BANNER LUCANO SAM

Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

 

Di Mario Lettieri e Paolo RaimondiNAVIGARE A VISTA

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.  

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

 

*già sottosegretario all’Economia  **economista

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VONTOBELDalla crisi finanziaria del 2008 le banche centrali sono diventate iperattive. Prima hanno abbassato i tassi di interesse a zero. Poi hanno inondato i mercati finanziari di liquidità. Di recente, come se non bastasse, alcune hanno introdotto dei tassi di interesse negativi. Mentre queste misure hanno aiutato probabilmente l’economia e sostenuto i mercati finanziari, hanno anche creato immense sfide per gli investitori.

Di Cristophe Bernard - Chief Strategist VONTOBEL
Le autorità monetarie dell’eurozona, del Giappone, della Svizzera, della Svezia e della Danimarca stanno applicando tassi di interesse negativi – di vari gradi – sulle riserve delle banche. Inoltre molti titoli di Stato emessi dai principali paesi industrializzati sono negoziati a tassi negativi alla scadenza (vedi grafico 1). Questa situazione senza precedenti mette in dubbio le tesi tradizionali sul funzionamento del sistema finanziario. La teoria finanziaria parte dall’assunto che le persone preferiscono ottenere qualcosa subito piuttosto che in futuro: un euro domani vale meno di un euro oggi. Il diffondersi dei tassi di interesse negativi cambia il quadro: i risparmiatori di oggi devono pagare per avere il privilegio di prestare denaro. Partono implicitamente dal presupposto che la deflazione aumenterà il potere di acquisto reale dei loro risparmi nonostante i tassi nominali negativi. Un cinico potrebbe controbattere che i tassi negativi sono la prova tangibile del fallimento delle banche centrali, che non sono riuscite a raggiungere i loro obiettivi di reflazione.

Come si è giunti a tanto?

La disinflazione mondiale non è un fenomeno nuovo: da decenni la globalizzazione e internet spingono i prezzi al ribasso. A ciò si aggiunge il fatto che il rallentamento della produttività e le tendenze demografiche negative nelle maggiori economie frenano la crescita economica mondiale. E infine una serie di crisi ha lasciato il mondo nella morsa del debito: la bolla “dotcom” nel 2000, lo scoppio della crisi immobiliare “sub-prime” nel 2008 e il crollo dei prezzi delle materie prime dal 2011. Tutti questi fattori gravano sulla crescita. Per prevenire una depressione economica, le banche centrali hanno abbassato i tassi di interesse a zero ed esteso in modo massiccio i loro bilanci, acquistando grandi quantità di titoli di Stato. Poiché queste misure non hanno prodotto gli effetti desiderati, alcune di loro hanno fatto ricorso a tassi negativi.

Vincitori e vinti

Per il momento non è possibile giudicare se questa politica permetterà alle banche centrali di raggiungere i loro obiettivi. I risparmiatori sono indubbiamente tra i perdenti, mentre i debitori sono i chiari vincitori di questa politica dei tassi negativi. I più avvantaggiati sono i governi altamente indebitati, perché devono spendere meno per il servizio del debito. Questo può essere un fattore positivo, purché i responsabili politici usino questo “regalo monetario” per implementare riforme strutturali e sostenere la crescita tendenziale. Purtroppo l’esperienza mostra che i governi potrebbero essere tentati di procrastinare le riforme necessarie per paura di perdere le prossime elezioni. Tra le vittime più evidenti dei tassi di interesse negativi ci sono le società e le istituzioni finanziarie: le banche vedono schiacciati i loro margini netti sugli
interessi e gli assicuratori vedono messi in causa i loro business model. Gli istituti di previdenza hanno sempre più difficoltà a far fronte ai loro impegni. È vero che i tassi di interesse estremamente bassi spingono al rialzo i prezzi dei titoli e la qualità dei prestiti, portando una certa distensione. D’altro canto, le banche commerciali potrebbero reagire al calo della profittabilità concedendo meno prestiti – esattamente l’opposto dell’effetto auspicato con i tassi di interesse negativi. Questo è il motivo per il quale la Banca centrale europea (BCE) ha introdotto di recente un sistema in cui le banche che soddisfano certi benchmark di prestito ricevono un sussidio fino a 40 punti base.

