I DATA CENTER AMERICANI CHE TORMENTANO LA PARTE POVERA DELL'HINTERLAND MILANESE

I DATA CENTER AMERICANI CHE TORMENTANO LA PARTE POVERA DELL'HINTERLAND MILANESE
Da newrepubblic.com: Il grande e avido centro dati accanto. I data center potrebbero essere la perfetta sintesi di un'economia costruita per avvantaggiare i già ricchi. Dopo l'inizio dei lavori di costruzione di un'enorme struttura a Vineland, nel New Jersey, i residenti non si sono limitati ad arrabbiarsi, ma si sono organizzati.

Giannina Puddu, 30 settembre 2026.

L'intrippamento binario del secolo, esploso a partire dagli anni '90 con l'avvento di Internet, è costituito dai processi di elettrificazione e digitalizzazione che viaggiano in simbiosi mutualistica, come l'attinia e il paguro bernardo.

Il "topolone" che hanno generato e che stanno alimentando è la "globalizzazione", altra trovata del nostro tempo infausto giacchè, senza software in grado di tracciare una spedizione in tempo reale o di coordinare i pagamenti bancari internazionali istantaneamente, l'attuale globalizzazione dei mercati  non sarebbe stata fisicamente realizzabile.

Mentre, il "topolino" è il "vantaggio sociale" che tutta questa invadente impalcatura ha prodotto, conducendo, in verità, verso una "privacy" azzerata e verso il controllo assoluto della vita di tutti in mano a pochi soggetti globali, le cosiddette BIG TECH che tengono per le palle tutti i Governi che dipendono dalle loro tecnologie alle quali, comunque, hanno scelto di assoggettarsi.

Si sa da secoli che il "potere  è nel possesso delle informazioni" e questo fatto supera ogni garanzia di protezione e/o di riservatezza che potrebbe saltare se il salto fosse utile allo scopo di "sanzionare" uno Stato, come va di gran moda...

L'ottimo Stefano Rodotà, primo Presidente dell'Autorità Garante per la protezione dei dati personali, lo evidenziò nel suo celebre discorso alla Relazione annuale del 2004 affermando che la legge 675 del 1996 aveva «attribuito a ciascuno il potere di governo delle informazioni che lo riguardano», potere che è durato per il solo momeno dell'illusione...

E, prima, Francesco Bacone con "Scientia potentia est" , Michel Foucault che aveva approfondito il legame diretto tra "potere e sapere"  e Yuval Noah Harari (libro Homo Deus)  che aveva scritto che "nei tempi antichi deteneva il potere chi aveva accesso alle informazioni".

Oggi, l'opera è stata completata rendendola perfetta, con l'elettrificazione, la digitalizzazione, la globalizzazione e i data center...

Sotto la guida di Rodotà, l'applicazione della legge 675 impose un principio fondamentale, il diritto all'autodeterminazione informativa, cioè il potere di controllare come e dove circolino i propri dati.

La legge 675/96 non è più in vigore, dal 2004, sepolta con l'autodeterminazione informativa.

Milano è la "capitale" dei  data center in Italia.

La Lombardia ospita oltre un terzo delle infrastrutture nazionali, con Milano che rappresenta il principale hub digitale d'Italia e uno dei più importanti a livello europeo.

Nell'hinterland di Milano si concentrano circa 73-75 data center, tra operativi, in costruzione e pianificati, seguono a distanza Roma e Torino.

La presenza dei data center alza la temperatura dell'area di qualche grado e questi sono presenti nelle periferie milanesi, già storicamente disagiate.

A causa dell'emissione di calore residuo (waste heat).

Non si tratta dell'ennesima paturnia dei "negazionisti" o dei "complottisti", ma dell'esito di recenti studi internazionali basati su dati satellitari, come quelli dell'Università di Cambridge che confermano che i mega data center (in particolare quelli dedicati all'Intelligenza Artificiale) creano un microclima locale con un aumento medio della temperatura della superficie terrestre di circa 2°C, con picchi più alti nei pressi degli scarichi, il cosiddetto "effetto isola di calore dei dati".

Nei quartieri interessati di Milano e del suo hinterland, come il Municipio 6 (Barona, Lorenteggio, Giambellino, Porta Genova e Ticinese-Conchetta,  Bande Nere,  Washington, Ronchetto sul Naviglio e Lodovico il Moro, Moncucco-San Cristoforo, Cantalupa), Settimo Milanese, Lacchiarella, Rozzano, si registra l'amplificazione dell'Isola di Calore Urbana (UHI).

Milano non aveva bisogno di questo incremento, registrando già temperature estive del suolo che superano i 35 °C e temperature dell'aria nei quartieri cementificati fino a 3–5 °C superiori rispetto alle aree rurali limitrofe.

L'immissione costante di aria calda dai sistemi di raffreddamento dei data center agisce come un moltiplicatore, concentrando bolle di calore persistenti soprattutto nelle ore notturne, quando il cemento e le infrastrutture rilasciano l'energia accumulata.

A questo effetto si sommano il forte inquinamento acustico (dovuto ai ventilatori industriali e ai sistemi HVAC attivi 24/7), il consumo di suolo e di risorse idriche.

