Il dilemma del dollaro: tra crescita record e fiducia incrinata nell'era Trump

Il dilemma del dollaro: tra crescita record e fiducia incrinata nell'era Trump
Julian Marx, Research Analyst Flossbach von Storch SE

Milano, 6 luglio 2026. Di Julian Marx, Research Analyst di Flossbach von Storch.

All’inizio del secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, il dollaro ha inizialmente perso terreno. La valuta di riferimento mondiale ha forse superato il suo apice?

Oggi, cercando le economie industrializzate con la crescita più forte, è difficile ignorare gli Stati Uniti: la solidità dei consumi e l’aumento degli investimenti, soprattutto nei data center, hanno permesso all’economia americana di crescere in termini reali di circa il 2% lo scorso anno.

Le stime del Fondo Monetario Internazionale indicano che la superpotenza replicherà questa performance anche nell'anno in corso, staccando nettamente la media del resto del G7, ferma ad appena lo 0,9%.

Proprio per questo sorprende, a prima vista, che il dollaro statunitense abbia perso sensibilmente valore nell’ultimo anno rispetto all’euro, alla sterlina britannica e al dollaro canadese. Le ragioni di questa debolezza del dollaro sembrano infatti più profonde.

Gli Stati Uniti sono considerati il centro finanziario globale.

Per molte società del settore finanziario il dollaro rappresenta la principale classe di investimento, mentre per le banche centrali di tutto il mondo il "greenback" resta la valuta di riserva dominante.

Quanto il sistema finanziario globale guardi agli Stati Uniti lo dimostra anche il volume degli investimenti di portafoglio effettuati da investitori non americani negli USA: alla fine dello scorso anno ammontavano a ben 38.000 miliardi di dollari USA.

Una cifra superiore al PIL annuale statunitense e cresciuta ulteriormente nel corso dell’ultimo anno. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, nel 2025 gli investitori stranieri hanno destinato netti 1.552 miliardi di dollari a nuovi investimenti in titoli statunitensi a lungo termine.

Da decenni il dollaro è considerato anche un bene rifugio perché gli Stati Uniti hanno offerto (almeno finora) un contesto istituzionale e macroeconomico stabile.

Sotto la presidenza Trump, tuttavia, questa certezza ha iniziato a incrinarsi.

La svolta è arrivata soprattutto con il cosiddetto "Giorno della liberazione" dell'aprile 2025, quando Trump ha inaugurato la fine dell'era del libero scambio con minacce di dazi sulle importazioni americane.

Nel gennaio 2026, la minaccia statunitense di annettere la Groenlandia — accompagnata dall'ipotesi di usare la forza e dall'imposizione di dazi contro la Danimarca e i suoi alleati europei — ha ulteriormente lesionato la fiducia degli investitori. Nonostante le barriere commerciali siano state revocate rapidamente, l'episodio ha logorato i rapporti bilaterali, arrivando peraltro a pochi mesi dalla firma di un accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea.

Se per gli alleati occidentali una certa perdita di fiducia nel dollaro è un fenomeno relativamente recente, i rivali politici degli Stati Uniti nutrono da molti anni riserve nei confronti della valuta di riferimento mondiale.

Dall'inizio della guerra in Ucraina, infatti, il rischio di sanzioni sugli asset denominati in dollari non è più una semplice ipotesi teorica, come dimostra il caso della Russia.

In questo contesto, i tentativi di emanciparsi gradualmente dal dollaro sono del tutto comprensibili.

Tuttavia, per i rivali politici degli Stati Uniti, tradurre in pratica una vera "dedollarizzazione" resta complicato. Lo suggerisce uno sguardo alle riserve valutarie globali delle banche centrali: oltre il 90% delle riserve – escludendo inizialmente l'oro – è ancora denominato in dollari statunitensi o in valute di altri paesi industrializzati occidentali.

Tra queste figurano soprattutto l'euro, con una quota di circa il 20% delle riserve valutarie globali, lo yen giapponese, intorno al 6%, e la sterlina britannica, poco sotto il 5%.

Il renminbi cinese, invece, si ferma ad appena il 2%.

Se si considera inoltre che gli Stati Uniti e le economie a loro vicine rappresentano oltre la metà del PIL mondiale e hanno un ruolo centrale nel commercio internazionale, gli ostacoli a un abbandono del dollaro restano molto elevati.

La dedolarizzazione avanza in alcune economie attraverso i massicci acquisti d'oro delle banche centrali, come in Brasile, Cina e Turchia.

Secondo le stime del World Gold Council, nel 2025 gli acquisti totali hanno superato le 860 tonnellate, un volume inferiore al triennio precedente, ma considerando forte aumento del prezzo del metallo la corsa appare addirittura accelerata.

