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La concezione illuministica del progresso illimitato altre ideologie che si prefiggevano esclusivamente un aumento indefinito del benessere materiale hanno portato a considerare l’ambiente naturale come fonte inesauribile di ricchezza, prodigo dispensatore di materie prima, oggetto di sfruttamento indiscriminato.

La civiltà occidentale consumistica privilegia, in particolare, una dimensione “economico-utilitaristica” per cui il metro dell’avere è l’unico valido nella misurazione di valori considerati rilevanti dalla società.

Una risposta dalla civiltà pellerossa.

Il rispetto per la natura, al contrario, rappresenta una costante di parecchie civiltà “primitive”.

Esso è dovuto, non solo al fatto che si tende a interpretare come segno divino tutto quanto non è spiegabile razionalmente (e per questo degno di rispetto e fenomeno verso cui nutrire anche timore); il rapporto uomo-natura è diverso poichè ha matrici “filosofiche” diverse.

Recuperare questa mentalità può essere utile anche per l’uomo di oggi sia un’ottica antropologico-culturale sia, soprattutto, in senso squisitamente utilitaristico, come contributo assai importante alla soluzione di problemi ambientali.

Nella prefazione al suo suggestivo romanzo che ripercorre la storia di due famiglie Dakota dal 1794 al 1835, Ruth Beebe Hill elenca una serie di parole e di concetti che gli Indiani d’America ignoravano.

Fra gli altri compare il termine “erbaccia”.

Prescindendo dalla banalità di ciò che la parola rappresenta , il fatto risulta emblematico di una mentalità completamente diversa dalla nostra.

L’idea di conservare manicheisticamente gli esseri viventi “utili” e “nocivi” (per l’uomo e solo per l’uomo) era del tutto estraneo al Pellerossa.

La premessa non è pleonastica se si vuole comprendere come fosse intenso, viscerale, totale l’amore che l’Indiano nutriva per la natura.

Simile atteggiamento era dettato non tanto dalla necessità di una conoscenza assai approfondita dell’ambiente (conoscenza necessaria in particolare a tribù di cacciatori) quanto dal considerare la natura come un mezzo per perseguire la propria crescita spirituale.

Se i riti propiziatori o di ringraziamento possono considerarsi ricorrenti nelle società primitive , è invece tipica dei Pellerossa una visione del tutto personalistica dell’ambiente naturale.

La “filosofia” tipica per cui gli antenati affermavano che “se non è dello spirito non è indiano”, che intendeva il tutto come “qualcosa in movimento, vitalità spirituale”, attribuiva anche alla natura una potenzialità diversa, una forza vitale, appunto, della quale l’uomo stesso fa parte, essendone coinvolto nella sua interezza.

In altri termini, l’uomo non può sottomettere o padroneggiare la natura in quanto, essendo egli stesso natura, non può fare altro che realizzarsi attraverso il rispetto di leggi che, comprese o ignorate, sono espressione dello spirito universale e alle quali per sua natura deve sottostare.

Tutto questo non per passiva accettazione di una volontà superiore , bensì, al contrario, per autonoma, fattiva e attiva “costruzione” della propria identità.

Risulta qui evidente l’estensione del concetto di interazione uomo-ambiente in direzione di una visione maggiormente integrante, simbiotica, caratterizzata dall’attribuzione di un significato spirituale a tutte le cose, destinata a sfociare nell’animismo.

Le implicazioni pratiche sono facilmente deducibili: il rispetto di sé e dell’ambiente naturale acquista validità in funzione di un’intima convinzione piuttosto che conseguenza di imposizione esterna.

L’autonomia subentra all’eteronomia.

Il rispetto di sé e della natura

Ulteriore conferma di una simile concezione può essere ricercata nel tipo di educazione impartita ai fanciulli presso le varie tribù. ;Le informazioni trasmesse erano logicamente indirizzate alla perpetuazione di una società di cacciatori e di guerrieri.

Si poneva, tuttavia, la massima cura nel tentativo di convincere i giovani ad assumere comportamenti in armonia con valori consolidati da secoli di esperienze.

L’attenta osservazione di comportamenti di animali, i giochi di imitazione e di competizione, la ricerca di visioni per mezzo del digiuno, il racconto di gesta eroiche, l’apprendimento delle più elementari regole igieniche, l’imposizione del nomen costituivano per il bimbo indiano altrettante occasioni formative e socializzanti.

Si riusciva, in tal modo, da un lato a conciliare le esigenze del singolo con quelle del gruppo e dall’altro a esaltare sino alla sublimazione dei valori etico-religiosi che stavano alla base della convivenza sociale.

In simile contesto il rispetto di sé e della natura finiva per confondersi in una sorta di individualismo mistico, il cui unico scopo si identificava con la crescita spirituale del singolo.

Lo stoicismo con il quale il fanciullo indiano era avvezzato a sopportare senza un lamento qualsiasi dolore fisico si univa alla capacità, anch’essa acquisita, di operare con sicurezza nell’ambiente naturale nel suo pieno rispetto.

Il Sioux Ohiyesa scrive che l’indiano doveva essere un abile cacciatore perchè "un uomo non poteva essere un buon marito se non portava a casa selvaggina in abbondanza”; d’altro canto, come conferma Capo Orso Resistente, non era suo costume uccidere per divertimento ma solo per procurare cibo e vestiario alla sua famiglia: “quando moltitudini di bufali correvano per le praterie, l’indiano non ne uccideva più di quanti gli bastavano per nutrirsi, utilizzandone anche il pelo e le ossa”.

La visione d’insieme prospettata da tali convinzioni si caratterizza per alcune peculiarità: la mancanza del senso del superfluo, l’utilità della conservazione, la totale estraneità del paradigma dell’interesse economico come valore individuale e sociale.

Se letta in tale ottica , la “filosofia ecologica” pellerossa può portare benefici anche a noi, abituati a ogni dissacrazione, esponenti di una civiltà che la Storia ha dichiarato momentaneamente vincente e solo per questo a volte convinti di una presunta superiorità culturale.

Sapremo allora apprezzare parole piene di saggezza come quelle del Capo Sioux Orso In Piedi: “La vita dei miei antenati era intessuta di ideali e di costumanze che la civilizzazione dei nostri giorni non ha migliorato in niente; nella nostra cultura v’erano elementi positivi; era una vita capace di influire in senso benefico su qualunque altra collettività”.

 

 

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