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Di Luca Cerchiari

Per uno che da una vita, come chi scrive, si occupa (anche) di musica jazz, la figura di Hugues Panassié (1912-1974) rappresenta un punto di riferimento. E’ stato infatti questo curioso protagonista della società francese, vissuto sempre a metà tra Parigi e il Sudovest di quel Paese, a scrivere il primo importante libro sul jazz, edito nel 1934 a Parigi da Robert Correa col titolo di Le Jazz Hot.

L’appellativo hot indicava non solo il calore dell’espressività musicale di un Louis Armstrong, del quale Panassié è stato a lungo amico e frequentatore, ma anche la dimensione più autentica dell’espressività di questo genere, contrapposta a quella della musica più commerciale. Dobbiamo a Panassié una vera e propria guerra, combattuta per affermare le qualità artistiche di questa musica, inclusa l’improvvisazione, e per contribuire a distinguerla da quella di musicisti bianchi pur importanti (come George Gershwin) che l’America e l’Europa musicale ebbero erroneamente ad indicare, a lungo, come i padri del jazz. E gli dobbiamo molto altro: diciassette libri, varie riviste, molti dischi prodotti in Francia e negli Stati Uniti, innumerevoli programmi radiofonici, numerose conferenze, e una fittissima corrispondenza con mezzo mondo.

Panassié, finita la guerra, entrò in conflitto con i nuovi stili, con la modernità. Finì a ribellarsi contro Parigi e i suoi colleghi, ritirandosi a Montauban, dove fondò una rivista contrapposta a Jazz Hot, che aveva creato lui stesso anni prima con Charles Delaunay, ma che ora virava verso “i moderni”. Da Montauban diresse le sue contro-operazioni a favore del jazz (classico e tradizionale) organizzando Festival, tournée, bollettini d’informazione e quant’altro, sempre in compagnia della seconda moglie, la poetessa e preziosa collaboratrice Madeleine Gauthier. Hugues Panassié, sul quale è da poco stato pubblicato un voluminoso saggio di Pierre Fargeton (Mi figue-Mi raisin, Outre Mesure, Parigi 2020), ricco di documenti inediti, è scomparso nel 1974 non senza aver avuto il tempo di lasciare un libro-intervista curato da Pierre Casalta, Monsieur Jazz (Stock, Parigi 1975).

Più che parlarvi del suo rapporto con la musica, vorrei segnalarvi, di Panassié, da questo libro, il rapporto col cibo, ma soprattutto con il vino. Hugues era un noto buongustaio. Al panettiere di Montauban, cittadina di cinquantamila abitanti non lontana da Tolosa, dedica descrizioni ammirate su come sia riuscito a preservare e preparare ogni giorno il miglior pane fresco della regione. Ma le pagine che dedica al vino sono ammirevoli e sorprendenti almeno quanto le descrizioni di grandi musicisti come Lionel Hampton, Willie the Lion Smith o Benny Carter (“il miglior gastronomo della storia del jazz”). Panassié descrive a Casalta, con dovizia di particolari, la sua ampia cantina e i suoi gusti in materia enologica. Suggerisce, in un ristorante, l’attrazione per il vino in caraffa, piuttosto che in bottiglia (“temo le bottiglie super-controllate, super-chiuse a tappo, troppo etichettate”…). Afferma che non sono antipasti o stuzzichini ad aprire il palato al buon vino, ma il contrario è il buon vino che va gustato da solo, e che apre al palato. Elogia la sua scelta di vini quali l’anjou, il cahors, il gaillac (bianco e rosso), e ancora il marcillac, il vino di Borgogna, ma anche il celebre chateauneuf-du-pape, e infine i vini spagnoli, diversi tipi di Xeres.

Afferma andando controcorrente che non è l’annata a far il vino buono, che quello più recente può essere altrettanto buono del vino più stagionato. E che più che l’abbinamento coi formaggi, ai vini giova quello con le noci e le nocciole. Mettendo in guardia il buon degustatore dalla seduzione degli antipastini e degli stuzzichini, fatti apposta nei bar per spingere i clienti a consumare alcolici. In qualche modo Panassié afferma una priorità e purezza del solo vino. Come fece con la musica, sottolineandone ed esaltandone gli aspetti artistici e l’autenticità. Molti si sono chiesti come abbia fatto a coinvolgere così tanti grandi nomi del jazz americano: la risposta sta nel vino francese che Panassié offriva loro, seducendoli, in attesa delle loro seduzioni sonore.

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