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17. giugno 2019

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Renzi, jobs act e banche popolari

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Nella crisi greca avvantaggiate le banche francesi, tedesche e olandesi

Di Guido Colomba

Prende forma concreta l'azione del governo Renzi, proprio mentre il "consensus" Ocse (+0,6% nel 2015) ne certifica l'uscita dal tunnel della deflazione. Due gli aspetti di immediata percezione. Il primo, varato oggi dal Cdm, riguarda l'implementation del "Jobs Act"con due decreti attuativi (tutele crescenti, una rete di protezione per chi perde il posto di lavoro, abbattimento nella durata dei contratti a termine). Quest'ultimo punto dovrebbe andare a favore dei giovani. Renzi ha così riassunto la riforma del mercato del lavoro: "Vi è una riduzione importante delle tasse sulle assunzioni; più flessibilità in entrata e più tutele in uscita". Un risultato politico importante poichè racchiude la sfida con i sindacati storici che hanno tentato invano l'arma degli scioperi generali. Intanto, le aziende (Fiat,Telecom, Poste ecc.) tornano ad assumere. Un punto di svolta con grande impatto sul clima di fiducia (e quindi dei consumi interni). Il secondo aspetto della politica economica si riferisce alla riforma, inizialmente molto contestata, delle banche popolari obbligate a rinunciare al voto capitario  (controllato da politici e sindacati) ed a trasformarsi in spa. Che il clima sia cambiato lo dimostra la risposta di Piazza Affari. Dall'annuncio di Matteo Renzi (venerdì 16 Gennaio), la capitalizzazione del settore è cresciuta di 5,8 miliardi, equivalente al doppio del valore di Monte dei Paschi. Tutte le principali banche di credito cooperativo hanno ottenuto rialzi a due cifre (con scambi superiori a 700 milioni di euro). Sono le più piccole (Valtellinese +64,3; Etruria +58,9) ad aver registrato i rialzi più significativi. In termini di analisi tecnica c'era un price/book value pari a 0,4 volte il patrimonio netto rispetto alla media del settore pari a 0,7 volte. Hanno guadagnato tutti, soci grandi e piccoli. Per difendere la "territorialità" del credito popolare ed evitare il rischio che le piccole e medie imprese vengano ignorate da un eventuale acquirente estero, si punta (Assopopolari) ad un compromesso con il governo sul diritto di voto con un limite fra il 3 e il 5 per cento. E' bene ricordare che secondo le agenzie di rating il sistema bancario italiano è solido ma non produce profitti ed è afflitto dai crediti inesigibili e dalle sofferenze (olre 180 miliardi). Ecco perchè la stessa Ocse sembra consigliare il governo italiano a varare una "bad bank". Una formula largamente utilizzata da diversi paesi europei per fronteggiare la crisi dei subprime esplosa nel 2008 ma misteriosamente ignorata dai governi italiani e dalla stessa Banca d'Italia. Eppure la crisi greca ha reso evidenti alcune "curiosità" poco conosciute dall'opinione pubblica. L'esposizione verso la Grecia nel 2009 era fortissima per le banche di Francia (78,8 miliardi), Germania (45,0 miliardi) e Olanda (12,2 miliardi). Le banche italiane erano esposte per 6,8 miliardi. A distanza di sei anni il rischio è passato dalle banche agli Stati: 46,6 mld. per la Francia; 61,7 per la Germania; 13,1 per l'Olanda, ben 40,9 miliardi per l'Italia (27,3 mld per la Spagna). Ecco spiegato l'"asse franco-tedesco" le cui banche, così esposte verso la Grecia, sono state graziate quasi del tutto (108 miliardi su 123). Mentre le economie più deboli in termini di debito sovrano (Italia e Spagna) hanno subito il maggior onere pubblico pari a 68,2 miliardi. I "falchi" sono stati abilissimi... A Bruxelles i ministri finanziari cercano (per la quarta volta in due settimane) la "quadra" per la Grecia. Chi ha tratto vantaggio dalla crisi, come dimostrano le cifre, non può certo rinunciare ad una situazione così vantaggiosa. (Guido Colomba, editor, copyright 2015, edizione italiana).

MERKEL E TSIPRAS

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Il futuro dell'Unione europea dipende da una donna tedesca e da un uomo greco.

