da New York la protesta degli ‘’Indignados’’, che marciano nelle principali piazze americane al grido di ‘’Siamo il 99 per cento’’, esasperati dal precario stato dell'economia e soprattutto da una disoccupazione che viaggia intorno al 9 per cento.

In entrambi i casi alla base della crisi un eccesso di debito: tre anni fa di carattere privato, con la duplice deleteria azione dell’imprudenza dei prenditori di fondi e l’irresponsabilità/mancanza di scrupoli dei prestatori; oggi di carattere pubblico, con un deficit che solo tagli e tasse sembrano in grado, almeno nel breve termine, di tamponare.

Cambiano gli scenari, ma non la rabbia di chi in primis paga sulla propria pelle le conseguenze di questi due differenti tipi di crisi: la gente comune.  La protesta degli  ‘’Indignados’’ si concretizza in movimenti come ‘’Occupy Wall-Street’’e parte da New York il 17 settembre, esce dai confini della Grande Mela per diffondersi  in manifestazioni di piazza in tutte le altre principali città: Los Angeles, Boston, Chicago, Kansas City, Tampa, St. Louis.

A New York anche ieri i dimostranti si sono riuniti allo Zuccotti Park, all'ombra dei grattacieli del Financial District di Manhattan, per poi assediare il New York Stock Exchange, la Borsa, e di nuovo il ponte di Brooklyn, dove sabato la polizia aveva arrestato circa 770 persone per aver bloccato il traffico. Ora avvocati civilisti della Partnership for Civil Justice Fund hanno fatto causa al sindaco Bloomberg e alla polizia per violazione dei diritti costituzionali, come quello di scendere in strada in un corteo pacifico e democratico per manifestare il proprio dissenso. A esprimere solidarietà verso la mobilitazione, forse un po’ a sorpresa, c’è anche il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke che ha ammesso come agli ‘’Indignados’’ non si possa rimproverare nulla, bollando come insufficienti le misure messe in atto a livello istituzionale per risolvere i problemi di questi tempi, sulla scia di quanto già espresso in precedenza dal finanziere George Soros.

Nonostante l’ondata di arresti perpetrati arbitrariamente, i cortei non sembrano intenzionati a fermarsi, accompagnati dal suono di bonghi e chitarre, da cartelli contro le banche, slogan e striscioni di denuncia dell'avidità di investitori e mediatori finanziari. Centinaia di persone, al grido di "Restituiteci la libertà, ridateci i risparmi", hanno preso di mira il City Hall di Los Angeles, la sede della Fed di Chicago e il Financial District di Boston.

I manifestanti non risparmiano neppure l'amministrazione di Barack Obama: c’è delusione per le scelte del presidente, che ritengono ormai troppo influenzate, se non addirittura compromesse, da Wall Street.

Nell’immediato futuro faranno da scenario alle proteste anche le città di Seattle, Portland, Minneapolis, Denver, Cleveland e perfino a Hilo, nelle Hawaii. Il movimento ‘’Occupy D.C.’’ è pronto ad accamparsi fuori dalla Casa Bianca giovedì, il giorno che segna il decennale della guerra in Afghanistan (come vola il tempo..).

La protesta, inoltre, è destinata a varcare i confini nazionali per fare il suo ingresso in Canada: già pianificata a Toronto una manifestazione fuori dallo Stock Exchange per il 15 ottobre; lo stesso giorno a Vancouver avrà luogo un'occupazione "a tempo indeterminato" di fronte all'Art Gallery. Si prevedono altri cortei a Calgary, Montreal e Ottawa. Secondo indiscrezioni, ancora da verificare, la mobilitazione potrebbe espandersi oltre oceano fino al Giappone.

Espliciti atti di solidarietà ai manifestanti arrivano anche dai sindacati: quello dei Trasporti di New York ha ufficialmente chiesto al giudice federale di impedire alla polizia di utilizzare i conducenti dei bus per trasportare i manifestanti arrestati. Il magistrato, neanche a dirlo, ha respinto la richiesta al mittente. Il sindacato nazionale delle infermiere (National Nurses United) ha dichiarato che parteciperà alla manifestazione di New York prevista per mercoledì; l'Healthcare-Now, infine, sarà a quella di Washington contro le corporazioni. 

