MONTHLY INVESTMENT BRIEF
Milano, 27 maggio 2026. Di Laurent Denize, Global Co-CIO ODDO BHF
“Sebbene la situazione si sia recentemente calmata, non si intravedono ancora segnali di un ritorno alla normalità. I rischi geopolitici permangono.”
Andare oltre il conflitto
Da quando il presidente statunitense Donald Trump ha cercato di allentare il conflitto con l’Iran attraverso un cessate il fuoco, prorogato più volte, i mercati finanziari stanno attraversando una fase di forte incertezza. Sebbene recentemente la situazione si sia parzialmente calmata, non vi sono ancora segnali di un ritorno alla normalità.
Tuttavia, la sola prospettiva di un allentamento delle tensioni ha già innescato un rally di recupero sui mercati azionari. Questo movimento è stato significativamente più forte negli Stati Uniti rispetto all’Europa, dove gli operatori sono rimasti nel complesso più cauti.
I titoli tecnologici, più di altri, sono stati sotto i riflettori, sostenuti da solidi risultati trimestrali. I rischi geopolitici restano però elevati.
In particolare, la persistente incertezza nello Stretto di Hormuz e il blocco dei negoziati di pace hanno determinato un nuovo sensibile rialzo dei prezzi del petrolio verso la fine del mese. Al contrario, i prezzi del gas naturale e dell’elettricità sono aumentati in modo più moderato, limitando così nel breve termine l’impatto su famiglie e imprese.
Stretto di Hormuz: un collo di bottiglia anche per i mercati
Il cessate il fuoco ha portato a una riduzione degli attacchi e a una certa normalizzazione del traffico aereo. Tuttavia, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz non si è ancora completamente ripreso, il che significa che il passaggio continua a rappresentare un collo di bottiglia anche per i mercati finanziari.
Anche le più prudenti speranze di una piena riapertura provocano rialzi dei mercati azionari, mentre eventuali battute d’arresto nei negoziati innescano immediatamente correzioni dei prezzi. Questo fragile equilibrio è destinato con ogni probabilità a protrarsi ancora per diverso tempo.
A nostro avviso, un’escalation del conflitto – ad esempio attraverso ulteriori distruzioni di infrastrutture civili o il dispiegamento di truppe terrestri – rappresenta lo scenario meno probabile, ma al tempo stesso il più drastico per i mercati.
Al contrario, un accordo negoziato in modo ampio e la rapida ripresa del traffico marittimo potrebbero dare nuovo slancio ai mercati azionari. Tuttavia, considerate le posizioni fortemente divergenti delle parti coinvolte nel conflitto, questo scenario appare meno probabile rispetto a un prolungamento dello status quo: una situazione sospesa tra guerra e pace, caratterizzata dal rischio latente di nuovi attacchi alle rotte commerciali e alle infrastrutture.
Stati Uniti ed Europa: due scenari economici molto diversi
La divergenza economica tra Stati Uniti ed Europa si è ulteriormente ampliata durante questa crisi.
Negli Stati Uniti, la crescita del primo trimestre è stata trainata soprattutto da effetti di recupero successivi alla fase di shutdown. I forti investimenti delle imprese hanno in larga misura compensato il rallentamento dei consumi privati, mentre le revisioni delle stime di crescita sono rimaste relativamente contenute.
Nel complesso, l’economia statunitense continua dunque a mostrarsi solida.
L’eurozona, al contrario, ha affrontato questa fase partendo da una dinamica economica già debole. La crescita del primo trimestre è rimasta deludente e le revisioni al ribasso sono state significative, in particolare in Germania.
Il governo tedesco prevede ora una crescita del PIL compresa tra lo 0,5% e lo 0,6% nel 2026, circa la metà rispetto alle stime precedenti. Le speranze di una rapida ripresa economica trainata dagli stimoli fiscali risultano quindi, almeno per il momento, deluse.
Allo stesso tempo, dall’inizio dell’anno l’inflazione è tornata a salire nell’eurozona e in modo ancora più marcato negli Stati Uniti. Sui mercati finanziari, uno scenario caratterizzato da tassi d’interesse più elevati viene ormai considerato lo scenario base. Finora, tuttavia, vi sono pochi segnali di uno shock inflazionistico generalizzato. Anche l’attuale debolezza della crescita dovrebbe essere superata nel medio termine, a condizione che il conflitto non subisca ulteriori escalation.
Crisi? Quale crisi?
Sebbene le tensioni geopolitiche stiano influenzando politica ed economia a livello globale, i mercati azionari hanno finora mostrato una sorprendente resilienza. Questo non significa però che si siano scollegati dall’economia reale.
La corsa agli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale non è infatti una bolla speculativa, bensì una risposta alla domanda concreta e in rapida crescita di semiconduttori necessari per addestrare e far funzionare i modelli di IA. A beneficiarne non è solo Nvidia, con i suoi processori grafici specializzati per l’intelligenza artificiale, ma anche i produttori di semiconduttori tradizionali.
Entro il 2030, i data center potrebbero rappresentare oltre la metà del mercato finale globale dei semiconduttori. Inoltre, al momento non vi sono chiari segnali di un imminente scoppio della cosiddetta AI bubble: valutazioni, crescita degli utili e solidità dei bilanci continuano ad avere un effetto stabilizzante.
Allo stesso tempo, il boom dell’intelligenza artificiale aumenta il rischio di disruption per settori consolidati come software, servizi finanziari e banche.
Di conseguenza, il mercato azionario statunitense resta fortemente polarizzato, con una quota significativa dei rialzi concentrata in un numero ristretto di titoli. Questo aumenta il rischio di correzioni improvvise.
Per gli investitori, la selezione dei titoli diventa quindi ancora più importante.
Chi crede nel valore di lungo termine degli investimenti legati all’IA può inoltre sfruttare eventuali correzioni di mercato come opportunità.
A nostro avviso, i titoli dei semiconduttori restano interessanti, così come le utility che forniscono l’energia necessaria ai nuovi data center.
In Europa, invece, il mercato offre prospettive più limitate dopo un inizio d’anno molto forte. Continuiamo a privilegiare le società che beneficiano degli investimenti infrastrutturali, in particolare quelli destinati a sostenere la crescente domanda di elettricità.
Allo stesso tempo, il rapporto debito pubblico/PIL continua a crescere a livello globale, aumentando il rischio di tassi d’interesse strutturalmente più elevati nel lungo termine, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia.
Al contrario, i mercati del credito continuano a offrire rendimenti ragionevoli, con una preferenza per le scadenze brevi alla luce dei rischi attuali.
La sfida principale resta quella di guardare oltre il conflitto. I mercati finanziari stanno cercando di adattarsi a un ritorno alla normalità, mentre il contesto geopolitico e macroeconomico è tutt’altro che normale.