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GIACOMO VACIAGO. CIAO GRANDISSIMO PROFESSORE!

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VACIAGOOggi ho saputo della morte di Giacomo Vaciago. La morte l'ha preso  il 23 marzo 2017. Tutti i giornali lo ricordano come ex Sindaco di Piacenza e come consulente di bla, bla, bla.... Avevo avuto il grande piacere di conoscerlo, di parlargli, di ascoltarlo  e di riceverlo, come relatore, ai nostri Convegni ASSOFINANCE. Io, voglio ricordarlo come uomo di rara intelligenza e competenza. Credo sia stato il primo intellettuale italiano a comprendere il rischio nazionale implicito nell'adozione del "fiscal compact". Era un cervello forte e libero.

Giannina Puddu - Presidente ASSOFINANCE

Da L’ESPRESSO del 1 marzo 2016: C'è poco da rallegrarsi, quest'anno sarà nuova recessioneI dati dell'Istat dicono che l'anno scorso il Pil è cresciuto dello 0,8 per cento, il deficit è sceso al 2,6 per cento e i posti di lavoro sono aumentati. Renzi gongola, ma secondo gli esperti il futuro è nero. Perché l'economia mondiale arranca e la Bce ha le armi spuntate. "L'unica soluzione è sospendere il fiscal compact" di Stefano Vergine