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Luca Noto, Portfolio Manager Obbligazionario di Anima SGR, così commenta le mosse odierne della BCE.
La BCE delude le aspettative dei mercati approvando una serie di misure espansive inferiore a quelle che si era lasciato intendere e soprattutto rispetto a quelle sperate dai mercati finanziari. La revisione del programma di acquisti (APP), infatti, si è limitata alla durata – stabilendo l’allungamento fino a marzo 2017 - ma non l’aumento quantitativo mensile degli acquisti.
In termini assoluti, la delusione può essere approssimata in circa 200/250 miliardi di acquisti in meno rispetto a quanto nelle attese degli operatori. Allo stesso tempo, però, sono stati introdotti degli elementi che migliorano la struttura e l’efficacia del QE: 1) inserimento nel piano di acquisti dei titoli regionali, per un valore di circa 250 miliardi, “allungando la vita” del programma; 2) introduzione del principio di reinvestimento, che rafforza l’impegno della Bce nel mantenere elevato il suo bilancio per lungo periodo e ben oltre l’attuale scadenza degli acquisti.
Tuttavia, in questo quadro di insoddisfazione si è perso un elemento di importante discontinuità, in quanto la Bce ha incrementato le misure accomodanti, in un contesto di crescita rivista al rialzo e inflazione pressoché stabile. Il successo delle misure non convenzionali, a detta di Draghi, chiama un maggiore intervento condizionato al raggiungimento del target di inflazione del 2.0%.
Infine, la promessa di Draghi di rivedere nel I trimestre del 2016 la struttura e i tecnicismi dell’intero programma, potrebbe contenere l’attuale reazione a caldo e rispristinare la protezione di Draghi sui mercati finanziari.

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FIDUCIADi Yuchen Xia, Portfolio Manager in MoneyFarm

Dopo circa 10 anni durate i quali le banche centrali hanno operato per rimediare alla crisi finanziari che ha colpito l’economia globale, la fede degli investitori nell’efficace dei loro interventi ha iniziato a svanire negli ultimi anni. Il QE, i bassi tassi d’interesse, la strategia di comunicazione pubblica etc non sono stati risolutivi e gli investitori temono che banche centrali abbiano giocato tutte le carte in loro possesso per aiutare la crescita globale e generare inflazione. Inoltre,  la  lenta  crescita  economica, la  mancata  spinta  inflazionista e  i  fattori  di  rischio esterni hanno portato i policymakers a rimanere sulla difensiva, come dimostrato in particolare nei primi mesi del 2016. Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a diverse operazioni da parte delle banche centrali. Prime fra tutte, la  Banca Centrale Europea (BCE) e la Bank of Japan(BoJ) si sono mostrate le più determinate nella lotta contro la deflazione e la stagnazione economica. Il pacchetto di misure previste dalla BCE include un ulteriore taglio dei tassi d’interesse, una estensione del QE non solo nell’ammontare di titoli comprati ma anche nella tipologia di titoli comprati (oltre a titoli governativi, ora anche alcuni  titoli  obbligazionari  societari  potranno  essere  comprati) e  di  conseguenza  un  incoraggiamento  verso  la maggiore circolazione di denaro, spingendo le banche all’erogazione   di nuovi prestiti. Anche negli Stati Uniti, dove la situazione economica appare più solida, non mancano le preoccupazioni per una crescita globale lenta, come dimostrato  della FED e della sua decisione di tenere invariati i tassi di interesse. Emergono  quindi  temi  comuni  alle  banche  centrali  globali  accomunate  dalla  risoluzione  delle  medesime problematiche. La reazione dei mercati. L’intervento delle banche centrali, nonostante sia la dimostrazione di un sostegno necessario ad un’economia che fatica a crescere, ha rinvigorito la fiducia degli investitori e influenzato i mercati.  La volatilità sui mercati azionari e di credito negli ultimi anni  è stata molto correlata con il tono usato  dalle banche centrali. Un esempio recente  è l’intervento a marzo della BCE, che annunciando l’espansione del suo piano di acquisto ha avuto un impatto enorme sul mercato delle obbligazioni societarie. È importante sottolineare come anche la cosiddetta forward guidance (la strategia di comunicazione pubblica) sia a  tutti  gli  effetti  uno  strumento  di  politica  monetaria,  tramite  la  quale  una  banca  centrale  regole  le  attese  degli operatori economici. L’annuncio della BCE di nuove politiche hanno fatto, come è normale aspettarsi, indebolire l’Euro, che poi si è rafforzato in seguito alle parole di Draghi sul fatto che ulteriori tagli non saranno necessari. Le aspettative di tassi non in diminuzione hanno pesato più delle effettive politiche dispiegate. Si era osservata una reazione simile alle scelte della Boj di implementare tassi di interesse negativi, che contrariamente alle attese ha portato a un rafforzamento dello Yen. Una chiara evidenza dei limiti delle politiche monetarie in atto che tuttavia, stanno sostenendo i mercati e la loro ripresa, dopo un inizio anno difficile. L’effetto palliativo. Alcuni economisti non mancano di rimarcare il fatto che in fondo l’intervento della Bce è solo un palliativo,  un modo per temporeggiare in mancanza di riforme strutturali efficaci. La ripresa economica non potrà che passare  per i governi e il loro operato, meglio ancora se prima che l’effetto “palliativo” possa svanire.

