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19. settembre 2019

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Fisco, Cgia avverte: “Rischio stangata da 3 miliardi nel 2015”

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altNel 2015 gli italiani rischiano di pagare ancora più tasse se non ci saranno i tagli alla spesa pubblica improduttiva, le imposte ai cittadini dovranno coprire una somma di 3 miliardi di euro.

La Cgia avverte che se l’obiettivo del Governo, previsto dal Def non verrà centrato, scatterà la “clausola di salvaguardia”.

Secondo il Def approvato nella primavera scorsa, nel triennio 2014-2016 c'è l'impegno del Governo di tagliare a regime la spesa pubblica per un importo di 32 miliardi di euro. Per l'anno in corso l'obiettivo è di raggiungere una riduzione delle uscite di 4,5 miliardi di euro.

E nel 2015 l’esecutivo ha deciso di tagliare la spesa pubblica di 17 miliardi di euro, con un impegno minimo da raggiungere che non potrà essere inferiore ai 4,4 miliardi di euro.

La “clausola di salvaguardia” partirebbe a fronte del mancato taglio della spesa pubblica. I contribuenti saranno chiamati a sopportare un aggravio fiscale di 3 miliardi di euro, a seguito della riduzione delle agevolazioni/detrazioni fiscali e all'aumento delle aliquote, mentre i ministeri dovranno razionalizzare la spesa per un importo di 1,44 miliardi di euro.

"In buona sostanza - rileva Giuseppe Bortolussi, segretario Cgia - il meccanismo è a dir poco diabolico. Se il Governo non sarà in grado di chiudere gli enti inutili, di risparmiare sugli acquisti, di tagliare gli sprechi e gli sperperi che si annidano nella nostra Pubblica amministrazione. Nessun problema, a pagare il conto ci penseranno in particolar modo i contribuenti italiani che già oggi subiscono un carico fiscale tra i più elevati d' Europa." 

ARGENTINA:UNA CRISI NON CRITICA (tra finanza razionale e finanza comportamentale)

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altIl rumore suscitato dal default selettivo dell’Argentina deve essere correttamente inquadrato per la sua corretta valutazione.

Questa nota è dedicata ai risparmiatori; ben diverso sarebbe il testo se dovessi commentare la situazione dal punto di vista di un hedge fund o di un investitore alla ricerca di investimenti “stressed”.

L’ammontare del mancato pagamento è relativo al pagamento di cedole e non al rimborso del capitale. L’impatto sui prezzi delle obbligazioni è stato di fatto contenuto e non ha suscitato l’attenzione leggibile come panico che altrimenti si sarebbe verificata.

Si tratta di una crisi “voluta” e quasi ricercata dal debitore, una reazione ad una sentenza non condivisa dal Governo Argentino, comunque in condizioni critiche, e – soprattutto - non inevitabile, nell’ambito di una contrapposizione con un interlocutore specifico rappresentato dagli hedge fund e non dagli investitori finalizzati a differenti orizzonti.

Restando attenuato l’impatto sugli investitori più istituzionali la bassa reazione non favorisce gli obiettivi degli speculatori più propensi all’aggressività.

Si è notato un tono basso della comunicazione da parte della stampa più qualificata in contrapposizione con l’evidenza offerta da siti e pubblicazioni più dedicati alla comunicazione aggressiva, spesso alimentata da un conflitto di interessi sottostante in chi gestisce quei media..

Peraltro, alcune valutazioni generano rischio per i soggetti in possesso di titoli oggetto di ristrutturazione e non per quelli (già di per se sottoposti a rischio) che a suo tempo rifiutarono lo scambio nel 2005-2010. Le regole applicate sono collegate ad azioni collettive per le quali sono necessarie maggioranze difficilmente conseguibili, a motivo delle quali le azioni possibili sono limitate. Chi avesse venduto in questi giorni, ha acquisito liquidità (per la quale investire non è agevole se non a bassi tassi), ma evita l’ingessamento delle proprie posizioni e una condizione di stress per le conseguenti decisioni.

