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17. giugno 2019

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Il progetto Razvitie:un ponte tra popoli e Stati per un nuovo modello di sviluppo sociale

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altUn mega progetto integrato di sviluppo da realizzare in 10-20 anni con investimenti stimati in 1,5 trilioni di dollari e la creazione di 12 milioni di nuovi posti di lavoro: sono queste le cifre che hanno accompagnato la presentazione del progetto russo di corridoio euro-asiatico Razvitie illustrato a Roma daVladimir Yakunin, presidente delle Ferrovie di Stato russe, dal vice presidente Boris Lapidus, dal presidente della Millenium Bank, Mikhail Baydakov.

 

 Razvitie si presenta, innanzitutto, come un corridoio multi-infrastrutturale che ha l’obiettivo di collegare con un sistema del tutto nuovo la costa del Pacifico con il Mar Baltico e l’Atlantico, coinvolgendo in Oriente paesi come la Cina e il Giappone e in Occidente numerosi Stati europei. Un corridoio che attraverserà il continente euro-asiatico e che sarà composto da un mix di collegamenti ferroviari, stradali e autostradali, linee elettriche, linee cablate, condotte per il petrolio e il gas, canalizzazioni delle acque; per di più, il percorso sarà accompagnato dalla fondazione di parchi tecnologici e nuove città (almeno dieci).

 

 Il progetto riprende la tradizioni dei grandi piani che nel secolo scorso promossero l’industrializzazione della Russia e punta alla ricomposizione del continente euro-asiatico come soggetto attivo di primo piano sulla scena mondiale. Ma è qualcosa di diverso dai tradizionali piani di sviluppo – ha sottolineato Vladimir Yakunin – perchè il suo obiettivo non è semplicemente quello di dare un impulso alla crescita dell’economia, ma promuovere uno sviluppo solidale tra popoli diversi per civiltà e tradizioni, caratterizzato dall’uso delle tecnologie più avanzate, la sperimentazione di un nuovo approccio alle compatibilità ambientali, il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni interessate. I concetti di crescita e di sviluppo – ha aggiunto Yakunin – non sono sinonimi;  al contrario, fanno riferimento a idee molto diverse, poiché con la crescita si guarda alla misura quantitativa delle merci e dei servizi scambiati, mentre con lo sviluppo (razvitie) si pensa invece alla qualità del progresso umano. Con il progetto Razvitie, la Russia intende, insomma, avanzare una proposta concreta per cambiare i paradigmi economici. In questa ottica, ha precisato il presidente della Millenium Bank, Mikhail Baydakov, il sistema bancario dovrà ri-orientarsi verso le esigenze della economia reale e il sostegno agli investimenti realmente innovativi a lungo termine.

 

 Razvitie sarà realizzato per moduli – sezioni di 2-300 Km – e sulla base dell’esperienza maturata con i progetti pilota, che in parte sono già stati avviati dalla Russia in Cina e in Giappone. In Cina, ad esempio, la Russia collabora alla costruzione della città ecologica di Jianjin, alla riconversione ecologica delle città di Chongging-Liangiiang e Daliam; in Giappone, alla organizzazione di Yokohama come smart city e alla elaborazione del progetto “città del futuro” predisposto dalla compagnia Hitachi; nelle isole Maldive, sono in atto progetti che riguardano la conservazione delle acque.  Tutte esperienze che saranno riportate nelle nuove città la cui costruzione è prevista da Razvitie.

 

Razvitie, dunque, come una piattaforma tecnologica avrà i suoi terminali in Oriente, in Cina e Giappone, con prolungamenti nel Sud-Est asiatico, realtà nelle quali si è già cominciando a costruire un anello di collegamenti ferroviari e di fibre ottiche per potenziare i sistemi comunicativi e, in Occidente, nell’Europa del Nord, in Lituania, Polonia, con prolungamenti verso la Francia e la Spagna (collegamento alle grandi reti europee). Per queste sue caratteristiche, ha commentato il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, il progetto Razvitie esprime una prospettiva di cambiamento delle dinamiche dello sviluppo e degli scambi come quello che avvenne con la costruzione del canale di Suez.

