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DAVIDE SERRA NON RAPPRESENTA LA FINANZA ITALIANA

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Roma, 27 ottobre 2014

 

DAVIDE SERRA NON RAPPRESENTA LA FINANZA ITALIANA

Saverio Berlinzani (Presidente Aprimef) prende le distanze dalle dichiarazioni del finanziere Serra in merito al diritto di sciopero della pubblica amministrazione.

 

Il noto finanziere Davide Serra, intervistato a margine dell'incontro tenutosi alla LEOPOLDA, ha fatto parlare di sé incendiando il dibattito con i sindacati: avrebbe infatti affermato che sarebbe il momento di porre un veto al diritto di sciopero nel pubblico impiego. Ovviamente i Rappresentanti dei lavoratori si sono scagliati immediatamente contro queste dichiarazioni puntando il dito verso tutto il settore finanziario, come se Serra lo rappresentasse.

Innanzitutto è bene ricordare che, come confermato da vari organi di stampa, Davide Serra “è quel finanziere che gestisce il Fondo Algebris, con sede a Londra, che controlla anche Algebris Investments (Cayman) Ltd, una società di proprietà dallo stesso Serra con sede alle isole Cayman. Questa società, a detta del finanziere, verrebbe utilizzata solo come veicolo legale per gli investitori da tutto il mondo, in modo che non debbano pagare più volte le tasse sugli stessi investimenti".

Inoltre, è altrettanto facile riscontrare che da sempre il noto finanziere ha spinto per l'incremento delle imposte sui risparmi dal 20% al 26%.

La nostra associazione APRIMEF vuole sottolineare che Davide Serra non rappresenta affatto il mondo finanziario italiano e che siamo assolutamente contrari a questa sua ultima affermazione, che vorrebbe mettere un veto su un così importante diritto sancito dalla costituzione.

Il rischio a cui andiamo incontro ora è che, come al solito, si prendano di mira i piccoli investitori e risparmiatori, paragonati dal mondo politico/sindacale agli speculatori d'assalto e Hedge Fund! Si eviti pertanto di strumentalizzare queste dichiarazioni che non rappresentano le opinioni, le idee, tantomeno gli interessi dei piccoli investitori e risparmiatori italiani, danneggiati già in passato da simili proclami.

APRIMEF sostiene la crescita economica del paese, ma al contempo il mantenimento dei diritti dei risparmiatori, così come quelli dei lavoratori, tutti sacrosanti e presenti in costituzione. Questo non significa che nella pubblica amministrazione non debbano essere apportati dei miglioramenti in termini di efficienza, ma nulla a che vedere con i principi fondamentali della democrazia.

 

 

 

                                                                                 

AVEDISCO: LA VENDITA DIRETTA CONQUISTA SEMPRE PIU’ LA FIDUCIA DEGLI ITALIANI

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Milano, 23 ottobre 2014 - Con un fatturato di quasi 419 milioni di euro nel primo semestre del 2014 e un aumento del 2,19% rispetto allo stesso semestre del 2013, la vendita diretta continua ad affermarsi come uno dei business più dinamici nel panorama lavorativo nazionale, un sistema distributivo apprezzato e prediletto da molti italiani. Contrariamente da quanto emerge dai dati dell’ultimo Outlook Italia Confcommercio-Censis, secondo i quali la capacità di consumo degli italiani rimane esigua e all’insegna della prudenza, continua il trend positivo delle Aziende Associate, in particolare del comparto “Alimentare nutrizionale”, già registrato nel primo trimestre 2014, che raggiunge un fatturato di oltre 175 milioni di euro e un aumento del 13,20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “Cosmesi e accessori moda” e “Casa e beni di consumo” si confermano tra i comparti più floridi, rispettivamente con un introito di quasi 139 milioni di euro e oltre 48 milioni di euro. Il miglioramento più rilevante, con una crescita del 17,04%, è rappresentato dal settore “Tessile”. L’affidabilità e le competenze degli Incaricati alle Vendite AVEDISCO vengono premiate sul mercato nazionale, conferendo al settore sicurezza e qualità; sempre più persone scelgono questo modello di business intraprendendo un percorso di crescita formativa e professionale o prediligendo il canale come modalità di acquisto. L’aumento del 3,85% di valore occupazionale, con quasi 330 mila Incaricati alle Vendite nel primo semestre dell’anno, si mostra in controtendenza in riferimento ai dati nazionali.   “I risultati raggiunti ad oggi in termini di fatturato e valore occupazionale rappresentano un importante incentivo per continuare la nostra attività con l’entusiasmo e la professionalità che ci contraddistinguono”, ha commentato Giovanni Paolino, Presidente AVEDISCO. A fronte dell’attuale situazione del mercato del lavoro italiano, la consapevolezza che la Vendita Diretta sia un punto di riferimento per molti giovani alla ricerca di un’occupazione, è per noi una grande responsabilità e conferma dell’eccellenza del nostro lavoro”.

