Midterm 2026 e rigore di bilancio: la vera sfida del Congresso si chiama debito pubblico

Midterm 2026 e rigore di bilancio: la vera sfida del Congresso si chiama debito pubblico
Alexis Bienvenu, Fund Manager di La Financière de l’Échiquier.

Milano, 20 ottobre 2026. Di Alexis Bienvenu, Gestore, La Financière de l'Echiquier (Redatto il 16.10.2026)

Gli americani sono chiamati alle urne il prossimo 3 novembre per le elezioni di metà mandato (midterm) in cui verranno rinnovati l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato.

Gli aggregatori di sondaggi, quali RealClearPolling, attribuiscono oggi ai democratici un vantaggio significativo nella corsa alla Camera, attualmente a maggioranza repubblicana.

Dal canto loro, i mercati predittivi attribuiscono un leggero vantaggio ai repubblicani nella conquista del Senato.

I giochi tuttavia non sono fatti: rimane lo scenario plausibile di un Congresso diviso tra una Camera democratica e un Senato repubblicano.

Appare invece oggi poco probabile il mantenimento del controllo repubblicano su entrambe le camere.

Da queste elezioni dipenderà, in particolare, l’orientamento della spesa pubblica.

I democratici punterebbero a indirizzare la spesa più verso la sanità, le infrastrutture pubbliche e la transizione energetica mentre i repubblicani, maggiormente in difficoltà sul fronte del costo della vita da quando Donald Trump ha fatto ritorno alla Casa Bianca, sarebbero più propensi a pore l’accento sui tagli alle imposte, la deregolamentazione e il rafforzamento del bilancio della difesa.

Questi orientamenti divergenti nascondono tuttavia un consenso poco messo in discussione: il ricorso massiccio al debito pubblico.

Come ha osservato l’ex presidente repubblicano della Camera, Paul Ryan, tradizionale difensore della disciplina di bilancio, «entrambi i partiti sono diventati populisti». Tuttavia, questa dipendenza dal debito dovrà fare fronte prossimamente a due sfide di grande portata.

La prima è il tetto del debito, ovvero l’indebitamento massimo autorizzato dal Congresso il cui importo è fissato attualmente in 41.100 miliardi di dollari allorché il debito federale ha già superato i 40.000 miliardi.

In un quadro più ampio preso in considerazione dal FMI, il debito lordo di tutte le amministrazioni pubbliche rappresenta complessivamente il 126% del PIL.

In un contesto in cui il disavanzo federale si avvicina al 6% del PIL, il Bipartisan Policy Center stima che il tetto potrebbe essere raggiunto tra la fine dell’inverno e la metà dell’estate del 2027, senza provocare tuttavia immediatamente un default.

Il Tesoro disporrebbe infatti di diversi mesi per adottare misure straordinarie prima della vera e propria scadenza critica.

A meno che i parlamentari uscenti non risolvano la questione prima dell’insediamento del nuovo Congresso il 3 gennaio 2027, tale scadenza preannuncia però un nuovo scontro politico particolarmente acceso l’anno prossimo.

A patto anche di raggiungere un accordo prima della scadenza, lo stesso potrebbe essere preceduto da forti tensioni politiche provocando un aumento della volatilità sui mercati finanziari, preoccupati dalla vaghezza di bilancio proveniente da Washington.

Una volta innalzato il tetto del debito, una seconda sfida attende però il debito statunitense, a prescindere dall’esito delle elezioni: a quale costo il Tesoro potrà continuare a finanziarsi?

Attualmente, secondo il Congressional Budget Office (CBO), l’onere netto degli interessi rappresenta già il 3,3% del PIL, una cifra superiore al bilancio della difesa.

Tuttavia, una parte di questo debito è stata finanziata a tassi molto bassi, tipici del periodo precedente al 2022.

Tale onere è quindi destinato ad aumentare a causa dell’innalzamento non solo del livello del debito, ma anche del livello dei tassi.

Già nel febbraio 2026, il CBO prevedeva un livello del 4,6% per l’onere netto degli interessi entro il 2036. Nel frattempo, il rialzo dei tassi dovrebbe appesantire progressivamente il conto.

A ciò si aggiunge il fatto che il fabbisogno di rifinanziamento pubblico entra in competizione con la crescente mobilitazione di capitali da parte dei player dell’ecosistema dell’AI, che devono finanziare i loro investimenti colossali. Ne consegue, come sottolinea Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, che mai come oggi la corsa al capitale è stata così agguerrita negli Stati Uniti[1].

In questo contesto teso gli investimenti nell’Intelligenza Artificiale dovrebbero necessariamente produrre forti aumenti di produttività.

In caso contrario, la competizione per il risparmio porterebbe a un maggior costo del capitale.

Il destino del debito statunitense è quindi in parte legato a quello dell’IA.

Certo, per il momento gli attori del settore dell’IA, ad eccezione dei più fragili, riescono ancora a mobilitare facilmente i capitali, così come lo Stato americano, consentendo agli elettori di porre la questione del debito in secondo piano.

Questa, tuttavia, riemergerà inevitabilmente.

Il vero prossimo appuntamento politico della nazione potrebbe quindi non essere fissato la sera del 3 novembre 2026 bensì nel 2027, quando i nuovi eletti dovranno convincere gli investitori statunitensi e internazionali a continuare a finanziare il Paese a un costo sostenibile in un mondo in cui infuria la concorrenza per i capitali, e non solo per gli elettori.