Sotto il profilo della pura valutazione razionale, la sentenza statunitense che ha generato la criticità non appare soluzione vantaggiosa; rappresenta la prova che l’intervento della magistratura nelle questioni finanziarie, legittima in punta di diritto, non è la scelta preferibile per i mercati e per i suoi operatori meno attenti o meno disponibili alla continua movimentazione delle proprie posizioni.

Per il lettore italiano, una riprova che l’azione giudiziaria è inidonea alla gestione delle condizioni generata dalla dinamica delle variabili finanziarie. Il diritto non è un driver corretto ed opera secondo schemi che non interpretano le condizioni moderne della finanza. Un tema sul quale i Regulators mondiali dovranno muoversi in futuro per donare alle Magistrature di ogni paesi strumenti più adatti. Applicare quelli in vigore, aumenta la ampiezza e la gamma dei rischi, palesando condizioni peggiori di quelle che potrebbero altrimenti generarsi.

A fine 2014 scade inoltre la clausola RUFO (Rights Upon Future Offers) che, in caso di trattamenti migliori riservati ai bondholders, dà diritto di chiedere le stesse condizioni. Per questo motivo il governo argentino sta chiedendo alla giustizia di sospendere la sentenza fino a fine anno, per evitare di dover gestire nuove cause. Il timore è che il prezzo dei titoli precipiti senza una precisa razionalità.

Il fatto che, al momento, i sottoscrittori meno influenzati siano quelli protetti dalla Task Force Argentina (coloro che rifiutarono la negoziazione) non significa che quella soluzione sia la migliore; soltanto è quella meno influenzata dagli eventi, mentre la possibilità praticare di vedersi rimborsati e protetti resta giuridicamente elevata, ma fattivamente sempre difficile.

Sono personalmente convinto che la combinata azione della sentenza americana, della indecisione argentina e della struttura del diritto internazionale in vigore creino una condizione negativa, restando, singolarmente, un insieme di decisioni razionali e corrette. Peccato che non generino un risultato

tangibile, anche se – in ipotesi puramente teorica – costituiscono una arma di pressione per i legislatori affinché modifichino le fondamenta in base alle quali i tribunali assumono le loro decisioni.

E’ certamente necessario modificare le condizioni in base alle quali le emissioni private, le corporate bond e le altre obbligazioni sono protette quasi ovunque dalle norme sulla disciplina delle crisi, mentre il debito sovrano resta estraneo a tali normative. In tal modo la quota prevalente dei bond in circolazione gode di una condizione di diverso privilegio, invertendo la abituale classificazione del rischio cui siamo abituati. La sentenza, che correttamente definisce il solo caso sottoposto al suo giudizio, impatta quale blocco su una quota del debito inferiore al 10% del totale con effetto sulla restante quota. Chi valuta questo aspetto tecnico non teme una crisi sistemica, ma la reazione comportamentale potrebbe alterare questa obiettiva considerazione.

Resta valida in generale la lezione già percepita negli anni scorsi. I titoli di cui si tratta (non solo quelli argentini) non sono adatti alla massa dei risparmiatori che è invece coinvolta in ossequio alle scelte – disallineate rispetto alla valutazione del rischio – che sono state suggerite, consigliate e offerte in passato a risparmiatori e investitori cui spettava un servizio di consulenza del tutto differente. Una lezione indispensabile per scrivere in modo conforme le regolamentazioni secondarie della direttiva MiFID2.

Sarebbe teoricamente valido ma poco efficace ritornare a commentare gli errori del passato; personalmente sono convinto che uscire dall’investimento sia (o meglio sia stata) la scelta migliore, che l’ottimo relativo sia stato cedere i titoli all’inizio della fase di incertezza e che la valutazione in merito debba considerare il fatto che, dal momento della conversione nei nuovi accordi, i possessori dei titoli abbiano acquisito rendimenti superiori a quelli altrimenti disponibili, elemento che deve essere considerato nel valutare la perdita di capitale in cui si è incorsi (o si incorrerà) al momento della vendita.

Posso ben comprendere attese e comportamenti degli investitori più avezzi al rischio; non capirei perché i loro obiettivi dovrebbero essere facilitati da comportamenti irrazionali dei “risparmiatori”, i quali già compirono un errore nel momento iniziale del loro coinvolgimento.