Dal 1969 AVEDISCO è la prima Associazione in Italia che rappresenta le più importanti realtà industriali e commerciali, italiane ed estere, che utilizzano la vendita diretta a domicilio per la distribuzione dei loro prodotti/servizi.  A livello internazionale AVEDISCO è membro effettivo di Seldia (Associazione Europea della Vendita Diretta) e di WFDSA (Federazione Mondiale delle Associazioni di Vendita Diretta). 

"La forte correzione dei mercati azionari non è giustificata dai fondamentali"

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Dopo il rimbalzo tra la fine di agosto e l'inizio di settembre, i mercati azionari hanno subito un  calo significativo da metà settembre. Come va interpretata questa correzione? Può essere spiegata innanzitutto alla luce di una serie di fenomeni di natura diversa: il rallentamento dell’economia tedesca, fattore sorpresa che tuttavia non rimette in discussione la ripresa dell'Eurozona; la difficile situazione geopolitica, segnata dal virus dell'Ebola e dalle tensioni con la Russia; le informazioni meno precise del previsto fornite dalla BCE durante la sua ultima riunione; un'interpretazione negativa delle ultime statistiche americane e, per concludere, le recenti incertezze legate alla Grecia, che sembra voler uscire dal piano di aiuti pur non essendo ancora completamente sicura di essere in grado di rifinanziarsi sui mercati. Una crescita mondiale che resta stabile Il calo delle borse ha riguardato in particolare l'Eurozona, che ha quindi sottoperformato, e i valori ciclici, alcuni dei quali sono crollati. Allo stesso tempo, i tassi di interesse core hanno subito una nuova contrazione e soprattutto i prezzi del petrolio hanno perso il 25% nel giro di qualche mese portando alcuni osservatori a pensare che la congiuntura mondiale fosse in pericolo. Nonostante tutto questo, è il caso di cedere al pessimismo? I mercati hanno sovrareagito, poiché il ritmo di crescita a livello mondiale resta al 2,5-3% e gli ultimi dati relativi alla produzione industriale nei Paesi oltre Atlantico non indicano una diminuzione della crescita. In Europa alcuni dati, soprattutto in Germania, sono stati particolarmente deludenti, ma questo dipende in parte da fattori stagionali e dalla questione russa. Ci aspettiamo quindi che le pubblicazioni dei dati del quarto trimestre rivelino dei segnali opposti. Oltre Reno infatti, la disoccupazione resta molto bassa, i redditi sono in aumento, continua la creazione di posti di lavoro e la situazione di bilancio è molto solida. La diminuzione del prezzo al barile può sembrare ad alcuni un indicatore di stress. Tale diminuzione non ha ancora prodotto i suoi effetti positivi: può dar luogo in particolare a un incredibile aumento del potere d'acquisto delle famiglie, soprattutto americane. Allo stesso modo, la politica monetaria molto accomodante annunciata dalla BCE non è ancora stata effettivamente avviata. La seconda operazione TLTRO, che partirà nel prossimo dicembre, sarà ancora più massiccia della prima e i futuri riacquisti di ABS dovrebbero rafforzare ulteriormente il miglioramento delle condizioni di credito dell'Eurozona constatate negli ultimi mesi. Inoltre, la debolezza dell'euro non si è ancora tradotta nei risultati delle imprese esportatrici. D'altronde, avrebbe potuto penalizzare le economie europee facendo aumentare il costo dell’approvvigionamento energetico, ma è stata invece più che compensata dal calo del prezzo del petrolio. Infine, l'edilizia, le cui difficoltà hanno fortemente pesato sulla crescita in Francia e più recentemente in Germania, ha ormai raggiunto un punto di minimo.

