Sardus Pater negato a Pietrino Soddu: l’incoerenza di Todde e la distanza dai problemi reali dei sardi.
Cagliari, 17 ottobre 2026. Di Elia Sanna
La presidente della Regione giustifica il diniego con la distanza tra politica e cittadini.
Ma dopo due anni e mezzo di governo, tra promesse elettorali rimaste sulla carta, emergenze irrisolte e polemiche sul “poltronificio”, la domanda è inevitabile: chi si è davvero allontanato dai sardi?
C’è una profonda contraddizione nella decisione della presidente della Regione, Alessandra Todde, di negare il riconoscimento di Sardus Pater a Pietrino Soddu (NDR: "Sardus Pater" è la massima benemerenza ufficiale della Regione Autonoma della Sardegna), uno dei protagonisti più importanti della storia autonomistica della Sardegna.
Una contraddizione che va oltre il mancato conferimento di un’onorificenza e investe il significato stesso della politica, il rapporto con i cittadini e la capacità di una classe dirigente di riconoscere il valore di chi l’ha preceduta.
La motivazione riferita da Gian Mario Selis, ex presidente del Consiglio regionale e promotore dell’iniziativa, sarebbe legata al fatto che, in un momento in cui la distanza tra politica e cittadini è particolarmente ampia, non sarebbe opportuno assegnare il Sardus Pater a un politico.
Una spiegazione che lascia perplessi.
Non soltanto perché riduce una figura come quella di Soddu alla sua appartenenza politica, ma soprattutto perché sembra trasformare le difficoltà della politica contemporanea in un motivo per mettere da parte chi, proprio attraverso l’impegno istituzionale, ha contribuito alla storia e alla crescita della Sardegna.
La domanda, allora, è inevitabile: se oggi la distanza tra politica e cittadini è così ampia, la presidente Todde si è mai chiesta quale responsabilità abbia la sua Giunta in questo progressivo allontanamento?
Perché è facile richiamare genericamente la sfiducia verso la classe politica. Più difficile è interrogarsi sulle ragioni concrete che alimentano quella sfiducia, sulle aspettative tradite e sulle promesse che, a metà legislatura, i cittadini continuano ad aspettare.
Pietrino Soddu è stato un autonomista autentico, un protagonista di una stagione decisiva per la costruzione dell’identità istituzionale della Sardegna.
Sette volte presidente della Regione, assessore alla Programmazione e deputato per undici anni, ha attraversato da protagonista decenni fondamentali della storia sarda, contribuendo al dibattito sulle riforme, sullo sviluppo dell’Isola e sulla difesa delle prerogative autonomistiche.
Ridurre una figura di questo spessore alla semplice etichetta di politico significa ignorarne il percorso, il pensiero e l’eredità. Significa confondere il giudizio sull’attuale classe dirigente con il valore di chi, in epoche diverse, ha interpretato la politica come servizio pubblico, responsabilità e impegno per la collettività.
La proposta di Gian Mario Selis, sostenuta da oltre cento personalità del mondo politico, culturale, accademico, sindacale e del lavoro, non era un’iniziativa di parte.
Era una richiesta di riconoscimento del contributo offerto da un uomo alla storia contemporanea dell’Isola, anche attraverso la sua sensibilità culturale e il sostegno alle espressioni artistiche della Sardegna.
Proprio per questo, il diniego avrebbe meritato motivazioni capaci di entrare nel merito della sua figura e del suo percorso, senza fermarsi a una preclusione di principio legata all’appartenenza politica.
Il punto più controverso della vicenda è proprio l’argomento utilizzato per giustificare la decisione. Todde richiama la distanza tra istituzioni e cittadini, ma quella distanza non si misura attraverso il conferimento di un riconoscimento a un uomo che ha segnato la storia dell’autonomia sarda. Si misura, piuttosto, attraverso la capacità di dare risposte ai problemi quotidiani delle persone.
Ed è qui che la presidente dovrebbe confrontarsi con le critiche.
Dopo due anni e mezzo di governo, la Sardegna attende ancora risposte su questioni fondamentali. La sanità è una delle emergenze più evidenti: in diversi territori i cittadini incontrano difficoltà nel trovare un medico di famiglia, mentre liste d’attesa e carenze nell’assistenza alimentano la preoccupazione. C’è chi rinuncia a curarsi perché non riesce ad accedere tempestivamente alle prestazioni di cui ha bisogno o non può permettersi di rivolgersi al privato.
La continuità territoriale continua a rappresentare un tema centrale per un’Isola nella quale spostarsi verso la Penisola non dovrebbe essere un privilegio, ma un diritto da garantire. I collegamenti aerei e marittimi, i costi e l’effettiva disponibilità dei servizi restano questioni decisive per i residenti, per i lavoratori e per le imprese.
