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17. giugno 2019

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Progetto Razvitie: grandi infrastrutture euro-asiatiche

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Di Mario Lettieri, Sottosegretario all'Economia de Governo Prodi e Paolo Raimondi, Economista

altLe Ferrovie Russe hanno scelto l’Italia per presentare a livello internazionale fuori dai confini della Federazione Russa il grande progetto euro-asiatico di sviluppo infrastrutturale “Razvitie”.Una scelta significativa sotto molti aspetti.

E’ un mega progetto integrato di sviluppo da realizzare in 10-20 anni con investimenti stimati in 1,5 trilioni di dollari e la creazione di 12 milioni di nuovi posti di lavoro. Queste sono le cifre che hanno accompagnato la presentazione del progetto Razvitie illustrato a Roma lo scorso 25 giugno da Vladimir Yakunin, presidente delle Ferrovie di Stato russe, da Boris Lapidus, responsabile del settore di ricerca, da Mikahil Baydakov, presidente della banca d’investimento Millenium Bank e da Yury Gromiko, coautore del progetto.
Razvitie si presenta, innanzitutto, come un corridoio multi-infrastrutturale che ha l’obiettivo di collegare con un sistema del tutto nuovo la costa del Pacifico con il Mar Baltico e l’Atlantico. In Oriente coinvolge grandi Paesi come la Cina e il Giappone e in Occidente differenti Stati dell'Unione europea. Attraverserà il continente euro-asiatico e sarà composto da un mix di collegamenti ferroviari, stradali e autostradali, linee elettriche e linee cablate, condotte per il petrolio e il gas, canalizzazioni delle acque. Lungo il suo percorso si ipotizzano parchi tecnologici e nuove città, almeno dieci.


Si riprende la tradizione dei grandi piani che nel secolo scorso promossero l’industrializzazione della Russia e si punta alla ricomposizione del continente euro-asiatico come pacifico soggetto attivo sulla scena mondiale.
E' però qualcosa di diverso dai tradizionali piani di sviluppo – ha sottolineato Vladimir Yakunin – perché il suo obiettivo non è semplicemente quello di dare un impulso alla crescita dell’economia, ma è quello più interessante e ambizioso di promuovere uno sviluppo solidale tra popoli diversi per civiltà e tradizioni. Si caratterizza per l’uso delle tecnologie più avanzate e per la sperimentazione di un nuovo approccio alle compatibilità ambientali, mirando al miglioramento della qualità della vita delle popolazioni interessate.
I concetti di crescita e di sviluppo non sono sinonimi. Essi fanno riferimento a idee molto diverse, poiché con la crescita si guarda alla misura quantitativa delle merci, dei servizi e della ricchezza scambiati, mentre con lo sviluppo (razvitie) si pensa alla qualità e alla diffusione del progresso e del benessere dei popoli. Questa è l'idea forte che ci piacerebbe attecchisse anche nell'Unione europea.
Con il progetto Razvitie, la Russia intende avanzare una proposta concreta per cambiare i paradigmi economici. In questa ottica, anche il sistema bancario dovrà rispondere alle esigenze dell'economia reale e dare sostegno agli investimenti realmente innovativi a lungo termine.


Razvitie, dunque, come una piattaforma tecnologica, avrà i suoi terminali in Oriente, in Cina e Giappone, con prolungamenti nel Sud-Est asiatico, realtà nelle quali si è già cominciato a costruire un anello di collegamenti ferroviari e di fibre ottiche per potenziare i sistemi comunicativi. Anche in Occidente si prevedono collegamenti con le grandi reti di comunicazione europee.
L’avvio di un simile progetto ovviamente può rappresentare una grande opportunità per il sistema italiano. Soprattutto per quelle imprese che hanno affrontato la sfida dell’innovazione e della modernizzazione e sono in grado di contribuire alla costruzione delle grandi infrastrutture, delle nuove città e dei poli tecnologici previsti lungo il corridoio.