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La supremazia del dollaro USA è in discussione?

Affermare che la prova più evidente dello status di maggiore potenza globale degli Stati Uniti non risieda né nella forza militare né nella supremazia economica ma nel primato del dollaro statunitense nel sistema finanziario economico, sarebbe del tutto ragionevole.

a cura del team di Asset Allocation di MoneyFarm.com.

Secondo un recente studio dell’Economist, alla fine del diciannovesimo secolo, nonostante il Regno Unito fosse stato superato dagli Stati Uniti come maggiore economia mondiale, la Gran Bretagna continuò ad essere percepita come la maggiore forza trainante mondiale fintanto che la sterlina rimase la moneta dominante sui mercati finanziari, con più del 60% delle transazioni commerciali e il 90% delle emissioni di debito pubblico denominate in sterlina.  Il quadro cambiò radicalmente dopo la Seconda Guerra Mondiale, in seguito alla quale il dollaro USA sostituì la moneta britannica come maggiore valuta di riserva. Questo coincise, e in parte sancì, la fine della supremazia britannica. Da allora, il dollaro è stato la superpotenza del sistema finanziario e monetario per più di 70 anni. Nonostante alcune fasi di crisi, come il collasso del sistema di Bretton Woods, cicli economici avversi negli Stati Uniti e la nascita dell’euro, lo status del dollaro come mezzo di pagamento, riserva di valore e attività di riserva è rimasto intatto. I numeri lo dimostrano. La quota di transazioni in valuta estera condotta in dollari è pari all’87%, di gran lunga superiore a tutte le altre maggiori valute globali (la seconda è l’euro, la cui percentuale si attesta al 33%). Circa metà delle attività finanziarie sono denominate in dollari, e il 55% della ricchezza globale è detenuta da istituzioni finanziarie statunitensi. Oltre a questo, l’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries), esporta solo in dollari, grazie a un accordo firmato nel 1971 (anche se dal 2005, alcuni paesi membri dell’associazione stanno spingendo per uno cambio verso l’euro), creando costante domanda di dollari sui mercati internazionali dei cambi. Ultimo ma non meno importante, molte economie emergenti hanno il tasso di cambio ancorato alla valuta statunitense, “sottomettendo” di conseguenza le loro politiche monetarie alle decisioni delle Federal Reserve. È evidente come nei mesi scorsi la prospettiva di un piccolo rialzo dei tassi a parte delle FED abbia causato movimenti molto forti nei debiti emessi in dollari da stati e imprese nei paesi emergenti.
Il ruolo indiscusso di valuta dominante nelle riserve mondiali e la costante domanda di dollari ha permesso al governo e agli operatori Usa di indebitarsi a costi relativamente minori rispetto alle altre economie. Anche il sistema di pagamenti internazionali, incentrato sul dollaro, ha aiutato gli USA nelle negoziazioni internazionali e nel proteggere i propri interessi all’estero. Per esempio nel 2013 il governo americano ha sanzionato BNP Paribas per la violazione di sanzioni US che non erano legge né francese né degli altri paesi coinvolti nella transazione.