La protesta ha assunto le caratteristiche di un evento tutt’altro che isolato ed episodico. Sulla falsa riga del buon vecchio ‘’mal comune-mezzo gaudio’’ dal Bel Paese ci ‘’consoliamo’’ (magra consolazione) nel constatare come anche la maggiore potenza economica mondiale non stia vivendo momenti felici, sia sotto il profilo meramente economico, sia sotto quello della garanzia del diritto - inalienabile in una vera democrazia - al dissenso popolare.

USA e petrolio: Hamm attacca Obama

E-mail Stampa PDF

In un incontro di beneficienza tenutosi alla Casa Bianca aspre critiche nei confronti del presidente Obama arrivano da Harold Hamm, fondatore e c.e.o. di Continental Resources, quattordicesima compagnia petrolifera americana in termini dimensionali.

Nessuno meglio di Hamm incarna la realizzazione dell’American dream: ultimo di 13 fratelli, figlio di un contadino dell’Oklahoma, sviluppa la sua passione per il petrolifero da ragazzo quando, non avendo i soldi necessari per frequentare il college, inizia a lavorare in un giacimento. Oggi Hamm è al 33° posto nella classifica Forbes degli uomini più ricchi d’America e solo lo scorso anno i profitti della sua Continental Resources sono cresciuti del 34%. E’ lui a scoprire l’enorme giacimento petrolifero di Bakken, tra Montana e North Dakota, in virtù del quale gli Stati Uniti hanno raggiunto la terza posizione nella classifica mondiale dei produttori di petrolio.

Negli anni ’90, periodo in cui l’Opec raggiungeva il suo apogeo, gli USA importavano circa due terzi del petrolio consumato; oggi ne importano meno della metà, di cui circa il 40% proveniente da Canada e Messico. Secondo Hamm, ora che la quota di mercato dell’Opec si è ridotta e non è più il cartello dei paesi arabi a dettare il prezzo a livello globale, il Nord America potrebbe potenzialmente raggiungere la piena autonomia energetica. Secondo il magnate del petrolio, pioniere della tecnica estrattiva della trivellazione orizzontale, il principale ostacolo alla realizzazione di tale autonomia va ricercata nella politica energetica del presidente Obama, volta a investimenti e incentivi alle energie alternative come l’eolico e il fotovoltaico a discapito dei combustibili fossili.

In effetti i vincoli normativi imposti da Washinghton sono rilevanti, sia in termini di lentezza/prudenza nella concessione dei permessi per la trivellazione, sia a livello di obblighi informativi richiesti sulle quantità prodotte, sia a livello di tassazione ed esclusione da linee di credito privilegiate per i produttori di gas e petrolio. L’accusa di Hamm ad Obama è quella di pretendere la creazione di nuovi posti di lavoro senza – per gli interventi sopra menzionati – facilitare le iniziative e lo sviluppo di progetti di estrazione e produzione petrolifera che inoltre, se realizzati, porterebbero nelle casse dello stato miliardi di dollari sotto forma di royalties.

Se da un lato comprendiamo le ragioni di Hamm sull’indubbio beneficio che, nel breve termine, un trattamento più di favore per le compagnie petrolifere porterebbe in termini di occupazione e gettito fiscale, dall’altro è d’obbligo considerare che la predilezione di Obama per energie pulite e rinnovabili si inserisce in una logica di lungo termine: le riserve di oro nero sono, prima o poi, destinate a esaurirsi e la qualità dell’aria per le generazioni a venire sarà indiscutibilmente migliore se fin da ora la nostra società si adopererà per produrre energia pulita e rinnovabile. 