Dall’incontro di Roma – promosso da Eurispes, Isiamed e Millenium Bank – è nato anche un Comitato italiano di coordinamento, di cui gli autori sono tra i promotori, per rappresentare anche le istanze del nostro Paese. E’ una grande occasione di rilevanza strategica che non possiamo perdere.
L'idea, il progetto Razvitie, come sottolineato dagli organizzatori del convegno, può essere un ponte tra popoli e Stati. Attraverso la cooperazione e lo sviluppo economico e sociale si potrebbe dare un contributo al superamento dei crescenti conflitti regionali, a partire dalla questione ucraina.
 

Pensioni vere e date di nascita presunte

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di Prof. Vittorio Zedda

altA proposito dell'attribuzione di una pensione "italiana" a extracomunitari di almeno 65 anni, c'è qualche notiziola curiosa ,che merita d’esser conosciuta. In alcuni paesi del nord-Africa , chi nasce femmina non sempre viene registrato all'anagrafe. E in molti casi le bambine non vengono nemmeno iscritte ad una scuola pubblica : fra le immigrate in Italia di origine marocchina ,pare che circa l’ 80% sia analfabeta , secondo quanto reso noto da una associazione che si occupa di donne marocchine presenti nel nostro paese. Anche la mancata scolarizzazione concorre a non far emergere la mancata registrazione anagrafica nei paesi d’origine. Oggi le cose tendono a cambiare,ma questa fino a qualche decina di anni fa era la consuetudine , che sembra perduri oggi nelle campagne e nei villaggi,per ignoranza,trascuratezza, mentalità . In quei paesi non è raro il caso di donne, specialmente se ultracinquantenni,ma talvolta anche più giovani, che non conoscono con esattezza la propria data di nascita. 

E non è un’ignoranza di comodo: semplicemente i loro genitori, a suo tempo, non si sono presi la briga di segnalare ad una qualche autorità la venuta al mondo di una figlia. Ci possono essere poi anche difficoltà oggettive : è comprensibile che in certe località isolate tra monti e deserti non sia presente un ufficio dell’anagrafe o qualcosa che gli assomigli. Quando poi si presenta la necessità , per una di queste donne non-registrate, di richiedere alle autorità del loro paese un documento d’identità, l'interessata , o più spesso qualcun’ altro per lei, dichiara alle autorità l'anno presunto della nascita, che talvolta nemmeno i genitori di prole numerosa con esattezza ricordano .

E una volta bastava per i documenti l’indicazione dell’anno. In quanto a completare la data con il giorno e il mese , questa è stata un'innovazione relativamente recente ,resa soprattutto necessaria dal rilascio di documenti per l'espatrio, che richiedono l'indicazione della data di nascita completa . Il problema viene ( o veniva) sbrigativamente risolto nei paesi d’origine attribuendo generalmente d’ufficio come data di nascita il “ 1° gennaio “,in tutti i casi di data “ignota”, completando così l’indicazione dell'anno. Il fatto che tante immigrate risultino nate il 1° gennaio, complica la soluzione di problemi d’omonimia fra immigrate in Italia, specialmente per l’attribuzione del codice fiscale e della tessera sanitaria . Questo problema è ben noto agli uffici competenti e viene posto in evidenza dalla gestione informatizzata dei dati, presso i nostri uffici, poiché i programmi di cui i computer si avvalgono non possono interpretare ogni tipo di informazione o far fronte a qualsiasi problema o incongruenza .

Ora per l’attribuzione di pensioni in Italia a extracomunitari di almeno 65 anni ,su richiesta di parenti o congiunti immigrati da noi, la necessità di rettifica o di completamento di dati anagrafici nel paese di provenienza si può prestare a dimostrare l’avvenuto raggiungimento dell’età (65 anni)da parte della persona destinataria del beneficio: d’altronde chi può contestare un documento formalmente valido di uno stato estero, anche se la data di nascita riportata non può avere garanzie di esattezza? A ciò si aggiunge l’introduzione dell’uso del cognome, in popolazioni in cui al nome,per secoli, seguiva solo la dizione “figlio di-figlia di “ (bin- bint, ben-bent,ecc).Anche in questo caso gli stessi extracomunitari potranno raccontare la storia di cognomi autoattribuiti , nonché spiegarvi l’origine e il significato d’un cognome,comparso per la prima volta nei documenti del padre o più raramente del nonno.

