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Milano, 9 settembre 2021. Di Luca Cerchiari, Musicologo, Critico Musicale, Accademico

Non molti sanno che la carriera di Astor Piazzolla, del quale ricorre il centenario della nascita (il celebre “tanghista” argentino è scomparso nel 1992), ha avuto una forte impennata grazie all’Italia:

dove storicamente il tango ha attecchito come danza sociale, e fra l’altro ispirato, nel tempo, canzoni celebri quali Creola, Tango delle capinere, Vipera e Tango della gelosia.

Il rilancio professionale del musicista, italiano di origine, avvenne in un momento in cui egli aveva già portato a compimento la sua ambiziosa riforma del tango, inteso in senso contemporaneo.

Facendo del bandoneon uno strumento più visibile (Piazzolla lo suonava in posizione eretta, appoggiando un piede sulla seduta di una sedia, anche per valorizzarne meglio la visibilità, di contro alla tradizionale posizione nella quale il musicista è seduto e lo appoggia sulle due ginocchia), dando vita a composizioni legate alla tradizione colta europea e sudamericana (ricordiamo i suoi studi con Alberto Ginastera)e ispirandosi anche al jazz.

Il responsabile di questo rilancio è stato, in gran parte, Aldo Pagani, promotore di una nuova e ampia valorizzazione di Piazzolla, che a suo dire, all’inizio degli anni Settanta, era apprezzato ma non abbastanza in Argentina, tanto da non poter ancora contare su un tenore di vita confacente al suo livello.

I due si sono incontrati occasionalmente a Milano nel 1964.

Pagani veniva da studi al Conservatorio di Milano e aveva alle spalle un’esperienza sia come strumentista attivo nel pop sia come editore e produttore discografico, prima alla Ricordi e quindi alla MCA.

Nel 1966 entrò a far parte della Federazione internazionale delle organizzazioni dei festival, operando sempre più anche in quel mondo sudamericano che da sempre apprezza la tradizione della vocalità italiana, legata all’opera e quindi alla musica leggera, ma che allo stesso tempo, per lui, rappresentava un modello di riferimento e un notevole stimolo per la sua ricca tradizione sonora e coreutica.

Pagani era in Venezuela, e invitò il maestro argentino ad esibirsi al festival Onda Nueva, nato nel 1971 e giunto alla seconda edizione.

Pochi mesi dopo rientrò in Italia e ebbe un contatto di lavoro con Bernardo Bertolucci. Il regista aveva già svelato il suo interesse per il tango nel film Il conformista (1970), facendo danzare a due delle protagoniste, le attrici Dominique Sanda e Stefania Sandrelli, una versione “boulevardière” del celebre ballo argentino, che proprio a Parigi, oltre che a Hollywood, ha avuto nel corso degli anni Trenta la sua consacrazione nell’immaginario cinematografico.

Ora il tango, in senso narrativo e passionale, voleva essere il soggetto di un nuovo film di Bertolucci, ambientato nella capitale francese.

E il regista, su probabile suggerimento di Pagani, nell’agosto del 1972 chiese a Piazzolla se voleva scrivere le musiche per Ultimo tango a Parigi, ma la richiesta economica del maestro argentino, esorbitante, fece sì che egli scritturasse invece il sassofonista jazz Gato Barbieri, un altro celebre argentino, che firmò così la colonna sonora.

Se Bertolucci ha avuto l’idea di contattarlo attraverso Pagani è anche perché quest’ultimo aveva preso letteralmente di petto, spinto dall’ammirazione per il musicista argentino, il proposito di farlo conoscere in Italia, e si era mosso in modo sistematico sia distribuendo a pioggia i dischi che il musicista aveva realizzato in Argentina per la Rca sia promuovendolo presso la Rai, anche col sostegno degli uffici Curci/Carosello.

La Rai ospitò il virtuoso in trasmissioni televisive di grande ascolto, come una puntata di Teatro 10, in onda nel maggio 1972.

Qui, dopo una serie di brani eseguiti dal nonetto, Mina, che presentava con Alberto Lupo, accompagnata dal nonetto di Piazzolla, cantò da par suo in spagnolo Balada para mi muerte, musica del bandoneonista e testo di Horacio Ferrer; premettendo, nel dialogo di introduzione, di conoscere la musica di Piazzolla già da una decina di anni, com’è verosimile data l’onnivora curiosità e competenza della maggiore cantante pop italiana del secolo scorso.

