Politica monetaria vs pressioni politiche: perché la Fed sceglie la pausa

Politica monetaria vs pressioni politiche: perché la Fed sceglie la pausa
Julian Marx, Research Analyst Flossbach von Storch SE

Milano, 30 gennaio 2026.  A cura di Julian Marx, analista presso Flossbach von Storch

Il secondo mandato dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato finora caratterizzato da ripetuti attacchi all'indipendenza della Federal Reserve (Fed).

Tra questi figurano il tentativo di Trump, nell'agosto dello scorso anno, di rimuovere Lisa Cook dal Consiglio dei governatori della Fed, nonché i numerosi attacchi verbali al presidente della Fed Jerome Powell e le sue continue richieste di drastici tagli dei tassi di interesse.

Il tentativo di influenzare la Fed ha raggiunto il suo primo culmine il 9 gennaio di quest'anno, quando il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha minacciato il presidente della Federal Reserve di procedimenti penali. Tra le altre cose, la questione verteva sulle dichiarazioni di Powell relative ai lavori di ristrutturazione pluriennali degli storici edifici che ospitano la Fed.

Dollaro Usa sotto pressione

Questo atteggiamento conflittuale da parte dell'amministrazione Trump rischia di causare inquietudine tra gli investitori stranieri. In questo contesto, la fiducia nella valuta di riserva mondiale potrebbe continuare a indebolirsi.

Negli ultimi 12 mesi, il dollaro ha già perso quasi la metà del suo valore rispetto all'oro, la valuta di ultima istanza.

Alla luce di tali sviluppi, la Fed ha adottato un tono risoluto.

Powell, il cui mandato di presidente della Fed scade a maggio di quest'anno, ha sottolineato che le recenti minacce rivoltegli erano solo pretesti volti a costringere la politica monetaria della Fed ad allinearsi alle preferenze del presidente. Allo stesso tempo, ha sottolineato che durante la sua carriera alla Fed ha servito sotto quattro amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, e ha sempre svolto i suoi compiti senza temere pressioni politiche.

Di conseguenza, la prima decisione sui tassi d'interesse dell'anno dovrebbe rimanere invariata ed essere guidata principalmente da considerazioni di politica monetaria. Dopo tre tagli dei tassi verso la fine del 2025, la Fed ha per il momento frenato e lascia invariati i tassi d'interesse di riferimento in un intervallo compreso tra il 3,5 e il 3,75 per cento.

Inflazione statunitense: verso la fine?

In termini di inflazione, la decisione della Banca Cenrtrale Usa è stata nuovamente dettata da un misto di ottimismo e cautela.

Ottimismo perché il trend inflazionistico sottostante dovrebbe continuare ad avvicinarsi all'obiettivo del 2%, come confermato dal membro del Consiglio della Fed Michelle Bowman.

A dicembre 2025 i prezzi al consumo sono aumentati solo del 2,7% su base annua. Inoltre, nei prossimi mesi l'impatto dei dazi sull'inflazione dei beni dovrebbe attenuarsi ulteriormente. Dopo diversi anni di pressioni elevate sui prezzi, la lotta all'inflazione sembra quindi avviarsi verso la fase finale.

Tuttavia, potrebbe essere imprudente sottovalutare la questione. Lo ha recentemente sottolineato Jeff Schmid, presidente della Federal Reserve Bank di Kansas City, che ha avvertito che la Fed rischia di allontanarsi da un mondo in cui l'inflazione è così bassa e stabile nel tempo da avere un impatto minimo sulle decisioni delle famiglie e delle imprese.

Sebbene si tratti di un rischio marginale, la preoccupazione di Schmid non è del tutto infondata. Questo perché oggi le preoccupazioni relative all'inflazione sono molto più diffuse tra la popolazione rispetto a qualche anno fa, con l'inflazione dei prezzi al consumo che rimane al di sopra dell'obiettivo del 2% da 58 mesi e il livello dei prezzi negli Stati Uniti recentemente superiore di circa il 25% rispetto a cinque anni fa.