E’questa un’altra complicazione riguardo alla  certificazione dell’identità personale : ma può apparire secondaria rispetto a questioni di date. Non c’è quindi solo il problema dei cinesi , che secondo una voce popolare “non muoiono mai “,perché,si diceva, i documenti degli scomparsi venivano riciclati dai viventi. E la diceria non è comprovata. Il nostro paese è meta di immigrazione da parte di persone appartenenti a centinaia di gruppi etnici, spesso entrate nel nostro paese del tutto prive di documenti ,non di rado volontariamente distrutti dagli interessati per potersi qualificare come rifugiati, perseguitati politici,ecc.

E’ questo il caso di moltissimi migranti africani che sbarcano quotidianamente sulle coste italiane :qualcuno un vero e proprio documento d’identità non l’ha mai avuto, ma molti,anzi troppi, si sono liberati d’ogni documento prima di partire. Ciò rende impossibile identificare non solo i vivi,ma anche i morti per naufragi, violenze durante il viaggio, malattie o altro. Il problema della ricostruzione e registrazione delle identità personali è diventata un’operazione complessa. Direi che sta diventando una questione per specialisti del ramo , i quali devono avere una conoscenza non superficiale di usi,costumi, mentalità, civiltà ,particolarità etniche, sistemi giuridico-amministrativi,condizioni sociali e politiche dei paesi d’origine dei nostri immigrati. Da anni è messo sotto pressione il nostro sistema assistenziale , pensionistico e sanitario , per erogare cure e prestazioni chirurgiche ,ad esempio,a genitori anziani di extracomunitari immigrati da noi o per far loro attribuire pensioni dovute all’età , all’invalidità e connesse indennità d’accompagnamento. Questi anziani vengono fatti appositamente venire in Italia ,utilizzando le procedure dei ricongiungimenti famigliari .

Non di rado riescono ad ottenere cure e pensioni , con il volenteroso aiuto di patronati e “agenzie” assistenziali di vario genere, presenti e operanti sul territorio italiano, assai attive nel dare agli immigrati informazioni, nel consigliare loro procedure o scorciatoie burocratiche non sempre esatte ,che alimentano richieste di benefici,ma anche illusioni e vane speranze.

Ocse, chi incoraggia le Pmi?

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di Guido Colomba

altPer l'Europa delle piccole e medie imprese (PMI) è giunta dall'Ocse -"Scoreboard 2014"- una conferma inequivocabile: il credito in Europa è diminuito e gli spread sono aumentati rispetto alle grandi imprese. Il quadro peggiora ulteriormente se riferito all'Italia. A gettare ulteriore pessimismo è giunto oggi il dato della Banca d'Italia che attesta un proseguimento anche a maggio (-5%) del "credit crunch". Emergono altri due dati. Il primo è di natura congiunturale.

La crisi da deflazione è tale che il crollo delle vendite determina una caduta verticale nella domanda di credito per investimenti. Il secondo dato ne è la diretta conseguenza: molte aziende non riescono più a ripagare i debiti con il risultato che le banche sono sommerse da una montagna di crediti in sofferenza. Ma, come è emerso al convegno Ocse-Confindustria, manca il rapporto one-to-one e si indulge troppo negli studi di settore. Una situazione che danneggia le imprese. Tuttavia le stesse PMI hanno un linguaggio inadeguato nel comunicare la loro situazione. Eppure, le piccole e medie imprese producono tuttora oltre l'80% del Pil ma la percentuale di prestiti ottenuti dalle banche a fine 2012 era pari al 18,4% (in Svezia è stato del 90%). Un dato che riflette la profonda sperequazione che il "capitalismo di relazione" (politica-burocrazia-imprese) ha prodotto nel Paese.