SE NON SI METTONO D'ACCORDO l'UNIONE EUROPEA POTREBBE INIZIARE AD ONDEGGIARE COME UNA BARCA NELLA BURRASCA. La barca non affonderà ma potrebbe approdare a nuovi porti. 

 

BASTA TERRESTRI DI SERIE A, B, C, D, ETC!

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Di avaaz

Migliaia di operai lavorano in condizioni disumane, senza possibilità di fuga. Stanno morendo nei cantieri del Mondiale 2022 in Qatar. Un'azienda americana può contribuire a liberarli e noi faremo pressione sulla sua direttrice portando la storia di questa moderna schiavitù direttamente nella sua tranquilla cittadina. La redazione di ifanews si unisce all'appello e invita a firmare la petizione. Gli operai fanno turni massacranti sotto al sole del deserto, senza cibo né acqua, senza potersene andare: migliaia di lavoratori in Qatar sono gli schiavi del nostro secolo. E noi abbiamo un’occasione per liberarli. In uno dei mega-cantieri per il Mondiale di calcio del 2022 muore un lavoratore ogni due giorni. Gran parte di questo progetto da 1 miliardo di dollari lo gestisce una compagnia USA la cui direttrice vive in una tranquilla cittadina in Colorado. Se 1 milione di noi chiederà la libertà di queste persone, andremo direttamente da lei e ogni volta che uscirà di casa, ogni volta che andrà al lavoro troverà il nostro messaggio. Finché non farà qualcosa per mettere fine a questo dramma. Questa stessa tattica, nel giro di pochi giorni, ha spinto Hilton a proteggere le donne contro lo sfruttamento sessuale nei suoi hotel. Uniamoci all'appello per liberare questi moderni schiavi del Qatar: 

https://secure.avaaz.org/it/bloodiest_world_cup_loc/?btlxefb&v=54130

La causa di tutto è la politica del Qatar per i lavoratori stranieri. Li attira con la promessa di un buon lavoro, ma appena mettono piede nel Paese i loro nuovi capi gli sequestrano il passaporto, e cominciano i turni massacranti sotto il sole del deserto a 50 gradi. Senza alcuna possibilità di tornare a casa. Questa azienda statunitense, la CH2M Hill, dice che la colpa delle morti è degli appaltatori e delle leggi locali, ma se volessero basterebbe una telefonata per far subito resituire agli immigrati i loro passaporti. Potrebbero persino minacciare di andarsene dal Paese. Invece stanno approfittando anche loro dei vantaggi di operai a basso costo e fanno finta di non vedere abusi che violano il diritto internazionale. Possono e devono contribuire a mettere fine a questa moderna schiavitù. Spingiamoli a farlo e a coinvolgere altre aziende finché ognuna di queste persone sarà di nuovo libera. Clicca qui sotto per unirti all’appello: appena raggiunto il milione di firme lo consegneremo direttamente all’amministratrice delegata di CH2M Hill, Jacqueline Hinman e non ce ne andremo finché non ci ascolterà:

https://secure.avaaz.org/it/bloodiest_world_cup_loc/?btlxefb&v=54130

GRECIA: DA CHE PARTE STA OBAMA?

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Nei primi giorni di febbraio  Barack Obama sembrava tendere una mano a Alexis Tsipras: "Non si può continuare a spremere paesi in depressione".

A distanza di 15 giorni la posizione pare radicalmente mutata. Si legge che nella guerra tra Grecia e Ue anche Obama si schiera contro Tsipras. 

La Grecia ha proposto di prolungare il prestito di 6 mesi. Berlino rifiuta la richiesta perchè, secondo il portavoce del ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, la lettera di Atene non presenta alcuna proposta di soluzione sostanziale'. 

Il monito di Washington: senza accordo ci saranno «immediate difficoltà» per la Grecia. Non è chiaro se sia un avvertimento amichevole o una minaccia.

Come potrebbe, Tsipras, resistere ad un fuoco che, ormai, è diventato circolare?

GRECIA. ANCORA ESAME EUROGRUPPO

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Botta e risposta tra Varoufakis e Padoan.

