Focus su asset reali e strategici
In un mondo in evoluzione, esiste una argomentazione solida a favore degli investimenti in asset reali e strategici.
Oro e argento lo stanno già dimostrando, ma lo stesso potrebbe valere per altre materie prime, così come per gli asset legati alla produzione e distribuzione alimentare, all’energia e all’acqua.
Il settore della difesa è chiaramente tra i vincitori, come già osservato. Anche l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, con il passaggio dalla fase di costruzione delle infrastrutture a quella di adozione, diventerà sempre più rilevante: nel lungo periodo, l’utilizzo dell’IA conterà più del numero di data center o del possesso del miglior Large Language Model del momento.
Alla base di molte di queste tendenze vi sono interessi di sicurezza nazionale, su entrambi i lati dell’ordine globale bipolare (con la Russia, importante ma allineata alla Cina in base all’accordo “senza limiti” firmato nel 2022).
Ciclo economico: il consensus rimane favorevole
Al di là della lettura strategica e geopolitica, il ciclo economico resta determinante per la performance di breve periodo. Nonostante gli sviluppi recenti, nel 2026 i mercati proseguono lungo i trend già osservati nel 2025. Le azioni hanno raggiunto nuovi massimi, i rendimenti obbligazionari sono stabili e gli spread creditizi restano contenuti. Il consenso prevede una crescita stabile e resiliente, con un’inflazione che rimane moderatamente al di sopra degli obiettivi delle Banche Centrali. Il dato di dicembre sull’inflazione statunitense lo conferma, con un’inflazione headline al 2,7%. Le aspettative sui tassi di interesse delle Banche Centrali sono stabili. Tra le principali valute, solo lo yen giapponese mostra un trend (di indebolimento), mentre i principali tassi di cambio restano sostanzialmente invariati.
Mercati ricchi ma composti
In questo contesto, una strategia focalizzata sul carry nel reddito fisso rimane la più attraente. In assenza di segnali di deterioramento strutturale delle condizioni creditizie, le obbligazioni high yield rappresentano l’esposizione più diretta a fondamentali societari solidi.
A fine 2025 avevamo concluso che la volatilità dei tassi avrebbe dovuto restare contenuta, mentre il ciclo di allentamento si avvia a concludersi nel corso dell’anno; ciò potrebbe tuttavia essere accompagnato da un ulteriore irripidimento delle curve dei rendimenti. Preoccupazioni fiscali e inflazionistiche potrebbero accelerare questo movimento in alcuni momenti.
I mercati azionari restano sostenuti dal tema dell’intelligenza artificiale, con la prossima stagione degli utili che sarà indicativa per capire se gli hyperscaler confermeranno gli ingenti piani di investimento. Più in generale, le aspettative sugli utili restano solide in un contesto di crescita economica positiva. La stagione delle trimestrali del quarto trimestre negli Stati Uniti è iniziata bene, con le principali banche che hanno superato le attese grazie soprattutto ai ricavi molto elevati del trading azionario. Va tuttavia segnalato che i commenti del Presidente Trump sulla necessità di introdurre un tetto ai tassi sulle carte di credito hanno pesato sull’andamento dei titoli bancari statunitensi: un’ulteriore dimostrazione di come l’incertezza normativa resterà un tema chiave.
Crescita, ma senza crescita dell’occupazione?
L’area di maggiore rischio al ribasso per la crescita resta il mercato del lavoro statunitense. Lo scorso anno si è registrato il numero più basso di nuovi posti di lavoro non agricoli creati (584.000) dal 2009, escludendo il 2020, quando la pandemia ha bloccato l’economia globale. In effetti, solo in 11 degli ultimi 50 anni la creazione di posti di lavoro è stata inferiore, e tutti quei casi si sono verificati durante periodi recessivi. L’elemento mitigante è che il tasso di disoccupazione rimane relativamente vicino alle stime di piena occupazione. Tuttavia, la fiducia dei consumatori e di alcune imprese è debole, i dazi continuano ad avere un impatto e il clima politico è teso. L’idea diffusa è che l’intelligenza artificiale stia riducendo l’occupazione; gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a creare ulteriori posti di lavoro nel settore pubblico; e l’indice ISM manifatturiero resta sotto la soglia di 50 (indicativa di contrazione) da quasi tre anni.
Da dove potrebbe arrivare un’accelerazione dell’occupazione?
Anche con un’inflazione più vicina al 3% che al 2%, la pressione è verso tassi di interesse più bassi.
Il modo in cui ci si arriverà – attraverso pressioni politiche, o tramite un rallentamento della crescita economica – sarà determinante per la curva dei rendimenti e per il dollaro statunitense.