I dati Ocse, illustrati da presidente del gruppo di lavoro S.Zecchini, smentiscono la facile risposta del sistema bancario che attribuisce alle PMI un rischio maggiore rispetto alle medie-grandi aziende. Risulta infatti che i "non performing loans" (i prestiti in sofferenza) sono saliti a fine 2012 per le Pmi italiane all'11,9% rispetto al 9,8% delle maggiori imprese. Una differenza del 2,1% che non giustifica la piccola "fetta" di credito del 18,4% assegnata alle Pmi. Qualcosa va fatto con urgenza ed è auspicabile che la Cdp intervenga al più presto sia in termini di garanzie per il collateral che per i minibonds. Si intende con l'ulteriore garanzia dello Stato. Solo così l'effetto leva può dispiegarsi in tempi brevi trascinando così una crescita immediata dell'occupazione. Al tempo stesso, questa situazione alimenta la richiesta di consulenza alle banche e alle Pmi che deve essere estesa al settore del finanziamento non-bancario. Finora i risultati in questa direzione (minibonds,crowd funding, angels ecc.) hanno avuto in Italia scarsi risultati.

E' evidente che il "mezzanine funding" richiede una cultura finanziaria che è tuttora assente nel sistema-Italia. Eppure vi è l'esigenza, come ha ricordato Vincenzo Boccia (presidente, Credito e finanza di Confindustria) di utilizzare l'enorme liquidità che circola nel mondo e cerca opportunità di investimento. Dunque il "mezzanine funding" va incoraggiato anche nell'interesse delle banche che devono uscire dalla costrizione di essere l'unica fonte di finanziamento per le Pmi. Le IPO in corso presso la Borsa di Milano rappresentano solo la punta dell'iceberg rispetto alla galassia delle Pmi. Dai dati Ocse emerge che lo spread è salito del 2% mentre la richiesta di "collateral" è aumentata nel 2012 del 35% rispetto al 33% del 2011. Dunque, la teoria di un incoraggiamento a favore delle piccole e medie imprese italiane è del tutto infondata.

Ue, occorre una rifondazione

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di Guido Colomba, direttore di The Financial Review

alt Il semestre UE è iniziato con un forte messaggio di Renzi denso di richiami ideali. Ma sembra un dialogo tra sordi. Da un lato, l'Italia (afflitta dal secondo maggior debito mondiale), dall'altro, Germania e Olanda da sempre abili gestori dei loro interessi. I casi Ing e Deutsche Bank sono assai esemplificativi di un uso disinvolto di strumenti finanziari a leva che nulla hanno a che fare con l'economia reale. Nel frattempo emerge una volta di più (re: Corriere, Rizzo) che il Tesoro - si suppone con il pieno accordo della Banca d'Italia - ha fatto a gara nell'utilizzo di contratti derivati swap a "copertura" dei titoli di stato italiani. Con il risultato, denunciato da Rizzo, che nel solo 2013 si sono persi 3,4 miliardi di euro (pari a 6583 miliardi delle vecchie lire) a favore delle banche internazionali emittenti. Sono contratti trentennali e questa emorragia continuerà almeno fino a quando i tassi di interesse resteranno al di sotto del 3% (oggi il tasso di riferimento Bce è pari allo 0,15%). La cosa spiacevole sul piano etico è che talora sono stati assunti da queste banche estere gli stessi personaggi che hanno sottoscritto per l'Italia contratti così disinvolti (perchè le agenzie di rating non ne sono state informate visto che la copertura assicurativa - così costosa - dei "derivati" avrebbe dovuto ridurre il rischio del debito sovrano?).