«Tutti i governi dicono che bisogna fare qualcosa, il problema è che nessuno lo fa. Il nostro è un mondo interdipendente, come ai tempi degli imperi. Solo che gli imperi governavano, i governi attuali sono senza imperatori». Giacomo Vaciago, docente di Economia monetaria all'Università Cattolica di Milano, di fronte agli ultimi dati economici invita a non rallegrarsi. E a guardare oltre confine, perché solo da lì può arrivare una soluzione.
 L'Istat ha certificato che, dopo nove mesi, il nostro Paese è tornato in deflazione: a febbraio, rispetto a un anno fa, i prezzi sono scesi in media dello 0,3 per cento. Così ha fatto l'Unione europea nel suo complesso, dove l'inflazione è stata pari a -0,2 per cento su base annua.
 Professore, che cosa significano questi numeri?
«Significa che i soldi tenuti sotto il materasso in Italia rendono lo 0,3 per cento. Quando i prezzi scendono, la banconota vale di più. La conseguenza è che la gente non compra, perché sa che il prossimo mese tutto varrà un po' meno, quindi vale la pena di aspettare, e questo ovviamente fa peggiorare l'economia».
 Il governo Renzi aveva stimato l'inflazione all'1 per cento quest'anno, mentre dai dati Istat la stima è di -0,6 per cento. Questo creerà dei problemi sulla riduzione del debito pubblico.
«Certamente. In generale, infatti, grazie all'inflazione il valore reale dei debiti si riduce, mentre se c'è deflazione l'onere aumenta. Noi, come tanti altri Paesi, ci troviamo in questa seconda situazione, quindi inevitabilmente c'è un problema da risolvere, perché il rapporto fra debito e Pil aumenterà».
 La previsione del governo è ridurre il rapporto debito/pil dal 132,6 per cento del 2015 al 131,4 per cento entro fine anno. Resta un obiettivo perseguibile?
«Le soluzione sono due: o si riduce il debito, oppure si agisce sulla crescita, perché aumentando il Pil si riduce il rapporto fra esso e il debito pubblico. Questo è quello che dovremmo fare: preoccuparci della crescita, non del debito, altrimenti restiamo nel circolo vizioso dell'austerity. Se nella situazione attuale cerchiamo di tagliare ulteriormente debito, cosa che si può fare solo riducendo ancora la spesa pubblica, vuol dire che ci piace farci del male. È Bruxelles che lo vuole, e io non capisco perché, arrivati a questo punto, non facciamo anche noi un referendum per uscire dall'Ue come farà la Gran Bretagna».
 Ci sono alternative?
«L'alternativa è sospendere il fiscal compact (il contenimento del debito pubblico di ogni Paese dell'Ue, ndr). Questa politica economica va ripresa solo quando il pil europeo sarà cresciuto per due anni a un tasso almeno del 2 per cento annuo».
 L'Italia ufficialmente sta provando a sostenere la linea della crescita.
«Sì, ma con scarsi risultati, anche perché è da sola in questa battaglia. Lo scorso weekend, al G20 di Shanghai, il ministro Padoan ha presentato un documento di 9 pagine per sostenere la necessità di puntare sulla crescita, ma non c'è stato un governo degli altri 18 Paesi dell'Ue che abbia detto siamo perfettamente d'accordo con gli italiani. Finché ognuno va per la sua strada da questa situazione non se ne esce».
 I dati appena pubblicati dall'Istat dicono che nel 2015 il Pil è cresciuto dello 0,8 per cento in un anno, lei però sostiene che stiamo entrando in una nuova recessione. Perché?
«Già alla fine dell'anno scorso il nostro Pil era in calo, e questo è dipeso principalmente dal rallentamento dell'economia globale. Lo scorso 11 agosto le Borse cinesi sono crollate per la prima volta, poi i ribassi sono continuati. I cinesi hanno investito tanto nelle economie occidentali e noi in Cina. Nel mondo interdipendente, quando un Paese va bene tutti festeggiano, ma quando uno va male sono guai per tutti, e quando ad andare male è la Cina il problema è ancora più grande. Già alla fine dell'anno scorso le nostre esportazioni hanno registrato un forte calo. E infatti le Borse globali hanno iniziato ad andare giù. Ora non ci resta che aspettare i dati sul Pil di inizio 2016».
 La Banca centrale europea si riunisce il 10 marzo: ha le armi per contrastare una nuova recessione?
«Mario Draghi lo ha detto mille volte. La politica monetaria espansiva, cioè il cosiddetto Quantitative Easing, ti dà abbastanza tempo per porre rimedio a problemi reali. Compri tempo, fermi gli orologi. Poi però tocca ai governi agire: dovrebbero puntare sulla crescita, sulla riduzione delle tasse e l'aumento degli investimenti pubblici, come ha detto Draghi, ma Bruxelles lascia questa incombenza ai singoli Stati che litigano tra di loro perché ognuno pensa al suo interesse particolare. Credo che alla prossima riunione la Bce aumenterà ancora il grado di liquidità e ridurrà di nuovo i tassi nominali di deposito. Ormai però anche Draghi può fare poco o niente».
 Qualche segnale positivo però c'è. A gennaio, secondo l'Istat, l'occupazione è aumentata dell'1,3 per cento rispetto all'anno prima.
«Sul mercato lavoro anche Bruxelles riconosce che l'Italia ha fatto molto, e infatti i risultati si vedono nei dati. Il problema è che se entriamo in recessione rischiamo di vedere sfumare tutti i nostri successi». 

 

Goldman Sachs all’arrembaggio della nave di Trump

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OCC 1

 

 

Di Mario Lettieri (già Sottosegreteraio all'Economia) e Paolo Raimondi (Economista)

Molti negli Usa si riferiscono all’amministrazione Trump con l’appellativo “Government Sachs” in quanto ha imbarcato un numero impressionante di personaggi che, in vario modo, hanno lavorato o collaborato con Goldman Sachs, la più chiacchierata banca d’affari americana. 

Dall’esplosione della crisi globale la banca ha scalato molte posizioni nella lista delle banche americane più esposte in derivati finanziari over the counter fino a conquistare la terza posizione con oltre 45,5 trilioni di dollari di valore nozionale.

