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26. marzo 2019

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UNIVERSITA' CATTANEO (LIUC) - RAPPORTO -PEM PRIVATE EQUITY MONITOR - ITALIA 2014

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E' stato presentato, ieri a Milano, al Palazzo delle Stelline, il RAPPORTO PEM PRIVATE EQUITY MONITOR - ITALIA 2014

Il PEM giunge così alla sua quattordicesima pubblicazione. Dopo anni di alti e bassi, il 2014 segna un significativo incremento dell'attività di investimento, che torna ad attestarsi, nella sostanza, sui livelli precedenti alla crisi. Nel corso dell'anno, infatti, il livello di attività si è mostrato particolarmente intenso ed omogeneo ed il numero di operazioni concluse, 89, lo dimostra. I buy out si confermano, come lo scorso anno, le operazioni a cui gli investitori hanno fatto più ricorso, a discapito delle operazioni di minoranza. Lo studio è il frutto di un lavoro di ricerca che nel corso degli anni ha portato alla costruzione di un database ormai costituito da oltre 1.300 operazioni di investimento realizzate a partire dall'anno 1998 e disponibile sul sito della LIUC previo apposito abbonamento. L'obiettivo del rapporto è quello di fornire una serie strutturata di informazioni riguardanti le caratteristiche dei deal, degli operatori coinvolti e delle aziende target, attraverso l'uso esclusivo di informazioni pubbliche reperibili presso archivi di giornali e riviste specializzate, pubblicazioni di settore, siti internet, banche dati accessibili al pubblico, newsletter, presentazioni a convegni, nonchè la collaborazione volontaria e diretta da parte degli operatori, nel pieno rispetto dei diritti di privacy degli stessi e delle aziende target.

In Europa, nel 2014, nvestiti 41 mld di euro in 5500 aziende. Il 40% dei soldi impiegati sono raccolti fuori dall'Europa. Un terzo dei capitali proviene dai fondi pensione. Il 2014 è l'anno della ripresa ed infatti le operazioni effettuate registrano un corposo + 41% rispetto al 2013. in Italia, la leadership è della Regione Lombardia che tuttavia  perde quota con il 39% del 2014 contro il  45%n del 2013.  Seguono, con dignità, l'Emilia Romagna ed  il Veneto: Torna il Piemonte con una operazione. Il Mezzogiorno è scarso con sole 3 operazioni. Trionfa il settore manifatturiero che risulta privilegiato, storicamente. Come asset gradito per gli investitori stranieri si conferma l'azienda familiare Italiana.

 

2007 - 2014 LA SCIVOLATA DEI CANONI DI LOCAZIONE

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A cura di: Ufficio Studi TECNOCASA

Il 2007 chiude con una stabilità dei canoni di locazione, ma in svariate grandi città si hanno valori al ribasso. I proprietari iniziano a stabilizzare o ribassare i canoni di locazione per fidelizzare l'inquilino puntuale nei pagamenti. Il 2008 è l'anno in cui i canoni di locazione hanno registrato un ribasso generalizzato; e' l'anno in cui la stretta creditizia inizia a rallentare il mercato delle transazioni immobiliari, determinando un aumento di domanda di immobili in affitto. Nonostante questo i canoni diminuiscono perché c'è ancora tanta offerta sul mercato e perché i proprietari sono propensi a ribassarli.  Si intravede un altro cambiamento: i potenziali inquilini sono sempre più attenti alla qualità dell'immobile da affittare, prediligendo quelli in buono stato e quelli ben arredati. Questo grazie anche all'abbondante offerta immobiliare presente sul mercato.

Il 2009 è l'anno della conferma delle tendenze finora descritte.