Formalmente è tutto consentito dalla normativa ma è giunto il momento di porre fine a questi continui conflitti di interesse mentre il Paese soffre di una crisi mortificante. Ed è una conferma degli enormi problemi che Renzi, il rottamatore, deve affrontare. Vi è poi il caso sollevato dal prof. Guarino il quale nel contestare il "fiscal compact" (obbligo del pareggio e sottomissione al programma approvato dalla Commissione) dimostra come per un paese afflitto da basso sviluppo sia impossibile ridurre il debito senza aggravare la crisi interna. Un processo auto-demolitorio che, a detta di Guarino, viola i criteri di convergenza (art. 126 2/a) del trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (ribaditi dal trattato di Lisbona del 2007). Cosa accadrà? Vi sono troppe "asincronie" a cominciare dai soldi veri (54miliardi) che l'Italia ha versato, con aumento del proprio stock di debito, nelle casse europee per aiutare i paesi in crisi e l'impossibilità di cofinanziare i progetti europei poichè ciò farebbe sforare il tetto del 3%. Una cosa ridicola che ricorda l'assurdità delle quote latte ottenute da un paese piccolo come l'Austria superiori a quelle dell'Italia con 60 milioni di abitanti.

C'è un gap di credibilità molto forte. Per troppi anni abbiamo avuto in Italia una "nomenklatura" che non ha saputo difendere e tutelare gli interessi nazionali. Il timore è che questo andazzo lobbistico stia andando avanti nonostante la grande volontà di cambiamento manifestata dal premier Matteo Renzi (ricordate il braccio di ferro solo per nominare il capoufficio legislativo a Palazzo Chigi?). L'opinione pubblica ha capito la situazione ed incoraggia i tentativi di Renzi il cui tasso di popolarità continua a superare il 75%. Ma i fatti parlano chiaro. Vi sono ancora in lista di attesa 511 decreti attuativi che riguardano provvedimenti Monti-Letta- Renzi. Di questi decreti ben 177 sono già scaduti. Altro che bicameralismo imperfetto. Qui c'è una burocrazia che non molla la presa e fa di tutto perchè nulla cambi. Non a caso si preannuncia a settembre un nuovo regolamento della Camera che, tra le altre cose, impone di scrivere i testi di legge in un italiano comprensibile come prevede la Costituzione. 

Fitch, la Spagna crescerà più dell’Italia

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di Stefania Bernardini

altL’agenzia di rating Fitch nel suo Global Economic Outlook annota che la ripresa nell’Eurozona resta fragile e disomogenea. Ancora sfavorevole la valutazione sull’Italia che viene vista in rallentamento sulla crescita rispetto alla Spagna.

Germania e Francia, nei prossimi trimestri, saranno superiori a Spagna e Italia. L’agenzia stima che nell’Eurozona la crescita complessiva sarà dell’1,1% nel 2014, dell’1,5% nel 2015 e dell’1,6% nel 2016.

Molto meglio per il Regno Unito, fuori dalla zona euro, che dovrebbe crescere quest’anno del 3% per poi rallentare il prossimo anno passando al 2,5% e ulteriormente tra due anno fermandosi al 2,3%.

Crescita prolungata nel tempo è prevista da Fitch negli Stati Uniti. L’agenzia di rating sostiene che il consumo privato sarà sostenuto dall’aumento delle entrate delle famiglie, del benessere e dell’occupazione, gli investimenti troveranno stimolo nei risultati positivi aziendali e si registrerà un recupero del mercato immobiliare. Questo porterà gli Usa ad aumentare il Pil del 2,8% nel 2014, 3,1% nel 2015 e 3% nel 2016. 

La disoccupazione giovanile cala, ma resta al 43%

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di Stefania Bernardini

altIl tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni  è sceso dello 0,3% a maggio rispetto al mese di aprile. Il livello resta in ogni caso alto fermandosi a quota 43 punti percentuali.

I disoccupati, a maggio, sono stati 3 milioni e 222 mila persone, 127 mila in più rispetto allo stesso mese del 2013. L'Istituto di Statistica, nei dati provvisori, ha indicato un aumento del 4,1%. E rispetto al mese di aprile è cresciuto anche il numero delle persone in cerca di lavoro con 26 mila disoccupati in più.