Se si evita di interpretare correttamente la situazione, il rischio più grave è quello di corrodere il mercato delle emissioni di titoli da parte della grande maggioranza dei Paesi sovrani per i quali lo spread rispetto ai benchmark risulti particolarmente elevato; sarebbe questa nel medio termine la conseguenza più gravosa, obbligando ad interventi delle istituzioni internazionali, al momento non certo auspicabili nella misura che sarebbe necessaria. In assenza di un accordo di Bretton Woods aggiornato, ci troveremmo in Woods inesplorate del tutto pericolose.

Di GIUSEPPE G. SANTORSOLA Professore Ordinario di Corporate Finance e Corporate & Investment Banking. Università Parthenope di Napoli

Pensioni, divario tra Nord e Sud

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altNord e Sud Italia sono distanti anche per quanto riguarda le pensioni. Il quadro delle prestazioni Inps è disomogeneo e mostra le province del settentrione primeggiare per concentrazione di assegni. Gli importi più alti si registrano nelle grandi città mentre nelle ultime posizioni si trovano Crotone, Napoli e Catanzaro. 
 
 
Il Sole 24 Ore ha steso un bilancio sulle prestazioni Inps a due anni dall'introduzione della riforma Fornero che, con il decreto Salva Italia, ha cambiato i parametri dell'età pensionabile, i trattamenti e le modalità di calcolo. Dal 2012 al 2013 il rapporto tra contribuenti e pensioni si è ridotto da 129,1 a 126,4.
 
L'importo medio si aggira attorno ai 1.100 euro anche se le pensioni di anzianità/anticipata e i prepensionamenti arrivano a 1.500 euro secondo l'Osservatorio Inps. Molto più basse le pensioni di vecchiaia sui 670 euro.
 
Il dato che illustra la differenza tra Nord e Sud è evidenziato dalla classifica delle città con numero più alto di prestazioni per abitanti. Nella lista infatti spicca Biella che copre circa il 25% della popolazione. Le citta medio grandi del Nord e del Centro Nord sono quelle che offrono il miglior trattamento pensionistico. Nella classifica al secondo e terzo posto ci sono Ancona e Ferrara e tra le prime dieci posizioni si contano cinque piemontesi. 
Fanalino di coda le principli città del Mezzogiorno: Caserta, Crotone, Napoli e Catania.

L'Argentina sull'orlo del default

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altGiorni contati per l'Argentina ormai davvero sull'orlo del default. L'incontro con Daniel Pollack, lo special Master scelto dagli Stati Uniti, in particolare dal Tribunale di New York, per favorire l'accordo con gli hedge fund per il debito di 1,5 miliardi di dollari di bond argentini, è fallito e ora il Paese sudamericano sembra davvero rassegnato a cadere di nuovo nel burrone del fallimento.

Cristina Fernandez de Kirchner, presidente dell'Argentina, si ostina a non chiamarlo “default”: “Dovranno trovare una parola nuova perché le agenzie di rating, le banche d'investimento e i guru sempre trovano qualche termine per mascherare quello che succede veramente”
La Kirchner accuso chi ha bloccato i pagamenti “e non lascia che quei fondi vadano ai detentori dei bond”. Il bersaglio della presidente è il giudice Thomas Grisea che ha proibito i pagamenti ai detentori di titoli che hanno accettato lo swap se prima non si giunge ad un accordo con gli hold out. Il risultato è che il Governo di Buenos Aires ha visto bloccati gli oltre 500milioni di dollari che avev depositato su due conti della Bank of New York Mellon.
Se questi fondi non saranno consegnati ai legittimi destinatari entro il 30 luglio prossimo, scatterebbe per l'Argentina il default tecnico.
L'ultimo crack dell'Argentina risale al 2001 quando il Governo di Buenos Aires non riuscì a rimborsare ben 100 miliardi di dollari.
Negli anni tra il 2005 e il 2010 il Paese ha concordato un taglio del debito con alcuni dei maggiori creditori che possedevano titoli emessi dal Governo di Buenos Aires. Tra quelli che non hanno aderito c'è un gruppo di hedge fund, cioè di fondi speculativi americani (Nml Capital, Aurelio e Blue Angel) oltre a 50mila investitori italiani.