Nel 2010 in alcune grandi città l'aumento della domanda si fa sentire sui valori, stabilizzandoli. I proprietari delle abitazioni diventano selettivi nella scelta dell'inquilino, temono eventuali morosità.  Questa tendenza continuerà anche nel 2011 e nel 2012. Nel 2013 i canoni di locazione si abbassano ulteriormente e si segnala una diminuzione dei valori del 2,1%. Le motivazioni si racchiudono in un aumento dell'offerta immobiliare, nella diminuita disponibilità di spesa dei potenziali acquirenti e nella volontà dei proprietari di andare incontro agli inquilini "affidabili" ribassando i canoni di locazione. Aumenta la rigidità da parte dei proprietari ad affittare l'immobile e desiderano sempre più garanzie. Nel 2014 i canoni di locazione sono ancora in discesa a causa della diminuita disponibilità di spesa dei potenziali inquilini e dall'aumentata offerta sul mercato di immobili in affitto. Il secondo semestre vede un lieve rialzo dei canoni di locazione in alcune aree delle grandi città. La maggioranza di coloro che cerca casa in affitto lo fa per trovare l'abitazione principale, insieme a chi si trasferisce per lavoro e per motivi di studio. Il contratto più praticato è quello a canone libero, ma aumenta l'appeal del contratto a canone concordato grazie anche alla cedolare secca agevolata. In alcune città come Verona e Bologna prevale sulle altre tipologie immobiliari. Le tipologie più affittate sono il bilocale e il trilocale.

 

AMATA GRECIA SOFFERENTE

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L'amore per la Grecia è dentro e fuori i confini della terra ellenica. Così come i  dubbi sulla qualità delle scelte della TROIKA e del FMI.

Nella foto accanto, una scritta su un muro del centro di Berlino. Anche tra i tedesci c'è sostegno per le posizioni di Varoufakis.

La battaglia di Tsipras ci riguarda tutti
di Thomas Fazi  - da: http://sbilanciamoci.info/

La battaglia di Syriza riguarda soprattutto gli impossibili obiettivi del Fiscal Compact in termini di avanzi primari. Un problema che riguarda anche l’Italia
 
Per capire perché la battaglia del nuovo governo greco di Alexis Tsipras riguarda tutti i cittadini europei – e in particolare quelli della periferia – dobbiamo innanzitutto tenere a mente che la rinegoziazione del debito non è per Syriza un fine a sé stante, combattuto in nome di un astratto principio di giustizia economica, ma piuttosto un mezzo per realizzare un obiettivo molto preciso: la riduzione dell’avanzo primario dal 4-5% richiesto dalla troika (oggi è intorno al 3%) all’1-1.5% del Pil. Per avanzo primario si intende un bilancio pubblico in positivo, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico: sostanzialmente vuol dire che le entrate (le tasse) superano le uscite (la spesa pubblica). Il motivo per cui un governo sceglie di perseguire un avanzo primario è solitamente quello di destinare il surplus di entrate al pagamento degli interessi sul debito, nella speranza di ridurre un po’ alla volta lo stock di debito.

Nel caso della Grecia questi interessi si aggirano intorno al 4% del Pil, a cui bisogna aggiungere gli obiettivi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact (1/20esimo l’anno della porzione eccedente il 60% del Pil): considerando che la Grecia ha un rapporto debito/Pil pari al 177% si fa presto ad arrivare all’avanzo primario del 4-5% fissato dalla troika per la Grecia, che nel giro di un paio di anni dovrebbe salire addirittura al 7% (almeno fino al 2030). Se così non fosse, e senza una riduzione della spesa annuale per interessi – che è quello che chiede Syriza, attraverso una ricontrattazione del debito –, l’unica alternativa sarebbe quella di indebitarsi ulteriormente per continuare a ripagare gli interessi sul debito pregresso – che, in sostanza, è quello che vorrebbero la Germania e l’Eurogruppo, e che la Grecia si rifiuta di fare (“perché sarebbe come consigliare a un amico di farsi una seconda carta di credito per ripagare i debiti contratti con la prima carta di credito”, ha dichiarato Varoufakis).

