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25. giugno 2019

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Bce, quale "quantitative easing"?

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alt(di Guido Colomba - The Financial Review Anno 52, n.852) Draghi sa che la Germania non permetterà mai la redistribuzione del debito europeo attraverso l'emissione di eurobonds da parte della Bce. Per la Bundesbank ciò significherebbe consentire a Italia e Francia di continuare a mantenere in piedi una serie di inefficienze che hanno portato alla situazione attuale. Sulla base di questo pregiudizio, il gap ideologico tra la Bundesbank e la Bce resta invariato. L'alternativa è costituita dagli Abs, le cartolarizzazioni semplici (prive di derivati) annunciate da Draghi nel luglio scorso. Il problema è costituito dal dettaglio dei regolamenti attuativi, cioè la definizione delle garanzie sottostanti. Ci stanno lavorando sia la Banca d'Inghilterra che la Bce. Sicuramente le banche otterrebbero una "leva" creditizia a basso costo tanto che si calcola in 3000 miliardi il suo valore potenziale europeo. Per l'Italia la stima è di 46 miliardi. Draghi ha escluso che tali Abs possano contenere mutui edilizi precisando che debbono essere "semplici, trasparenti e reali" cioè comprensibili al risparmiatore e non avere la caratteristica delle "salcicce piene di derivati" che nel 2008 hanno fatto esplodere la crisi dei mutui subprime. Da quel momento le cartolarizzazioni sono crollate in Europa da 804 miliardi nel 2008 a 181 miliardi di euro nel 2013. Ora, la Bce – oltre a ridurre i tassi secondo le attese - potrebbe rilanciare questo mercato evitando però gli errori del passato. Tuttavia le banche obiettano che i requisiti di capitale sono ora troppo severi, specie in Europa, nonostante il fatto che le banche europee abbiano un tasso di default decisamente più basso di quelle americane. Si è alla ricerca di un compromesso. Anche perchè le operazioni di finanziamento alle imprese (le cosidette Tltro per un totale di mille miliardi divisi in sei tranche trimestrali) partiranno solo il 18 settembre ed avranno dei tempi di gestione necessariamente non brevi. Quindi, l'afflusso di finanziamenti alle imprese e alle Pmi in particolare troverà i primi effetti pratici solo alla fine dell'anno mentre il grosso dei finanziamenti avverrà nel 2015.

 

 Fonte: (R.F. Anno 52 N° 852, 4/9/114 ore 10:52)

Jackson Hole: nulla di nuovo sotto il cielo delle banche centrali

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di Mario Lettieri, Sottosegretario all'Economia del Governo Prodi, e Paolo Raimondi, Economista

altLa riunione annuale dei banchieri centrali tenutasi a fine agosto a Jackson Hole, nello stato americano del Wyoming, sorprendentemente ha dibattuto intensamente i problemi della disoccupazione, dei salari e dell’occupazione.

Non è stato così negli incontri degli anni scorsi quando a Jackson Hole solitamente venivano annunciate le politiche monetarie più accomodanti per la finanza, come quelle dei Quantitative Easing e della liquidità facile.
Sono diventati sindacalisti o hanno inaspettatamente compreso che il lavoro e l’economia reale devono essere prioritari rispetto agli interessi della finanza? Non lo crediamo.


Questa improvvisa preoccupazione per il mondo del lavoro è legittima ma un po’ sospetta. I livelli di disoccupazione sia in Usa che nella zona euro infatti finora sono serviti proprio per giustificare la continuazione di quelle politiche monetarie.
Il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ha esordito sostenendo che, dall’inizio della politica del QE3 di settembre 2012 fino ad oggi, il tasso di disoccupazione è sceso dall’8,1% al 6,2%. Per raggiungere tale risultato la Fed ha “drogato” il sistema immettendo, come noto, liquidità per circa 2.000 miliardi di dollari. Ha comprato bond di stato e una marea di titoli speculativi abs di dubbia qualità, che adesso sono sui libri contabili della Fed.
Janet Yellen ha dovuto ammettere però che si sta “sovrastimando il miglioramento ottenuto”. Infatti dall’inizio della crisi i lavori a tempo parziale (part time job) sono saliti al 5% dell’intera occupazione. Sul mercato del lavoro si è avuto anche una “polarizzazione” tra i posti di lavoro di alta e quelli di bassa qualificazione, a discapito di quelli di media qualificazione (il cosiddetto ceto medio) che sono sempre stati la parte più consistente e reale del mondo del lavoro.