Varouufakis  sperava di avere una sponda Italiana per le sue richieste di gestione del debito, non ottenendole,   accusa l'Italia di non volersi esporre contro la posizione tedesca  a causa della sua stessa fragilità e rischio di bancarotta. Padoan replica affermando la solidità dei conti italiani e invita Atene a presentare efficacemente i suoi programmi di rientro all'Eurogruppo. Il PD spinge per una soluzione greca "condivisa" escluso il "muro contro muro".

La Grecia, è tra le priorità del G20 di oggi.
Pare che Tsipras abbia confermato il "no" all'Europa e questo è servito alla speculazione finanziare in cerca di spunti.
Pare, comunque, regnare l'ottimismo sull'idea di una soluzione-ponte per la gestione del debito greco di cui "non abbiamo ancora discusso, ne parleremo all'Eurogruppo" secondo Michel Sapin, ministro francese delle finanze. E' il nuovo compromesso possibile in terra di Istanbul.
Potrebbe essere concesso il finanziamento ponte già chiesto da Atene in cambio di una ulteriore stretta sui controlli della troika. Tempo, in cambio di una ulteriore cessione di sovranità nazionale. Non sembra un grande affare per i greci.

Il ministro delle Finanze tedesco , Wolfgang Schaeuble, ha già intimato: "se la Grecia vuole lavorare con noi, gli serve un programma".

Varoufakis si affretta a promettere che Atene attuerà il 70% delle riforme chieste e definisce un "dovere" per tutti trovare l'intesa.
Anche l'Ocse, con il segretario generale Angel Gurrìa esclude ogni ipotesi di 'Grexit'. Oggi sarà ad Atene per incontrare  Varoufakis e domani Tsipras per un supporto proprio sulle riforme pretese dalla troika.

Sandro Gozi del PD sintetizza la posizione del nosotro Governo: 'Italia "non ha interesse a fare muro contro muro", "Padoan ha il mandato di valutare e tutelare gli interessi nostri e dell'Eurozona" e "Abbiamo interesse a trovare soluzioni che rispettino gli obiettivi e gli impegni, e che tengano tutti attorno al tavolo".

L'ECONOMIA GRECA E' IN GINOCCHIO. A CHI GIOVA?

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Di Paolo Raimondi e Mario Lettieri

