INDOSUEZ WM - Conflitto in Medio Oriente e situazione in Iran: la nostra analisi e i possibili scenari
Milano, 4 marzo 2026. Di Alexandre Drabowicz, Global Chief Investment Officer, Jérôme van der Bruggen, Chief Market Strategist, Bénédicte Kukla, Chief Strategist, Francis Tan, Chief Strategist Asia e Lucas Meric, Cross Asset Strategist.
Gli Stati Uniti e Israele sono entrati in un conflitto più ampio e intenso con l'Iran, segnando una significativa escalation rispetto alle tensioni precedenti.
Il petrolio rimane il principale canale di trasmissione dell'impatto economico.
In questa nota, ci concentriamo sulle potenziali implicazioni del conflitto per l'economia e per i mercati, delineando diversi scenari per aiutare a comprendere l’attuale situazione.
In questa fase, riteniamo prematuro acquistare sui minimi e manteniamo la nostra attuale asset allocation basata sulla diversificazione, monitorando attentamente gli sviluppi.
- I rischi del prezzare la guerra
Durante il fine settimana, le ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran si sono notevolmente intensificate rappresentando una chiara escalation rispetto alle precedenti tensioni.
Tuttavia i mercati avevano già iniziato a scontare il rischio di tali sviluppi, con i negoziati tra Stati Uniti e Iran che sembravano in una fase di stallo.
La scorsa settimana, il rendimento dei Treasury Usa a 10 anni è sceso di 14 punti base e i prezzi del petrolio Wti sono aumentati del 6%, segnando un incremento di quasi il 20% dall'inizio dell'anno.
La durata e l'esito di questo conflitto rimangono altamente incerti.
Non essendo esperti di geopolitica, ci asteniamo da commenti politici e ci concentriamo invece sulle potenziali implicazioni economiche e di mercato.
Il petrolio rimane il principale canale di trasmissione dell'impatto economico.
Nonostante le tensioni in corso in Medio Oriente, i prezzi del petrolio hanno faticato a salire in modo significativo nel 2024 e nel 2025, poiché i conflitti precedenti sono stati relativamente contenuti e di breve durata, con un’escalation limitata e una portata regionale.
La storia suggerisce che reagire emotivamente agli eventi geopolitici raramente rappresenta una strategia di investimento valida.
Sebbene i mercati possano essere soggetti a volatilità di breve termine e a movimenti di avversione al rischio, queste reazioni spesso si rivelano temporanee.
Come illustrato nella tabella 1, i mercati azionari possono soffrire durante le fasi di escalation, ma le perdite rientrano frequentemente con l'attenuarsi delle tensioni.
Vendere asset in risposta a tali eventi può fornire una rassicurazione a breve termine, ma rientrare nel mercato può essere difficile e può comportare la perdita di opportunità, penalizzando i rendimenti a lungo termine.
In questa fase, riteniamo che sia prematuro "acquistare sulla correzione". In questa nota, delineiamo diversi scenari per aiutare a orientarsi nell'attuale contesto.
Auguriamo ai nostri colleghi e clienti in Medio Oriente che tutto vada bene e speriamo in una rapida risoluzione della situazione.
Tabella 1: L'impatto storico degli eventi geopolitici sull'S&P 500

Fonte: Indosuez Wealth Management
- La reazione del mercato appare relativamente moderata
Storicamente, gli eventi geopolitici rappresentano importanti fattori scatenanti di volatilità nei mercati finanziari.
I mercati azionari tendono a scendere nei primi giorni successivi a un evento geopolitico, o preventivamente con l’inasprirsi delle tensioni, per poi rimbalzare non appena la situazione inizia a stabilizzarsi.
Al momento della stesura di questo documento, la reazione del mercato appare relativamente moderata considerando gli eventi del fine settimana: i future sull'azionario sono in calo, l'S&P 500 è sceso dell'1% e lo Stoxx Europe 600 dell'1,5%.
I titoli legati all'energia e alla difesa mostrano invece guadagni, mentre i rendimenti dei titoli di stato globali stanno rimbalzando nonostante un contesto di rischio accresciuto.
Il rendimento del decennale statunitense è appena inferiore al 4%, dopo essere sceso di 30 punti base dall'inizio di febbraio. Questa flessione riflette la prudenza degli investitori, attualmente focalizzati sui rischi di ribasso legati alle turbolenze causate dall'intelligenza artificiale, dalle criticità del private credit e dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran.
Anche i beni di rifugio mostrano una decisa tendenza al rialzo, trainati dall'oro che guadagna il 2% e da un rafforzamento dello 0,7% per l'indice del dollaro.
Parallelamente, le quotazioni del petrolio sono balzate dell'8%, portando il Brent a toccare 78 dollari al barile.
