Btp, OAT e Treasury ai minimi di attrattività: il ruolo dei maxi-collocamenti Tech

Btp, OAT e Treasury ai minimi di attrattività: il ruolo dei maxi-collocamenti Tech
Enguerrand Artaz, Fund Manager di La Financière de l’Echiquier

Milano, 25 agosto 2026. Di Enguerrand Artaz, Strategist, La Financière de l’Échiquier (LFDE) - Redatto il 21.08.2026

 L’OAT[1] francese a più del 4% per la prima volta dal 2009, il trentennale USA ai massimi storici dal 2007, il decennale giapponese che sfiora il 3%... e i mercati azionari che cominciano a manifestare una certa febbrilità a fronte dell’impennata dei tassi di interesse un po’ ovunque nel mondo.

La mancanza di progressi nel conflitto iraniano, dopo l’annuncio di Donald Trump di non voler prorogare il cessate il fuoco scaduto il 17 agosto, ha sicuramente agito da catalizzatore nel breve termine, ma le cause di questo movimento sono più profonde.

Al di là dei timori di un ritorno dell’inflazione dovuto all’Iran, il mercato obbligazionario si trova in effetti al crocevia di una serie di temi strutturanti per l’economia e i mercati: la deriva dei conti pubblici e l’aumento dell’onere del debito nei paesi occidentali da un lato, l’AI e il finanziamento della sua colossale spesa per investimenti dall’altro.

Queste due problematiche si alimentano a vicenda.

Per finanziare lo sviluppo dell’AI, i giganti del tech, i cosiddetti hyperscaler, hanno fatto massiccio ricorso ai mercati obbligazionari negli ultimi mesi.

Da poco meno dell’1% nel 2024, le emissioni obbligazionarie destinate a finanziare l’AI sono passate al 18% del totale delle emissioni Investment Grade[2] globali nel primo semestre 2026.

La corsa al debito degli hyperscaler ha portato a un’impennata globale del volume delle emissioni, che hanno registrato un aumento del 36% dall’inizio dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Gli investitori hanno sempre più difficoltà ad assorbire questi maxi-collocamenti che alla fine conducono a dover fare una scelta, a scapito principalmente dei titoli di Stato a lungo termine.

Occorre dire che la concorrenza è diretta.

Innanzitutto, gli hyperscaler si finanziano perlopiù a lungo termine.

Circa il 70% del debito emesso ha una durata superiore o pari a sette anni, con una scadenza media stimata di 15-17 anni.

Un recente studio di Goldman Sachs[3] stima che le emissioni degli hyperscaler rappresentino più del 40% del totale delle emissioni Investment Grade globali con scadenza superiore a 15 anni.

Inoltre, le big tech oggi pagano premi piuttosto interessanti rispetto ai titoli di Stato nelle diverse valute di emissione.

Recentemente per esempio Alphabet ha emesso un bond a 20 anni in dollari australiani a un tasso del 6,95%, mentre il tasso sovrano australiano a 20 anni è del 5,45%.

Infine, gli investitori pronti a comprare il debito degli hyperscaler oggi sono gli stessi che detengono il debito sovrano.

In particolare, mentre negli Stati Uniti la Fed riduceva la dimensione del suo bilancio e mentre nelle banche centrali estere le riserve di debito USA ristagnavano, gli investitori privati acquisivano sempre più importanza.

Oggi detengono il 73% del debito statunitense rispetto al 50% dieci anni fa.

Questi stessi investitori oggi sono i più propensi ad acquistare il debito degli hyperscaler, spesso emesso con un premio consistente, a scadenze simili e privo delle problematiche di deterioramento delle finanze pubbliche tipiche delle obbligazioni sovrane.

In sintesi, sui mercati obbligazionari assistiamo a un evidente spostamento degli equilibri: il debito AI che inonda il mercato è assorbito a scapito dei Titoli di Stato. E questo fenomeno è solo agli esordi.

Da un lato, il fabbisogno di finanziamento dell’AI è in crescita: sono prevedibili svariate centinaia di dollari di nuove emissioni obbligazionarie nei prossimi trimestri.

Dall’altro lato, anche il fabbisogno di finanziamento degli Stati continua ad aumentare, sia a causa della continua deriva dei conti pubblici (Francia, Stati Uniti, Regno Unito) sia per finanziare investimenti strutturali (Germania e in minor misura Giappone).

A meno di immaginare un ritorno agli acquisti massicci di asset da parte delle banche centrali, una possibilità che non sembra essere all’ordine del giorno, questa maggiore concorrenza può solo alimentare un ulteriore rialzo dei tassi con, a lungo termine, tutti i rischi che ne conseguono per il finanziamento dell’economia globale.