Secondo noi, molto più significativo del tasso di disoccupazione, che misura la perdita dei posti di lavoro, è quello della partecipazione della forza lavoro, che indica il rapporto tra coloro che per età dovrebbero essere nel mercato del lavoro e chi lo è effettivamente. Questo tasso è purtroppo diminuito per una serie di ragioni dovute agli effetti negativi della crisi, quali lo scoraggiamento, la disabilità, il prolungamento del periodo scolastico ed il prepensionamento. Si tratta di disoccupati “nascosti” che però non entrano nel calcolo del tasso di disoccupazione.
Per cercare di coprire la responsabilità della crisi finanziaria globale nel crollo dell’apparato industriale e nell’aumento della disoccupazione, la Fed sostiene che i problemi del mercato del lavoro erano già iniziati nel 2000 e poi successivamente aggravati da un certa rigidità che non ha permesso di tagliare sufficientemente i salari.
Tutto ciò ha indotto la governatrice a concludere che la politica monetaria accomodante dovrà continuare anche se la disoccupazione è scesa sotto la soglia del 6,5%, al cui raggiungimento la Fed avrebbe dovuto ritornare a comportamenti “normali”. Evidentemente adesso è l’inflazione sotto il 2% a mantenere alta la tensione e la necessità di essere “accomodanti”.
E’ la stessa analisi elaborata in “salsa europea” da Mario Draghi a Jackson Hole.
Certamente i problemi in Europa, anche quelli del mercato del lavoro, sono dovuti soprattutto alla mancanza di una politica comune.

Secondo la Bce nella zona euro, oltre agli iniziali effetti negativi della crisi con il crollo verticale della produzione e del commercio, il problema principe, a differenza degli Usa, sarebbe la gestione dell’alto debito pubblico.
Noi riteniamo tale analisi non sorretta da dati credibili. Infatti se si sommasse il debito pubblico americano a quello dei due colossi del credito ipotecario, Fannie Mae e Freddie Mac, che furbescamente sono mantenuti fuori dai conti pubblici, si arriverebbe facilmente ad un debito pubblico complessivo di circa 150% rispetto al Pil americano. Se si aggiungesse anche quello privato il debito totale degli Usa sovrasterebbe di molto l’equivalente europeo.
In Europa la mancanza di politiche produttive convincenti ha portato all’esplosione della disoccupazione soprattutto nella fascia di giovani tra 15 e 24 anni, che è passata dal 15% del 2007 al 24% del 2013. In Italia ha raggiunto il 43,7%!
La causa, indicata sia dalla Fed che dalla Bce, sarebbe stata la mancanza di un Quantitative Easing europeo. Ciò ha indotto Draghi ad annunciare che “a settembre lanceremo la nostra prima Operazione di Rifinanziamento di Lungo Termine che ha già riscosso un interesse significativo da parte delle banche. La preparazione degli acquisti sui mercati di asset-backed-security (abs) procede speditamente e crediamo che possa contribuire a facilitare la creazione di credito. Tali acquisti dovrebbero contribuire in modo significativo a diversificare i nostri canali di creazione di liquidità”.


Non si possono comunque sottovalutare le preoccupazioni per l’opacità del sottostante dei titoli abs che, si ricordi, sono in gran parte speculativi.

In definitiva a noi sembra che a Jackson Hole si sia consapevolmente voluto rimuovere ancora una volta le responsabilità delle banche centrali nella crisi. 

Nei passati 6 anni la Fed e la Bce avrebbero dovuto operare in due direzioni per aiutare l’economia ad uscire dalla palude: introdurre regole stringenti contro la speculazione e riportare il sistema bancario alla sua mission creditizia primaria.


Ad oggi si può dire che su entrambi i fronti le banche centrali hanno fallito.  

Il QE e la BCE di Mario Draghi

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altSu IL SOLE 24ORE del 9 agosto, Marcello Minenna ha ragionato, pubblicamente, circa i possibili effetti del QE per il quale la BCE di Mario Draghi ha dichiarato la propria disponibilità. 

La politica monetaria espansiva ha caratterizzato le scelte degli stati Uniti d'America ottenendo, in realtà, un doppio vantaggio competitivo: una maggiore massa monetaria disponibile, un minor valore della moneta volano delle esportazioni. A volte, basta fare un buon esercizio di copiatura, come in laboratorio, per replicare un esperimento ed i suoi effetti.

