Stati Uniti: un nuovo mercato del lavoro?

Stati Uniti: un nuovo mercato del lavoro?
Enguerrand Artaz, Fund Manager di La Financière de l’Echiquier

Milano, 13 gennaio 2026. A cura di Enguerrand Artaz, Strategist di La Financiere de l’Echiquier

Crescere o morire.

Questa l’iperbole a lungo utilizzata per riassumere il funzionamento del mercato del lavoro americano, che ha per simbolo una statistica: dalla metà degli anni '50, ogni volta che la crescita annuale dell'occupazione è scesa sotto l'1%, l'economia è entrata in recessione entro i due trimestri successivi.

Benché questa soglia fatidica sia stata superata lo scorso giugno, a distanza di sei mesi e nonostante la crescita annuale dell'occupazione a dicembre sia scesa allo 0,4%, gli Stati Uniti sembrano lontani dalla recessione.

Certo, stando alla definizione del National Bureau of Economic Research, l'inizio di una recessione viene sempre stabilito a posteriori. Tuttavia, alla luce dei criteri utilizzati per definirla, è difficile immaginare che gli Stati Uniti siano sull'orlo di una fase recessiva.

Una constatazione, questa, che solleva una questione fondamentale: la struttura dell'economia americana e, più specificamente, quella del mercato del lavoro sono cambiate al punto che un mercato del lavoro atono non è più sinonimo di un forte rallentamento economico? 

Diversi argomenti vanno in questa direzione.

Il continuo aumento, in particolare, del deficit di bilancio americano negli ultimi 10 anni, scollegato dai fondamentali economici.

Dal dopoguerra, si assiste infatti negli Stati Uniti a una forte correlazione tra il tasso di disoccupazione e il deficit di bilancio, con quest’ultimo che aumenta parallelamente alla disoccupazione nelle fasi di recessione, per diminuire poi quando la situazione occupazionale inizia a migliorare.

Questa correlazione si è esaurita a metà degli anni 2010 e il deficit tende da allora ad aumentare e la disoccupazione a ridursi sempre di più.

Diversi eventi hanno contrassegnato questa progressiva decorrelazione: l'introduzione del sistema di previdenza sociale denominato “Obamacare” nel 2013-2014, i tagli fiscali durante il primo mandato di Donald Trump nel 2017, il sostegno all'economia durante il lockdown nel 2020 e i piani di rilancio dell'amministrazione Biden nel 2021.

Un mercato del lavoro più resiliente e meno flessibile, sullo sfondo di una spesa sociale in crescita: gli Stati Uniti inizierebbero così ad avvicinarsi al funzionamento di alcune economie europee, in cui il mercato del lavoro dimostra una forte inerzia. Questa, tuttavia, non è probabilmente l'unica spiegazione.

Anche la domanda e l'offerta di lavoro hanno subito delle trasformazioni profonde dopo il Covid.

La domanda si è contratta notevolmente negli ultimi trimestri, in un contesto di incertezza economica – legata in particolare ai dazi doganali – e di taglio dei costi delle imprese da un lato e, caratterizzato dall'altro dalla rapida adozione dell'Intelligenza Artificiale in alcuni settori.

Non è seguita però un’impennata della disoccupazione perché, nel frattempo, l'offerta di manodopera si è dimezzata a causa, in primo luogo, di un calo dell'occupazione tra gli over 55, visto che il tasso di partecipazione di questa fascia d'età è diminuito notevolmente durante la pandemia e ha continuato a sgretolarsi contrariamente a quello delle altre fasce d'età che è tornato alla normalità.

La seconda causa sta nel forte calo dell'immigrazione a partire dall'estate 2024, intensificatosi da quando Donald Trump è tornato al potere.

Questa riduzione della manodopera disponibile, unita al ricordo delle difficoltà incontrate nel periodo post-Covid per ricostituire l'organico, sembra spingere le aziende ad adeguare l’organico con parsimonia invece di procedere a tagli drastici come avrebbero forse fatto in altri periodi. A questa spiegazione si aggiunge il sostegno fiscale che fa sì che il mercato del lavoro si stia deteriorando in modo molto graduale e non influisca, per il momento, sulla dinamica di crescita.
Pur senza arrivare a un crollo, è lecito temere che un’occupazione debole freni la crescita dei redditi, finendo per pesare sui consumi. Tuttavia, le famiglie americane sembrano disporre di alcune riserve di consumo aggiuntive. Il ricorso al credito, innanzitutto, è moderato, con crediti al consumo in essere pari al 22% del reddito disponibile, il dato più basso – escluso il Covid – dalla fine degli anni '90. Con i tassi di interesse che dovrebbero diminuire sulla scia dei tagli dei tassi da parte della Fed, il ricorso al credito potrebbe facilmente aumentare.
In secondo luogo, sebbene inferiore alla media a lungo termine, il tasso di risparmio rimane ancora confortevole e lontano dai minimi raggiunti, ad esempio, a metà degli anni 2000, il che implica un potenziale di consumo aggiuntivo anche senza un aumento dei redditi da lavoro. Infine, sebbene sia difficile da misurare con gli aggregati economici tradizionali, la crescita continua degli asset finanziari è positiva per l'“effetto ricchezza”, aumentando così la propensione marginale al consumo.
I dati dei prossimi mesi ci daranno una risposta definitiva. Sembra tuttavia ormai possibile lo scenario impensabile negli ultimi decenni, di una crescita americana resiliente nonostante un mercato del lavoro senza crescita.