L’ascesa dello Yuan.
Così come il dollaro americano emerse dall’ombra della sterlina, circa un secolo fa, oggi un destino simile potrebbe capitare allo yuan e la Cina (rispetto al dollaro e agli Stati Uniti) che lentamente si stanno imponendo sulla scena internazionale. Basta solo guardare alla crescita esponenziale del peso della Cina sull’economia globale. Guardando agli attuali tassi di crescita del PIL, anche considerando il recente rallentamento, il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti come prima economia mondiale potrebbe essere questione di tempo. Già in termini di parità del potere di acquisto, nel 2014 la Cina è diventata l’economia più grande del globo. Evento molto significativo è anche la decisione dell’IMF sull’inclusione dello yuan nel paniere di valute di riserva, lo Special Drawing Right (SDR) attesa alla per la fine del mese. Gli ultimi sforzi del governo cinese per favorire l’utilizzo della valuta nazionale nelle transazioni globali si sono mosse in questa direzione. Dati tali progressi, è possibile concludere che lo yuan possa diventare una valida alternativa al dollaro Usa e un giorno spodestarlo dal trono? Uno studio recente di Barry Eichengreem dell’Università della California, Berkley, può fornire alcuni criteri per dare una risposta credibile alla domanda. La ricerca suggerisce che siano tre aspetti del mercato finanziario domestico a decretare il successo di una valuta come riserva, ossia la dimensione, la stabilità e la liquidità. Analizzando questi aspetti del mercato finanziario cinese si può cercare di dedurre quale sarà il ruolo dello yuan nel contesto globale da qui in avanti. Riguardo la dimensione, sicuramente essere ammessi nello SDR è un gran passo avanti, ma da solo non è sufficiente per far affermare lo yuan. Secondo JP Morgan, nei prossimi 5 anni, le Banche Centrali globali e i Fondi Sovrani investiranno fino a 350 miliardi di dollari in obbligazioni cinesi. Nonostante il numero sia in sé rilevante, se paragonato ai 1.27 trilioni di dollari investiti dalla sola Cina in titoli di stato USA, appare ancora ben poca cosa. Attualmente il 97% delle riserve globali sono investite in 4 valute (dollaro, euro, yen e sterlina). Può volerci molto tempo prima che lo yuan diventi con l’euro e il dollaro una divisa veramente internazionale. Se parliamo invece di stabilità e liquidità dei mercati, ci sono molto dubbi giustificati sulla completezza ed equità del quadro legale cinese, soprattutto fino a quando il sistema giuridico nazionale sarà sotto il controllo del Partito Comunista. Inoltre, nonostante il governo e la banca centrale stiano attivamente promuovendo lo sviluppo del mercato finanziario, lo yuan non è completamente convertibile. La questione più evidente è la relativa mancanza di esperienza e l’immaturità delle autorità, in particolare nella gestione della stabilità del mercato. Durante gli scossoni azionari dell’estate 2015, l’impacciata ingerenza nel mercato da parte delle autorità ha probabilmente solo acuito la volatilità. L’inaspettata svalutazione dello yuan in agosto ha inoltre diminuito la credibilità delle istituzioni cinesi nel trattare situazioni economiche complesse. Considerato tutto, i sostenitori del dollaro possono ancora sostenere, a buona ragione, che il mercato dei capitali statunitense rimane tuttora quello più vasto, liquido e ben regolamentato: il sistema finanziario globale non abbandonerà molto presto il dollaro. Tuttavia, i mercati finanziari internazionali possono sicuramente beneficiare dall’inclusione dello yuan come riserva di valore, semplicemente per il fatto che la Cina è ormai un protagonista dello scenario globale e la domanda di valuta cinese come riserva è forte. La storia ha già mostrato come due valute molto importanti possano coesistere per un lungo periodo, come fecero il dollaro e la sterlina all’inizio del Ventesimo secolo. Dopotutto, non è necessario essere da soli in cima.