Fortaleza: un passo avanti verso le nuove regole

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di Mario Lettieri, Sottosegretario all'economia del Governo Prodi e Paolo Raimondi, economista

altIl summit dei Paesi BRICS a Fortaleza in Brasile segna un ulteriore passo nella direzione della costruzione di una nuova architettura monetaria internazionale. Si pensa di superare il dominio unipolare del dollaro e le vecchie e usurate istituzioni di Bretton Woods.

I capi di stato di Brasile, Cina, India, Russia e Sud Africa hanno ufficializzato la realizzazione della Nuova Banca di Sviluppo e del Contingent Reserve Arrangement (CRA), cioè la creazione di uno specifico fondo di riserva monetaria. Così le proposte avanzate nei passati summit diventano operative. Ciò consente ai BRICS di “essere meno dipendenti dal dollaro e più attrezzati per parare i colpi delle eventuali turbolenze dei mercati valutari”.
La Nuova Banca di Sviluppo ha un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari. La sua mission sarà finanziare investimenti non solo nei Paesi BRICS, ma soprattutto promuovere progetti e infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo, particolarmente in Africa.
Di fatto si vuole un’alternativa alla Banca Mondiale che nei decenni passati è diventata, purtroppo, la “sorellastra” del Fondo Monetario Internazionale, il cui ruolo, al di là dell’abusata retorica occidentale, è stato negativo per lo sviluppo dei Paesi poveri.
E’ una innegabile importante mossa politica sul nuovo scacchiere multipolare e un segnale significativo di grande attenzione per i Paesi poveri e per quelli emergenti. Naturalmente i BRICS intendono anche diventare i principali fornitori di macchinari e di altri beni, dando così un impulso ai propri settori industriali e tecnologici.
Si consideri che l’ultimo Rapporto sugli Investimenti Mondiali dell’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo), ci dice che gli investimenti esteri diretti verso i paesi emergenti sono stati di 1,45 trilioni di dollari nel 2013 e dovrebbero raggiungere 1,6 trilioni quest’anno, a fronte però di un fabbisogno di investimenti in infrastrutture di base dei Paesi poveri che oscilla tra i 3,3 e i 4,5 trilioni di dollari all’anno.
Il Contingent Reserve Arrangement anch’esso parte con un fondo di 100 miliardi di dollari: 41 della Cina, 18 stanziati da India, Brasile e Russia ciascuno e 5 dal Sud Africa. Ci sembra una scelta strategica per fronteggiare eventuali crisi di liquidità, pesanti svalutazioni valutarie, fughe “pilotate“ di capitali, destabilizzanti deficit di bilancio e gravi crisi finanziarie.
Si ricordi che anche recentemente le economie emergenti hanno subito destabilizzazioni economiche e valutarie provocate dalle politiche “yo-yo” dei vari Quantitative Easing della Federal Reserve.
A Fortaleza si è preso atto che il FMI sta intervenendo nei Paesi industrializzati ed in particolare in quelli dell’Euro a causa delle loro persistenti crisi del debito pubblico. E i BRICS perciò hanno avviato delle istituzioni alternative. Forse era inevitabile che ciò accadesse. Nei vari meeting del G20, inascoltati, i rappresentanti dei BRICS da tempo hanno posto la questione di nuove regole e di una nuova architettura monetaria.