La disoccupazione femminile tocca poi il 13,8% a maggio, il livello più alto dall'inizio delle serie storiche mensili, ovvero gennaio 2004. Nel confronto con i dati trimestrali destagionalizzati è il dato più alto dal secondo trimestre 2000. Il tasso cresce sia sul mese (+0,5 punti) che sull'anno (+0,8 punti).

La segretaria generale Susanna Camusso lancia l’allarme:"E' indubbio che il 2014 rischia di essere un anno pesantissimo per l'occupazione: un anno in cui intere aree del paese si sentono abbandonate, penso al mezzogiorno, quindi è fondamentale realizzare politiche che attuino scelte di lavoro e rimettano il lavoro al centro, in assenza di queste politiche è indubbio che la situazione sarà sempre più difficile". In un’intervista al Gr1 Rai Camusso ha aggiunto: "le promesse del Governo non ci rassicurano".

I dubbi sul governo riguardano soprattutto il fatto che "innanzitutto andare alla legge di stabilità significa portare lavoratori che non hanno ancora ricevuto l'indennità a un anno di assenza, considerato che dobbiamo ancora chiudere il 2013. In secondo luogo perché oltre al dover trovare le risorse, il governo ci deve garantire e dire chiaramente che finché non entrano in vigore i nuovi ammortizzatori sociali, non ci sono restrizioni alla cassa integrazione e mobilità in deroga". 

"Non si può intervenire sugli accordi già fatti - aggiunge Camusso - non può essere che se si va al Ministero dello sviluppo economico si può avere la possibilità di fare accordi lunghi di deroga, e invece nel territorio no: non si possono creare differenze così consistenti. Non si può porre un tetto di otto mesi a prescindere, come sempre gli ammortizzatori sociali devono essere legati ai piani e alle prospettive di ripresa delle imprese. Abbiamo segnali che le aziende stiano licenziando perché le regioni respingono le domande di accesso alla cig, non è ancora un fenomeno molto ampio ma è da troppo tempo che si ventila la riduzione della cig in deroga, ed è sicuro che col messaggio mandato dal ministro Poletti sui tempi degli accordi, questo fenomeno si moltiplicherà".

GOVERNO RENZI& BANCHE: 2 PICCIONI CON UNA FAVA

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altGiannina Puddu, presidente Assofinance (associazione nazionale dei consulenti finanziari indipendenti), dichiara che, ad un "osservatore esterno" viene da pensare che il Governo Renzi, dopo il Governo Letta, stia esagerando. 

Anatocismo e POS obbligatorio in un colpo solo è azzardo da principianti! Il POS obbligatorio per le micro attività è un nuovo grande regalo alle banche, pensato solo per avvantaggiare  le banche. Non porterà nessun vantaggio alla raccolta fiscale. In verità, dal punto di vista dei lavoratori coinvolti, si tratta solo ed esclusivamente di una nuova complicazione e di un nuovo costo insostenibile, tanto da costringere molti di questi a chiudere la partita  IVA. 

Chiuderanno la posizione IVA ma continueranno a vivere e mangiare; quindi continueranno a lavorare, in nero, aumentando l'evasione fiscale. Qualcuno, stremato, penserà di andarsene dall'Italia alla ricerca di un Paese amico nel quale fare business non sia attività da perseguire in ogni modo.

Se non si dà presto una energica regolata il Governo Renzi cade.

"La recessione è finita ma la ripresa è deludente"

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di Stefania Bernardini
 
altLa recessione dell'area dell'euro sembrerebbe superata. L'economia globale "si sta riprendendo", ma "permangono gravi difficoltà e stanno emergendo nuovi rischi". Il direttore generale della Banca dei regolamenti Internazionali, Jaime Caruana, intervenendo all'assemblea generale ordinaria della Bri spiega che il peggio è passato ma "la ripresa è deludnte".
 