Vi invitiamo a leggere la "ricetta" di Marcello Minenna che ipotizza "pacchetti di corporate investment grade" per liberare risorse finanziarie "ingessate" sul debito pubblico: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-08-09/la-disponibilita-bce-qe-e-mini-bond-pmi-081442.shtml?uuid=ABNcDniB&fromSearch

Draghi, troppi dubbi da sciogliere

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di Guido Colomba

alt(The Financial Review Anno 52 n. 847) Ora i mercati puntano sul "quantative easing" per contrastare il rischio di deflazione in Europa con acquisti da parte della Bce estesi ai titoli di Stato, quindi ai Btp (con evidenti benefici al settore equity). Con quali probabilità? Il dubbio riguarda il veto della Merkel e la capacità di Draghi di uscire dal suo appiattimento sulle posizioni di Berlino. Perchè il vero problema, secondo il Tesoro Usa e un nutrito gruppo di economisti americani (in primis Krugman), è proprio il fallimento della politica monetaria della Bce. I dati sono sotto gli occhi di tutti: (a) la base monetaria è scesa di quasi un terzo (32%) negli ultimi due anni; (b) l'inflazione è precipitata, dal luglio 2012, dall'1,7% (cioè molto prossima al target del 2%) allo 0,4%; (c) l'offerta di moneta (M1,M2,M3) continua a crescere molto lentamente come il cammino delle tartarughe. Altro che sostegno alla crescita in una fase di protratta crisi economica. Mentre la Fed (ma anche BoE e BoJ) hanno favorito la ripresa, la Bce ha tirato il freno a mano. Questi dati si cumulano pericolosamente all'austerità anti-debito (fiscal compact) imposta da Berlino e dai falchi del Nord Europa. Non debbono ingannare i miglioramenti relativi a Spagna e Grecia poichè riflettono una base statistica molto bassa causata dalle "purghe"imposte dalla Germania come attestano i dati abnormi sulla disoccupazione in quei paesi. L'equivoco più grave è stato trasmesso dalla Bundesbank alla Bce nel senso di attribuirsi un compito improprio cioè di "vigilare su riforme e rigore fiscale". Facendo così la Bce è venuta meno al suo compito istituzionale di garantire un tasso di inflazione "sotto ma vicino al 2%". La lettera a doppia firma, Trichet e Draghi, inviata nel luglio 2011 al governo italiano, è divenuta la testimonianza di questa politica fallimentare della Banca centrale europea. L'altra faccia della medaglia è costituita dai finanziamenti (Tltro) che la Bce ha promesso, a partire da Settembre, a favore delle imprese sempre per il tramite delle banche. Le prime dieci banche italiane, come annunciato dal Sole24Ore, hanno chiesto alla Bce 52 miliardi per le Pmi che salgono a 75 miliardi con gli istituti locali. E' certo una notizia positiva che non esclude due critiche: 1) perchè la Bce ha atteso così tanto (tre mesi dall'annuncio) per introdurre finanziamenti a favore dell'economia reale?; 2) perchè prevedere una procedura così complicata, canalizzata tramite le banche e quindi destinata a tempi non brevi? C'è una evidente discrasia tra i banchieri centrali europei e le esigenze delle fasce di cittadini meno abbienti. Questa élite, circondata dalla opulenta casta bancaria, ha ignorato le gravi implicazioni della deflazione senza dare alcun peso alle diseguaglianze che in sette anni di crisi hanno alimentato la fascia della quasi povertà e letteralmente spezzato la spina dorsale della middle class. Ecco perchè il ministro dell'economia Padoan ha chiesto alla Bce "di fare la sua parte". Quattro anni sprecati sono troppi. L'idea di colpire "in proporzione" le pensioni da mille euro in su è la dimostrazione che troppi governanti italiani non hanno la minima idea del disastro che sta attraversando il Paese e l'Europa. Non vi è dubbio che Renzi saprà bloccare questa idea perversa. 

 

Con la crisi aumenta il rischio usura

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altIl rischio usura sta assumendo dimensioni preoccupanti soprattutto nel Sud Italia. Le cause principali sono la diminuzione dei prestiti delle banche alle famiglie e la disoccupazione crescente. A soffrire sono soprattutto Campania, Calabria e Abruzzo.

Tra la fine del 2011 e quella del 2013 la Cgia di Mestre rileva una diminuzione degli impieghi bancari per le famiglie di 9,6 miliardi, pari a -1,9%, mentre le imprese registrano una flessione di 87,6 miliardi, ossia l’8,8%.

Il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi evidenzia che "oltre agli effetti della crisi economica e al calo della domanda di credito questa forte riduzione dell'erogato è stata dovuta anche al deciso aumento delle sofferenze bancarie che a giugno di quest'anno ha toccato la cifra record di 168 miliardi di euro". "Con le sole denunce effettuate all'Autorità giudiziaria - conclude Bortolussi - non è possibile dimensionare il fenomeno dell'usura: le segnalazioni, purtroppo, sono ancora molto poche".