Dopo le elezioni politiche, da Atene è partita la proposta di una “conferenza europea sul debito”. Ciò sta determinando un ampio dibattito in tutto il vecchio continente.  La Bce di Draghi e la Commissione europea non possono ignorarla. I fautori del rigore fiscale e dell’austerità senza crescita e senza sviluppo dovranno rivedere il loro approccio.  L’Unione Europea e l’eurogruppo sono di fronte a decisioni che sollecitano profondi cambiamenti di metodo e di politica economica.  La Grecia ha un debito pubblico di 310 miliardi di euro pari a circa il 175% del suo pil. Prima del 2007 era dell’89%. Nella zona euro era del 66% prima della crisi finanziaria globale, oggi si aggira intorno al 93%.  Negli anni passati per salvarsi dalla bancarotta Atene ha chiesto e ricevuto dalla Ue e dal Fondo Monetario Internazionale due bailout per 240 miliardi di euro. In cambio ha dovuto sottoporsi ad una “terapia shock” fatta di tagli dei budget statali, di drastiche riduzioni delle spese pubbliche e di aumenti delle tasse richiesti e imposti dalla Troika.  Di conseguenza oggi l’economia greca è in ginocchio. Dopo 6 anni di compressione economica, gli investimenti sono stati ridotti del 63,5%, la sua produzione industriale è scesa di un terzo, il pil si è ridotto del 26%. La disoccupazione è salita a oltre il 25% della forza lavoro e quella giovanile al 62%.
D’altra parte è noto che dei 240 miliardi di “aiuti” (l’Italia vi ha contribuito con 41 miliardi di euro)  solo il 10% è andato a sostegno della spesa pubblica o del reddito dei cittadini greci. Il resto di fatto è stato una partita di giro. Sono stati acquistati titoli di stato greco detenuti dalle grandi banche private europee ed internazionali che premevano per disfarsene, minacciando quindi di accelerare il processo di bancarotta dello Stato. E una parte è andata a pagare gli interessi sul debito pubblico cresciuti a dismisura. In una simile situazione la cosiddetta ripresa economica non ci può essere, è uccisa ancora prima di iniziare. Riteniamo che sia una scelta suicida sia per  Atene che per Bruxelles. Perciò la richiesta della ristrutturazione del debito greco all’interno di una specifica conferenza europea sul debito è l’unica mossa razionale possibile che va ben al di là del colore politico del  governo pro tempore. Infatti la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo mostrano un grande interesse per tale proposta. Pensiamo che lo debba fare anche il nostro Paese. Anche importanti analisti economici di differenti scuole di pensiero economico, e persino il Financial Times, giudicano la politica europea nei confronti della Grecia completamente fallimentare. Osservano che se fossero concessi nuovi aiuti finanziari, indispensabili per tenere in vita lo Stato e il debito della Grecia, e fossero usati come nel passato, l’economia e la società comunque sprofonderebbero nella palude della depressione.
La Bce sta già acquistando titoli di stato dei Paesi europei nella prospettiva di creare maggiore liquidità per nuovi investimenti nell’economia reale. La stessa banca inoltre potrebbe acquistare sui secondary bond market, i cosiddetti mercati obbligazionari secondari,  titoli di stato, detenuti dai privati, della Grecia e non solo.  Naturalmente ciò comporterebbe una rivoluzione copernicana sia nella Bce che nell’Ue in quanto si potrebbe unilateralmente rinviare indefinitamente le scadenze di tali titoli mantenendo tassi di interesse irrisori. In sintesi Atene chiede un trattamento non dissimile a quello concesso alla Germania dopo la Seconda Guerra mondiale.  Lo si decise alla Conferenza di Londra del 1953 che fu guidata dagli Stati Uniti e coinvolse 20 nazioni, tra cui la Grecia. Alla Germania fu concessa la cancellazione del 50% del debito accumulato dopo le due guerre mondiali e l’estensione per almeno 30 anni del periodo di ripagamento del restante.  Inoltre dal 1953 al 1958 la Germania avrebbe pagato soltanto gli interessi sul debito. Fu concordato in particolare che tali pagamenti non superassero il 5% del surplus commerciale della Germania.
Tale accordo permise all’economia tedesca di ripartire. Il Piano Marshall di sostegni economici fu poi determinate per lo sviluppo dell’economia. Molti Paesi creditori furono interessati a sostenere l’export della Germania permettendole così di pagare i debiti e gli interessi. Naturalmente l’allora geopolitica, che assegnava alla Germania il ruolo di baluardo nei confronti dell’Unione Sovietica, fu decisiva. E’ importante sottolineare che l’Accordo del 1953 affermava di voler “rimuovere gli ostacoli alle normali relazioni economiche delle Germania Federale con gli altri Paesi e quindi di dare un contributo allo sviluppo di una prosperosa comunità di nazioni”. Un concetto che meriterebbe di essere proposto anche oggi per l’intera Europa.

Obama accelera la svolta europea

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Renzi e Tsipras per accelerare il cammino della ripresa. Punto di partenza è la diluizione del debito.

Di Guido Colomba (The Financial Review Year 63n 879)