 

Per il sistema italiano, ha sottolineato il sen. Gian Guido Folloni, presidente di Isiamed, l’avvio di questo progetto rappresenta indubbiamente una grande opportunità, soprattutto per quelle imprese che hanno accettato la sfida dell’innovazione tecnologica e che potranno contribuire, in particolare, alla costruzione delle nuove città e poli scientifici previsti lungo il corridoio. Un concetto, questo, ripreso e condiviso nel suo intervento anche da Maurizio Flammini, presidente Federlazio. La specifica missione della Russia consiste nel concepire ed avviare i primi passi nella elaborazione ed organizzazione di questo progetto, ha affermato Yury Gromyko, direttore del Centro Studi “ E.L.Shiffers” (Mosca), ma è chiaro che per la sua realizzazione sarà necessaria anche una forte cooperazione internazionale .

 

Al termine della conferenza – promossa dall’Eurispes, Isiamed e Millenium Bank – è stato costituito un Comitato italiano di coordinamento per rappresentare al meglio le istanze del nostro Paese, che ha carattere aperto e che nella prima fase è composto da:  Paolo Raimondi, economista (coordinatore); Maurizio Flammini, presidente PMI Italia,Gian Guido Folloni, presidente Isiamed; Giuseppe Folloni, presidente SITES Economia e Sviluppo; Mario Lettieri, già sottosegretario all’economia del governo Prodi; Marco Ricceri, segretario generale Eurispes; Dario Rivolta, già vicepresidente Commissione Affari Esteri della Camera Deputati; Lanfranco Senn, direttore CERTeT, Università Bocconi. 

Vertice Ue, crescita e politica industriale

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altCrescita e politica industriale. Per la prima volta Angela Merkel affronta un vertice Ue in una situazione nuova e difficile. Per la debolezza della Francia, per l'ostilità di Cameron (che non vuole vedere nemmeno le bandiere europee), per l'ingresso di una nuova leadership, quella di Matteo Renzi. Non è vero che i toni di Renzi siano soft o di basso profilo. Il discorso pronunciato alla Camera è stato studiato in controluce da tutte le cancellerie europee. Berlino in primis. La frase di Renzi è quanto mai perentoria: "Viola il patto di stabilità chi non parla di crescita". Sta di fatto che il trattato Ue, stipulato nel 1997, porta il titolo "Patto di stabilità e crescita". Se qualcuno ha sbagliato ora deve fare un passo indietro. Vi è una seconda grave carenza. Quella della mancata politica industriale che, dopo la tempesta finanziaria del 2008, si sta traducendo in una crescente deindustrializzazione. Un problema che non riguarda solo l'Italia (ha perso un quarto della produzione in sei anni) ma anche il resto d'Europa dove il peso globale del manifatturiero sul Pil è sceso del dieci per cento. La disoccupazione (24 milioni in tutta Europa) nasce da questa errata visione di privilegiare l'attività di servizi e finanza lasciando ad altri il ruolo industriale. Un errore tanto grave che, negli Usa, ha indotto la Casa Bianca, già tre anni fa, ad invertire la rotta con provvedimenti concreti: sconti fiscali, incentivi all'innovazione e alla ricerca. Una ricetta che sta già funzionando. Cosa ha fatto l'Europa? E' una domanda retorica visto che è stata ignorata la stessa direttiva Ue che, in otto anni, voleva elevare al 20% la quota del Pil industriale in Europa. Vi sono poi le aberrazioni attuative del patto di stabilità denunciate più volte dal Fmi e dalla Fed. Bruxelles ha avviato la procedura di infrazione perché l'Italia non paga i debiti arretrati alle imprese, che vengono bloccati proprio dal patto di stabilità (i Comuni ad esempio hanno in cassa 8,5 miliardi ma non li possono spendere). 

 