Tra il 2015 e il 2025, la quota d'oro nelle riserve valutarie globali è salita da meno del 10% a circa il 28%, mentre quella del dollaro statunitense è scesa dal 58% a poco più del 40%. 

Sulla base di questi dati, i più pessimisti potrebbero costruire una narrazione sul declino del dollaro. Ma in realtà non è così semplice.

Da un lato, le riserve valutarie mondiali in dollari stagnano da molti anni intorno ai 7.000 miliardi di dollari: in termini assoluti, quindi, è cambiato poco. Inoltre, la perdita di peso relativo delle riserve in dollari si spiega in larga parte con l'aumento del prezzo dell'oro negli ultimi anni.

Dall'altro lato, al di fuori delle riserve valutarie, l'oro è solo in parte adatto a sostituire il dollaro o la moneta. Pur avendo un'utilità strategica come riserva di valore, e svolgendo quindi una funzione essenziale della moneta, l'oro, per esempio, non può essere usato facilmente come mezzo di pagamento su larga scala.

Di conseguenza, in molti ambiti il predominio del dollaro sembra ancora intatto. Un recente studio della Banca dei Regolamenti Internazionali ha rilevato che, in questo millennio, dollaro ed euro hanno ulteriormente rafforzato la loro posizione dominante nel credito internazionale.

Nei 29 paesi analizzati, nel 2000 in media il 60% di tutte le obbligazioni internazionali era denominato in dollari. Nel 2024 questa quota era salita a oltre il 63%; in alcuni paesi emergenti, come Brasile e Turchia, la quota in dollari ha superato di recente persino il 90%. Nello stesso periodo, l'euro ha aumentato la propria quota media dal 12 al 21%. Anche il fatto che il mercato delle stablecoin sia finora quasi interamente ancorato al dollaro può essere un segnale della sua persistente centralità. Nella competizione tra valute fiat, il dollaro statunitense mantiene quindi, almeno per ora, una posizione davvero eccezionale.

Rispetto all'euro, il dollaro si trova oggi quasi esattamente sugli stessi livelli dell'introduzione della moneta unica nel 1999: allora per un euro si ottenevano circa 1,18 dollari, un valore attorno al quale il cambio ha oscillato anche negli ultimi trimestri.

Rispetto ad allora, però, il cambio effettivo dell'euro ponderato per gli scambi commerciali – che misura l'euro rispetto a un ampio paniere di valute – è oggi quasi del 30% più forte.

Da questo punto di vista, la forza dell'euro si riflette direttamente anche sul dollaro. Dall'altro lato, emerge l'immagine di una valuta di riserva un tempo estremamente dominante, ma oggi sotto pressione in termini relativi. Molte banche centrali stanno cercando di aumentare le proprie riserve auree.

Guardando al futuro, esistono inoltre ulteriori spinte verso una maggiore autonomia. Diversi importanti blocchi valutari ambiscono a sottrarre quote di mercato al dollaro.

Da diversi anni la Cina punta ad ampliare il proprio peso politico ed economico attraverso la "Belt and Road Initiative", finanziando investimenti infrastrutturali in varie aree del mondo. In un contesto internazionale sempre più diviso, è probabile che aumentino anche i tentativi di "esportare" la propria valuta. Dal canto suo, la BCE sfrutta la recente erosione della fiducia nella politica statunitense per valorizzare la stabilità istituzionale dell'Eurozona e presentare la moneta unica come alternativa d'investimento al dollaro.

Inoltre, lo sviluppo dell'euro digitale mira a ridurre la dipendenza dai fornitori statunitensi di servizi di pagamento e, quindi, ad aumentare l'autonomia finanziaria europea.

Le ambizioni dell'Eurozona possono essere lette anche come un segnale d'allarme per gli Stati Uniti. Se gli USA, o il loro presidente, spingessero troppo oltre le minacce ricorrenti, un giorno persino paesi tradizionalmente vicini a Washington potrebbero smettere di reagire alla pressione americana.

A quel punto, il cane rischierebbe davvero di mordersi la coda: più spesso gli Stati Uniti, o il presidente Trump, useranno la loro posizione dominante come strumento di pressione, più questo gesto intimidatorio potrebbe perdere efficacia.

Ogni nuova minaccia potrebbe spingere altri paesi ad allontanarsi ulteriormente dagli Stati Uniti e dal dollaro come valuta di riferimento.

Non siamo ancora a un punto in cui lo status del dollaro come valuta guida appaia immediatamente in pericolo.

Ma un'amministrazione Trump persistentemente conflittuale potrebbe almeno accelerare i processi di emancipazione e aumentare così la probabilità di uno scenario in cui il ruolo del dollaro finisca per indebolirsi.