CENTO SFUMATURE DI MAFIA

CENTO SFUMATURE DI MAFIA
Torino, 19 gennaio 2023. Di  Avv. Chiara Zarcone. Avvocato del Foro di Torino, Giurista, già Cultore della materia Diritto Penale presso l’ Università degli Studi di Torino.
Dopo 30 anni di latitanza, dopo identikit, indagini, "pizzini", è stato arrestato Matteo Messina Denaro, l'ultimo capo dei capi ancora a piede libero.
Portano la sua firma innumerevoli omicidi (n.d.a. è considerato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; organizzò il sequestro di Giuseppe Di Matteo, il figlio di un pentito ucciso e sciolto nell’acido), il che rende ancora più impressionante vedere le immagini che lo ritraggono camminare spavaldo verso l'ingresso della clinica presso la quale era in cura.
Eppure quell' uomo con indosso il montone è un uomo sanguinario, ha dettato le leggi della mafia.
Ma concentrare su un uomo solo tutta la potenza distruttrice della mafia non sarebbe corretto poiché si distoglierebbe l'attenzione da un principio imprescindibile: la mafia non è una sola persona.

La mafia esiste in quanto consorzio, conglomerato di più persone con il medesimo intento.

La mafia esiste in quanto vi sono gli opportunisti, gli indifferenti, i ciarlatani ed i voltagabbana in servizio permanente che con essa collaborano e con essa scendono a compromessi.

Non vi è una imputabilità in senso assoluto ed esclusivo da dare al mafioso perché è la società stessa a fargli da humus, permettendogli di radicarsi in qualsiasi ambiente come la peggiore delle gramigne.

A metà del XIX secolo Giuseppe Pitrè, già Senatore del Regno d' Italia e fondatore della demopsicologia italiana affermava come "Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino […]. La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale, “unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto di interessi e di idee”;l mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre.

Se è offeso, non ricorre alla Giustizia, non si rimette alla Legge; se lo facesse, darebbe prova di debolezza, e offenderebbe l’omertà, che ritiene schifiusu, o ’nfami chi per aver ragione si richiama al magistrato.

Egli sa farsi ragione personalmente da sé, e quando non ne ha la forza, lo fa col mezzo di altri de’ medesimi pensamenti, del medesimo sentire di lui.

Anche senza conoscere la persona di cui si serve ed a cui si affida, il solo muover degli occhi e delle labbra, mezza parola basta perché egli si faccia intendere, e possa andar sicuro della riparazione dell’offesa o, per lo meno, della rivincita."

(da Usi, costumi, usanze e pregiudizi del popolo siciliano - 1889 -).

Prendendo in prestito il mito della biga alata di Platone possiamo immaginare la mafia come una biga attaccata solo ad un cavallo nero, rappresentazione iconica dell'anima concupiscibile.

Tale carro così attrezzato è destinato ad essere rovinosamente trainato verso il basso dal cavallo nero, emblema del desiderio delle cose terrestri.

La mentalità mafiosa fa perno su istinti fondamentalmente primitivi: desiderio di danaro, il concetto ancestrale di rispetto, il ricatto, lo scambio di favori, il potere ottenuto per mezzo dello scambio di beni materiali o, più sovente incutendo timore.

La mafia ha quindi una gradazione secondo l’ambiente che la circonda e la ospita- cento sfumature di mafia-.

Giovanni Falcone attribuiva alla mafia una natura puramente umana e, certamente, aveva ragione poiché la mafia si nutre di tutti i difetti tipici dell'essere umano, di tutti i suoi vizi.

Proprio Falcone a proposito disse "la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine".

Questo pensiero è in parte condivisibile poiché seppure è vero che la mafia nasce con l'uomo e dall'uomo, la sua fine coincide per forza con la fine dell'uomo, motivo per il quale non è realistico credere alla possibilità di sopprimere il fenomeno mafioso.

Questo non vuol dire che si debbano allentare le redini della lotta alla mafia, anzi, bisogna adoperarsi con tutto lo sforzo possibile nella formazione di una coscienza civica.

Credere nel santo dire di NO ai compromessi, al denaro facile, ai falsi miti del potere.

É necessario che si investa tutto quanto possibile nella cultura che rende sterile il terreno di coltura della mafia.

La cattura di Matteo Messina Denaro non annienta la mafia, così come peraltro abbiamo avuto modo di osservare dopo altre catture illustri (Provenzano, Riina, etc).

Matteo Messina Denaro non è la mafia.

La mafia fa molta più paura di un singolo essere umano fatto di carne ed ossa, perché è fatta di idee.

Il fenomeno mafioso si evolve, cambiano i volti, gli intrecci sociali, ma rimane immutata la sua sostanza.

Messina Denaro ne è emblema.

Dicono cercasse sempre un registro colto, prendendo dunque le distanze dall'immagine del mafioso ignorante legato alla terra alla quale ci avevano abituati Salvatore Riina prima e Bernardo Provenzano poi, e, in alcuni "pizzini" arrivati fino a noi, si riconosceva addirittura nel capro espiatorio impersonato dal signor Malaussène di Daniel Pennac: "Di me che dire. Non amo parlare di me stesso e poi oramai è da anni che sono gli altri a parlare di me e magari ne sanno più di me medesimo; credo, mio malgrado, di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto, ma va bene così… Un uomo non può cambiare il proprio destino, l'importante è viverlo con dignità, io sono a posto con la coscienza e sono sereno".

Il concetto di dignità è legato a doppia mandata al concetto di morale ed è quindi assai mutevole e fondamentalmente soggettivo, invece il destino di Matteo Messina Denaro, o almeno quello che gli resta, è - purtroppo per lui - banalmente scontato: non credo accetterà mai di collaborare con la giustizia e rimarrà presso le patrie galere, in regime di 41 bis, comma 2 dell'ordinamento penitenziario, fino alla fine dei suoi giorni, giustamente odiato da tutti.

Caro dott. Falcone, dopo 30 anni lo abbiamo preso, ma la lotta alla Mafia non deve arrestarsi qui.