E allora perché non fare come dice la troika e cercare di aumentare ulteriormente l’avanzo primario? Perché non potrà mai funzionare. Né dal punto di vista politico e sociale – la Grecia è già stremata da anni di brutali misure di austerità, e un incremento dell’avanzo primario potrebbe solo essere raggiunto attraverso ulteriori tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse, e dunque attraverso ulteriori misure di austerità –, né dal punto di vista economico: accumulare ampi avanzi primari è infatti considerato intrinsecamente recessivo, in quanto di fatto consiste nel sottrarre risorse all’economia reale per destinarle ai creditori, nazionali ed esteri (o, per dirla diversamente, nel sottrarre denaro ai più per alimentare le rendite di pochi). Se poi questa politica viene praticata in un contesto come quello europeo – di bassa inflazione (come quello che registra l’Italia) o addirittura di deflazione (come quello che registra la Grecia) e in assenza di una banca centrale in grado di agire da prestatrice di ultima istanza e di intervenire sui mercati sovrani per calmierare i tassi di interesse (e senza chiedere misure di austerità in cambio) – è puro masochismo, in quanto si può “consolidare” quanto si vuole, ma il debito continuerà inevitabilmente a salire sia in termini reali, a causa dell’effetto recessivo-deflattivo del cosiddetto moltiplicatore fiscale (ulteriormente esacerbato dalle misure di austerità), sia in termini assoluti, perché molti stati non sono in grado di accumulare avanzi primari sufficienti a far fronte agli interessi, e sono dunque costretti a indebitarsi ulteriormente solo per ripagare gli interessi sul debito pregresso (anche se con l’entrata in vigore del Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio strutturale, questa strada in teoria non è più percorribile). E infatti, a fronte di alcune delle misure di austerità più estreme mai sperimentate in Occidente, nella maggior parte dei paesi dell’eurozona (soprattutto quelli della periferia) il debito continua a lievitare a ritmi vertiginosi.

Questo non è un problema che riguarda solo la Grecia, infatti: in tutti i paesi della periferia la spesa per interessi si aggira tra il 3.5 il 5% del Pil. Il caso dell’Italia è paradigmatico: nonostante il paese registri un avanzo primario fin dai primi anni novanta, il nostro debito pubblico è continuato a salire unicamente a causa della spesa per interessi – che oggi si aggira intorno al 4.5% del Pil, pari a poco meno di 80 miliardi l’anno – per poi esplodere negli ultimi anni. Ora, in base al duplice obiettivo del Fiscal Compact – pareggio di bilancio strutturale e riduzione del debito –, questi paesi dovrebbero mantenere da qui al 2030 avanzi primari da capogiro, come si può vedere nel seguente grafico: 7% in Grecia, 6.5% in Italia, 5.5% in Portogallo, 3.5% in Spagna.

Si tratta di una strada palesemente insostenibile – e che infatti non ha precedenti nella storia – sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico e sociale, per l’entità dei tagli alla spesa pubblica o dell’imposizione fiscale che essa comporterebbe: se consideriamo che lo stimolo fiscale implementato da Obama nel 2009 ammontava al 5.5% del Pil e che il New Deal di Roosevelt era pari al 5.9% del Pil, un avanzo primario delle dimensioni previste dal Fiscal Compact equivarrebbe per molti paesi a una sorta di anti-New Deal praticato ogni anno per i prossimi quindici anni (almeno). Una follia.

Ecco perché la battaglia di Syriza – che riguarda non tanto il debito pubblico in sé quanto le assurde imposizioni del Fiscal Compact in termini di avanzi primari – riguarda tutti i paesi della periferia. E soprattutto l’Italia.

 

Ofelé fà il tò mesté

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Uomini, donne e bambini. "Migranti" nella storia dell'umanità.
 