Rispetto alle prime due, la Citigroup e la JP Morgan Chase, c’è una “piccola” differenza. Essa vanta il peggiore rapporto in assoluto tra il valore dei derivati e gli asset (gli attivi), che sono soltanto 880 miliardi di dollari. Il che significa che per ogni dollaro di asset, la GS ha quasi 52 dollari di derivati, mentre  la Citigroup ne ha 28,5 e la JPMorgan 20. Per cui, se queste due ultime non navigano in mari tranquilli, per la GS il mare rischia di essere sempre in burrasca. 

Sono dati significativi quanto preoccupanti tanto che anche l’Office of the Comptroller of the Currency (OCC), l’agenzia di controllo delle banche americane, a fine settembre 2016 ha affermato che il rapporto tra l’esposizione dei crediti e il capitale di base (credit exposure to risk-based capital) era del 433% per Goldman Sachs, rispetto al 216% della JP Morgan e al 68% della Bank of America.  

Sempre secondo il citato rapporto, sei anni dopo l’entrata in vigore della riforma finanziaria Dodd-Frank, che obbligava le banche a sottoscrivere tutti i contratti derivati attraverso piattaforme regolamentate, la GS mantiene ancora il 76% dei suoi derivati in otc non regolamentati. Si tratta della percentuale più alta tra tutte le banche quotate a Wall Street.

Come è noto l’opacità dei derivati otc ha giocato un ruolo determinante nella crisi finanziaria, in quanto le banche in quel periodo avevano in gran parte sospeso di farsi credito reciprocamente sospettando buchi nascosti. Di conseguenza le stesse hanno cercato di garantirsi contro eventuali crolli accendendo polizze presso le grandi assicurazioni, in particolare con il gigante AIG. 

Solo di recente è diventato noto che circa la metà dei 185 miliardi di dollari versati dal governo americano per salvare la citata AIG è andata a beneficio delle grandi banche “too big to fail”.  Infatti la GS ne avrebbe ricevuti ben 12,9 miliardi. 

Crediamo non debba sorprendere il fatto che la GS sia sempre stata al centro delle grandi indagini per far emergere i responsabili della crisi globale, né tanto meno il conoscere che la banca sia stata in prima fila nel tentativo di bloccare tutte le riforme del sistema bancario e finanziario americano. 

E’ sorprendente, invece, che il presidente Trump continui a reclutare molti dei suoi uomini tra gli ex leader della GS. Da ultimo il suo team economico si è “arricchito” con l’arrivo di Dina Power, presidente della Fondazione della Goldman Sachs.  Ma la nomina più provocatoria indubbiamente è quella di Jay Clayton a capo della Security Exchange Commission (SEC), l’agenzia governativa preposta al controllo della borsa valori, l’equivalente della nostra Consob. Clayton è un importante avvocato che ha lavorato per la GS, cosa che la di lui moglie fa ancora. 

Si tratta della stessa SEC che ha multato più volte Goldman Sachs per operazioni illegali di vario tipo: nel 2010 una multa di 550 milioni di dollari per operazioni fraudolente con titoli tossici immobiliari subprime e un’altra di 11 milioni  nel 2012 perché alcuni suoi analisti avevano segretamente favorito dei clienti ben selezionati.

Anche la Federal Reserve nell’agosto 2016  le ha inflitto una sanzione di 36,3 milioni di dollari per aver usato informazioni confidenziali risultanti da operazioni di controllo fatte dalla stessa Fed. Per non dire della condanna a pagare 120 milioni per manipolazioni fatte sui tassi di interesse comminata nel dicembre dell’anno scorso dalla  Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia che ha il compito di controllare le borse delle merci e delle relative operazioni in derivati finanziari.

Non è un caso, quindi, che nelle settimane passate alcuni senatori americani abbiano chiesto alla Goldman Sachs di  rendere pubbliche le sue attività di lobby contro la legge di riforma Dodd-Frank e di conoscere l’ammontare dei profitti risultanti dalla sua cancellazione. Si ricordi che tra i primi provvedimenti del presidente Trump c’è stata l’abrogazione della citata legge.