Nel frattempo, tante famiglie fanno i conti con il costo della vita e con difficoltà economiche che rendono sempre più complicato arrivare alla fine del mese. Il comparto agropastorale attraversa una fase delicata, tra costi di produzione, incertezze di mercato e difficoltà che mettono sotto pressione le aziende. I pastori chiedono condizioni che consentano loro di continuare a lavorare e di garantire un futuro alle proprie attività.
A queste criticità si aggiunge la questione energetica. La Sardegna ha bisogno di una transizione che sappia coniugare sostenibilità, sviluppo e tutela del territorio. Ma le preoccupazioni legate alla proliferazione dei progetti per le rinnovabili, al consumo di suolo e al rischio di nuove forme di speculazione richiedono una strategia chiara, trasparente e condivisa con le comunità locali.
Sono problemi reali, non questioni astratte. Ed è su questi problemi che i cittadini giudicano chi governa.
Durante la campagna elettorale, i sardi hanno ascoltato impegni, annunci e promesse di cambiamento. Hanno affidato alla nuova maggioranza la speranza di una discontinuità rispetto al passato, di una Regione più efficiente, più vicina ai territori e capace di affrontare le emergenze con decisione.
A metà legislatura, però, è legittimo chiedersi quante di quelle promesse si siano tradotte in risultati concreti e quante siano rimaste sulla carta. La valutazione deve essere fatta sulla base degli atti, dei servizi effettivamente migliorati e degli obiettivi raggiunti, non delle dichiarazioni o degli annunci.
È in questo contesto che si inseriscono le critiche rivolte alla Giunta Todde, accusata dai suoi oppositori di avere concentrato troppe energie sugli equilibri interni, sulle nomine e sulla gestione delle poltrone, mentre i problemi dell’Isola continuano a chiedere soluzioni. È quella che nel dibattito politico viene definita, polemicamente, la stagione del “poltronificio”.
Un’accusa politica che la maggioranza può contestare, ma alla quale non basta rispondere richiamando genericamente la necessità di garantire la stabilità amministrativa. La questione decisiva è un’altra: gli assetti di governo e le scelte organizzative stanno producendo risultati proporzionati alle aspettative dei cittadini?
Perché, se la politica appare impegnata soprattutto a sistemare i propri equilibri, mentre la sanità fatica a garantire servizi adeguati, i collegamenti restano problematici, le imprese chiedono certezze e i territori temono di perdere il controllo sulle trasformazioni energetiche, il rischio è che la distanza denunciata dalla stessa presidente finisca per allargarsi ulteriormente.
Non si può invocare la lontananza della politica dai cittadini per negare un riconoscimento a un protagonista della storia autonomistica e poi ignorare che quella stessa lontananza si misura, ogni giorno, sulla capacità di governare.
La vicenda assume un significato ancora più rilevante se si considera il comportamento dello stesso Pietrino Soddu. Secondo quanto riferito da Selis, informato del diniego, l’ex presidente avrebbe invitato i suoi amici a non alimentare polemiche che potessero danneggiare la presidente e la Giunta regionale.
Un gesto che racconta la sua statura istituzionale. Anche davanti a una decisione che lo riguardava personalmente, Soddu avrebbe scelto di non trasformare la questione in uno scontro politico, anteponendo il rispetto delle istituzioni alla polemica.
È una lezione di misura che merita di essere ricordata, soprattutto in una stagione nella quale il confronto politico rischia spesso di ridursi a contrapposizioni, accuse e calcoli di convenienza.
La distanza tra cittadini e istituzioni non nasce dal ricordo di chi ha lavorato per la Sardegna. Nasce quando le istituzioni non riescono a rispondere ai bisogni delle persone, quando le decisioni sembrano lontane dalle esigenze dei territori e quando le aspettative alimentate durante le campagne elettorali non trovano riscontro nella vita quotidiana.
La presidente Todde ha il diritto di decidere a chi attribuire un’onorificenza. Ma i cittadini hanno altrettanto diritto di giudicare il suo operato, di confrontare le promesse con i risultati e di chiedere conto delle scelte compiute dalla Giunta.
Perché la vera distanza dalla politica non si misura dal nome di chi riceve il Sardus Pater. Si misura dalla distanza tra ciò che si promette e ciò che si realizza, tra le parole pronunciate in campagna elettorale e le risposte che i sardi aspettano ancora.
Ed è su questa distanza, molto più che su un riconoscimento negato a Pietrino Soddu, che la presidente Todde dovrebbe interrogarsi.