Di Matteo Maria Martinoli - Milano
Le migrazioni accompagnano da sempre la storia dei popoli. Stati e governi più o meno democratici si sono posti in passato l'obiettivo mai mantenuto della cooperazione internazionale. L'accoglienza dei migranti e la cooperazione allo sviluppo dei popoli stranieri in loco è -invece- da sempre efficacemente realizzata da persone e associazioni non governative. La comunità internazionale ha il supremo compito di impedire genocidi e gravi violazioni del diritto internazionale e un ONU che permettesse la persistenza dell'IS (genocida e sventra-Stati) in quale altra impresa potrebbe imbarcarsi? Stati e governi che opprimano fiscalmente i propri cittadini o che non siano capaci di proteggerli o di promuoverne il benessere dovrebbero piuttosto restituire ai propri popoli la sovranità monetaria e la libertà economica, oltre alla sicurezza e alla certezza del diritto; invece di continuare ad assecondare opinabili campagne sovranazionali come quella del contrasto al surriscaldamento globale. 

ITALICUM

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Di Matteo Maria Martinoli - Milano
 
ITALICUM O PLEBISCITO?
 
 
 
 
 
 
 
 
Come si può affermare che applicando l'Italicum in Italia si conoscerebbe chi governa il giorno dopo delle elezioni senza precisare che probabilmente dopo il primo turno non si conoscerebbe nemmeno la composizione del parlamento? Se è soltanto un problema di tempestività, allora niente supera il plebiscito che permette di conoscere chi governa già dal giorno precedente alla sua indizione.
 

LA DISABILITA' ALL'EXPO

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L'interrogazione del Senatore Laura Bignami

l'accesso ad Expò Milano 2015 a tre ragazzi disabili della Cooperativa Sociale "Insieme" di Treviglio, che avrebbero dovuto allestire una fioriera all'interno della Fiera, nello spazio dedicato all'agricoltura urbana;

tra i promotori dell'iniziativa c'erano l'Associazione italiana direttori e tecnici pubblici giardini e Bologna Fiere che avevano acconsentito a far realizzare ai tre ragazzi un'aiuola di piante aromatiche nello spazio che gestiscono all'interno di Expò, in "una zona già finita e messa in sicurezza" come spiegato da Stefano Cerea, presidente dell'Associazione italiana direttori e tecnici pubblici giardini tecnici comunali;

le procedure di accreditamento erano state curate da Bologna Fiere, che aveva richiesto le autorizzazioni necessarie ed i pass per i propri tecnici e per i tre ragazzi ben 15 giorni prima;

Expò Milano ha motivato il respingimento dei tre ragazzi parlando di un inconveniente burocratico, ma sembrerebbe che il vero motivo del diniego sia legato ad un problema di responsabilità a causa della disabilità dei giovani;

 il presidente Cerea avrebbe tentato di risolvere la questione chiedendo le autorizzazioni ai genitori e assumendosi la responsabilità durante le poche ore di lavoro dei ragazzi, che sono persone dotate di autonomia, ma una volta giunti davanti ai cancelli della fiera per loro non ci sarebbe stato nulla da fare;

il progetto che non è stato possibile portare a compimento, con grande delusione dei ragazzi e delle loro famiglie, nasceva dalla volontà di offrire ai ragazzi un'occasione concreta di integrazione e di superamento dell'handicap, in una manifestazione di rilevanza internazionale;

si chiede si sapere:

se i ministri in indirizzo siano a conoscenza della questione e se non intendano indagare sulle effettive cause del respingimento dei tre ragazzi della cooperativa sociale Insieme di Treviglio;

se non ritengano opportuno intervenire, per quanto di rispettiva competenza, per offrire un'opportunità lavorativa ai tre giovani;

se siano a conoscenza di episodi simili che si siano verificati nei mesi scorsi e se tali situazioni trovino puntuale disciplina nei regolamenti amministrativi di Expò;

se non ritengano che episodi come quello del 28 aprile 2015 siano in contrasto con la "Carta di Milano" che dichiara inaccettabile che "ci siano ingiustificabili diseguaglianze nelle possibilità, nelle capacità e nel¬le opportunità tra individui e popoli";

se non ritengano urgente lanciare un segnale chiaro di apertura della manifestazione al tema della disabilità, affinchè l'Expò non diventi l'occasione per  mettere il nostro Paese sotto i riflettori delle critiche e delle polemiche.