Evidentemente, purtroppo, il presidente americano ha dimenticato quando da lui stesso detto qualche settimana fa: “Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i compensi governativi, mentre la gente ne ha sostenuto le spese. Washington ha prosperato, tuttavia il popolo non ha condiviso la sua ricchezza”. E’ il classico esempio di quanta distanza a volte c’è tra il dire e il fare.  

 

FEDERPETROLI SCRIVE AL MINISTRO CALENDA

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FEDERPETROLIROMA, 14 Febbraio 2017 - LETTERA AL MINISTRO DELLO SVILUPPO ECONOMICO CARLO CALENDA

In merito alla situazione inerente l’indotto energetico italiano, FederPetroli Italia ha inviato una lettera al Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda  manifestando un particolare interesse nel poter fornire un elevato contributo tecnico all’attività ministeriale nell’ambito di una nuova e delineata Strategia Energetica Nazionale S.E.N. che da più anni verte in una situazione di stallo penalizzando le aziende del comparto energetico nazionale.

Il Presidente di FederPetroli Italia – Michele Marsiglia nella missiva al Ministro Calenda evidenzia lo stato di crisi che l'indotto energetico nazionale sta attraversando anche a seguito di una sbagliata legislazione che ad oggi ostacola e non permette alle aziende una focalizzazione mirata degli investimenti in Italia.

L'Italia oggi più che mai è considerata Hub strategico europeo e mediterraneo per progetti di sviluppo che da anni sono fermi sulla carta ma che non possono più attendere.

CON TRUMP LE BANCHE TORNANO LIBERE DI SPECULARE?

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TRUMPA meno di due settimane dalla sua nomina, con un sorprendente "Executive Order On Core Principles for Regulating the United States Financial System", il presidente Donald Trump ha cancellato la riforma di Wall Street e del mercato finanziario americano conosciuta come “Dodd-Frank Act”.

Di Mario Lettieri (già sottosegretario all'economia) e Paolo raimondi (economista)

Le grandi banche “too big to fail” potranno da oggi tornare ad operare come prima delle crisi globale del 2008, senza restrizioni, senza regole e senza controlli più stringenti.

Questa decisione potrebbe avere delle ripercussioni pericolose e devastanti sul fronte economico e finanziario internazionale, soprattutto in Europa.

La Dodd-Frank, voluta da Obama dopo il fallimento della Lehman Brothers, avrebbe dovuto mettere dei freni alle operazioni finanziarie più rischiose. Tra le restrizioni previste c’era quella specifica di mantenere le operazioni speculative entro un limite percentuale delle loro attività. Erano previsti inoltre maggiori controlli per le banche con 50 miliardi di dollari di capitale che venivano considerate di “rischio sistemico”.

Pur non essendo una legge perfetta essa era stata, anche se parziale, una risposta alla crisi.

Come prevedibile, dopo la sua introduzione, il sistema bancario americano ha operato in modo sistematico e continuo per neutralizzarla.

Adesso, con un colpo di penna, Trump, che già in passato l’aveva definita “un disastro che ha danneggiato lo spirito imprenditoriale americano”, la abroga!

Lo abbiamo scritto qualche settimana fa quando Trump indicò Steve Mnuchin come suo ministro delle Tesoro. Ci sembrò che l’arrivo nell’Amministrazione di ex grandi banchieri avrebbe potuto significare una sicura involuzione a favore dei mercati finanziari.

Mnuchin è stato a capo della Goldman Sachs, una della banche più aggressive nel mondo della finanza. Non solo, nella nuova Amministrazione sono stati imbarcati altri grandi banchieri, tra questi Gary Cohn, ex Goldman Sachs, come direttore del Consiglio economico della Casa Bianca, e Wilbur Ross, ex capo della filiale americana della banca Rothschild, come capo del Dipartimento del Commercio.