Le comunità locali sono insorte,  Comitati cittadini nell'area metropolitana milanese hanno promosso mobilitazioni per chiedere stop e moratorie sui nuovi insediamenti di hyperscale data center da parte di Microsoft e Amazon.

La contromisura zoppa offerta è stata quella del  Teleriscaldamento urbano che prevede il recupero del calore di scarto per scaldare le case con, comunque, nessun vantaggio per i residenti interessati che pagano l'intera bolletta emessa da A2A.

La "contromisura" è zoppa perchè,  nell'area metropolitana di Milano e nel suo hinterland sono presenti circa 75 data center, ma i progetti strutturati di recupero del calore legati alla rete di teleriscaldamento sono meno del 5% del totale.

Il calore del data center è tanto caldo da far salire la temperatura nelle aree interessate ma  "troppo freddo" per poter essere usato nei termosifoni di casa dove l'acqua deve raggiungere almeno i 70-80 °C.

Per alzare la temperatura, A2A dovrebbe costruire e gestire enormi impianti industriali intermedi, gli Energy Center dotati di quattro pompe di calore industriali di grande taglia e giganteschi sistemi di accumulo termico, operazione che richiede massicci investimenti infrastrutturali e un forte consumo di energia elettrica (ancora!!!) per far funzionare le pompe.

Dove le distanze siano eccessive, questa "contromisura" non si applica.

La chiamano "Mancanza di prossimità", il calore non viaggia bene sulle lunghe distanze, più i tubi dell'acqua calda sono lunghi, più l'energia si disperde lungo il percorso e non resta niente da trasportare...

A beneficiare economicamente dello scarto termico sono sempre i data center e la multi-utility, A2A.

Per le multinazionali del cloud, cedere il calore alla rete permette  di migliorare l'efficienza energetica (riducendo i costi per far girare i propri ventilatori commerciali) e, soprattutto, di ottenere corsie autorizzative ultra-veloci e priorità amministrative concesse dalla nuova legge della Regione Lombardia a chi ricicla l'energia termica.

Anche la "Semplificazione" è di gran moda...

In tutto questo gran giro di soldi, la domanda è: Microsoft, Amazon Web Services (AWS) e Google, quante tasse pagano allo stato italiano per questa servitù che genera per loro ingenti profitti?

Il punto è che i data center offrono la potenza di calcolo in Italia, ma le filiali locali stipulano contratti di rivendita di servizi con le case madri europee basate in paesi a tassazione agevolata come Irlanda o Lussemburgo.
1. Microsoft versa tasse pari a circa 50 milioni di euro a fronte di ricavi pari a circa 2,9 miliardi di euro ottenuti dai clienti italiani.
Il tasso di contribuzione reale a livello fiscale calcolato sui ricavi complessivi generati in Italia si attesta all'1,7% circa.
2. Google (Alphabet) versa allo stato italiano circa 10 milioni di euro in imposte dirette standard versate dalla succursale locale a fronte di un ricavo effettivo pari a circa 1 miliardo di euro incassato direttamente dai clienti italiani.
L'aliquota reale applicata sulla totalità del business generato sul territorio è di appena l'1%.
Google convoglia quasi integralmente il fatturato italiano verso la consociata Google Ireland Limited a Dublino tramite contratti di rivendita interni, riducendo al minimo la base imponibile per lo Stato italiano.
3. Amazon Web Services (AWS) e Amazon Group  dichiarano di sostenere in Italia circa 420 milioni di euro di "imposte dirette" complessive.

I Ricavi effettivi in Italia, per l'ecosistema Amazon, superano i 10 miliardi di euro di ricavi sul territorio, mentre il carico fiscale diretto si aggira intorno al 3-4% dei ricavi complessivi.

Questa situazione è imposta dal combinato disposto del PNRR e del NextGenerationEU (transizione ecologica e digitale dell'Unione).
E, l'Italia è stata l'unica, in Europa ad avere scelto di richiedere la totalità dei prestiti messi a disposizione dall'Unione Europea, strutturando il proprio PNRR al 63% sotto forma di debito. 
Cioè, ci siamo indebitati pesantemente per fare ciò che ci impongono.
Un vero affare per cui ci tocca "ringraziare" l'autore di tale "vittoria"!!!
Mentre, gli altri Stati membri hanno seguito una strategia radicalmente opposta, decidendo di non indebitarsi con Bruxelles o facendolo in misura minima. 
Francia e Germania hanno pianificato i rispettivi piani nazionali affidandosi esclusivamente a sovvenzioni a fondo perduto (grants), azzerando completamente la quota di prestiti comunitari.

Sintetizzando, le Big Tech fanno business in casa nostra:

  1. alzando la temperatura artificialmente;
  2. generando disturbo acustico;
  3. consumando suolo;
  4. consumando acqua;
  5. generando inquinamento per campi elettromagnetici non ionizzanti (EMF), Campi magnetici a bassa frequenza (ELF), Distorsione armonica o "Elettricità Sporca" (Dirty Electricity), Radiofrequenze (RF);
  6. grazie al nostro pesantissimo indebitamento che rappresenta un elemento di ricatto del nostro Governo che non si ribella;
  7. pagando tasse ridicole a fronte di ricavi miliardari generati sempre con i nostri soldi, pubblici e privati;
  8. privandoci del nostro diritto di autodeterminazione del luogo di conservazione dei nostri dati (tutti) e della loro gestione.