Obama guida la danza nella denuncia delle diseguaglianze sociali. L'Europa risponde con nuovi volti. Non solo giovani. Anche le parole al Parlamento in seduta plenaria del neopresidente Sergio Mattarella dimostrano che vi sono personalità in grado di raccogliere queste sfide. La finanza speculativa sta regredendo in uno scontro sociale senza precedenti con un cambio della guardia destinato ad incidere da subito sugli scenari geo-politici giunti a un punto di rottura. Lo sganciamento dall'euro del franco svizzero è il primo sintomo di questi cambiamenti. Proprio nel giorno dell'insediamento di Mattarella al Quirinale (con uno splendido cerimoniale da far invidiare Buckingham Palace), l'incontro odierno tra Renzi e Tsipras evita di rappresentare un "asse mediterraneo" poichè il concetto base, come ricorda lo stesso presidente Usa, è quello di dire basta "con i sacrifici imposti a tutti i cittadini" dei paesi debitori ma di cambiare la politica europea. Dall'austerity allo sviluppo accelerando il passo del cambiamento. Solo così si può uscire dallo spettro di una deflazione (gennaio -0,6%) che ricorda i terribili anni '30 del ventesimo secolo. Ecco perchè Atene lancia lo swap sul debito (322 miliardi di cui 40 dovuti all'Italia). Come ha spiegato il ministro greco Varoufakis (insegna economia negli Stati Uniti) Atene intende sostituire con nuovi bond, indicizzati alla crescita, gli attuali titoli di debito e poter così rimborsare i prestiti europei. Mentre il debito verso la Bce (pari a 26 miliardi) verrebbe rimpiazzato da "bond perpetui". Ed ha ripetuto che il governo greco non intende negoziare con la troika (Fmi, Bce e Commissione Ue). Junker, presidente della Commissione, sembra disponibile. Non così la Bce e la Germania. Sta di fatto che Angela Merkel vuole evitare un faccia a faccia con Tsipras prima del vertice europeo del 12 febbraio. Ma l'intesa non può mancare poichè la sua assenza costituirebbe, lo ha ripetuto anche il ministro delle finanze britannico, Osborne, "il più grave rischio per l'economia globale". I sintomi di una nuova bolla ci sono tutti. Non sono concessi nuovi errori. La creazione di moneta (60 miliardi di acquisti al mese da parte della Bce) costituisce uno strumento utilissimo, come ha dimostrato la Fed, se è sorretta da azioni dei governi europei tali da creare un indispensabile clima dei fiducia tra i cittadini. I mega surplus correnti della Germania (il trattato "six pack" vieta attivi superiori al 6% per tre anni di seguito) non aiutano la domanda mondiale. In Europa, come predica Krugman, è la carenza di domanda interna che alimenta la deflazione. L'Europarlamento è ora molto sensibile alla domanda di equità, scambiata per anti-politica, che viene dal basso. Mattarella, con il suo breve discorso, ha indicato di essere dalla parte dei cittadini e dei bisogni sociali. 

Fasten Your Greek Belts - Credit Suisse Economics Research

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A new government is in place and is asking for a new deal. Syriza has won the elections on a strong anti-austerity platform. It is now asking for a full renegotiation of the conditions of the support provided to the country. Some additional debt relief could be granted, but it wouldn't change much for Greece in the coming years. In most scenarios we can think of – lower and later repayments on the existing debt but no default on the IMF and ECB, and no nominal haircut of the loans provided to Greece by euro area governments – the financing gap would be reduced by only a negligible amount. Lowering the primary surplus target could make sense, provided it is used effectively to boost growth. It would put at risk the attainment of the IMF's debt target – "below 120% by the early 2020s" – but that target was arbitrary anyway
and could be re-discussed, we believe. Moreover, if effective in boosting growth, the negative effect on debt dynamics would be limited, as higher growth helps in
reducing the debt ratio. But Greece needs to show it follows common European rules, and also needs to present a clear plan of reforms, likely in the areas where previous governments have failed. First declarations of the government are mixed, to say the least. The decision to increase the minimum wage, the intention to
block at least some of the agreed privatisations, and the coalition with the nationalists "Independent Greeks", set the stage for difficult negotiations.
Markets are in for a bumpy ride and an accident cannot be excluded. Still, we think an agreement will be found eventually, with the Greek government replacing some reforms with others and reallocating the tax burden toward the wealthy – and the Troika relaxing its requests on the speed of debt reduction. A nominal haircut of the debt is politically a "no go" area and would also make little sense financially, as we show in the main text. The ECB's decision to embark on QE and the relaxation of the European fiscal rules decided earlier this month are further supports – for growth and for finding an agreement – in a context of an already rebounding euro
area economy, supported by lower oil prices and the euro depreciation. July 20 is a "hard" deadline for an agreement, in our view. If no deal is stricken by then, the situation could deteriorate significantly – with huge negative consequences first for Greece, but eventually also for the euro area. Even in such a "worst case scenario", we believe that Grexit would not happen immediately and that the country would first go through another round of elections and/or a referendum – likely in a context of capital controls.

Perché il Syriza si è alleato con un partito di destra? Articolo didascalico teso a fare chiarezza.