"A distanza di sette anni, la Grande Crisi Finanziaria getta ancora un'ombra lunga sull'economia mondiale - dice il direttore generale della Bri - la buona notizia è che l'economia globale si sta riprendendo e ha ricominciato a crescere nell'anno trascorso. Iniziano a intravedersi gli effetti delle riforme, pur se in modo disomogeneo. La ripresa nelle economie avanzate si è ampliata. L'area dell'euro è finalmente riemersa dalla recessione, mentre il rallentamento nelle economie emergenti sembra essersi attenuato. L'aspettativa generale è quella di un graduale ritorno della crescita mondiale ai tassi pre-crisi. La notizia meno buona è che permangono gravi difficoltà, e stanno emergendo nuovi rischi. Nel confronto storico la ripresa è deludente".
 
''Esiste la possibilità di una trappola del debito: cercando di stimolare l'economia con tassi di interesse bassi'' si incoraggia ''ulteriormente l'assunzione di debito finendo per aggravare il problema'' che si voleva risolvere'' avverte la Bri nella relazione annuale suggerendo che ''prendere scorciatoie non porta da nessuna parte''.

PLT ENERGIA CON VERGNET PER LA COSTRUZIONE DI PIÙ DI 20 IMPIANTI MINI EOLICI IN ITALIA E ALL’ESTERO

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altPLT energia S.p.A., holding italiana di partecipazioni industriali operante nel mercato delle energie rinnovabili con una produzione annua di energia elettrica di oltre 230 GWh, e Vergnet SA, tra i leader mondiali nella costruzione e fornitura di turbine eoliche, hanno siglato un accordo quadro di partnership industriale che prevede l’installazione, da parte di PLT energia, di impianti di produzione di energia elettrica da fonte eolica da 200 kW sia in Italia che all’estero.
 
Pierluigi Tortora, CEO di PLT energia: “La dinamicità del Gruppo PLT ha consentito, grazie alla partnership con Vergnet, di avviare all’esercizio in Italia i primi impianti mini eolici da 200 kW, con aerogeneratori affidabili e tecnologicamente avanzati. Lo standing internazionale di Vergnet, grazie al rinnovato accordo, consentirà a PLT di realizzare ulteriori 20 impianti in Italia nel biennio 2015‐2016, nonché di proseguire il processo di internazionalizzazione che punta a realizzare impianti mini eolici in paesi ad alta vocazione ventosa, quali Inghilterra e Scozia”.
 
Jerome Douat, CEO di Vergnet: “Siamo molto soddisfatti della partnership con il Gruppo PLT energia perché ha consentito a Vergnet di entrare nel mercato italiano fin dal 2012 e ad oggi possiamo contare su una penetrazione di mercato, nel segmento mini eolico, pari all’80% circa, con risultati in termini di performance degli impianti molto soddisfacenti.”.
 
Il Gruppo Vergnet, presente in 35 nazioni e quotato sul listino Alternext alla borsa di Parigi dal 2007, è specializzato nella generazione di energia elettrica da fonte eolica, solare e ibrida e ha installato in tutto il mondo 900 turbine eoliche oltre alla fornitura di acqua a favore di 50 milioni di persone.  
 
La collaborazione tra PLT energia e il Gruppo Vergnet, iniziata nel 2012, ha già portato in esercizio 8 impianti Vergnet in Italia la cui manutenzione è stata affidata alla PLT engineering S.r.l., società EPC del Gruppo PLT energia.
 
PLT energia S.p.A. è una holding italiana di partecipazioni industriali attiva nella produzione e vendita di energia elettrica, grazie alla progettazione, costruzione e gestione di impianti alimentati da fonti rinnovabili. Il gruppo PLT energia presidia internamente, attraverso società dedicate, la progettazione e lo sviluppo degli impianti, la gestione, manutenzione e vendita di energia in una logica di integrazione verticale attraverso un approccio integrato al business delle rinnovabili. PLT energia opera in particolare nel settore eolico, fotovoltaico e del biogas tramite 28 impianti in Italia che generano una produzione di energia annua di oltre 230 GWh. Nel 2013 il Gruppo ha generato ricavi caratteristici per 18,8 milioni di euro con un EBITDA rettificato pari a 13,1 milioni di euro.

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