La decisione di Trump è arrivata dopo il primo incontro del cosiddetto “Strategic and Policy Forum”, che è il suo gruppo di consiglieri privati, tra i quali Jamie Dimon, capo della JP Morgan e Gary Cohn. Quest’ultimo più volte ha dichiarato che le banche americane continueranno ad avere una posizione dominate nei mercati finanziari internazionali “fintanto che non ci escludiamo noi stessi attraverso un sovraccarico di regole”.

In altre parole si ritorna, purtroppo, al leit motiv secondo cui i mercati si autoregolamentano meglio senza interferenze e direttive del governo.

Al termine dell’incontro Trump ha addirittura dichiarato che “ non c’è persona migliore di Jamie Dimon per parlarmi della Dodd-Frank e delle regole del settore bancario”, mostrando un entusiasmo in verità degno di migliore causa.

Intanto l’ordinanza esecutiva impegna il Segretario del Tesoro, che dovrebbe appunto essere Steve Mnuchin nel caso ottenga l’approvazione del Congresso, a preparare entro 4 mesi un rapporto per una nuova regolamentazione del sistema finanziario. Si è ingenui chiedersi chi saranno i veri beneficiari di tali proposte?

Contemporaneamente è stato firmato un altro memorandum presidenziale soppressivo della regola secondo cui i consulenti devono anteporre l’interesse dei loro clienti a qualsiasi altra considerazione. Secondo Trump va invece rafforzato il principio secondo cui i cittadini devono liberamente fare le loro scelte finanziarie. Non è una cosa da poco. Infatti, in questo modo se un risparmiatore accetta di comprare un titolo ad alto rischio, anche senza capire bene i termini dell’operazione, non potrà in seguito lamentarsi delle eventuali perdite

Non è un caso che la stampa finanziaria di Wall Street abbia salutato le citate decisioni come una coraggiosa scelta di ritorno ad una accentuata deregulation. 

Tali decisioni non possono non suscitare diffuse preoccupazioni in quanti continuano a ritenere che l’economia reale debba essere centrale e tutelata rispetto alle attività speculative.

Perciò le dichiarazioni di Trump, circa una nuova legge Glass-Steagall relativa alla separazione delle attività bancarie, suonano false o come delle mere battute elettorali. C’è da sperare che la proposta di legge per reintrodurre la Glass-Steagall, presentata al Congresso da un gruppo bipartisan appena prima dell’emissione dell’ordine esecutivo, venga discussa e approvata.

E’ ancora presto per dare un giudizio definitivo sull’Amministrazione Trump, ma questi segnali sicuramente non depongono bene.

 


SUMMIT DI TAORMINA - RIPORTARE LA RUSSIA NEL G8

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BANDIERA RUSSAE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

Di mario Lettieri (già sottosegretario all'Economia) e Paolo Raimondi (economista)

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.  

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell'Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

 

IL SISTEMA BANCARIO INTERNAZIONALE NAVIGA PERICOLOSAMENTE A VISTA

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Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

 

Di Mario Lettieri e Paolo RaimondiNAVIGARE A VISTA

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.  

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

 

*già sottosegretario all’Economia  **economista

I FONDI IMMOBILIARI COLLOCATI DA POSTE ITALIANE

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tradimentoIL PIU’ VERGOGNOSO TRADIMENTO DEI RISPARMIATORI ITALIANI

Gli studi fatti, sulla possibile evoluzione del mercato immobiliare italiano, nel periodo in cui erano stati collocati i Fondi Immobiliari a cura di POSTE ITALIANE, rilevavano già la nascita della bolla immobiliare. Adesso, il numero uno di POSTE ITALIANE dice di volere offrire un “ristoro”, ai risparmiatori che registrano perdite pari a circa l’80%. Ma, dal momento che si tratta di POSTE “ITALIANE” vorrei sapere dove pensa di prendere i soldi senza intaccare, ancora, i depositi degli italiani. Li chiederà alle SGR che ci hanno guadagnato in tutti questi anni? Chiederà ai loro amministratori? Chiederà ai suoi predecessori che avevano concepito la diabolica iniziativa e sottoscritto gli accordi di collocamento con le SGR coinvolte?

