Il TACO Trade perde forza: tensioni energetiche e rischio offerta pesano sui mercati

Il TACO Trade perde forza: tensioni energetiche e rischio offerta pesano sui mercati
Enguerrand Artaz, Fund Manager di La Financière de l’Echiquier

Milano, 30 marzo 2026. A  cura di Enguerrand Artaz, strategist di La Financière de l'Echiquier  (Redatto il 27.03.2026)

L'acronimo TACO - ovvero «Trump Always Chickens Out[1]» - era stato coniato nell'estate del 2024 per descrivere, durante la campagna elettorale, i cambiamenti di rotta del candidato repubblicano in merito soprattutto al dibattito che lo avrebbe messo a confronto con il suo avversario democratico.

Lo stesso acronimo, diventato poi molto popolare l’anno successivo, descriveva i numerosi ripensamenti del presidente americano nel caso, in particolare, dell’aumento dei dazi doganali.

Un pò per volta, il «TACO trade» è diventato una sorta di stratagemma.

In sintesi, qualsiasi tensione sui mercati dovuta a un’azione o a una dichiarazione di Donald Trump avrebbe, prima o poi, finito per provocare una sua marcia indietro, consentendo un rimbalzo degli asset rischiosi.

Questa logica ha perfettamente funzionato nel corso dell’intero 2025, alimentando il riflesso del «Buy the dip»comprare sul ribasso –, molto popolare soprattutto tra gli investitori privati.

La stessa logica è ancora parzialmente in atto nel conflitto iraniano, anche se il meccanismo sembra essersi inceppato.
Dopo aver minacciato di distruzione, il 21 e 22 marzo, le infrastrutture energetiche iraniane qualora lo Stretto di Hormuz non fosse stato riaperto entro 48 ore, lunedì 23 marzo il presidente americano annunciava una proroga di cinque giorni per la riapertura, adducendo «discussioni molto produttive».
I contratti a termine sui mercati statunitensi guadagnavano, dopo questo annuncio, fino al 4% in pochi minuti… per tornare poi a perdere, nei tre giorni successivi, tutto il terreno conquistato.
Giovedì 26 marzo, Donald Trump rinviava nuovamente la scadenza delle sue minacce, di 10 giorni questa volta, «su richiesta del governo iraniano», stando alle sue parole.
In questa occasione, i contratti a termine sull’S&P 500 guadagnavano poco più dell’1% prima di cancellare il rialzo nel giro di poche ore.
 
In fondo, questo affievolirsi del «TACO trade» non ha nulla di sorprendente.
Gli investitori si stanno semplicemente rendendo conto di un fatto che sembra ancora sfuggire all’inquilino della Casa Bianca: a differenza dell’episodio dei dazi, egli non è più l’unico decisore in questa vicenda.
Mentre Donald Trump afferma che «i colloqui procedono molto bene», l’Iran e Israele continuano a scambiarsi colpi di missili, la tensione si acuisce negli altri Paesi del Golfo e, soprattutto, lo Stretto di Hormuz rimane in buona parte impraticabile.
Ora, qui sta il nocciolo della questione.
Non importa quanto il presidente americano faccia marcia indietro rispetto alla sua minaccia alle infrastrutture iraniane e quanto assicuri che i negoziati procedano al meglio: solo una riapertura ufficiale dello Stretto di Hormuz potrà rassicurare i mercati.
 
E il tempo stringe.
Ogni giorno in più nella chiusura dello Stretto accresce il rischio di saturazione delle capacità di stoccaggio di petrolio nel Golfo e, di conseguenza, quello di interruzioni a catena nella produzione.
L’Iraq si trova già a fare i conti con questa situazione.
La produzione dei giacimenti petroliferi nel sud del Paese è scesa a 800.000 barili circa al giorno, contro gli oltre quattro milioni prima dell’inizio del conflitto, mentre i livelli di stoccaggio raggiungono limiti critici.
Come dimostra il recente annuncio di riduzione della produzione da parte della società statale Kuwait Petroleum Corporation, la situazione comincia a essere tesa anche in Kuwait.
Sebbene gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita abbiano nel breve termine la capacità di aggirare lo Stretto grazie ai propri oleodotti, non basterà nel lungo termine, tanto più che anche il passaggio dal Mar Rosso è a rischio, con l’aumento delle minacce di attacchi da parte degli alleati Houthi dell’Iran.
 
Il «TACO trade» si scontra oggi con la realtà dato che i cambiamenti di rotta di Donald Trump si rivelano impotenti di fronte all’ingorgo delle scorte e alle interruzioni della produzione.
Per gli investitori, la strategia richiede un cambiamento radicale: non si tratta più di scommettere sulla psicologia del presidente americano ma piuttosto di guardare alla realtà dei flussi di idrocarburi provenienti dal Medio Oriente. Tenendo presente che il tempo scorre.

[1] Tradotto: «Trump si tira sempre indietro”