Fattori tecnici

La situazione macroeconomica, che giustificava la correzione dei mercati nel periodo 2008-2011, non è sufficiente per spiegare la portata dei movimenti osservati recentemente. Sono infatti entrati in gioco dei fattori di ordine più tecnico. Gli hedge fund e i trading desk delle banche di investimento, che si erano concentrati in massa sulle azioni europee all'inizio dell'anno, hanno ridotto rapidamente le proprie posizioni. Tali flussi speculativi hanno convinto gli investitori finali a minimizzare i propri rischi riducendo l'esposizione a questa classe di attivi. Gli investitori americani in particolare, hanno subito delle conseguenze doppiamente negative a causa della flessione dei valori europei coniugata alla flessione dell'euro. Di conseguenza, la contrazione degli indici europei al livello di un anno ha determinato un miglioramento in termini di valorizzazioni, oggi interessanti sia da un punto di vista storico sia realizzando confronti internazionali: il rapporto prezzo/utili dell'Euro Stoxx 50 si attesta a 12,5 volte gli utili attesi per i prossimi dodici mesi ed è inferiore del 25% al livello del 2007. La crescita degli utili delle imprese, anticipata dal consenso al 6% nel 2014, dovrebbe essere sostenuta dalla debolezza dell'euro, che potrebbe permettere una crescita del 4-5% alle imprese esportatrici nel prossimo trimestre. Il premio al rischio è stata oggetto di un sensibile miglioramento, come mostra il livello del tasso di dividendi del 3,5%, da confrontare con i tassi lunghi tedeschi allo 0,8% e sui 5 anni, perfino allo 0,15% in Germania o allo 0,35% in Francia. 

Opportunità, in particolare sui ciclici

L'aumento della volatilità rappresenta una forte tentazione a vendere per alcuni investitori che non possono sostenerla, ma ritornare troppo tardi sulle azioni potrebbe rivelarsi doloroso. Dal 2009, il processo di ripresa dei mercati è effettivamente laborioso. Continua a essere caratterizzato da shock regolari, come nel 2011 con le tensioni sui mercati che hanno messo in discussione la solidità dell'Eurozona, nel 2012, prima del rassicurante "Whatever it takes... " di Mario Draghi, poi ancora nel 2013, con l'annuncio del tapering della FED. La recente correzione borsistica crea numerose opportunità; siamo infatti convinti che l'Eurozona stia riducendo i propri disequilibri, stia risanando le proprie finanze pubbliche e che quindi abbia intrapreso il cammino della ripresa. I periferici hanno migliorato i fondamentali e sono molto meno sotto pressione. In tale contesto, i valori ciclici, che sono stati particolarmente colpiti da questa inversione di tendenza, appaiono più interessanti. Tali valori però, seppur in un contesto di crescita debole, perseguono ancora lo sforzo di ristrutturazione per migliorare la leva operativa. Dal canto suo il settore bancario, che aveva resistito piuttosto bene nel contesto del miglioramento dei periferici, ha corretto negli ultimi giorni per effetto delle inquietudini relative alla Grecia. Siamo tuttavia convinti che nelle prossime settimane trarrà beneficio dalla minore intensità degli interrogativi sul suo stato di salute, alla luce dei risultati dell'Analisi della qualità degli attivi e degli stress test che saranno pubblicati il 26 ottobre dalla BCE. Tutti questi elementi giustificano quindi la nostra preferenza per le azioni e più particolarmente per le azioni europee.

* Didier Bouvignies, Philippe Chaumel - General Partner e Co-responsabili della gestione di Rothschild & Cie Gestion

À Taïwan, Ma Ying-jeou appelle la Chine à «marcher» vers la démocratie

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LE FIGARO - 22 OTTOBRE 2014

Le président taïwanais a exhorté Pékin à progresser vers un modèle plus démocratique de développement, tout en réitérant son soutien au mouvement de contestation à Hongkong.

Forte attacco dei lobbisti contro l'Italia

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Di Guido Colomba

lob-VS-ita(The Financial Review Anno 52 n.860)

La clientela "private" è stimata in 980 miliardi mentre i patrimoni gestiti sono pari a 490 miliardi di euro. Inoltre, secondo un rapporto di JP Morgan le imprese italiane hanno debiti (banche e bonds) per circa 100 miliardi di euro. Dunque, vi è spazio per investimenti privati.