Il brano venne registrato su disco da Piazzolla e Mina: a nome del primo uscì per la etichetta EMI, in versione spagnola, a nome di Mina per l’etichetta Pdu sia in lingua italiana, nell’album Cinquemilaquarantatre, col testo riscritto da Giorgio Calabrese dal titolo Suoneranno le sei.

Stava lievitando non solo l’esperienza italiana di Piazzolla, ma anche il suo rilancio internazionale. Oltre che a Pagani questo rilancio si dovette all’azione congiunta tra l‘agente-impresario-editore e il gruppo editoriale Curci-Carosello, col quale Pagani aveva sottoscritto un contratto, mentre ebbe inizio una lunga serie di registrazioni discografiche per la consociata Carosello.

La Carosello aveva sino ad allora coinvolto grandi nomi della musica leggera quali Mina, Gino Paoli, Giorgio Gaber.

Piazzolla non corrispondeva esattamente alla linea artistica dell’etichetta.

E tuttavia la sua musica sontuosa, raffinata e popolare allo stesso tempo, aggiornata alle sonorità anche elettriche, riuscì a far breccia sul pubblico italiano, e un disco del musicista argentino si rivelò particolarmente centrato, e destinato a un successo duraturo, mentre si allargava lo spettro delle collaborazioni nell’ambito cinematografico.

L’LP in questione, ormai un classico, è Libertango, 1974, inciso nello studio Mondialsound di Milano, e registrato con alcuni strumentisti italiani di rilievo quali Pino Presti al basso elettrico, Gianni Bedori e Hugo Heredia al flauto, Filippo Daccò alla chitarra, Tullio De Piscopo alla batteria.

Il tango vi appare il comun denominatore, nei titoli, con dediche fantasiose: ecco Meditango, Undertango, Violentango, Amelitango (riferito ad Amelita Baltar, cantante e compagna di Piazzolla), mentre le composizioni (perché Piazzolla è, oltre che un virtuoso del bandoneon, anche e soprattutto un autore) si dipanano tra ostinati, contrappunti e arrangiamenti di sapore immaginifico, visionario:quasi cinematografico.

Ma c’è anche la commossa Adios Nonino, dedica all’amato padre appena scomparso, figura per lui fondamentale.

Piazzolla perde un punto di riferimento morale e affettivo, e la sua vita privata ne sarà condizionata, nel prosieguo, in negativo, con crisi, relazioni conflittuali e senso di mancanza dei figli avuti dalla prima moglie Dede’ Wolff.

Il disco diventa il best-seller di tutta la pur densa discografia piazzolliana, iniziata a Buenos Aires con la Odeon e conclusa tra l’altro con un celebrato album Concord con il vibrafonista jazz Gary Burton (1988).

E’ il jazz a interessarsi a lui, adesso.

Piazzolla, che nel concepire l’impostazione del suo nonetto argentino anni Settanta ha ascoltato con ammirazione e interesse alcuni dischi del sassofonista Gerry Mulligan, viene scoperto proprio da Mulligan-altro musicista per diversi motivi, a partire dalla relazione con la compagna Franca Rota, fotografa, destinato a legarsi all’Italia-, il quale ascolta con grande interesse Libertango, su indicazione dell’onnipresente Aldo Pagani.

Il manager, alla reazione entusiastica del sassofonista per un talento a lui sconosciuto, ha la prontezza di suggerire a Mulligan l’idea di realizzare un disco col musicista argentino.

Detto e fatto, e Piazzolla ne è altrettanto entusiasta.

Salvo uno, Piazzolla si assume la titolarità di tutti i brani, editi da Curci, e Summit esce anche in Germania, Stati Uniti, Argentina e Brasile.

A distanza di poco tempo da Libertango, Piazzolla ritrova i musicisti italiani Pino Presti, Tullio De Piscopo e Angelo Daccò, cui si aggiungono Bruno De Filippi alla chitarra (l’autore di una canzone classica come Tintarella di luna), l’argentino Angel “Pocho” Gatti alle testiere, Alberto Baldan alla marimba e altri. Il nuevo tango intrecciato con il jazz aumenta ulteriormente la popolarità di Piazzolla e l’interesse internazionale per questo musicista.