Perciò il CRA, con la sua “capacità di fuoco” di 100 miliardi di dollari, prevedibilmente aumentabili in futuro, entra in evidente collisione con il FMI sebbene questo disponga dell’equivalente di 370 miliardi di dollari provenienti dalle riserve composte dai Diritti Speciali di Prelievo. Per i BRICS è intollerabile l’attuale loro ruolo marginale all’interno del FMI. Ecco perché la vera sfida per il G20 diventa la riforma dell’attuale sistema monetario internazionale.
Come già evidenziato in passato molti accordi economici e commerciali tra i Paesi BRICS sono stipulati nelle loro monete nazionali. Le due istituzioni “partorite” a Fortaleza dovrebbero invece operare in dollari. Sembra una contraddizione ma è un diplomatico prender tempo. Del resto si ricordi che la crisi finanziaria asiatica del 1997-98 portò alla creazione da parte dei Paesi dell’ASEAN della Cina, del Giappone e della Corea del Sud della cosiddetta “Chiang Mai Initiative”, un fondo di riserva cresciuto fino a 240 miliardi di dollari. Ma non riuscì del tutto a proteggere le valute e le economie coinvolte
Secondo noi il passo decisivo verso la riforma globale del sistema finanziario e monetario , con la creazione di un paniere di monete, può essere fatto solo se l’Unione Europea interverrà in maniera decisa per convincere gli Stati Uniti e i sostenitori del “sistema del dollaro” a prendere atto della nuova realtà geo economica internazionale e dell’ineludibilità di un cambiamento profondo. 

Apple e IBM insieme, 100 app dedicate alle aziende

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di Stefania Bernardini

altLe rivali Apple e Ibm voltano pagine e firmano un accordo storico: insieme svilupperanno 100 applicazioni dedicate alle imprese.

L’intesa tra le due società prevede di creare app business e vendere IPhone e iPad ai clienti corporate di Ibm. L’azienda di Cupertino, con questo accordo, punta ad allargare la clientela dell’iPhone e dell’iPad al mondo del business. Ibm, invece, vuole rafforzarsi sui dispositivi mobili con il suo business software.

Lo scopo dell’alleanza è ideare applicazioni capaci di trasformare il modo in cui le aziende e i dipendenti lavorano con i dispositivi mobili permettendo di raggiungere nuovi livelli di efficienza. Per fare questo le nuove soluzioni Ibm Mobile First per Ios sfruttano i punti di forza distintivi di Apple e Ibm.

E’ l’amministratore delegato Ibm, Ginni Rometty, a spiegare l’utilità dei dispositivi mobili per le varie professioni: “La Mobility, insieme ai fenomeni dei dati e del cloud, sta trasformando il mondo del business e il nostro intero settore in maniera sostanziale: permette agli utenti di reimmaginare il lavoro”.

Renzi e la svolta europea

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di Guido Colomba

altE' probabile che alla fine Renzi la spunti al vertice europeo ottenendo la nomina di Federica Mogherini alla guida della politica estera Ue (ruolo finora quasi evanescente). Se invece dovesse andare male, dal punto di vista di palazzo Chigi, i vantaggi per Matteo Renzi sarebbero comunque sostanziosi. Perche? Il premier italiano in questi giorni ha potuto sottolineare agli altri partner tre aspetti fondamentali che sfuggono all'opinione pubblica europea: 1) l'Italia, paese di 60 milioni di abitanti, è uno dei fondatori storici dell'Unione; 2) dal 2011, anno della crisi del debito sovrano, l'Italia in quattro anni ha contribuito alle spese Ue ben 24 miliardi all'anno per un totale nel quadriennio 2011-2014 di 96 miliardi; 3) per fronteggiare la crisi di diversi paesi membri (Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro) l'Italia ha versato altri 54 miliardi che, a fine anno, saliranno a 61 miliardi. 

La somma, pari a 157 miliardi, supera ampiamente il contestuale aumento del debito pubblico italiano giunto, a fine maggio, al nuovo record di 2.166 miliardi di euro. Certamente si può obiettare che i fondi europei all'agricoltura e quelli strutturali restituiscono una parte di queste cifre all'Italia (che però subisce un meccanismo che le impedisce di spenderle integralmente). Si può anche obiettare che, nonostante l'aumento della pressione fiscale registrata nel quadriennio, la spending review non abbia finora registrato risultati apprezzabili (che fine ha fatto Cottarelli?). Ma, ciò detto, resta il dato politico di questo enorme contributo italiano all'Unione europea del tutto ingiustificato se confrontato con il fallimento della politica economica imposta da Berlino e dai suoi più stretti alleati come attesta la caduta (-1,2%) a maggio della produzione industriale europea e la crescita nel numero dei disoccupati a 25-26 milioni.