È importante notare che le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono aumentate gradualmente nelle ultime settimane e il prezzo del petrolio probabilmente includeva già un premio per il rischio geopolitico, attestandosi a 70 dollari al barile prima del fine settimana, con un prezzo di equilibrio stimato intorno ai 60 dollari in un contesto di offerta elevata.
La pressione sui rincari è stata parzialmente contenuta grazie all'annuncio domenicale dell'Opec+, che ha previsto un incremento della produzione di 206 mila barili al giorno per il mese di aprile.
- Perché il petrolio è importante per i mercati globali?
Al di là delle operazioni militari condotte dai vari paesi, l'evoluzione dei prezzi del petrolio rimane un punto focale per gli investitori che cercano di valutare l'impatto di queste tensioni sull'economia globale e sui mercati finanziari.
Il timore maggiore riguarda lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale a sud-ovest dell'Iran dove transita quasi il 20% della produzione mondiale di petrolio e di gas naturale liquefatto (Gnl).
Circa l'80% delle esportazioni di petrolio attraverso lo stretto è destinato all'Asia, con una quota del 40% destinata esclusivamente alla Cina.
La chiusura dello stretto non è lo scenario di base e l'amministrazione iraniana ha già confermato l’intenzione di tenere aperta la via, fondamentale per le proprie esportazioni, nonostante il traffico sia già calato del 30% nell'ultima settimana.
Anche se gli impianti regionali non sono ancora stati colpiti, la minaccia di un blocco resta il principale rischio per i mercati: secondo diverse analisi, un'interruzione prolungata potrebbe spingere rapidamente le quotazioni sopra i 100 dollari al barile.
Uno studio della Federal Reserve di Dallas, condotto durante le tensioni tra Israele e Iran nel giugno 2025, ha stimato che la chiusura dello stretto comporterebbe un aumento di quasi 130 punti base dell'inflazione statunitense.
In definitiva, l'impatto dei prezzi del petrolio sull'economia e sui mercati dipenderà dalla durata del conflitto: Attualmente, secondo le principali piattaforme di previsione come Polymarket, vi è una probabilità del 70% che una possibile risoluzione si verifichi entro la fine di aprile.
Come riferimento, le stime indicano che un aumento sostenuto del 10% dei prezzi del petrolio influisce tipicamente sulla crescita globale per -10/-20 punti base e sull'inflazione per +20/+40 punti base.
I prezzi del petrolio sono già aumentati di quasi il 20% da febbraio. Qualora questo impatto dovesse persistere, sarebbe significativo, sebbene a nostro avviso non sufficiente a giustificare dinamiche recessive dal punto di vista macroeconomico, a condizione che le interruzioni dei flussi petroliferi — soprattutto attraverso lo Stretto di Hormuz — rimangano limitate.
- TRE SCENARI POSSIBILI
La situazione resta estremamente fluida, tuttavia nell’attuale contesto riteniamo possibili tre scenari:
Scenario 1: nessuna escalation, ma una situazione confusa (scenario di base)
L'Iran riesce a contenere la situazione e si prevede che i combattimenti si attenuino entro poche settimane, in linea con le previsioni del mercato che indicano un cessate il fuoco entro la fine di aprile.
Lo Stretto di Hormuz subisce interruzioni nel traffico marittimo, ma rimane aperto, e i prezzi del petrolio tornano a 60-70 dollari al barile con una stabilizzazione del premio al rischio geopolitico. Sulla base delle informazioni disponibili al momento della stesura del presente documento, questo scenario appare il più probabile.
Scenario 2: escalation e rischi di recessione
In questo scenario, con l’escalation del conflitto e una crescente situazione di difficoltà per il governo iraniano, il conflitto in Medio Oriente si amplia e lo Stretto di Hormuz viene chiuso, con interruzioni prolungate che riducono l’offerta regionale di petrolio.
Il prezzo del greggio continuerebbe a salire, superando di un ulteriore 20% l’attuale, già elevato, premio per il rischio geopolitico, avvicinandosi alla soglia dei 100 dollari al barile.
Si tratterebbe di un livello quasi doppio rispetto alle stime formulate a dicembre dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), secondo cui i fondamentali del mercato energetico giustificherebbero un prezzo più vicino ai 60 dollari al barile, alla luce dell’attuale surplus di offerta.
Uno scenario di questo tipo rappresenterebbe chiaramente uno shock stagflazionistico per l’economia globale. L’aumento dei prezzi dell’energia si tradurrebbe in una crescita dell’inflazione a livello mondiale, con effetti particolarmente marcati nei mercati emergenti ad alta dipendenza dalle importazioni di petrolio — in particolare Malesia, India e Indonesia — con ripercussioni negative sulle bilance commerciali e sulle valute.