 

BORILE MOCICLETTE SALUTA CARLO BASSI

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Per ripartire più forte di prima. Nel suo nome
 di Edoardo Varini per la Borile.

Due notizie per i lettori e per gli affezionati clienti della Borile. Una è senz'altro la più brutta che potessimo darvi: nella notte di domenica scorsa, 26 aprile, è morto Carlo Bassi, azionista di Borile, l'imprenditore capace di dare nuova linfa e sostanza a un marchio cui il genio meccanico di Umberto Borile aveva già donato un'identità e un blasone. Ma che mancava di quella visione aziendale che sola può consentire la sopravvivenza e lo sviluppo di una realtà produttiva nel difficilissimo mercato motociclistico mondiale.  L'altra notizia è per noi la più bella: che questo marchio sarà la bandiera sotto cui le competenze e le capacità di tutti coloro che lavorano per l'azienda, ad iniziare dal figlio di Carlo, Alberto, Amministratore delegato, e dal suo Presidente, Umberto Borile, seguiteranno a pensare moto, a realizzare moto, a comunicare e vendere moto come e più di prima. Appresa la notizia, lo sgomento. La chiusura per il giorno di lutto del nuovo stabilimento di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano. Poi una sola idea, quella del solo modo di onorare chi in questa azienda motociclistica ha creduto almeno quanto il suo fondatore Umberto: Carlo Bassi.  Quel solo modo è continuare a produrre motociclette italiane di qualità. Non accontentandosi mai. Febbrilmente. Perché è così che si vive la moto quando se ne ha la passione. Nei telai, nei motori, nelle cromature, nelle linee, nell'efficienza, nell'originalità del minimo dettaglio.  Ma questa newsletter non voleva raccontarvi le motociclette Borile, di cui ormai tutto il mondo parla.  Voleva soltanto dirvi che dovete aspettarvi da noi il massimo. Perché lo avrete.