L’idea avuta da Pagani di suggerire a Piazzolla di trasferirsi in Italia si è rivelata vincente.

La coppia Piazzolla-Mulligan trova numerose ospitalità nelle radio e televisioni europee, e ottiene un ottimo feedback anche in Argentina e Brasile, dove Pagani organizza concerti e apparizioni del bandoneonista.

E’ anche la premessa alla successiva mossa dell’erratico Piazzolla, che dopo l’Italia (dove vive anni a Roma, e nel 1974 registra anche un disco con l’attrice Edmonda Aldini) decide di trasferirsi a Parigi.

La sua esperienza italiana si conclude quanto alla residenza.

Ma non agli impegni di lavoro, tanto che ancora nel 1990 la coppia Pagani-Piazzolla (un rapporto ambiguo e quasi romanzesco di odio-amore, il loro, che attraversa decenni) agita i rumors della cronaca per il rifiuto del musicista, che intende restare libero da vincoli e impegni decisi da altri, di accettare un anticipo di centomila dollari dal manager come premessa a un nuovo contratto.

L’impegno discografico con la Carosello prosegue con una nutrita sequenza di altri dischi, tra cui Il pleut sur Santiago, Piazzolla 77, Piazzolla-Antonio Agri, Piazzolla all’Olympia di Parigi, Piazzolla 78 , Esqualo, Chador.

Il 1984 è un anno particolarmente significativo, nell’ultima fase della carriera di Piazzolla, per altre due ragioni nuovamente legate all’Italia.

Da un lato il maestro è gratificato dalla commissione fattagli dal regista Marco Bellocchio della colonna sonora di un film, Oblivion, poi incisa su disco EMI.

Il film, presentato al Festival di Cannes nel 1984, è una libera trasposizione dell’Enrico IV di Luigi Pirandello, con Marcello Mastroianni nel ruolo di Enrico IV e Claudia Cardinale in quello di Matilde.

La colonna sonora viene registrata con un gruppo di solisti argentini.

Il tutto con particolare soddisfazione di Bellocchio e con una sorta di compiaciuta identificazione di Piazzolla nella figura del protagonista del film, nel quale rivede parte dei suoi problemi e delle sue aspirazioni, e al quale dedica una delle melodie più toccanti ed emotivamente conflittuali della colonna sonora.

Dall’altra, dopo gli episodi ormai lontani della collaborazione con Mina, Piazzolla inizia una collaborazione con Milva.

La cantante “rossa”, dopo gli anni dell’esordio e le affermazioni nazionali, si è costruita una reputazione anche internazionale affrontando con ampi consensi di pubblico e critica, e una sottesa espressività teatrale, repertori come quelli del drammaturgo Bertolt Brecht, del musicista greco Mikis Theodorakis e del compositore italiano Luciano Berio.

Milva invita il bandoneonista ad unirsi al suo gruppo per una tournée europea nel 1984, e i due ottengono tali consensi da arrivare a misurarsi in centocinquanta concerti all’anno.

Ne scaturisce anche una collaborazione discografica dal vivo (Live at the Bouffes du Nord), sintesi di una serie di spettacoli realizzati nella capitale francese con la regia di Filippo Crivelli.

Milva Biolcati torna a Piazzolla, sei anni dopo la sua morte del virtuoso e compositore argentino, con un doppio CD contenente varie esibizioni giapponesi, Live in Tokyo, pubblicato da Agorà.

Altre cantanti italiane, segnatamente Iva Zanicchi e Edmonda Aldini avrebbero interpretato brani di Piazzolla; ancora, il maestro ha spesso collaborato con l’autrice Angela Denia Tarenzi, che ha tradotto i testi spagnoli dei suoi tanghi contemporanei proposti anche in Italia in concerti, incisioni e programmi televisivi.

L’Italia, alla scomparsa del maestro, avvenuta nel 1992, non si è dimenticata di lui.

L’Associazione musicale di Pesaro ha fondato il Centro Astor Piazzolla, mentre l’11 agosto 2013 è stata inaugurata una piazzetta nel centro di Massa Sassorosso-la località della Garfagnana originaria dei nonni materni del musicista, ossia della famiglia Manetti- intitolata “Largo Astor Piazzolla”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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