L'Italia con l'1% della popolazione mondiale, detiene il 6,3% (8500 miliardi) della ricchezza privata complessiva tanto da superare il PIL nazionale di 5,6 volte. Le banche sono inondate di liquidità e danno zero interessi ai depositi. Sarà bene che la Commissione europea si adegui rapidamente a queste cifre. La manovra del governo Renzi, stimata in 30 miliardi, è assolutamente compatibile con la ricchezza del Paese. Renzi ha capito che non può perdere l'autobus della ripresa anche perchè questa crisi, oltre alle ben note ragioni interne incentrate su corruzione e burocrazia (il caso dei miliardi non spesi a Genova lo conferma) ha suscitato forti appetiti all'estero. E' già accaduto nel 1996-98. L'obiettivo dei poteri forti internazionali è acquistare le "perle" (Eni, Enel, Finmeccanica, ecc.) dell'economia italiana a basso prezzo.

C'è da domandarsi se lo scontro tra Renzi e Cottarelli - l'uomo della spending review tornato al Fmi- non trovi origine proprio da questa divergenza di vedute. Non è questione di publico o privato come sostengono alcuni interpreti di un liberalismo di comodo. Il caso Parmalat insegna: fu acquistata dai francesi di Lactalis acquisendo oltre al gruppo industriale anche una "cassa" superiore al miliardo di euro tra l'indifferenza della classe politica e degli alti burocrati di via Nazionale (altro che predicare sul ruolo dei fondi pensione...). Questi fatti dimostrano che l'Italia è si in grave crisi ma solo perchè c'è una classe politica dove prevale da anni un clima di corruzione e di ignavia e un gruppo di alti burocrati che, con chiaro stile gattopardesco, controllano tutto e godono di privilegi (stipendi e incarichi) inimmaginabili nei paesi avanzati dell'Occidente. Non a caso siamo ancora in attesa di decreti attuativi relativi a molti provvedimenti del governo Monti e del governo Letta. Renzi , giovandosi della esperienza di sindaco di Firenze, sta sparigliando le carte seminando il panico tra i lobbisti di professione.

Non si può non essere d'accordo con Renzi quando egli afferma che il ventaglio di riforme (compresa la giustizia civile e amministrativa) è essenziale per far funzionare il Paese ed ha citato l'esempio di Genova dove il Tar ha di fatto bloccato, accogliendo i ricorsi di chi perdeva le gare di appalto, quasi tutti i cantieri. Vi sono al tempo stesso fenomeni allarmanti che hanno nel Corriere della Sera la punta di diamante. Gli attacchi, avviati dallo stesso De Bortoli (in uscita tra pochi mesi) contro Matteo Renzi si sono intensificati e guarda caso, coincidono con i "rumors" che parlano di una possibile e imminente caduta del governo. La storia si ripete. Vi sono gruppi in Italia ben legati agli interessi esteri che non vogliono la ripresa del Paese nè auspicano cambiamenti nella capacità decisionale della politica e della burocrazia.

Si può certamente obiettare, come ha fatto ieri Barroso (presidente uscente della Commissione), che il debito pubblico italiano non è imputabile alla Merkel nè agli appetiti esteri. Ma è sotto gli occhi di tutti come la Francia goda di ben altro trattamento pur avendo un deficit del 4,4% e un debito pubblico che oramai si approssima al 100% del Pil. Certo, è evidente che per la Banca d'Italia non è facile sganciarsi dalla pluriennale ottica filotedesca e filoBruxelles. Ma siamo arrivati alla fase della verità. Sono anni che la Fed invoca un cambiamento europeo (criticando pesantemente Berlino) a favore di una politica industriale basata su investimenti e incentivi pubblici. Anche Londra ha seguito la stessa strada americana e, ad agosto, la disoccupazione è scesa al 6%,il livello più basso dal 2008. In effetti, sembra di essere tornati ai tempi di Blair, cui non a caso si ispira Renzi: detassazione sul lavoro e semplificazione del Paese in tutti i settori.

La ruota sta già girando. Ieri il Sole-24Ore ha indicato nei primi nove mesi 2014 una ripresa del 68% (22,4 miliardi) per i bandi di lavori pubblici. Con la legge di stabilità si tagliano tasse per 18 miliardi. Sono solo annunci? Eppure l'economista Giavazzi da due anni predica queste misure con cifre ancora più consistenti dando per scontata l'approvazione europea. Solo wishful thinking?