Schauble continua a parlare di rispetto dei vincoli però dall'Italia le casse europee hanno ottenuto ben 54 miliardi di euro per il salvataggio dei Paesi in crisi verso i quali le banche italiane non erano esposte se non in misura minima ma lo erano abbondantemente quelle tedesche e del Nord Europa. Dunque, dai "falchi" di Berlino vengono diffuse "false-verità" che i mass media, troppo "enbedded", si sono ben guardati dal denunciare. E' questo il senso del principio renziano di "parlare prima dei contenuti e poi delle nomine". Questo non significa dover regalare ai soliti Paesi il ponte di comando della Ue. Il Quirinale ha firmato i due decreti sulla riforma della PA (consente posti di lavoro per i giovani) e sulla competitività (start up e Pmi). A un magistrato (Cantone) è stato affidato il controllo sugli appalti presenti e futuri. Al tempo stesso, il cammino delle riforme del Senato e delle Autonomie prosegue con intensità. Dunque, Renzi va a Bruxelles con le carte in regola. E' sufficiente tutto ciò per dire che l'Italia è un Paese forte? Si può solo dire che Il Paese, a lungo compresso, ha voglia di ripartire. E' questo il senso del "rinascimento asimmetrico" che si profila all'orizzonte. I primi segnali: a) torna a crescere (+5,7%) l'export nei paesi extra europei. Il saldo dell'export manifatturiero colloca l'Italia tra i primi dieci del mondo e al secondo posto in Europa dopo la Germania. b) L'Italia è di nuovo appetibile per gli investitori esteri. c) Il patrimonio culturale è tornato ad essere considerato un asset che può contribuire al rilancio. Qualcosa si muove e un po’ di ottimismo non guasta.

Di Guido Colomba

L'Austria è al primo posto per la produzione di energie rinnovabili

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altLo studio “New impulses for the energy revolution”, realizzato da Research Institute Handelsblatt e General Electric (GE), ha posizionato l'Austria tra i Paesi all’avanguardia in tema di sostenibilità energetica. L’Austria è al primo posto per quanto riguarda la produzione di energie rinnovabili, con il più alto livello di efficienza in questo settore rispetto a tutti gli Stati esaminati nel Rapporto. La quota di energie rinnovabili, nel sistema complessivo di fonti energetiche, è molto elevata: l’Austria produce già il 75 per cento della propria elettricità attraverso fonti rinnovabili; meno del 10 per cento dell'energia elettrica deriva dalla combustione del carbone. Grazie a ciò, dal 2011 le emissioni di CO₂ sono diminuite di 2,7 milioni di tonnellate e in un prossimo futuro l’Austria potrebbe addirittura diventare un esportatore di energia pulita.

 

Prendendo in considerazione un totale di 51 indicatori, la ricerca del Research Institute Handelsblatt ha misurato e messo ha confronto i sistemi energetici di 24 paesi Ocse e Brics in termini di sicurezza, sostenibilità ambientale ed efficienza economica.
Nel risultato complessivo dello studio l’Austria si posiziona al terzo posto, dietro a Svezia e Norvegia, ma per la produzione da fonti rinnovabili è saldamente attestata alla prima posizione.
 

LE SEDICENTI BALIE DEL MOSTRO A TRE CORPI E UNA TESTA

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di Giannina Puddu

altLe sedicenti balie del mostro a tre corpi e una testa si stanno preparando con tutte le cure possibili e impossibili per la conquista di un posto al dondolar della culla.
 
La culla è ancora vuota e la loro ansia è al massimo. Arriverà il piccolo o non arriverà. E, se anche dovesse arrivare, riuscirà una sola testa a governare tre corpi? I medici, interpellati, esprimono grande preoccupazione.
 
Si teme che un corpo possa aggredire l'altro o che i corpi possano prendere direzioni diverse procurando anche gravi e mortali lacerazioni nelle aree di contatto; il sangue, distribuito in un solo circuito di vasi comunicanti, potrebbe defluire a fiotti copiosi in pochi minuti tanto che i soccorsi potrebbero non arrivare in tempo e trovare il mostro ormai esangue e privo di vita.
 
Se il piccolo riuscisse, nonostanti le gravi anomalie e malformazioni, a sopravvivere, la scienza ed il buon senso potrebbero concordarne la soppressione in tempi rapidi.
 
E' chiaro che le aspiranti balie potrebbero trovarsi nella condizione di dover cercare un impiego altrove accettando un compenso inferiore e minore visibilità.
 
La crisi è crisi.

Europa al bivio, Renzi non si ferma

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di Guido Colomba

altDove va l'Europa? Sono possibili nuove regole come sembra auspicare Renzi nel trattare con Von Rompuy? Intanto il FMI, allarmato dalla deflazione incipiente, continua a premere per una svolta della Bce ("deve comprare titoli su larga scala") e del Consiglio europeo. L’intervento a gamba tesa di  Tajani è irrilevante visto che la soluzione del problema dei pagamenti arretrati è al centro dell'attenzione già da due anni ed è condizionata proprio dal patto di stabilità. Il confronto con la politica della Fed e della Casa Bianca è impietoso. Obama ha puntato sul manifatturiero tanto da programmare (con forti incentivi finalizzati alla innovazione e alla ricerca) un rientro pari al 52% delle società Usa "delocalizzate".