Giannina Puddu – Presidente ASSOFINANCE

l’edizione 2003 dell’Osservatorio Mercato Immobiliare dell’allora direttore Gianni Guerrieri, alla pagina 10, osservava:

 “Successivamente, fino al 1996, il mercato è risultato sostanzialmente stazionario. E’ noto che in quel periodo sul versante dei prezzi si segnalavano stazionarietà e riduzioni. Dal 1996 al 2002, con l’unica pausa di riflessione registrata nel 2001, le dimensioni del mercato sono cresciute ad un tasso medio annuo di circa l’8%. In termini assoluti significa che le compravendite registrate nel 2002 sono pari ad oltre il 50% in più di quelle effettuate nel 1996.

Alla luce di questi andamenti è ragionevole ipotizzare che non sia soltanto ed univocamente, lo scoppio della bolla speculativa in Borsa, ad avere convogliato il flusso del nuovo risparmio dal mercato finanziario verso l’investimento immobiliare. Infatti, la crescita del mercato (seppure accompagnato solo più tardi

da una crescita sostenuta dei valori) è iniziata in piena bolla speculativa finanziaria e l’ha accompagnata piuttosto che sostituita.”

L’Osservatorio sul Mercato Immobiliare 2005, redatto da NOMISMA, alla pagina 7, dice:

“resta la temuta figura, per certi versi analoga a quelle degli operatori speculatori operanti sul mercato al dettaglio, dei grandi speculatori, capaci di effettuare grosse operazioni di acquisizione a debito per ricollocarle sul mercato, nella prospettiva che, nel frattempo, i valori siano saliti più del costo del debito stesso.

Da più parti, con riferimento a questi soggetti è stata avanzata la preoccupazione che possano cercare di ottenere il ritorno atteso anche senza che il mercato equivalente lo riconosca spontaneamente (da speculatori in blocchi ad acquirente di blocchi) ma grazie alla possibilità di trasformare l’acquisto di grande dimensione in una vendita al dettaglio grazie allo strumento dei fondi immobiliari ad apporto e alla necessaria ingenuità dei risparmiatori ai quali somministrare certificati di scarso valore e poco liquidi.”

Le corrette osservazioni di cui sopra erano state elaborate e scritte proprio negli anni in cui “un gruppo di esperti” stava ideando i Fondi Immobiliari, collocati da POSTE ITALIANE, oggetto delle cronache di oggi a causa delle perdite stratosferiche che registrano. Li avevano ideati, li avevano  costituiti, avevano individuato il “collocatore” POSTE ITALIANE che, grazie alla capillare rete di distribuzione nazionale, avrebbe garantito il successo dell’operazione.

Il loro successo è stato, così come sono stati  i danni per i risparmiatori, “necessariamente ingenui”.

Veniamo agli attori istituzionali principali, coinvolti. Di questi, il maggiore, è POSTE ITALIANE. Maggiore per il ruolo che riveste, da sempre, nel nostro Paese, maggiore per dimensione, maggiore in quanto responsabile della vendita delle quote dei 4 Fondi Immobiliari: Obelisco, Irs, Europa Immobiliare 1, Alpha. Incollati, per grado di responsabilità, i maggiori azionisti di POSTE ITALIANE: il MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) che conserva ancora oggi la quota del 29,7%, la CDP (Cassa Depositi e Prestiti) che ne detiene il 35% e che, a sua volta, è posseduta dal MEF per l’82,77%. La missione principale della CDP (dovrebbe essere) quella di promuovere lo sviluppo del sistema economico e industriale dell’Italia, mantenendo un ruolo attivo sullo scenario globale.