L'argomentazione di Schmid è supportata, tra l'altro, dai risultati di un sondaggio che mostra che nel 2019 solo l'1% delle piccole imprese ha citato l'inflazione come il problema più urgente. Cifra che, a dicembre 2025 era salita al 12%. Dal punto di vista di una banca centrale, appare quindi prudente non lasciarsi andare a facili entusiasmi per i successi già ottenuti sul fronte dell'inflazione.

Un quadro complesso nel mercato del lavoro statunitense

Il mercato del lavoro statunitense continua a non mostrare segnali allarmanti che renderebbero necessari tagli aggressivi dei tassi d'interesse, ci però sono indizi di crescenti rischi al ribasso. A novembre, si contavano solo 0,9 posizioni lavorative aperte per ogni cittadino americano disoccupato in cerca attiva di occupazione, un dato sensibilmente inferiore rispetto agli anni precedenti. Nel 2024, la media era ancora di poco meno di 1,2 posti vacanti per disoccupato.

Tuttavia, il livello attuale rimane sostanzialmente in linea con la media dei cinque anni precedenti la pandemia di Covid-19 e appare quindi coerente con un mercato del lavoro solido nel contesto di lungo periodo.

Anche altri indicatori delineano un quadro misto.

Ad esempio, il numero di nuove richieste di sussidi di disoccupazione resta vicino ai minimi storici. Di contro, però, la crescita dell'occupazione continua a essere fiacca, con solo circa 50.000 nuovi posti di lavoro creati a dicembre. Un aspetto positivo di questo scenario complessivo è che le attuali previsioni economiche non indicano un ulteriore deterioramento del mercato del lavoro USA. Al contrario, il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente previsto per quest'anno una crescita economica reale degli Stati Uniti del 2,4%. Questa prospettiva è sostenuta da una spesa per i consumi robusta e da un'attività d'investimento persistentemente forte, in particolare nei beni strumentali legati all'IT.

Il tasso d’interesse "ideale": un obiettivo in continuo movimento

All'inizio di un anno in cui Trump nominerà un nuovo Presidente della Fed e continuerà a perseguire una politica monetaria più dominata dalla componente fiscale, i banchieri centrali statunitensi procedono con l'ordinaria amministrazione.

Con un mercato del lavoro che tiene e un’inflazione in lieve risalita, la Fed non vede ragioni per assecondare le pressioni della Casa Bianca, scegliendo di inaugurare il nuovo anno con una pausa nel ciclo di taglio dei tassi.

La misura in cui la Fed potrà discostarsi dall'attuale livello dei tassi di riferimento nelle prossime riunioni dipenderà dall’evoluzione di inflazione e occupazione. Tuttavia, nella valutazione del livello appropriato dei tassi di interesse entrano in gioco anche altri fattori.

I rendimenti a lungo termine, ad esempio, sono oggi nettamente superiori rispetto al decennio precedente la pandemia: il Treasury decennale viaggia intorno al 4,2%, contro una media del 2,4% negli anni 2010.

A parità di altre condizioni, tassi più alti dovrebbero frenare gli investimenti e incentivare il risparmio; eppure, ciò non si è verificato.

Lo scorso anno, gli investimenti negli Stati Uniti hanno raggiunto circa il 21,5% del PIL, ovvero un punto percentuale in più rispetto alla media dello scorso decennio.

Di conseguenza, il livello appropriato dei tassi di riferimento dipende sempre da un’ampia gamma di fattori esterni che evolvono nel tempo e che vanno oltre una lettura ristretta dei soli indicatori di inflazione e mercato del lavoro.

In un contesto in cui investimenti informatici da miliardi di dollari sono in larga parte realizzati da imprese altamente profittevoli, dotate di consistenti riserve di liquidità, una parte di questi investimenti risulta inevitabilmente meno sensibile al livello dei tassi di interesse.

Una conseguenza evidente di tali sviluppi è che gli intervalli entro cui un livello dei tassi viene definito “neutrale” o “restrittivo” si sono spostati negli ultimi anni.

Anche per questo motivo, individuare il tasso “giusto” resta un obiettivo dinamico, il cui livello appropriato deve essere continuamente rivalutato.