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locusteProposta di legge ASSOFINANCE:

Se c’è usura, azzeriamo tutto il debito, per interessi, per costi, per tutto il capitale. Senza l’intervento del giudice, si intende.

Giannina Puddu - Presidente ASSOFINANCE

Tutta la destra compatta contro una proposta di legge di un governo di sedicente centro-sinistra!

Contro una proposta di legge che, nella logica, ci si potrebbe aspettare dalla destra estrema, controllata e spinta da una DITTATURA FINANZIARIA.

Verifichiamo una situazione, storicamente inspiegabile, che vede la “sinistra” agire contro il Popolo, contro la Gente, contro le Famiglie , contro le famiglie più deboli che, la sinistra sarebbe chiamata, se fosse quanto vorrebbe essere e/o far credere di essere, a tutelare e non invece a saccheggiare nel suo bene più caro (la casa) per regalare immobili alle banche. Basta regali alle banche.

Incredibile!

Cos’ha in testa questo governo? Locuste?

Togliere, per legge, la casa alle famiglie in difficoltà economica, senza neppure prevedere l’intervento di un Giudice, è un’ipotesi legislativa che non potrà mai trasformarsi in legge.

Quando le banche sono in difficoltà, si sprecano parole e ragionamenti (quasi tutti senza fondamento tecnico) per motivare il sostegno economico alle banche perché non falliscano. Si salvano le banche mal gestite, con soldi del Paese. Soldi che sarebbe meglio destinare all’avvio di  un sano progetto industriale che crei posti di lavoro.

Quando, invece, le famiglie sono in difficoltà (e sono milioni, data la crisi economica che toglie lavoro e reddito da quasi un decennio, ormai) e non pagano le rate dei mutui sottoscritti per mettere un tetto sopra la testa, un mostro politico propone l’esproprio della casa. Escludendo i Giudici. Speriamo nella controffensiva dei Giudici.

Come ASSOFINANCE, proponiamo una legge che, senza il parere del Giudice, autorizzi, qualunque debitore del sistema bancario, verificata, da un tecnico competente accreditato,  la presenza di usura in corso di contratto, qualunque ne sia l’entità, ad azzerare,  completamente, nei confronti della banca erogante, qualunque debito, per interessi, per costi, per capitale.

Per chiudere, con una lapide, il contratto tra debitore e banca, sarà sufficiente l'invio, da parte del debitore alla direzione generale della banca, di una semplice raccomandata AR in cui, citata la perizia tecnica che avrà evidenziato l'usura, il debitore riferirà, formalmente, alla banca controparte,  la chiusra tombale del contratto con azzeramento totale di quanto dovuto, per qualsiasi motivo.

La stessa raccomandata dovrà essere trasmessa, a cura e spese del debitore:

1) all'asssociazione ASSOFINANCE che terrà apposito libro per l'annotazione del codice di identificazione del debito e della data di chiusura "per usura";

2) alla Banca D'Italia che osserverà l'incidenza statistica dei casi di usura, banca x banca. La stessa Banca D'Italia, sia autorizzata ed obbligata dalla medesima legge, verificato il 10° caso di usura in capo a qualunque banca X, all'immediata segnalazione dei membri del CDA della banca, alla Procura del territorio interessato che provvederà alla loro immediata carcerazione.

Questa legge, avrebbe tra l'altro, il benefico effetto di liberare le scrivanie dei Giudici e dei tribunali, dalle migliaia di pratiche per usura e/o anatocismo, generando nuovo spazio utile per le altre cause in corso. Necessario. Appunto. L'usura è un reato che dovrebbe essere perseguito penalmente. Questo elemento fondamentale, anche nei tribunali, purtroppo, rilevato l'orientamente recente della giurisprudenza, pare essere dimenticato. Perchè?

E, questa legge dovrebbe essere applicata ad ogni debito per contratti in corso e  ad ogni debito estinto entro gli ultimi dieci anni.

Pari severità per famiglie e banche.

 

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dilemmaThere is a global financial cycle in capital flows, asset prices and in credit growth.