Si fa fatica, in realtà, scorrendo il racconto delle attività della CDP, ad osservare questa attività di promozione del nostro sistema economico ed industriale. Certo è che, chi gestisce la CDP, può contare su una montagna di liquidità raccolta per il tramite del cosiddetto Risparmio Postale. La Banca d’Italia, riferisce che, già alla fine del 2013, le attività finanziarie delle famiglie ammontavano a 3.848 miliardi di euro; la stessa banca, afferma che il 30% di questo valore (pari dunque a 1154,4 miliardi di euro) comprende: i depositi bancari, il risparmio postale e il contante e si limita a riferire il dato aggregato.

Considerazione n° 1: l’attore principale ed il suo maggiore azionista agiscono, in nome e per conto del Popolo Italiano e grazie alle risorse finanziarie degli italiani.

 

POSTE ITALIANE

Sede legale: Roma

Distribuzione del capitale sociale

35% CDP

22,00% Investitori Istituzionali

13,3% Investitori Individuali

29,7% MEF

AMMINISTRATORE DELEGATO:

fino al 2002: CORRADO PASSERA 

dal 7 maggio 2002 al 7 maggio 2014: MASSIMO SARMI

 

CDP

Sede legale: Roma

Distribuzione del capitale sociale

1,30% Azioni Proprie

15,93% Fondazioni Bancarie

82,77% MEF

 

 

Gli attori secondari: INVESTIRE SGR, VEGAGEST SGR, IDEA FIMIT SGR.

Questi hanno confezionato i Fondi Immobiliari, hanno incassato le commissioni di gestione ogni anno, hanno deciso le politiche di acquisto, di vendita e di locazione degli immobili oggetto degli investimenti dei Fondi. Sarebbe molto utile, a questo punto, sapere: chi ha venduto gli immobili ai 4 fondi? A quale prezzo? Chi ha comprato gli immobili venduti dai fondi? A quale prezzo? A chi sono stati affittati gli immobili? A quale costo?

INVESTIRE SGR: sulla base di quale criterio, POSTE ITALIANE aveva privilegiato questa SGR, sottoscrivendo, con essa, ben 2 accordi di collocamento per 2 Fondi Immobiliari? Quale vantaggio, per POSTE ITALIANE, conseguente a questo privilegio? Era stata fatta una Gara? Quale commissione di collocamento dalla SGR a Poste Italiane? Chi, per conto di POSTE ITALIANE e per conto di INVESTIRE SGR, aveva sottoscritto gli accordi di collocamento?

VEGAGEST SGR e IDEA FIMIT SGR: anche in questo caso, per un fondo a testa, chi le ha scelte? Quale vantaggio per POSTE ITALIANE? ? Era stata fatta una Gara? Quale commissione di collocamento dalla SGR a Poste Italiane? Chi, per conto di POSTE ITALIANE e per conto di VEGAGEST SGR e IDEA FIMIT SGR, aveva sottoscritto gli accordi di collocamento?

 

IDEA FIMIT SGR, già da tempo, gode di uno straordinario favore concessole dai maggiori burocrati di Stato che le avevano “affidato” la gestione del patrimonio immobiliare INPS! Come se l’INPS non avesse i suoi burocrati specialisti della gestione del suo patrimonio immobiliare…. Per contro, INPS, ha una quota rilevante di IDEA FIMIT (29,6%) e deve destinare risorse per la gestione ed il controllo dell’attività della SGR. La famiglia De Agostini, ha la sua quota pari al 64,3% della SGR.

Ma non finisce qui!

 

Nonostante l’andamento drammatico dei Fondi Immobiliari già collocati, POSTE ITALIANE insiste. Grazie ad un’altra SGR, graziata, TORRE SGR che ha collocato, dalle nostre agenzie postali, un Fondo Immobiliare chiuso, nel periodo 8 novembre 1013 – 7 marzo 2014. La TORRE SGR è controllata, per il 65% da Fortress Investment Group LLC con sede a New York. Gli orizzonti di POSTE ITALIANE si allargano……………. Speriamo che non si allarghino anche le perdite dei clienti delle POSTE ITALIANE.