La Fed dopo avere inondato di liquidità per sei anni il sistema economico (banche e imprese) comincia, da alcuni mesi, a tirare i remi in barca riducendo a 35 miliardi al mese gli acquisti di titoli e di collateral.

Al contrario, la Bce continua la politica degli annunci. Il finanziamento alle imprese non finanziarie (tramite le banche) pari a 400 miliardi di euro - con la sigla Tltro - scatterà solo a settembre e dicembre e richiede ben sei regolamenti attuativi. Né vi sono garanzie che il credito della Bce vada alle Pmi che rappresentano l'80% dell'occupazione. Nel frattempo il "credit crunch" continua, mese dopo mese, come testimoniano le statistiche della Banca d'Italia. Renzi si sta muovendo a 360 gradi e non intende fermarsi. Un compito gigantesco che ha già scatenato l'opposizione dei mandarini di Stato. Persino il tentativo di varare leggi autosufficienti riducendo al minimo (entro trenta giorni) i famigerati decreti attuativi - ve ne sono ancora 500 in lista di attesa - è stato stoppato dalla burocrazia interna del Tesoro. Si attendono precisazioni che tardano ad emergere...

Al tempo stesso, la politica di Putin e la crisi globale del Medio Oriente rappresentano una nuova sfida per l'Europa. Sta di fatto che lo "shale gas" renderà, già tra tre anni, gli Usa primo esportatore verso l'Europa. Nel frattempo le riserve di petrolio americane sono salite ai massimi degli ultimi 40 anni mentre l'Europa dopo aver favorito (complice Berlino) i rifornimenti di gas dalla Russia appare inerme ed indecisa. Anche l'Eni, negli ultimi anni, si è appiattita sulle forniture di gas russo risultando vulnerabile nella politica degli approvvigionamenti diversificati.

L'Italia ha ripreso una politica estera di stretta osservanza Nato tanto da rilanciare l'intesa Ue-Golfo con un negoziato di libero scambio fermo da diversi anni nel totale disinteresse del Nord Europa. Ma proprio questi obiettivi premono per una rapida attuazione della delega fiscale in mano al governo Renzi. Occorre varare un credito di imposta orientato al manifatturiero, insistere sui minibond e sulla erogazione diretta (assicurazioni, fondi pensione) del credito alle imprese. Il governo è sul binario giusto come è confermato dal boom di Ipo (offerta pubblica iniziale) in Borsa a cominciare da Cerved. Una politica di incentivi richiede però adeguati flussi finanziari che solo una spending review incisiva può assicurare visto che la pressione fiscale è ai massimi del mondo occidentale. A che punto siamo? Si intuisce che solo dopo la riforma del Senato e del capitolo V della Costituzione, si entrerà nel vivo della questione. Per l'Italia sarà la cartina del tornasole del semestre europeo. (Guido Colomba, copyright 2014 edizione italiana)

L’alternativa è tra un New Deal e il quantitative easing

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Come da noi evidenziato nel recente passato il governatore Mario Draghi nella sua ultima conferenza stampa mensile di fatto ha affermato che il Quantitative easing “all’europea” è pronto per essere messo in campo. L’abbassamento allo 0,15% del tasso di interesse, il tasso negativo di - 0,10% per i depositi overnight fatti dalle banche presso la Bce e i 400 miliardi di euro di nuova liquidità alle banche che concedono prestiti a imprese e famiglie, non sono altro che il corollario delle prossime mosse che prevedono l’utilizzo di “strumenti non convenzionali”, come l’acquisto diretto da parte della Bce di asset backed security, titoli cartolarizzati basati su prestiti fatti al settore privato dell’eurozona.

Consapevole del ruolo nefasto che certi abs, soprattutto quelli legati al settore immobiliare, hanno avuto nello scatenare la crisi finanziaria americana nel 2007-8, Draghi ha voluto sottolineare che, tenuto conto delle nuove regole in discussione sui derivati finanziari, gli abs in questione dovranno essere “semplici, perciò non Cdo complessi, reali, cioè basati su prestiti veri e non su derivati, trasparenti, e quindi comprensibili per i sottoscrittori”.