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Di Francesco Moretti (blog sopravvivere in Grecia)

Dalla formazione del nuovo governo greco non c'è stato italiano con cui ho parlato che non mi abbia chiesto informazioni e chiarimenti sugli alleati di governo di Syriza. Per questo e per altri motivi è con una certa urgenza che vado a scrivere quanto segue. Come tutti oramai sapranno, il Syriza, nonostante lo storico risultato elettorale che ha avuto domenica (ricordo a tutti che ha raccolto più del 36% dei voti), non ha raggiunto quel numero di seggi parlamentari che gli avrebbe permesso di governare in autonomia il paese. La quota di seggi minimi per governare da solo sarebbe stata 151, mentre con il suo 36% dei voti si è fermato a 149. Questo rende indispensabile un alleanza di governo con un altro partito. Ovviamente questa alleanza il Syriza può farla con un partito tra quelli che hanno passato lo sbarramento del 3% e che adesso si trovano rappresentati in parlamento. Oltre al Syriza, che ha come gia detto 149 seggi, si trovano in parlamento Nea Dimokratia con 77 seggi, che come ben sapete è il maggiore partito del governo uscente, Chrisi Avghi, terzo partito con 17 seggi, Potami, con 16 seggi, KKE, con 15 seggi, Pasok, altro partito di governo uscente con 13 seggi, e Anexartiti Ellines, con 13 seggi.  Da quel che ho capito, grazie alle domande e i chiarimenti che i miei concittadini mi hanno richiesto, la grande preoccupazione è sul come sia possibile che il Syriza abbia fatto un alleanza con un partito di destra. Questo lo capisco benissimo perché da italiano riesco subito a contestualizzarlo nell'assetto politico che molto volte ha caratterizzato il mio paese e nel sentimento che tale inutile politica provoca in ogni persona sensibile e speranzosa in un mondo migliore di questo. Penso senz'ombra di dubbio che tutte le preoccupazioni nascono da questo e che tutti gli italiani che hanno sperato in una vittoria del Syriza in Grecia, una volta appresa la notizia dell'alleanza con gli Anexartites Ellines, vedono vanificata la vittoria della sinistra. Tranquillizzatevi, perché non è così. E adesso vi spiego perché. Andiamo però prima a vedere quali altre possibilità avrebbe avuto il Syriza per allearsi con un altro partito. Inizio con il partito che secondo me ogni italiano non ben informato avrebbe pensato utile e probabile per un alleanza col partito di Alexis Tsipras, il partito comunista greco KKE.
 È chiaro che se non lo si conosce, si è portati a pensare che due partiti di sinistra, specialmente in questo tremendo scenario di crisi, siano portati naturalmente a collaborare per opporsi alle politiche neo-liberiste che hanno affossato il popolo greco fino ad oggi. Invece no. Per chi non ne è a conoscenza, è bene che sappia che il KKE è un partito retrogrado e conservatore, i propri militanti sono più vicini a degli adepti di una setta che a dei compagni. Si fa fatica a parlarci, e quando veramente con fatica riesci a farlo, ti accorgi che sono conservatori, nazionalisti, attaccati alla tradizione e ottusi. Il loro comunismo si manifesta in una piatta teoria economica che sembra essere fuori da ogni contesto. Non hanno fatto un millimetro di evoluzione culturale e ancora oggi sono omofobi e proibizionisti. Il loro elettorato, non si distingue affatto dalle scelte sociali degli altri, specialmente quando queste scelte potrebbero in qualche modo caratterizzarli come diversi dalla massa. Per fare un esempio, quasi nessuno di loro rifiuta i riti della religione ortodossa, quindi battezzano i propri figli, si sposano in chiesa e così via, vedono cioè nella religione una tradizione popolare e quindi non la mettono in discussione perché...è importante essere vicini al popolo. Forse tra tutte è il nazionalismo la loro piaga peggiore anche se è veramente difficile scegliere. Si identificano ancora con Stalin e non hanno nessun rapporto con gli altri partiti comunisti di Europa. Nel parlamento saranno quindi all'opposizione e come ho già scritto in un articolo precedente, sicuramente sperano che questo governo cada e che ne torni un altro come quello di Samaras, per tornare ad avere un senso come partito. La loro logica sembra essere "tanto peggio, tanto meglio". Prima delle elezioni, Alexis Tsipras aveva aperto al KKE per un eventuale appoggio ad un governo di sinistra e il loro capo ha respinto ogni ipotesi in merito, rispondendo con acida ironia. Nea Dimokratia è il partito di Samaras e insieme ai socialisti del Pasok di Venizellos non li prendo neanche in considerazione. Ciò che dovevano fare al governo l'hanno già fatto con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Per i nazisti di Chrisi Avghi, neanche perdo tempo a dire perché il Syriza non può collaborarci.