In ogni caso per la Cgia, rispetto a un indicatore nazionale medio pari a 100, la situazione più critica si presenta in Campania: l'indice del rischio usura è pari a 164,3 (pari al 64,3% in più della media Italia), in Calabria a 146,6 (46,6% in più rispetto alla media nazionale), in Abruzzo si ferma a 144,6 (44,6% in più della media Italia).

 

Arriva il controllore dei conti pubblici

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altL'Ufficio parlamentare di bilancio entrerà in funzione entro settembre. Nato in base alle regole dettate dal fiscal compact per sorvegliare sull'obiettivo del pareggio di bilancio, si insedierà nel palazzo romano di San Macuto.

All’Upb spetterà verificare la correttezza di conti e tabelle ed esprimere eventuali osservazioni in nome della “massima trasparenza” nei confronti di Parlamento e cittadini. In attesa di una gara pubblica per attribuire le posizioni, le valutazioni dovrebbero essere svolte da tecnici ed esperti provenienti da Istat, ministero dell’Economia, Banca d’Italia e i due rami del Parlamento. Nei documenti del nuovo organismo si legge che a svolgere le funzioni, prima della gara pubblica, sarà un gruppo di economisti individuati nell’ambito del “personale delle amministrazioni del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati nonché di amministrazioni pubbliche o di diritto pubblico, collocato fuori ruolo”.

Argentina: non è default ma resistenza contro la speculazione selvaggia

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di Mario Lettieri, Sottosegretario all'Economia del Governo Prodi, e Paolo Raimondi, Economista

altNon è un default. In Argentina si sta combattendo la fase decisiva dello scontro tra lo Stato sovrano e i fondi speculativi. Si tratta di un test internazionale per affermare la difesa del benessere della popolazione e la sovranità economica nazionale rispetto alla prepotenza degli speculatori che ritengono di poter impunemente condizionare la vita ed il futuro di un Paese.

Certa stampa, molto interessata, ha detto che, dopo la gravissima crisi del 2001-2, l’Argentina è di nuovo in bancarotta in quanto il suo governo non sarebbe in grado di ripagare i bond in scadenza nelle mani di alcuni fondi speculativi americani, i cosiddetti “fondi avvoltoio”. Sono l’Aurelius Capital Management, il Blue Angel e l’NML Capital, controllato dall’hedge fund Elliot Management Corporation cha fa capo al noto speculatore e miliardario americano Paul Singer.
Nel 2008 tali fondi acquistarono a prezzi irrisori bond argentini per un valore nominale di 1,3 miliardi di dollari. Erano in mano a investitori che volevano venderli a qualsiasi prezzo.


Si ricordi che, dopo il default, il governo argentino ha ristrutturato gran parte del suo debito. Lo ha fatto per un totale di 191 miliardi di dollari, prolungando le scadenze dei bond nel 2005 e nel 2010 e assumendo l’impegno di coprire una parte importante del loro valore. E’ stata una ristrutturazione dolorosa fatta però senza sottomettere il Paese alle feroci politiche di austerità richieste dal FMI.
Il 92, 4% dei creditori sottoscrissero l’accordo. I citati “fondi avvoltoio” no. Evidentemente l’intento era di usare i bond per un più complesso e pericoloso gioco geopolitico.
Due anni fa essi riuscirono ad ottenere dal giudice federale di New York, Thomas Griesa, l’ingiunzione al governo Argentino di ripagare i bond al loro valore nominale. Il 26 giugno di quest’anno la Corte Suprema americana ha convalidato la sentenza.
Il governo argentino ha sempre contestato i provvedimenti della giustizia americana, sostenendo che i fondi speculativi comprarono i bond dopo il default nella piena consapevolezza del fatto che il loro valore reale fosse solo una percentuale di quello nominale.
Si pensi che, se i “fondi avvoltoio” ottenessero il pagamento di 1,3 miliardi di dollari (più 200 milioni di interessi) in soli 6 anni avrebbero un profitto pari al 1.680%!