La Bce quindi si sforza di spiegare che l’operazione sarà differente da quelle finora fatte negli USA, in UK e in Giappone, in quanto non si acquisteranno titoli di stato bensì si cercherà di facilitare la concessione di prestiti all’economia reale da parte delle banche.

Almeno sul piano teorico la Bce cerca di evitare quelle politiche di QE che hanno prodotto conseguenze negative e anche nuove bolle. Ad esempio, per i 400 miliardi di nuova liquidità le banche non potranno presentare prestiti-mutui concessi alle famiglie per l’acquisto di immobili in quanto una simile operazione fatta in Inghilterra ha prodotto l’anno scorso un aumento dei prezzi delle case dell’11%.

Purtroppo però le scelte della Bce rimangono ancorate a due assiomi errati.

- Il primo scaturisce dalla paura di deflazione derivante anche dall’incapacità di mantenere un tasso di inflazione intorno al 2%.

Occorre sfatare il mito che l’inflazione, anche quella controllata, sia un toccasana per l’economia. In un’economia ben funzionante, dove si ha un aumento della produttività a seguito di miglioramenti tecnologici e di una maggiore professionalità delle risorse umane, i prezzi tendono naturalmente a scendere. Ciò è un bene per i processi economici.

E’ vero comunque che una certa inflazione, magra consolazione, contribuisce a ridurre il debito pubblico. Ma è altrettanto vero che l’inflazione, in mancanza di aumenti salariali e di altre entrate, erode i redditi dei cittadini, riduce i loro livelli di vita e di consumo andando a diminuire la domanda e quindi tende ad incidere al ribasso sui prezzi. Ciò è avvenuto anche in Italia dove i cittadini e le famiglie hanno visto i loro redditi ridursi sensibilmente dall’inizio della crisi.

E’ quindi errato misurare la necessità un “po’ di inflazione” in funzione del debito pubblico.

Non può essere un’anomalia a determinare quello che dovrebbe essere invece un andamento virtuoso dell’economia. Il rischio di deflazione dipende dalla contestuale caduta dei redditi e della

domanda, dalla restrizione dei processi economici e dalla mancanza di politiche di sviluppo e di crescita.

- Il secondo assioma fuorviante è la pervicace volontà di veicolare la liquidità e il credito esclusivamente attraverso il sistema bancario così come esso è attualmente strutturato.

di Mario Lettieri, Sottosegretario all'Economia del Governo Prodi e Paolo Raimondi, economista

altSei anni di salvataggi e di altri “esprimenti” monetari sono serviti soltanto a dimostrare che si è caduti nella “trappola della liquidità”. L’enorme liquidità messa a disposizione a basso costo dalla Banca Centrale non è poi rifluita verso le famiglie, le imprese e nuovi investimenti, come avrebbero voluto i teorici dell’automatismo dei vasi comunicanti. Invece è rimasta parcheggiata nel sistema bancario! In parte ha comprato titoli di stato, in parte è stata depositata presso la Bce lucrando sul tasso di interesse, in parte si è mossa verso operazioni speculative e ad alto rischio.

Siamo convinti che anche Draghi sia consapevole di tutto ciò. La Bce però continua a ripetere argomenti triti per dimostrare che il suo mandato non le consente altre scelte. Questa impotenza progettuale non può essere portata a giustificazione.

La storia ci può aiutare. L’America cominciò a uscire realmente dalla Grande Depressione del 1929-33 solo con il New Deal. Il governo del presidente Roosevelt allora definì una serie di grandi progetti di sviluppo nel campo delle infrastrutture, della modernizzazione dell’agricoltura, della regolamentazione delle acque, dell’edilizia popolare, delle nuove tecnologie creando posti di lavoro, nuova ricchezza e reddito.

Lo fece anche creando strumenti creditizi che portavano risorse direttamente alle imprese e alle famiglie coinvolte nella realizzazione dei vari progetti.

Anche la ricostruzione dell’economia nell’Europa del dopo guerra avvenne con lo stesso spirito, mettendo in campo lo Stato e i privati, i progetti di sviluppo e il necessario credito.

Perché non progettare e avviare in tempi brevi un nuovo e moderno New Deal europeo?

Boom dei mutui in 4 mesi

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di Stefania Bernardini

altL'erogazione dei mutui per l'acquisto di casa è salita del 26,5% nei primi mesi del 2014. Secondo l'Abi il dato segnala che "qualche micro barlume c'è".
 
