Inflazione: desiderio o pericolo?

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di Giuseppe G. Santorsola, Professore Ordinario di Corporate Finance e Corporate & Investmente Banking all'Università Parthenope di Napoli

altLa mia tesi di laurea trattò la pianificazione finanziaria in condizioni di inflazione; la prima collaborazione ad un volume riguardò l’impatto dell’inflazione sulle aziende di credito e la prima ricerca con un prestigioso coautore (Roberto Ruozi) esaminò l’impatto contabile dell’inflazione sulle PMI. All’inizio, il primo stipendio universitario equivaleva a 149€ mentre, alla prima conferma (4 anni dopo) si attestava già a 400€ senza particolare miglior capacità di acquisto. Tutto ciò conferma il pericoloso impatto del fenomeno sul potere di acquisto della moneta. Tancredi Bianchi parlava allora di “scorciamento del metro monetario”, l’Economist di “stinkflation”, maleodorante perché derivante dal prezzo del petrolio, più autori parlavano di “stagflation” perché combinazione di inflazione e stagnazione. Nel contempo Giorgio Strehler tesseva nel 1974 la regia di Madre Courage e i suoi figli di Bertold Brecht con Mariangela Melato in scena con una carriola piena di denaro insufficiente a pagare la spesa nel tragitto fra casa e mercato.

 

 

Oggi temiamo invece la deflazione e lamentiamo l’assenza dello stimolo psicologico di un pur contenuto rialzo dei prezzi. Lo stallo suscita propensione a rinviare acquisti stimando futura riduzione dei prezzi gestita dal venditore per realizzare comunque liquidità attraverso continue offerte in saldo.

Non è necessario ricorrere a modelli teorici per concludere che inflazione troppo bassa o troppo alta siano condizioni negative, la prima raffreddamento che genera coma dell’economia, la seconda alterazione febbrile che genera reazioni irregolari e scomposte nella gestione del corpo del sistema economico.

Il vero fattore critico risiede peraltro in un altro principio dell’economia, la velocità di circolazione della moneta dell’equazione di Fisher, che abbiamo rallentato temendo che i flussi per noi disponibili non si replichino in futuro con le cadenze usuali, suggerendoci di trattenerci dal consumo. Prima della crisi V era superiore a 13, oggi è poco sopra ad 11, valore inferiore al numero dei mesi dell’anno. A nessun lettore può sfuggire cosa significhi muovere due volte in meno all’anno la propria disponibilità di moneta.

L’azione di contrasto alla deflazione della BCE (banca centrale priva di uno Stato di riferimento) intercetta queste valutazioni con le proprie armi anche non convenzionali, ma i governi degli Staiti non gestiscono la politica economica (PE) con i supporti necessari: inflazione troppo bassa, PIL che non cresce e disoccupazione che aumenta. La bilancia dei pagamenti completa il rombo (invero una losanga fortemente scomposta) della PE con effetti prevalentemente neutri. Ricordiamo per ultimo che le soluzioni non sono nelle competenze di singoli Governi, ma dipendono da Regulators sovranazionali (FSB, FMI e Comitato di Basilea) e comunitari (Parlamento e Commissione Europea), Authorities comunitarie (EBA, ESMA ed EIOPS oltre alla BCE) e ulteriori regole e regolamenti dei principali Paesi mondiali (USA, Giappone, BRIC, STIM e altri G20). Una ragnatela difficile da coordinare, se mi si consente poco “spider” per come intendiamo noi il termine anglosassone, forse troppo complessa per generare soluzioni rapide rispetto agli eventi.

Meditiamo nell’intervallo estivo su questo “dramma” sociale. Dramma perché è un’azione naturale degli eventi, recepito in negativo da chi vi assiste.