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Giannina Puddu, 9 giugno 2021.

Gli occhi italiani guardano le cose del mondo

con una visione che affonda le sue radici nella profondità della storia.

Radici ancora più lunghe quando il bagaglio culturale è importante e conduce verso un'osservazione da lontano, come quella tipica dello storico, capace di ascendere portando il suo sguardo oltre la frazione dei tempi e dei fatti.

Ciò che può abbagliare l'osservatore acerbo, diventa un piccolo fatto o un fatto tra tanti, per l'osservatore maturo, colto.

L'ambiente finanziario, quello americano e newyorchese in particolare, per la sua potenza e per la sua  leadership mondiale, ancora indiscussa, ha o può avere un effetto così ammaliante da divenire alienante.

Questo è ciò che capita ai più, nell'industria finanziaria, anche in Italia.

Si ha la percezione di appartenere ad un mondo di eletti, di privilegiati, staccando, inconsapevolmente, i piedi dal suolo, in una sorta di delirio di dominanza.

Questo, in qualche modo, è veramente.

Lo è, per esempio, per i meglio attrezzati professionalmente, dal punto di vista delle entrate che possono raggiungere livelli tali da moltiplicare per enne volte il reddito medio pro-capite dei comuni mortali.

Ma, anche questo, alla fine, è solo un fatto con capacità seduttive variabili.

Per i soldi, molti venderebbero qualunque cosa di sé o molto di sé, altri (pochissimi) scelgono di guardano più lontano.

Per i più, la progressiva cessione del sé in cambio di un alto tenore di vita, è protetta da una sorta di auto manipolazione che serve a tacitare la coscienza.

Per godere appieno di un alto tenore di vita è indispensabile essere sereni, almeno in qualche modo, anche con qualche forzatura che si sotterra nelle pieghe dell'inconscio.

E' il tema del breve racconto che segue, scritto da Paolo Sassetti, un raffinato tecnico della finanza che ha nei suoi occhi la fovea dell'aquila.

DA NEW YORK ALL' AFRICA EQUATORIALE di Paolo Sassetti

Dal 1991 e per tutti gli anni ’90 frequentai gli USA con una certa assiduità per ragioni di lavoro, ed in particolare NYC, ed in particolare Manhattan, ma non mancai di visitare altre città statunitensi come Miami, Philadelphia, Boston, Denver, Boulder, Los Angeles, Baltimora, Tampa, Houston, Dallas, ecc.. Una volta anche Washington.

Giravo le case finanziarie, grandi e piccole, famose o boutique, le società di investimento, i gestori di fondi hedge per trovare opportunità di investimento per la Sopaf Investments di Lugano di cui ero amministratore.

Un capitale di circa 60 miliardi di vecchie lire che raddoppiò in circa 10 anni e che, come ho descritto in un libro, salvò momentaneamente la controllante Sopaf dal fallimento.

Molte di quelle società finanziarie che visitai oggi non esistono più. La Kidder, Peabody fu ceduta dalla GE Capital alla Paine Webber che poi fu assorbita dalla UBS, della Lehman Brothers sapete tutti ... la Tiger Management Corporation si mise in liquidazione, ecc..

Avevo delle buone introduzioni, in particolare la General Electric Capital, che mi faceva anche avere i biglietti per il Metropolitan Theatre, e la Tudor Investment Corporation, gestita da un trader, Paul Tudor Jones, passato alla fama per aver fatto per cinque anni consecutivi performance superiori al 100% annuo.

Con questa ultima ci avventurammo anche nella ex Germania Est dopo la riunificazione tedesca, anche se non era il suo campo di expertise.

Negli anni parlai con decine di persone di finanza, parlai anche con l’allora direttore generale del Quantum Fund di George Soros e mi divertii a sentirgli dire che Julian Robertson, il grande gestore della Tiger Management Corporation, aveva un cervello piccolo, piccolo, da bambino (“kid”).

Insomma, tra di loro a volte si insultavano anche.

Ad una assemblea annuale della Tiger Management Corporation, che si tenne al Plaza Hotel di NY, scorrevo la lista dei partecipanti per vedere se ne riconoscessi qualcuno.

Un distinto signore seduto vicino a me si inquietò per quel mio scrutare i nomi e mi chiese se fossi un funzionario del fisco. 

Lo rassicurai.

D’altra parte lui rappresentava non ricordo quale fondazione religiosa ed investiva dei capitali di questa nei fondi hedge della Tiger … insomma, il diavolo e l’acqua santa …

Negli USA ero prevalentemente alla ricerca di investimenti di private equity, di fondi speculativi e di collocamenti di borsa, attraversavo Manhattan in lungo ed in largo.

Un giorno ebbi 7 appuntamenti in una sola giornata in 7 diversi punti di Manhattan in 7 diverse società finanziarie; la mia segretaria italo-finlandese era straordinaria nell’incastrarmi gli appuntamenti.

Conobbi anche molti funzionari della Lehman Brothers e solo recentemente ne ho buttato via i biglietti da visita.

Una volta mi vennero a prendere in limousine per portarmi nel Connecticut, dove visitai la John Henry & Co, una società di investimento molto famosa situata in montagna: per fare trading sui futures non era necessario stare a Manhattan.

 New York offriva anche incontri incredibili.

Una volta mi trovai a fare colazione in un albergo non lontano dal tavolo di Perez de Cuellar che aveva appena lasciato la segreteria dell’ONU ed era ormai un privato cittadino.

Un’altra volta ero a cena con un amico in un ristorante francese di NY e vi fece ingresso Farah Diba Pahlavi, vedova dello scia di Persia in esilio, con una lunga corte di dignitari al suo seguito e riconobbi anche il figlio Ciro. 

Ma era un ristorante abbastanza alla mano, da 50 dollari a persona.

La cosa che mi colpiva maggiormente era l’incredibile tecnicismo presente in tutti rami della finanza, dalle azioni quotate, alle obbligazioni, ai derivati, al private equity, ecc..

Tutti lavoravano con modelli matematici che apparivano infallibili e comunque infondevano sicurezza.

Era una sicurezza ovviamente fallibile.

Ad ogni mio rientro in Italia redigevo delle relazioni che erano dei veri e propri tomi.

Li conservo ancora oggi.

Comunque, nel tempo mi feci una certa cultura nelle valutazioni d’azienda ed anche in altri campi.

Io ero bravino in Italia ma oggettivamente, al confronto con tutti gli specialisti con cui mi incontravo, mi sentivo un po’ ignorante.

Non dico una merdaccia, ma quasi.

Beh, era una fase diversa della mia vita, la carriera aveva una sua rilevanza, e cominciai a pensare che la vita professionale non avesse senso se non vivevi a New York. 

Così proposi di spostare la Sopaf Investments da Lugano a New York, ma la mia idea fu respinta in quanto troppo costosa.

Per un certo periodo ebbi una crisi depressiva di tipo professionale, non accettavo l’idea di vivacchiare professionalmente nel confronto internazionale, essere una comparsa ai confini dell'impero americano.

Perché racconto questo?

Perché, sebbene ritenga che aver visitato New York decine di volte sia stata una esperienza unica, oggi non vivrei a New York neppure se mi coprissero d’oro.

Oggi la mia ambizione è ritirarmi in un villaggio rurale dell’Africa equatoriale e darmi all’agricoltura, magari moderna, ma sempre agricoltura. Ed innestare elementi di cultura liberaldemocratica nei figli che ho adottato.

Cambiano le età e cambiano le ambizioni. Chi lo avrebbe mai detto?

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