Il deputato PD Anzaldi, il 6 gennaio ha aperto i suoi occhi esclamando: INDAGHI PURE L’ANAC!  Ma, caro onorevole Anzaldi, secondo lei, in Italia, deve fare tutto il povero Raffaele Cantone??? Guardi che non è possibile!

Quanti esponenti PD sono attivi presso e con il MEF? Ha presente che il Ministero è azionista rilevante di POSTE ITALIANE? Ha presente CDP? Ha presente ruolo e responsabilità? Cosa avete fatto in tutti questi anni? Avete vigilato? Ha chiaro che se CDP continuerà il suo shopping nei vari fallimenti nazionali, prima o poi le casse saranno vuote? Cosa farà allora? Quando non ci saranno i soldi per restituirli ai legittimi proprietari-risparmiatori-italiani, chiamerà, ancora, Cantone e l’Anac? Potrebbe, gentilmente, fare qualcosa subito?

 

VEGAGEST SGR

FONDO EUROPA IMMOBILIARE 1

Sede legale: Milano

31,87% Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara S.P.A.

23,51% Cassa di Risparmio di San Miniato

17,74% Società Cattolica di Assicurazione

11,27% Banca Popolare di Bari

8,43% Cassa di Risparmio di Cento

2,66% Cedacri S.P.A.

2,35% Banca Apulia

2,01% Veneto Banca (ex Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana S.P.A.)

0,16% Banca Popolare Lecchese S.P.A.

 

IDEA FIMIT SGR

FONDO IMMOBILIARE ALPHA

Sede legale: Roma

64,30% De Agostini Group

5,97% Fondazione Carispezia

29,67% INPSale:

 

INVESTIRE SGR

FONDO OBELISCO – FONDO IRS

Sede legale: Roma

Distribuzione del capitale sociale

50,2% Banca Finnat

17,9% Beni Stabili

11,6% Regia

8,6% Fondazione Cariplo

7,7% Cassa di Previdenza dei Geometri

2,4% Iccrea

1,5% Fondazione C.R. di Forlì

 

 

 

Considerazione n° 2:  POSTE ITALIANE non è un’istituzione privata finanziata con risorse private.

Adesso, distrutto l’80% circa dei risparmi conferiti nei Fondi Immobiliari collocati, POSTE ITALIANE si affretta a tranquillizzare il popolo:

Poste Italiane ha manifestato la volontà di garantire un ristoro per i sottoscrittori di Irs, ma anche di altri fondi immobiliari da loro collocati tra il 2000 e 2005 se giungeranno a scadenza con pessime performance (Plus24), dal numero uno di Poste Francesco Caio.”

 

Domanda: premesso che POSTE ITALIANE è già un  patrimonio della nazione italiana, chi paga il “ristoro”agli italiani ? Dove si pensa di prendere i soldi? Di chi sono i soldi che si intenderebbe destinare alla voce “ristoro”? 

 

 

 

 

SI o NO???

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SI O NO 2Di Matteo Maria Martinoli - Milano

Ogni cittadino almeno venticinquenne della Repubblica Italiana aveva a disposizione almeno cinque schede ogni quinquennio per eleggere i propri rappresentanti:

rispettivamente a Comune (e nei comini più grandi una scheda aggiuntiva per la Circoscrizione), Provincia, Regione, Camera e Senato. Dal 3 aprile 2014 la riforma Del Rio ha tolto al cittadino la scheda per le elezioni provinciali. Dal 4 dicembre 2016, in caso di vittoria dei SI, la riforma Boschi  eliminerà  anche la scheda per il Senato. Naturalmente spetta alla maggioranza dei votanti stabilire se si tratta anche di una diminuzione della propria sovranità o soltanto di un risparmio tipografico.

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