I derivati e il fallimento del metodo economico

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Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Negli anni passati i governi italiani hanno sottoscritto con 17  banche internazionali e 2  banche italiane vari tipi di derivati finanziari che a dicembre 2014 avevano un valore nozionale di 163 miliardi di euro. Oggi essi hanno una valutazione di mercato (mark to market) negativa per oltre 42 miliardi. Questa è la somma che si dovrebbe sborsare se dovessero essere conclusi adesso. Non lo si deve fare subito. Ma ciò dimostra la pericolosità dei derivati e l’irresponsabilità di chi li ha negoziati.
In ogni caso dal 2001 al 2004, in 4 anni lo Stato ha già pagato ben 13 miliardi di euro a causa di derivati andati male. Questi soldi sono usciti “quatti quatti”  dal bilancio pubblico per arrivare sui conti delle solite banche “too big to fail”. Contemporaneamente – lo si ricordi -  ci si strappava i capelli per trovare qualche centinaia di milioni per i lavoratori, per i disoccupati, per i precari, per i pensionati e per le Pmi. Forse era una messa in scena perché i riflettori non venissero puntati sui miliardi che silenziosamente fluivano verso le banche internazionali.
“L’esperienza pregressa faceva presumere che …”. Con queste parole inizia sempre la giustificazione per le incompetenti, e a volte fraudolenti, operazioni fatte con i derivati. Più che una insostenibile scusa, esse rivelano il fallimentare pensiero che ha dominato la politica economica in Italia e anche nel resto del cosiddetto mondo avanzato.
I dati statistici sono molto utili per le analisi economiche. Lo studio delle passate esperienze è senz’altro importante per evitare di ripetere certi errori. Ma le decisioni di politica economica per il presente e per il futuro non possono basarsi sui precedenti, sul passato. L’economia esige una capacità di analisi vera delle sue leggi e degli andamenti per compiere scelte, decisioni e azioni corrette.
Come funziona l’economia reale? Qual è il ruolo del credito? Quali devono essere i limiti della finanza? Sono alcune delle domande alle quali non si può rispondere con la statistica. Occorre essere in grado di formulare delle politiche giuste, anche nell’ipotesi di una totale mancanza di dati statistici. Politiche misurabili durante il loro percorso attuativo.
Nella finanza, voler invece perseguire col metodo di un continuo ed identico “passo dopo passo”, soltanto perché fino a quel momento è andato tutto bene, può portare alla catastrofe sistemica. Infatti all’inizio tutte le speculazioni e le bolle finanziarie eccitano la fantasia, stimolano maggior avidità e ingenerano quasi un senso di onnipotenza. Il comportamento truffaldino della speculazione illude e nasconde la verità. Però quando poi si cade, impreparati e illusi, ci si fa veramente male.
Eppure la crescita progressiva ed esponenziale dei derivati più pericolosi, come quelli Over the counter (otc), stipulati fuori dei mercati regolamentati e non riportati nei bilanci, avrebbe dovuto suonare l’allarme per tutti gli economisti ed in particolare per i governi. Questa bolla era iniziata nel 1998 dopo l’eliminazione del Glass-Steagall Act, la legge voluta nel 1933 dal presidente F. D. Roosevelt dopo la Grande Depressione. Proibendo alle banche commerciali di giocare con i depositi dei risparmiatori ai casinò della speculazione, tale legge aveva avuto effetti positivi sia negli Usa che nel resto del mondo occidentale
I derivati otc, sotto gli occhi di tutti, negli anni sono cresciuti a dismisura con la complicità più o meno consapevole degli organi preposti ai controlli bancari e finanziari. Nel 1998 ammontavano a 30 trilioni di dollari. Poi vi è stata una continua crescita:140 trilioni nel 2002, 250 nel 2004, 420 nel 2006, 600 nel 2007.  A giugno del 2008, alla vigilia del crac della Lehman Brothers  e della crisi globale, erano pari a 683 trilioni. Attualmente gli Otc si mantengono intorno ai 700 trilioni di dollari.
E’ a dir poco sconcertante il fatto che non si sia compresa la gravità di tale abnorme andamento. E’ sorprendente che qualcuno possa ancora ritenere che i derivati siano una specie di “polizza di assicurazione”? Perché i contratti in derivati sono mantenuti nel segreto per paura di destabilizzazioni finanziarie? Si sa che essi sono gestiti, quasi tutti, da una ristretta “loggia” di una dozzina di banche too big to fail.
Si mettano da parte le definizioni accademiche del derivato e si affronti, nelle competenti sedi governative europee ed internazionali, la dura realtà speculativa dei derivati e delle loro bolle. Non farlo sarebbe esiziale per l’economia mondiale. E’ ben noto che in piccolissime dosi anche i veleni possono essere utili. Pasteggiare con il cianuro no!

Il Quantitative easing e l’effetto 5D

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Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

QE - POLITICA MONETARIA DI SALVEZZA O DI DISTRUZIONE?