E' probabile che le forti e continue critiche della Casa Bianca e della Fed (insieme al FMI) abbiano un peso specifico nel recente peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Usa e Germania e nel freno alla trattativa per una zona di libera scambio tra le due sponde dell'Atlantico (curiosamente un plotone di "intellettuali" europei si è attivato contro questa nuova integrazione economica che può costituire un secondo piano Marshall). Ecco perchè, è di grande significato l'intervento di Mario Draghi, presidente della Bce, a favore di un "coordinamento" in sede europea delle riforme strutturali dei singoli paesi. Una proposta che va di pari passo con l'indicazione dell'eurogruppo (ministri finanziari) favorevole ad una simultanea politica di intervento sul "cuneo fiscale". Anche il discorso all'Europarlamento di Juncker, neopresidente della Commissione, che promette 300 miliardi in tre anni per crescita e lavoro (con il traino della Bei per i project bond), va in questa direzione. Torna in primo piano l'esigenza di un pieno ritorno al manifatturiero ridando slancio operativo all'obiettivo di portare l'industria europea al 20 per cento del Pil entro il 2020. Ed è l'unica strada per creare posti di lavoro stabili.

Alitalia e sindacati, trattativa interrotta

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di Stefania Bernardini

altInterrotta la trattativa tra Alitalia e i sindacati sul contratto collettivo nazionale e la riduzione del costo del lavoro in azienda. La conclusione non è ancora stata raggiunta e al momento non è stata fissata una nuova convocazione.

Le associazioni di categoria Anpac, Anpav e Avia, rappresentanti il personale navigante, parlano di “situazione di stallo su tutti i tavoli”.

L’unione tra Alitalia ed Etihad è perciò sospesa, mentre il Ceo della compagnia di Abu Dhabi, James Hogan, è atteso a una conferenza stampa a Roma.

Secondo il quotidiano Il Messaggero, intanto, ci sarebbe una data per firmare il contratto tra Alitalia ed Etihad. L’operazione dovrebbe avvenire il 25 luglio prima dell’assemblea di Cai che dovrà varare l’aumento di capitale da 250 milioni. Poste, secondo socio con il 19,48%, potrebbe investire una quota inferiore rispetto a quella di pertinenza, ossia 30 milioni sui 49 dovuti.

Potrebbero essere Intesa, Unicredit e probabilmente Atlantia a dover versare di più: circa 200 milioni per coprire l’inoptato invece dei 102,4 a loro spettanti.

Alitalia: c'è l'accordo con le banche

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E' durato 10 ore l'incontro tra i vertici di Alitalia e gli istituti creditori della compagnia ma sembra che l'accordo sia stato raggiunto.
L'Ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, ha affermato, uscendo dal vertice che: “tra le banche c'è accordo unanime”.
Dunque dopo l'accordo sugli esuberi raggiunto con Cisl, Uil, Ugl e le associazioni di categoria che rappresentano il personale navigante Anpac, Anpav e Avia, ora sembra che la nuova Alitalia abbia in tasca anche l'intesa con le banche. Il prossimo passo sarà la trattativa col Ministero dei Trasporti per il nuovo contratto collettivo dei lavoratori e la conseguente riduzione del costo del lavoro che dovrebbe portare la compagnia a risparmiare circa 30 milioni di euro negli ultimi sei mesi del 2014.

Anche il Ministro Maurizio Lupi si è pronunciato a favore del raggiunto accordo tra Alitalia e Eithad che definisce un modo per “tornare a sviluppare lavoro”. “Tutti stanno facendo la loro parte e tutti credono nel progetto”, ha dichiarato lo stesso Lupi.

Gabriele Del Torchio, il numero uno di Alitalia, fa sapere che la firma dell'accordo nn sarà questione di giorni, ma quel che è certo è che il cerchio si sta chiudendo. James Hogan, l'amministratore delegato di Eithad giungerà a Roma nella giornata di mercoledì per annunciare il nuovo volo dalla Capital ad Abu Dhabi.

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