Rimane il Potami. Chi sono? Sono un nuovo partito che sono stati fondati negli ultimi mesi per contrastare l'ascesa del Syriza. Hanno alla guida un giornalista che proviene da uno dei canali privati più sputtanati. Con grande aiuto dei media hanno avuto un relativo buon risultato elettorale.
 Sono fondamentalmente di destra, specialmente per i temi che riguardano l'economia, sostengono il memorandum e ritengono che la Grecia debba seguire la strada imposta dalla Troika in tutto e per tutto. Vedendo il loro elettorato e alcuni dei loro candidati, a noi italiani, ci viene immediatamente in mente un giovane e rampante politico toscano, di cui adesso mi sfugge il nome, ma che è noto per essere un fighetto che si diverte a farsi i selfie con il telefonino. La loro politica è caratterizzata dall'apolitica, l'unica cosa positiva che posso vedere in loro è che pur essendo di destra, appartengono a una destra liberale che si differenzia da quella di Nea Dimokratia perché non è cosi bigotta, fanatica e fascista.

Rimangono gli Anexartiti Ellines, capitanati da Panos Kammenos. Sono coloro che con i loro 13 seggi sosterranno il governo Syriza. È vero che sono di destra, anche se non tutti. Questo non lo si può negare ed appare evidente soprattutto quando ci troviamo davanti alle questioni relativa alla religione, al nazionalismo etc... Bisogna però dire che riguardo alle questioni economiche hanno avuto una posizione molto chiara da subito. Sono contro il memorandum e proprio su queste questioni si sono da tempo divisi da Nea Dimokratia. Sono fino ad ora stati all'opposizione e sono gli unici che da principio hanno dichiarato apertamente che avrebbero collaborato con il Syriza. In Europa, così come stanno le cose, ovviamente la stampa e la televisione hanno interesse ha presentare questo nuovo governo come un potenziale fallimento, come un ibrido e quindi assomigliante a tante altre schifezze che vedono insieme centro destra e centro sinistra. Ciò che probabilmente si teme di più è l'effetto Grecia. Cioè un'ondata di ottimismo, un cattivo esempio che dimostri ad altri popoli d'Europa che l'austerity non è l'unico modello possibile da seguire. Voglio sottolineare che la Grecia è un paese di destra. Anche se le percentuali di voti che il Syriza ha ricevuto lo hanno portato ad essere il primo partito, bisogna considerare che in queste elezioni sono stati tanti gli elettori di destra che hanno votato sinistra perché stanchi e delusi dalla tremenda politica di Samaras. Inoltre tutti gli altri partiti sono più o meno assimilabili alla destra, con punte di eccezione come Chrisi Avghi che ha raccolto il 6,28% di voti. Sono tanti, troppo per un partito che si ispira al nazismo. Questo non è ancora tutto, pensate che si stima che almeno il 60% della polizia sia attualmente simpatizzanti di questo partito e così è per l'esercito. Questo forse, vi fa capire un po' meglio la situazione e vi fa capire anche che questa gentaglia non è per niente contenta di come siano andate le cose a queste elezioni. Considerate inoltre la ricca tradizione di colpi di stato che la Grecia si porta dietro e gli interessi dei poteri forti Europei (democratici solo a parole) che potrebbero incentivare queste spinte reazionarie. Non dimenticate inoltre che la Grecia si trova da sempre in una sorta di guerra fredda con la Turchia, che ha avuto notevoli e annose questioni con la Macedonia e che far aumentare la tensione in questa area geografica potrebbe essere una delle tecniche usate per ricattare la Grecia. Detto questo, penso che sia più chiaro per tutti che una componente di destra, con cui il Syriza può collaborare su molti temi economici e che si è rivelata fino ad ora abbastanza aperta a digerire le differenze culturali con la sinistra, possa servire a gestire un po' meglio quella parte di Grecia bigotta e ipocondriaca. Un ministro della difesa che proviene dall'area degli Anexartiti Ellines saprà sicuramente parlare e relazionarsi con quelle aree ostili alla sinistra, riducendo al minimo possibile l'attrito. Infine ricordiamoci che il Syriza ha 149 parlamentari e gli Anexartiti Ellines 13.

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