Crisi dei debiti sovrani: la strategia di Angela

E-mail Stampa PDF

Nel ventunesimo anniversario dell’unità tedesca, celebrata stamani a Bonn a partire dalle 10.00, si delinea sempre più chiaramente la strategia della cancelliera tedesca Angela Merkel nel fronteggiare la crisi dei debiti sovrani della zona Euro.

Dopo la ratifica al Bundestag giovedì scorso dell’ Efsf - il Fondo salva Stati - con garanzie per 200 miliardi di euro a sostegno degli stati dell’Eurozona più in difficoltà, cui seguirà inevitabilmente il dibattito su un’eventuale incremento dell’impegno finanziario tedesco (il presidente e capogruppo del partito socialdemocratico tedesco Spd, Frank-Walter Steinmeier, già non esclude che si possa arrivare a un ulteriore aumento del fondo salva-Stati, contrariamente a quanto voluto dai cristianosociali della Csu, alleati bavaresi della coalizione della cancelliera), la Germania deve gradualmente uscire dallo scomodo, duplice ruolo di salvatrice dell’Europa e castigatrice degli stati indisciplinati. Per limitare esposizione economica e responsabilità di dettare regole di ‘’austerity’’ a stati come Grecia, Portogallo e Irlanda (a cui potrebbero aggiungersi – ahinoi – Spagna e Italia), Berlino guarda alla costruzione di una struttura istituzionale europea che garantisca in maniera rigorosa un governo economico e di bilancio per tutta l’Euro-area, che vada a controllare i conti pubblici dei 17 paesi, che imponga sanzioni pre-determinate a chi esce dai vincoli di bilancio, che restituisca a lungo termine efficienza e competitività a tutti i paesi.

E’ con il metodo ‘’incrementale’’ - fortemente criticato dai detrattori della cancelliera negli ultimi mesi ma foriero di indiscutibili progressi -  che la Merkel intende raggiungere gli obiettivi, passo dopo passo, nella corretta convinzione che la crisi non possa essere superata tutta in un colpo. Del resto la creazione di una nuova architettura economica europea più forte e condivisa, che abbia l’approvazione dei parlamenti nazionali, che sia realizzi attraverso la strada delle riforme e del cambiamento dei trattati europei non può che avvenire in maniera graduale, seppur perseguita con decisione, piuttosto che in maniera impulsiva, radicale e potenzialmente controproducente.

Riuscirà frau Merkel a far dismettere alla Germania gli scomodi abiti di ‘’chioccia’’ dell‘Eurozona, sia a livello finanziario che di ‘’tirate d’orecchie’’? 

Il Pil Usa cresce più delle attese

E-mail Stampa PDF

In un clima non certo di fiducia sui mercati è bello ogni tanto rimanere sorpresi in positivo dai dati macro trasmessi

Come riporta infatti puntualmente l'Adnkronos, il Pil degli Usa nel secondo trimestre del 2011 è salito dell'1,3% rispetto al primo trimestre, secondo la terza stima diffusa poco fa dal Bureau of Economic Analysis, sul suo sito. Il dato è superiore alle attese.

Famiglie italiane, il risparmio è un bel ricordo...

E-mail Stampa PDF

Il potere di acquisto delle famiglie italiane nel secondo trimestre dell'anno è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,3% rispetto al secondo trimestre 2010. Lo rileva l'istituto nazionale di statistica Istat, ripreso da Ansa. Scende la propensione al risparmio delle famiglie: nel secondo trimestre è pari all'11,3%, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 1,2 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2010. L'11,3% è il dato più basso dal primo trimestre 2000 (11,1%).

La flessione congiunturale del tasso di risparmio - spiega l'Istat - è il risultato di una crescita del reddito disponibile (+0,5%) più contenuta rispetto alla dinamica della spesa per consumi finali (+0,9%) espressa in valori correnti. Ugualmente, rispetto al secondo trimestre del 2010, il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti ‚ aumentato del 2,3%, a fronte di una crescita del 3,7% della spesa delle famiglie per consumi finali.

 

Pagina 182 di 182