(Guido Colomba, direttore responsabile, copyright 2014, edizione italiana)

Il re è nudo. Occorre rilanciare l'Europa

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Di Guido Colomba

(The Financial Review, Anno 52 n. 858) Il re è nudo.

Il vertice Ue sul lavoro può assumere molti significati. Per Matteo Renzi è la cartina del tornasole non a caso preceduta dalla convocazione dei Sindacati e di Confindustria e dal passaggio al Senato del Jobs Act.

C'è solo da sperare che le sortite del governatore Visco (sul Tfr in busta paga con i soldi europei) non siano analoghe a quelle di Tajani e Passera. Il commissario europeo, già ai tempi del governo Monti, sostenne che i debiti delle PA, stimati da Bankitalia in oltre 70 miliardi, si potevano pagare senza problemi di bilancio. Poi, due anni dopo, si è scoperto che i pagamenti fatti (circa 34 miliardi come flusso di cassa) hanno puntualmente aumentato il debito pubblico.

Quanto all'ex ministro ed ex banchiere Passera è ben nota la sua proposta di spendere ai fini della crescita dai 200 ai 400 miliardi, a suo dire, tutti disponibili. Ma anche in questo caso l'Italia rischia addirittura di perdere (salvo trattative speciali con Bruxelles) i Fondi europei per la ben nota incapacità di regioni ed enti locali a progettare e spendere queste disponibilità finanziarie.

Sul tavolo delle crisi europea vi è il problema delle riforme. Ed è calato il sipario che solo Renzi (non certo i Sindacati e Confindustria) sta cercando di rialzare. Galli della Loggia (re: Corriere 6 ott.), nel notare che persino il forte europeismo di Monti e Letta ha fallito sulle riforme, attribuisce alla Corte costituzionale "l'abdicazione nazionale" a favore dell'Europa grazie a "un'interpretazione capziosa dell'art.11 della Carta". Una gigantesca dismissione di ruolo che ha esonerato la casta politica italiana dal dovere di varare le necessarie riforme strutturali.

Al contrario, la Corte costituzionale della Germania federale continua a svolgere la sua funzione di cane da guardia a tutela della sovranità e degli interessi dei cittadini tedeschi. E' una tesi suggestiva che può spiegare il precipitare della crisi europea. L'implosione è sotto gli occhi di tutti. La Bce ha cercato di mediare con i "falchi" della teuto-zona ma non c'è riuscita (i mercati hanno subito capito che il bazooka Tltro e Abs avrà un impatto limitato sull'economia reale).

A Bruxelles opera una costosissima burocrazia che legifera e regolamenta senza consultare i cittadini europei. E' l'esproprio della sovranità denunciato da Galli della Loggia. Alla lunga sette anni di crisi ininterrotta hanno messo a nudo l'inutilità del "fiscal compact". Coloro che ne sono autori (tra essi lo stesso Draghi) sanno che è un tunnel senza uscita. Anche gli "stress test" (senza “eurobonds” e senza una "bad bank") nei confronti delle maggiori 130 banche europee, giungono tardi e male dopo un "credit crunch" che solo per l'Italia si misura, a partire dal 2011, in oltre 89 miliardi di euro. Una situazione che preoccupa molto la Casa Bianca specie in una fase di grandissima difficoltà geopolitica.

La speranza è affidata a questo giovane leader italiano, Renzi, che vuole riformare l'Europa insieme all'Italia. Proprio i numerosi ostacoli che il premier italiano incontra nel varo delle riforme annunciate accentua l'appoggio solidale di Washington. Forse, questa l’ipotesi, da questo serrato confronto sia interno che europeo, potrà emergere la bozza di un "New Deal" che possa rilanciare tutto l'Occidente dando semaforo verde alla trattativa di una vera zona di libero scambio tra le due sponde dell'Atlantico creando milioni di posti di lavoro.

(Guido Colomba, direttore responsabile, copyright 2014, edizione italiana) .

Fonte: (R.F. La Rassegna Finanziaria Anno 52 N° 858, 7/10/2014 ore 17:55)

 

Eurozona

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A cura di Claudio Barberis, Head of Asset Allocation MoneyFarm.com

altGli ultimi due mesi sono stati interessanti per chi investe in Eurozona.