In realtà, tenendo conto anche del mese di maggio emerge un andamento alterno tra positività e negatività che potrebbe denotare il punto di svolta del periodo di crisi. I tecnici Abi sostengono che stiamo assistendo a "qualche elemento di inversione, mentre prima eravamo in totale assenza di luce".
 
Da gennaio ad aprile è stato preso in esame un campione di 83 banche che rappresenta circa l'80% del mercato. In questi quattro mesi sono state registrate nuove erogazioni di mutui per 7,3 miliardi di euro (+26,5%) contro i 5,8 miliardi di euro dello stesso periodo del 2013. 
 
I segnali positivi mostrati dall'Abi per un ritorno alla normalità nel settore dell'erogazione dei mutui non convincono il Codacons. "Il dato non può rappresentare né un miracolo, né un segnale di luce, se rapportato alla pesantissima contrazione dei mutui elargiti nel nostro Paese - ha sottolineato il presidente Carlo Rienzi - n 6 anni le erogazioni da parte delle banche sono diminuite del 72%, passando dai 62,7 miliardi di euro del 2007 ai 17,6 miliardi del 2013".

Crisi, si amplia la forbice tra Nord e Sud Italia

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di Stefania Bernardini

altIl potenziale alla crescita del Paese di è ridotto nel Mezzogiorno sia in termini di popolazione che di stock di capitale. Un’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio avverte: “Senza un’inversione di questa tendenza sarà difficile per l’Italia intraprendere un sicuro percorso di ripresa a lungo termine”.

La forbice tra Il Nord e il Sud Italia si allarga. Se il settentrione nel 2013 ha registrato un Pil pro capite di 32.102 euro, nel meridione il dato cala al 55,2% con 17.224 euro. E nel 2015 è prevista un’ulteriore riduzione al 55%.

Drammatica la situazione dell’occupazione al Sud. Tra il 1995 e il 2013 i lavoratori sono diminuiti del 5,2% nel Mezzogiorno mentre il Nord-Ovest ha cisto un’inversione di tendenza con un aumento degli occupati della stessa percentuale.

Il Sud perde la capacità attrattiva di risorse umane. Il territorio continua a spopolarso con un calo della popolazione allo 0,2% a fronte di un aumento nel Nord.Est di oltre l’11%. Negli ultimi anni è drasticamente crollato anche il tasso di natalità meridionale passato da 10,1 per mille nel 2002 a 9,1 per mille nel 2012.

Il traffico nel mondo

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Per la maggior parte degli automobilisti il solo pensiero di buttarsi nel traffico la mattina è un incubo, quindi la sfida è trovare una scorciatoia che permetta di arrivare prima possibile alla meta.

Niente di più sbagliato! Infatti, secondo il TomTom Traffic Index 2014, il report mondiale delle città più trafficate, i percorsi alternativi scelti quotidianamente dagli automobilisti per evitare il traffico provocano un aumento di ben il 50% dei tempi di viaggio.

La congestione del traffico sulle strade secondarie, dunque, è peggiore rispetto a quella delle strade principali e i pendolari di tutto il mondo spendono in media 8 giorni lavorativi ogni anno bloccati nel traffico.

Secondo Luca Tammaccaro, Vice Presidente Tom Tom Italy & SEE le risposte tradizionali non sono più sufficienti per risolvere il problema del congestionamento stradale, mentre “le informazioni sul traffico in tempo reale possono aiutare gli automobilisti a trovare il percorso più rapido per raggiungere la propria destinazione, supportando gli enti governativi nel prendere le decisioni più intelligenti al fine di migliorare il flusso del traffico nelle loro città".

TomTom Traffic Index rappresenta l'unica misurazione effettuata a livello mondiale del traffico, perché confronta i tempi di percorrenza nelle ore in cui la viabilità è più scorrevole con le ore di punta. I dati sono rilevati direttamente dai veicoli presenti sulla rete stradale, prendendo in considerazione sia i tratti urbani che le strade interurbane.

Le prime dieci città più trafficate nel 2013 sono state:


1 Mosca 74%                             6 Palermo 39%
2 Istanbul 62%                           7 Varsavia 39%
3 Rio de Janeiro 55%                8 Roma 37%
4 Mexico City 54%                    9 Los Angeles 36%
5 San Paolo 46%                     10 Dublino 35%


In Italia una delle città più trafficate è Roma, come si può vedere dai dati indicati nella tabella sottostante.

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