Di Hélène Rey - NBER Working Paper No. 21162

This cycle co‐moves with the VIX, a measure of uncertainty and risk aversion of the markets. Asset markets in countries with more credit inflows are more sensitive to the global cycle. The global financial cycle is not aligned with countries’ specific macroeconomic conditions. Symptoms can go from benign to large asset price bubbles and excess credit creation, which are among the best predictors of financial crises. A VAR analysis suggests that one of the determinants of the global financial cycle is monetary policy in the centre country, which affects leverage of global banks, capital flows and credit growth in the international financial system. Whenever capital is freely mobile, the global financial cycle constrains national monetary policies regardless of the exchange rate regime.

For the past few decades, international macroeconomics has postulated the “trilemma”: with free capital mobility, independent monetary policies are feasible if and only if exchange rates are floating. The global financial cycle transforms the trilemma into a “dilemma” or an “irreconcilable duo”: independent monetary policies are possible if and only if the capital account is managed.

So should policy restrict capital mobility? Gains to international capital flows have proved elusive whether in calibrated models or in the data. Large gross flows disrupt asset markets and financial intermediation, so the costs may be very large. To deal with the global financial cycle and the “dilemma”, we have the following policy options: ( a) targeted capital controls; (b) acting on one of the sources of the financial cycle itself, the monetary policy of the Fed and other main central banks; (c) acting on the transmission channel cyclically by limiting credit growth and leverage during the upturn of the cycle, using national macroprudential policies; (d) acting on the transmission channel structurally by imposing stricter limits on leverage for all financial intermediaries.

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“I mercati si sono dimostrati delusi dalle dichiarazioni odierne di Draghi. Nell’immediato, l’euro si è rafforzato superando la soglia degli 1,08 dollari e i principali mercati europei hanno perso terreno, con il FTSE Mib in calo dell’1,6% a un’ora dall’annuncio. Nonostante la reazione di brevissimo periodo, crediamo che Draghi possa ben dire di avere, ancora una volta, mantenuto le promesse fatte in precedenza. La BCE continua ad estendere il proprio piano di acquisto titoli, sia a livello temporale sia in termini di emissioni acquistabili. I mercati probabilmente si attendevano un taglio dei tassi di deposito superiore a 10 punti base, ma – proprio come negli annunci passati – il discorso di Draghi  lascia aperta la porta a nuove manovre nel corso dei prossimi mesi, a seconda di quelle che saranno le necessità dell’economia dell’Eurozona.
Cosa comporta per gli investitori la decisione della BCE? Se le stime di crescita dell’istituto per l’Eurozona (+1,5% nel 2015, +1,7% nel 2016 e +1,9% nel 2017) si dimostreranno realistiche, i mercati azionari potrebbero conoscere tre anni di crescita modesta, intervallati però da picchi di volatilità acuta. Ritengo che i listini dei Paesi centrali e semi-centrali dell’Europa saranno favoriti. Per quanto riguarda i titoli di Stato, il programma di QE ha già esercitato pressioni al rialzo sui prezzi aumentando artificialmente la domanda centrale di obbligazioni, a fronte di emissioni relativamente contenute. I nostri gestori specializzati in reddito fisso di Standish (BNY Mellon) si aspettano che le emissioni di titoli governativi europei diminuiscano ancora nel 2016, scendendo da circa 216 miliardi a 190 miliardi di euro. Questo processo, abbinato all’estensione del programma di QE, potrebbe portare i prezzi dei titoli di Stato a salire ancora, generando guadagni in conto capitale per chi era già investito ma causando non pochi grattacapi a chi invece vorrebbe allocare nuove risorse nel reddito fisso europeo. La costante immissione di liquidità avrà anche l’effetto di mantenere i default del credito societario a livelli relativamente bassi, al netto dell’influenza del prezzo del petrolio (che comunque si avvertirà sugli high yield statunitensi più che su quelli europei)”.

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tiro alla funePrepariamoci a salire ancora sull’ottovolante finanziario e speculativo!