La Cina, pur essendo il maggiore importatore mondiale di petrolio, dispone di tre importanti fattori di mitigazione: la diversificazione degli approvvigionamenti (attraverso oleodotti alternativi allo Stretto di Hormuz), ingenti riserve strategiche e una rapida transizione verso le energie rinnovabili.
Negli Stati Uniti, l’aumento dei prezzi della benzina potrebbe comprimere ulteriormente il potere d’acquisto dei consumatori a basso reddito, già in una situazione fragile, e, insieme a potenziali effetti negativi sui mercati, potrebbe comportare rischi al ribasso più significativi per l’economia statunitense.
Un aumento più prolungato dei prezzi del gas naturale eserciterebbe un’ulteriore pressione sul settore manifatturiero europeo ad alta intensità energetica, già in difficoltà, compromettendo in modo significativo anche la ripresa della Germania.
È tuttavia importante sottolineare che l’Europa dispone di un numero maggiore di stabilizzatori automatici per proteggere i consumatori da questo tipo di shock.
Dal punto di vista dei mercati finanziari, uno scenario di questo tipo sarebbe negativo per gli asset rischiosi e costringerebbe le banche centrali a un complesso esercizio di equilibrio: da un lato sostenere la crescita economica, dall’altro fronteggiare un nuovo aumento dell’inflazione previsto per il 2026.
Scenario 3: allentamento delle tensioni con un cambiamento di regime nel medio termine.
La formazione di un nuovo governo iraniano, sotto la pressione politica internazionale e regionale, riduce in modo significativo le ritorsioni e riapre i negoziati con la comunità internazionale. Questo consentirebbe agli Stati Uniti di rivendicare un successo politico di fronte alla propria base elettorale in vista delle elezioni di medio termine.
Nel medio periodo, le iniziative degli Stati Uniti e di Israele potrebbero favorire un cambiamento di regime in Iran, contribuendo a ristabilire un equilibrio regionale più stabile. In tale contesto, i prezzi del petrolio registrerebbero un forte calo, con effetti positivi sulla crescita globale. Il greggio potrebbe tornare intorno ai 50 dollari al barile, considerando che lo scenario di fondo rimarrebbe caratterizzato da un eccesso di capacità produttiva.
Conclusioni
Sebbene gli eventi dello scorso fine settimana abbiano aumentato la probabilità di uno shock stagflazionistico (il nostro secondo scenario), è opportuno ricordare che la dipendenza globale dal petrolio sia oggi sensibilmente ridotta rispetto ai decenni passati. Inoltre, i canali di trasmissione finanziaria — in particolare il mercato valutario e il credito — appaiono meno vulnerabili rispetto alle crisi precedenti, un elemento che dovrebbe contribuire a mitigare l’impatto dello shock.
In questo contesto, pur ipotizzando un ulteriore rialzo del Brent, potenzialmente oltre la soglia dei 100 dollari al barile, l’OPEC dispone di capacità produttiva inutilizzata che potrebbe essere attivata per attenuare eventuali interruzioni dell’offerta ed esercitare un’influenza stabilizzatrice sui prezzi.
Infine, il nostro terzo scenario prevede che Stati Uniti e Israele possano favorire un eventuale cambiamento di regime in Iran, ristabilendo un equilibrio regionale più stabile e determinando un forte calo dei prezzi del petrolio, con effetti positivi sulla crescita globale. Sebbene questo scenario resti incerto e caratterizzato da rischi significativi, rappresenta un’importante ipotesi rialzista di medio termine per gli asset rischiosi.
Per il momento, nonostante l’elevato livello di incertezza, manteniamo la nostra attuale asset allocation, continuando a monitorare con grande attenzione l’evoluzione del contesto geopolitico.
Continuiamo a investire in azioni e ad adottare una strategia altamente diversificata, bilanciando la volatilità di breve periodo con le opportunità di crescita di lungo termine. Riteniamo inoltre che gli eventi in corso non siano tali da interrompere l’attuale ampliamento del rally dei mercati azionari, che sta progressivamente coinvolgendo le small e mid cap e i settori finora rimasti indietro.
Allo stesso modo, confermiamo la nostra esposizione ai mercati emergenti e i recenti investimenti nei settori delle materie prime e della difesa.
La nostra opinione secondo cui il dollaro statunitense abbia ancora margini di indebolimento è oggetto di dibattito, ma continuiamo a sostenerla alla luce di fattori più strutturali, come, ad esempio, i deficit americani.
Allo stesso tempo, confermiamo la nostra posizione sull’oro, che riteniamo continui a rappresentare un’efficace copertura contro i rischi geopolitici e l’inflazione.
Il contesto resta fluido, ma riteniamo che un approccio disciplinato e un’ampia diversificazione costituiscano le basi più solide per affrontare le prossime settimane.