Sono usciti dati macroeconomici in media negativi. È stata nominata la nuova Commissione Europea inconseguenza delle elezioni di primavera. La BCE ha messo in atto ulteriori misure volte a combattere una disinflazione continua e un mercato del credito che non decolla. Il referendum per l’indipendenza della Scozia, nonostante il risultato abbia confermato lo status quo, ha ricordato alle popolazioni e alle classi politiche europee che nessuna unione è per sempre.

Dal punto di vista dei mercati, in estate si è vista una netta sotto-performance degli indici azionari europei rispetto
a quelli statunitensi e del resto del mondo. I dati negativi di crescita nel secondo trimestre hanno gettato un’ombra
su una ripresa che già non si presentava come brillante. Dati fiscali peggiori del previsto in Francia e una
produzione industriale che tira il fiato in Germania hanno aggiunto incertezza; non sono mancati i soliti moniti da
OCSE, Fondo Monetario e BCE sulle scelte di politica economica in Italia.
Il titolo di stato tedesco ha segnato nuovi minimi pluridecennali di rendimento a scadenza e gli investitori oggi si
devono accontentare di comprare titoli di stato francesi e tedeschi a due anni che offrono rendimenti nominali
negativi.
Le tensioni geopolitiche in periferia (Ucraina, Medio Oriente) potrebbero completare il quadro di una situazione
pronta a trasformarsi di nuovo in una valanga.
Sarebbe facile con questi presupposti sviluppare una visione di mercato negativa per il prossimo trimestre.
In realtà i mercati azionari europei nell’ultimo mese sono tornati a salire, gli spreads sui titoli di stato periferici a
scendere e il settore delle obbligazioni societarie ha dimostrato una buona capacità di tenuta.
Come investitori, l’Eurozona è da anni un’area difficile. Il potenziale è alto considerando la lunghezza e
complessità di una crisi che ha generato un gap rispetto agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e anche recentemente
al Giappone. Va però capito quanto questo gap possa essere recuperato e con che tempistiche.
Negli ultimi anni, a ben guardare, un percorso è stato fatto dalle istituzioni e dalla politica europea. È stata domata
la fase più acuta della crisi sui debiti sovrani: anche se da un punto di vista fiscale la situazione ancora non è
sana e i debiti di molti Stati continuano a crescere leggermente, molto si è fatto per evitare la spirale negativa che
nel 2011-2012 si era tradotta in una crisi di liquidità.
Anche le recenti misure decise dalla BCE, tra cui il TLTRO, si collocano come continuazione di una strategia che
ha inizialmente avuto come obiettivo la stabilizzazione dei debiti pubblici e che ora sta spostando il proprio target
sul mercato del credito privato. Pur considerando la lentezza e le complessità burocratiche delle istituzioni
europee, il problema del debito sovrano in Eurozona è stato maggiore, proprio perché per la prima volta nella storia dell’Unione la BCE ha dovuto affermarsi come lender of last resort, ruolo che gli investitori non hanno
messo in dubbio per Fed, Bank of England o Bank of Japan.
L’azione sul mercato del credito attraverso TLTRO e altre iniziative, ha come utile conseguenza anche un effetto
di indebolimento dell’Euro rispetto alle principali valute globali. Anche in questo caso, la BCE si sta muovendo su
una strada nuova e diversa da quella percorsa da altre banche centrali, arrivando implicitamente ad agevolare il
ruolo di “funding currency” per l’Euro.
La debolezza dell’Euro è probabilmente la maggior novità degli ultimi mesi e può avere un impatto tutt’altro che
secondario. Dal secondo trimestre 2014, dopo anni di contrazione, gli utili delle imprese dell’area Euro sono
tornati a crescere: la debolezza dell’Euro potrebbe fare da volano ad una ripresa del settore privato che sembra
appena agli albori.
In generale, i mercati secondo alcuni riflettono la sintesi di quello che gli operatori pensano, per cui la recente
forza delle azioni europee potrebbe essere il segno che qualcosa sta veramente cambiando. Secondo altri, i
mercati sono da anni influenzati in modo esogeno da una mano ben precisa, quella delle banche centrali, con la
conseguenza che i prezzi attuali non riflettono la vera situazione dell’economia.
La complessità della crisi in Eurozona ed il potenziale che racchiude in termini di crescita inespressa confermano
a nostro avviso che in ogni caso vale la pena tener d’occhio la situazione e non sottopesare l’area.
 