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Non vogliamo essere troppo pessimisti ma pensiamo che ciò possa accadere. Infatti la Federal Reserve americana  ha appena annunciato che considera la possibilità di aumentare il tasso di interesse a dicembre. La Bce di Mario Draghi ha invece rilanciato in grande la politica del Quantitative easing:  ha ribadito che “ intende acquistare titoli pubblici e privati fino a settembre 2016 e oltre, se necessario”. In ogni caso fino a che il tasso di inflazione annuo non si assesti intorno al 2%.
Draghi ha aggiunto che, “alla luce dei nuovi rischi emersi in relazione ai recenti sviluppi nei mercati globali e in quelli finanziari e delle commodity”, si è pronti ad aggiustare la dimensione, la composizione e la durata del programma del Qe.
Altro che “coordinamento stellare” tra le due massime banche centrali del pianeta! Esse si stanno movendo in direzioni diametralmente opposte, con il rischio di scontrarsi quando il circuito inevitabilmente li metterà di fronte. Una vuole iniziare una politica monetaria restrittiva mentre l’altra vuole proseguire con l’espansione della liquidità.
Troppo spesso e troppo astrattamente si parla di globalizzazione finanziaria, ma quando la Fed decide le sue più importanti politiche monetarie lo fa  nel suo interesse nazionale e del sistema del dollaro. La Bce ha imparato ad imitarla. Non si considera affatto se ciò possa avere un effetto destabilizzante nell’intero sistema economico-finanziario globale, in particolare nelle economie emergenti. Ciò è già accaduto. Prima o poi il conto si presenterà anche in casa americana ed europea.
Finora la grande disponibilità di liquidità in dollari a basso costo ha generato il cosiddetto “carry trade”, cioè il prendere a man bassa prestiti in dollari per poi usarli, anche per speculazioni, ovunque nel mondo. 
Escludendo il settore bancario, a marzo 2015 il debito in dollari fuori dagli Stati Uniti, soprattutto quello delle imprese, ha raggiunto i 9,6 trilioni di dollari, di cui un terzo nei Paesi emergenti. Dal 2009 vi è stato un aumento del 50%.
Il debito delle economie emergenti in valuta estera è quindi aumentato di molto. Tanta liquidità globale ha generato la crescita dei bond e di altri titoli di debito tanto da creare instabilità.
Negli ultimi mesi, a seguito delle svalutazioni delle monete locali, molti Paesi hanno risposto attingendo alle proprie riserve e vendendo le obbligazioni di stato denominate in dollari. La Banca dei Regolamenti Internazionali stima che il loro ammontare potrebbe superare quello dei titoli acquistati dalla Bce. Ciò ovviamente può determinare una competizione sul mercato globale delle obbligazioni in dollari e in euro con effetti non secondari anche sui cambi, neutralizzando l’ipotizzato effetto positivo del Qe europeo.  
Ciò dato non sorprende che anche l’Economist sottolinei che l’”offshore dollar system” si sia allargato senza freni. Esso ricorda che immediatamente dopo la crisi del 2008 la Fed intervenne con 1.000 miliardi di dollari a sostegno di banche private e di banche centrali estere. Oggi  in caso di una nuova crisi finanziaria l’intervento richiesto alla Fed potrebbe essere di dimensioni molto maggiori rispetto al passato. Si calcola che entro il 2020 la quantità di dollari fuori dai confini degli Usa potrebbe superare tutti gli attivi dell’intero settore bancario americano.
Anche la rivista Forbes scrive che se una grossa banca, come la Goldman Sachs o la Morgan Stanley, dovesse affrontare una crisi simile a quella della Glencore, la multinazionale delle materie prime i cui titoli sono crollati dell’85% dal loro debutto in borsa del 2011, ci sarebbero sufficienti ragioni per temere una Lehman Brothers 2.0. Questo perché le “too big to fail” hanno operazioni in derivati otc che, come noto, variano tra i 600 e i 700 trilioni di dollari. Quello di Forbes non è un avviso velato in quanto le banche menzionate sono grandemente coinvolte nei derivati speculativi sulle commodity.
La mancanza di regole e la mancanza di un effettivo raccordo tra i maggiori attori internazionali dell’economia e della politica mantengono il mondo sotto la minaccia di nuove crisi e di nuove instabilità, non meno preoccupanti di quelle determinate dagli attuali conflitti regionali.
Di ciò purtroppo si parla poco ignorando che spesso alla radice delle varie tensioni territoriali e dei fenomeni migratori vi sono anche regioni economiche e culturali.

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