"DAL FESTIVAL DI SANREMO AL MIO AVVOCATO COSI' E' CAMBIATO IL MIO DESTINO". L'intervista di Elia Sanna a Beniamino Zuncheddu
Cagliari, 29 settembre 2025. Di Elia Sanna
Intervista a Beniamino Zuncheddu, 60 anni, pastore di Burcei, un paesino in provincia di Cagliari.

Un doloroso fatto di cronaca che ha colpito le coscienze e avuto eco a livello nazionale. È stato accusato ingiustamente di un triplice omicidio che non aveva commesso.
Solo grazie all’avvocato Mauro Trogu e alla revisione del processo è stato dichiarato innocente.
Ma chi potrà restituirgli i 32 anni di vita trascorsi in carcere?
La storia di Beniamino Zuncheddu ha commosso e impressionato l’Italia.
Come è stato possibile che un uomo sottoposto a indagini giudiziarie, passato attraverso tutti i gradi di giudizio previsti dall’ordinamento, fino alla condanna definitiva all’ergastolo, possa essere riconosciuto innocente tanti anni più tardi?
Sabato scorso Beniamino è stato ospite dell’Istituto tecnico “Lorenzo Mossa” di Oristano.
Ha voluto partecipare all’incontro, promosso dalla dirigente scolastica Marillina e da Antonello Ignazio Garau, referente dello sportello linguistico della Provincia di Oristano.

In questa occasione ha presentato il libro “Io sono innocente”, che ha scritto insieme all’avvocato Mauro Trogu.
Signor Beniamino, ci racconta il giorno in cui la sua vita è cambiata per sempre.
Era il 28 febbraio 1991.
Ero a casa con la mia famiglia, a Burcei, e in tv andava il Festival di Sanremo. Una serata normale, come tante. A un certo punto ha suonato il campanello. Era tardi, troppo per una visita di cortesia. Ho aperto e mi sono trovato davanti gli agenti della squadra mobile, in divisa mimetica. Sono venuti per me. Da quel momento è iniziato un incubo senza fine.
Che cosa ha provato in quell’istante?
Smarrimento, incredulità. Non capivo cosa stesse succedendo. In un attimo sono passato dall’essere un giovane pastore di 26 anni a diventare il principale indiziato di una strage terribile.
Io sapevo di essere innocente, ma da lì in poi tutto è stato più grande di me.
Ventisei anni dopo c’è stato un nuovo incontro decisivo: quello con l’avvocato Mauro Trogu. Se lo ricorda?
Come potrei dimenticarlo? Era il sesto avvocato che cambiavo. Appena è entrato in sala, l’ho osservato in silenzio: un ragazzo giovane, con giacca e cravatta, con l’aria di chi crede davvero nella giustizia. Mi ha dato la mano e si è presentato. Io non sapevo se fidarmi: troppi mi avevano illuso e poi abbandonato.
Che cosa l’ha convinta a dargli fiducia?
La sua presenza, il suo modo di fare. Non prometteva miracoli, ma c’era. Veniva ai colloqui, mi teneva aggiornato, mi faceva sentire che non ero solo. Con lui era diverso dagli altri: ha iniziato a seguirmi davvero, a studiare a fondo il mio caso. È stato il primo a farlo.
E da lì il suo destino ha iniziato a cambiare…
Sì. Dopo anni di silenzi e speranze tradite, per la prima volta ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse ascoltando davvero. È stato l’inizio di un cammino diverso, che ha riaperto la strada alla verità.
Da lì è iniziata la sua lunga vicenda giudiziaria…
Sì. Un percorso doloroso, che mi ha tolto tanto. Ma quel momento, quella sera davanti al Festival di Sanremo, resta il punto di partenza di tutto. Da allora non ho voluto più vedere quel Festival.
Anche Papa Francesco fu colpito da quella grave ingiustizia. Ci racconta di quell’incontro quando la invitò a San Pietro?
“Le prime parole che mi ha detto Papa Francesco? ‘Pregate per me’, ha risposto. E io gli ho detto: ‘Santità, è Lei la massima potenza, è Lei che deve pregare per tutti noi’. Ha quindi ripetuto le stesse parole quando stavo ripartendo per la Sardegna dopo la visita a Roma.”
Ha ricordato più volte nelle sue interviste che lo Stato le ha rubato la vita, ma ha anche sottolineato che la permanenza in quelle tre carceri le ha impedito di farsi una famiglia.
“Mi sarebbe piaciuto avere una famiglia. In cella, ogni tanto pensavo ai miei amici, che negli anni si erano sistemati. A me tutto questo non l’hanno permesso. A me hanno rubato tutto. In tanti hanno iniziato a consigliarmi: ‘Confessa, così esci!’. Me lo dicevano i compagni di cella e perfino le guardie in carcere. Ma io non ne volevo sapere. Non avevo fatto niente. La mia coscienza era pulita e pulita doveva restare.”
Nel suo libro ha messo in rilievo quanto sia stata importante la sua fede.
“La fede per me è stata un punto fermo in un percorso dove tutto sembrava crollare.
In carcere, mentre vedevo altri detenuti uscire dopo essere stati scagionati, io restavo dentro tra rinvii, silenzi e risposte negative. A un certo punto ho iniziato a chiedermi: ‘Perché proprio a me?’. Era la domanda che avevo evitato per anni, ma che ormai non potevo più rimandare.
In una situazione così, certe domande rischiano di farti impazzire, eppure non riuscivo più a far finta di niente.
Mi sembrava che non volessero farmi uscire, senza motivo.
Se non sono crollato del tutto, lo devo al mio carattere, ma soprattutto alla fede. Frequentavo la cappella, avevo buoni rapporti con i cappellani e nelle lunghe ore in cella trovavo forza nella preghiera: un Padre Nostro, un’Ave Maria. Credere sempre in qualcosa è stato il mio appiglio. È questo che, alla fine, mi ha salvato.”
Cosa vuole dire oggi ai giovani Beniamino Zuncheddu?
“Ai giovani voglio dire che in questa società siamo numeri. Questo è un pianeta a sé.
Siamo davanti a due pianeti, uno diverso dall’altro. Bisogna sempre comportarsi bene e il meglio possibile con tutti; dobbiamo essere onesti, giusti e andare avanti. Però mai dire: ‘Di questa acqua non ne bevo’. Mai dirlo con l’ingiustizia. Ma spero che le cose cambino.”
Al termine della mattinata insieme agli studenti, Antonello Garau ha ricordato come quello di Zuncheddu sia uno dei casi giudiziari più gravi e longevi a livello nazionale e della storia della Repubblica ed ha lanciato un appello.
“Oggi si stanno raccogliendo le firme per la proposta di legge Zuncheddu” – ha sottolineato Garau – “che mira a garantire un sostegno economico e abitativo a chi esce dal carcere dopo essere stato vittima di errori giudiziari.
Beniamino non ha casa, non ha un lavoro, non ha nulla: lo Stato gli ha rubato la vita.
Con questa legge vogliamo evitare che altri, come lui, si ritrovino abbandonati a sé stessi”.