Dal 2005 l’Argentina ha sempre rispettato i termini della ristrutturazione del suo debito. Il 28 giugno scorso ha depositato 539 milioni di dollari presso la sua banca fiduciaria, la Bank of New York – Mellon, per coprire i pagamenti dovuti a fine giugno ai possessori di bond che a suo tempo sottoscrissero l’accordo.
Il giudice Griesa ha sequestrato questa somma per dirottarla a beneficio dei fondi speculativi menzionati. E’ una mossa spregiudicata, quanto azzardata e ingiustificabile, tendente a dimostrare che adesso l’Argentina è in default, anche verso tutti gli altri detentori di bond.
Il governo argentino ha ribadito che è disposto al negoziato, ma senza cedere a minacce o a ricatti di alcun genere. Nel frattempo nel Paese e anche sui mercati la situazione, per fortuna, rimane calma in quanto tutti capiscono perfettamente il gioco geopolitico in atto.
Forse non è un caso che l’escalation dell’attacco dei fondi in questione sia avvenuta mentre i presidenti dei Paesi del Brics erano in visita in America Latina, anche in Argentina. Si preparavano al summit di Fortaleza del successivo 15 luglio. Probabilmente si voleva saggiare la loro risposta. Essa c’è stata e ha sorpreso la finanza speculativa e le sue lobby politiche!
Il presidente cinese Xi Jinping in visita a Buenos Aires ha infatti ribadito la volontà della Cina di voler aiutare Buenos Aires nella ristrutturazione del suo debito pubblico. “Insieme abbiamo disegnato un magnifico piano per lo sviluppo delle relazioni tra i nostri Paesi”, ha aggiunto.
La Banca Centrale Cinese inoltre ha sottoscritto uno swap monetario pari a 11 miliardi di dollari a favore dell’Argentina.
“Abbiamo una visione comune dello sviluppo mondiale e della vita internazionale”, ha detto il presidente russo Vladimir Putin alla dirigenza argentina. Lo stesso concetto è stato ribadito a Fortaleza, quando ha affermato che “siamo uniti dal desiderio di agire insieme su tutti i fronti dello sviluppo globale e per la creazione di una nuova architettura economica e finanziaria”.
Anche Cristina Fernandez de Kirchner, presidente dell’Argentina, ha ripetuto in tutte le sedi che “siamo sotto un forte attacco speculativo da parte dei cosiddetti fondi avvoltoio”. “Noi chiediamo la creazione di un nuovo ordine finanziario globale che permetta uno sviluppo economico sostenibile”, ha aggiunto.
L’Europa e l’Italia in particolare per i legami storici, per i milioni di cittadini italo argentini e per la tradizionale amicizia, non possono accettare che, ancora una volta, si consumi una inaudita violenza speculativa nei confronti del popolo argentino, minando lo sviluppo di un’economia importante, non solo nell’area del Mercosur.

 

Crisi, un italiano su cinque deluso dalla situazione economica

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alt“Per niente soddisfatto”. Il 18,7% degli italiani, quasi uno su cinque, si dichiara totalmente deluso dalla situazione economica del Bel Paese. I dati emergono da un’indagine dell’Istat sugli aspetti della vita quotidiana.

La percentuale riferita al 2013 è la più alta degli ultimi venti anni.

Rispetto al 2012 è aumentato di quasi due punti percentuali il numero dei cittadini insoddisfatto delle condizioni economiche. Due anni fa si fermava al 16,8%, mentre rispetto al 2002 il dato risulta addirittura raddoppiato (era al 9,4%).

Nel 2013 sommando ai “per niente soddisfatti” i poco soddisfatti” il totale supera la metà della popolazione è raggiunge quota 58%. “Molto soddisfatti” sono solo l’1,9%.

Imprese balneari, stagione da dimenticare

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altLuglio freddo e piovoso in tutta Italia ha messo in ginocchio gli stabilimenti, perdita fino al 70% delle presenza rispetto allo scorso anno.

Il Sindacato italiano balneari ha stimato una perdita di 400 milioni di euro e 50.000 lavoratori giornalieri rimasti a casa.

Il profondo rosso ha colpito proprio le regioni più rinomate per il turismo estivo. La maglia nera va a Campania e Marche che hanno visto un calo,rispettivamente, del 70% e del 60%. Seguite da Liguria e Toscana che perdono il 50% ed Emilia Romagna che segna un -30%.

 Il calo ha colpito tutto il settore del turismo, le spiagge vuote non portano clienti nei ristoranti o nei negozi e anche gli alberghi restano senza prenotazioni.

"Stimiamo - spiega Riccardo Borgo, presidente del Sib - che almeno 50.000 persone, tra i quali molti universitari che lavorano d'estate per pagarsi gli studi, a giugno e luglio siano rimasti disoccupati. Il danno economico per la nostra categoria è superiore ai 400 milioni di euro e comprende, oltre ai servizi di spiaggia, anche il mancato guadagno di bar, ristoranti, piscine, parcheggi e feste serali all'aperto".

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