Bce, un bazooka di difficile accensione

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alt(The Financial Review, anno 52 n. 854) Il bazooka della Bce è a scartamento ridotto. L'austerity di Angela Merkel resta in piedi e gli effetti della prima tranche TLtro di 400 miliardi, purtroppo, saranno molto meno incisivi delle aspettative poichè le banche sono impedite da regolamenti vessatori e l'eurozona non è riuscita in otto anni nemmeno ad inventare una "bad bank". L'Europa con il 7% della popolazione, il 25% del PIl mondiale e il 50% del welfare, resta un'area in crisi. Con il grande problema delle "diseguaglianze" (dove gli Usa sono al primo posto come ha spiegato da tre anni lo stesso Buffet). Per Renzi, finita la luna di miele, è giunto il tempo delle decisioni impopolari che ovviamente fanno perdere consenso. Il sintomo più eloquente dei primi sei mesi di governo di Matteo Rrenzi, è dato dal "ricambio" in atto della sua squadra. Quella attuale non funziona poichè è dominata dalla più grande lobby del Paese, quella degli enti locali. Al suo arrivo Renzi ha trovato qualcosa come 700 decreti attuativi ancora da presentare. In pochi mesi sono scesi a 500 come ha precisato Del Rio. Nel frattempo, di pari passo con le nuove misure, tornano ad aumentare i decreti attuativi. In pratica è tutto fermo pochè i grandi burocrati non mollano la presa. L'Europa non può risolvere il problema. A confermare la portata limitata della Bce è il commento di Franco Bassanini, presidente di Cdp, che propone un fondo speciale (per mitigare i rischi delle banche che assorbono capitale) riservato alle infrastrutture lasciando capire che la proposta di Juncker (300 miliardi di investimenti), in assenza di corsie preferenziali (hair cut), rischia di rimanere lettera morta. Vi è poi la novità macroeconomica secondo la quale la fonte della crisi sono i debiti delle famiglie. Secondo questa tesi si sta facendo lo stesso errore degli otto anni successivi al 1929: "Il venditore non perde mentre il compratore insolvente blocca tutto il ciclo economico". Se così fosse è evidente che l'austerity non fa che peggiorare le cose. Non a caso nel dopoguerra l'Europa si è risollevata con il piano Marshall che ha ridato fiato e speranza alle famiglie. Sbaglia però la nostra classe politica a pensare che con i soliti sotterfugi (irrinunciabilità dei diritti acquisiti, ammortizzatori sociali molto generosi ecc.) si possa continuare a far finta di niente. Il Paese da troppi anni vive al di sopra dei propri mezzi con il debito pubblico in continua ascesa. Di qui la micidiale parabola del falco finnico Katainen: "C'è la diagnosi del medico, avete le medicine ma non le prendete....Così non si va da nessuna parte". Le cifre parlano chiaro. Il "credit crunch" in Europa vale 573 miliardi dei quali 89 solo per l'Italia. E' evidente che la doppia manovra della Bce (Tltro e Abs) in partenza tra tre giorni, non potrà dare risultati apprezzabili se non nel medio periodo (quattro anni). L'impatto dei prossimi sei mesi può essere stimato al 10-15%. Non a caso il governatore Visco, al termine della tre giorni di Milano (Ecofin compresa), ha sentenziato: "L'Italia torna a casa con i suoi problemi". E' come il serpente che si morde la coda. Solo la Fed di Janet Yellen sta mantenendo i suoi impegni consentendo il rafforzamento del dollaro sull'euro offrendo una ciambella di salvataggio all'export europeo già in ansia per le ritorsioni di Putin. (Guido Colomba, direttore responabile, copyright 2014 - ediz. italiana)

 

Le nuove misure della BCE

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altLe nuove misure della Banca Centrale Europea mirano a incrementare l’attività di prestiti da parte delle banche, così da far ripartire l’economia reale. Quel che traspare chiaramente dagli annunci di oggi è che la BCE è molto preoccupata circa lo stato dell’area euro. La ripresa, già fragile, si è ulteriormente indebolita a causa della crisi in Ucraina e del conseguente calo di fiducia da parte degli operatori economici, con il rischio di tagli agli investimenti e ai piani di assunzione da parte delle società europee. In altre parole, la crisi geopolitica, per quanto limitata nei suoi effetti diretti, ha il potenziale di scatenare una nuova spirale negativa in tutta l’area euro”, dichiara Marco Palacino, Managing Director per l’Italia di BNY Mellon IM.