E’ interessante rilevare che la Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali, non sia per niente convinta della bontà della politica del Quantitative easing. Forse perché non è chiamata ad attuare direttamente le politiche monetarie e può limitarsi al lavoro di analisi. Rispetto al quasi unanime gradimento e alla sua quasi generale applicazione, il giudizio degli economisti della Bri sul Qe risulta anomalo e comunque meritevole di un’attenta riflessione.
Dal dicembre 2014 la Bce e altre 20 banche centrali nel mondo, sulle tracce lasciate dalla Federal Reserve, hanno deciso di attuare il Qe con grandi immissioni di liquidità per l’acquisto di obbligazioni dei debiti pubblici e di altri titoli del settore finanziario. Queste politiche hanno contribuito a comprimere i tassi di interesse verso lo zero, finanche sotto lo zero..
Nell’immediato, tanta liquidità sicuramente genera una grande euforia nei mercati, manda i listini di borsa alle stelle e crea aspettative di rilancio economico. Nel contempo però i tassi di interesse zero o negativi spingono gli investitori alla ricerca di prodotti finanziari più remunerativi ma ad alto rischio.
Secondo gli analisti della Bri, se il Qe dovesse prolungarsi nel tempo, i problemi nel medio e lungo termine  aumenteranno enormemente. Si avrebbe l’ ”effetto 5D”: disincentivo, distrazione, distorsione, distruzione e disillusione.
Essendo il tasso di interesse il prezzo del debito, quando esso è a livelli ultra bassi disincentiva i governi a ridurre il debito pubblico e ad applicare la disciplina fiscale.
Si fa, infatti, notare che nella zona euro il rapporto debito/Pil è cresciuto in media dal 73,3% del 2007 al 108,4% del 2015, mentre la quota del pagamento degli interessi è scesa dal 2,5% al 2,2% del Pil. In altre parole l’abbassamento del costo del debito crea una falsa convinzione circa la sua sostenibilità. I bassissimi e negativi tassi di interesse non sono la soluzione anzi possono rappresentare un aggravamento, perpetuando un modello di crescita basato sul debito.
I mercati finanziari oggettivamente diventano condizionati dal Qe e, di conseguenza, dipendenti dalla politica monetaria. Vengono purtroppo ancora una volta distratti dalle vere esigenze di un’economia sana che sia fatta di crescita sostenibile, di produttività e di innovazione. Come i dati dimostrano, si resta quindi impantanati nella cosiddetta “recessione dei bilanci”, che sono soffocati dagli alti livelli di debito. L’accomodamento monetario può far guadagnare tempo per realizzare eventuali riforme, ma non può rimpiazzarle.
In questo modo le banche centrali diventano i primi attori sui mercati finanziari globali. Definiscono i prezzi, i tassi di cambio, i valori di borsa, i prezzi delle obbligazioni, delle commodity e delle abitazioni, rimpiazzando il ruolo dei fondamentali economici nelle valutazioni di mercato. Non solo si distorcono i prezzi delle attività e degli asset, ma quelli delle obbligazioni vengono sganciati dal loro effettivo livello di rischio e i valori delle azioni quotate nelle varie borse vengono gonfiati artificialmente da una domanda drogata dalla nuova liquidità.
Che succederà quando le banche centrali smetteranno di comprare titoli e fermeranno le loro politiche di stimolo? Non si può determinare con precisione quando, ma con certezza possiamo dire che ad un certo punto si creerà il cosiddetto “Minsky moment”, cioè quel momento, individuato dall’economista americano, nel quale si verificherà una generalizzata perdita di fiducia nei valori artificialmente gonfiati.
Un prolungato periodo di tassi di interesse ultra bassi causa anche la “distruzione del business” delle banche, delle compagnie di assicurazioni e dei fondi pensione. Con grandi rischi per la stabilità.
I suddetti istituti finanziari purtroppo non si sono mai posti la domanda del come operare quando le banche centrali applicano tassi di interesse negativi per i depositi. Ora devono coprire loro le perdite o scaricarle sui loro clienti? Nel primo caso ne risentirebbero i loro profitti. Nel secondo caso i risparmiatori si chiederebbero: perché tenere i risparmi in banca se c’è un costo da pagare?
In particolare i fondi pensione e le assicurazioni si troveranno in difficoltà a far fronte ai loro impegni fissi di lungo periodo: saranno spinti verso investimenti più rischiosi che potrebbero incidere sulla loro solvibilità.
Da ultimo la disillusione, generata dal fatto che le politiche del Qe non possono risolvere i problemi della recessione economica, potrebbe avere delle conseguenze negative sulla credibilità delle stesse banche centrali.
Sorge legittimo il dubbio che con queste politiche le banche centrali, anziché risanare, possano accentuare ancor più i dominio finanziario nei mercati e nella gestione del debito pubblico. Non ci pare saggio giocare in questo modo con il futuro, quello delle economie e soprattutto quello dei nostri figli. 

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