“In aggiunta, la BCE è preoccupata dall’andamento dell’inflazione dell’area euro, già ben al di sotto dell’obiettivo del 2%. Un periodo troppo lungo di inflazione troppo bassa potrebbe far saltare le previsioni per il 2015 e il 2016; le tendenze deflattive, abbinate a una bassa crescita nominale dei Pil, minerebbero la sostenibilità dei debiti pubblici nazionali”.

“Il nostro outlook è quindi il seguente: gli annunci di oggi confermano il fatto che la BCE è preparata a fare davvero tutto il possibile (e non “tutto il necessario”, come disse Draghi nel noto discorso del 2012) per aiutare a far ripartire la crescita e combattere la spirale deflattiva. Per quanto riguarda i tassi di interesse, Draghi afferma che abbiano raggiunto il limite più basso possibile. Quindi, qualsiasi ulteriore sostegno o stimolo dovrà arrivare da misure non convenzionali, quantitative, che estendano il bilancio della BCE e incrementino la liquidità in circolazione”.

“La combinazione di TLTRO e dell’acquisto di ABS e covered bond va in questa direzione. Tuttavia, Draghi non ha annunciato il piano di QE nella forma desiderata dai mercati (ad esempio attraverso l’acquisto di obbligazioni sovrane)”.

“Crediamo che le misure annunciate possano dimostrarsi efficaci. L’acquisto di ABS e il TLTRO, molto probabilmente, ridurranno le scorte di liquidità per le normali operazioni di rifinanziamento, ma miglioreranno il bilancio della BCE e allevieranno il carico su quelli delle banche commerciali, così da permettere al settore finanziario europeo di aumentare le erogazioni di prestiti.

Comunque, un conto è migliorare la capacità del settore finanziario di concedere prestiti, e un altro è spingere le banche e gli operatori a incrementare effettivamente l’attività di finanziamento e stimolare la crescita dell’economia reale. E su questo punto Draghi è stato esplicito: serve un misto di riforme strutturali, fiscali e stimoli monetari che devono essere portati avanti contemporaneamente da tutte le istituzioni coinvolte in europa”.

"Come si è visto oggi, la BCE farà la sua parte; e gli annunci del governo italiano e di quello francese sembrano indicare una buona finestra di opportunità per attuare le riforme strutturali in tempi ragionevoli, così da stimolare il potenziale di crescita nel medio termine. Resta però il dubbio se le economie più in salute dell’area euro siano preparate a sostenere le spese o a introdurre tagli fiscali per sostenere il pacchetto di misure proposto. Ed è su questo punto che abbiamo i dubbi principali, specie dinanzi al reiterato impegno del ministro delle finanze tedesco Schäuble a raggiungere il pareggio del bilancio entro il 2015. In Germania, comunque, sono in atto delle considerazioni preliminari circa un pacchetto di misure per aumentare gli investimenti delle imprese. E con l’aumento della crescita dei salari, ci aspettiamo che il contributo della Germania all’intero processo sia costruttivo”.

“Cosa aspettarsi in futuro dalla BCE? Le misure annunciate oggi e quelle del meeting del 5 giugno sono già ampie e complesse. Considerando il calo dei tassi di interesse, dei rendimenti delle obbligazioni e degli spread nei Paesi periferici dell’area euro, è difficile che un programma di acquisti di obbligazioni possa offrire vantaggi significativi rispetto al suo elevato costo in termini di controversie politiche e sociali”.

“Per questo, crediamo che la BCE abbia esaurito le sue misure, almeno per quest’anno, e salvo imprevedibili shock esterni di natura geopolitica. Il consiglio non ha raggiunto l’unanimità neanche nello stabilire le misure odierne, ed è difficile immaginare che un programma di QE possa venire attuato nel breve termine. L’unico scenario in cui ciò sarebbe possibile è quello di un calo dell’inflazione, accompagnato da una risposta deludente delle economie europee agli annunci odierni. Non escludiamo che i mercati obbligazionari dell’area euro possano risentire negativamente dagli annunci odierni, poiché questi potrebbero di fatto segnare il traguardo finale del pacchetto di stimoli della BCE”.

di  Marco Palacino, Managing Director per l’Italia di BNY Mellon IM

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